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44903689_10215128194751943_5814731341861748736_nMolte volte le cose essenziali sono invisibile agli occhi, e per noi la durella è stata per molto tempo un vitigno poco considerato, forse perché mai espresso nella sua pienezza, soprattutto come spumante. Dopo anni di sperimentazioni ho capito di avere tra le mani un tesoro immenso, dove la Lessinia, con il suo terreno vulcanico, dà origine a un vino che per acidità, versatilità e longevità è unico nel suo panorama.

Le parole sono di Federico Zambon che in quel di Roncà ha deciso di dedicare anima e corpo alla produzione dello spumante da uve durella e descrivono, con forza, tutto il potenziale di questo vino comunemente conosciuto come Durello. Stiamo parlando di una micro produzione, ha infatti superato da poco il milione di bottiglie ma che a tutti gli effetti è la quinta DOC spumantistica italiana. Naturalmente l’idea di aumentare la massa critica c’è tutta, tanto è vero che nel 2017 sono state piantate un cospicuo numero di barbatelle che andrà a triplicare la produzione di bottiglie. Se avete la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con il mitico ingegner Renato Cecchin, proprietario di Casa Cecchin, per chi non lo sapesse, uno dei padri del Metodo Classico ottenuto da uve durella, capirete che questi numeri sono destinati a crescere ulteriormente. L’ingegnere, cartina alla mano, vi farà vedere con dovizia quali sono i terreni tra Verona e Vicenza più vocati da destinare a durella. Non precorriamo troppo i tempi però, questo è un ragionamento che merita di essere approfondito in una monografia dedicata al profeta del Durello.

44932961_10215128198672041_2901012587518885888_nIl presente parla di 366 ettari coltivati a durella sulle colline veronesi e 107 ettari su quelle vicentine. Sono 428 i viticoltori che coltivano quest’uva autoctona e, ad oggi, le aziende socie del Consorzio Tutela Vini Lessini Durello sono 32. Il presente racconta anche di una sofferta ma importante decisione, approvata all’unanimità dall’assemblea dei soci del Consorzio, di modificare i disciplinari di produzione, andando a distinguere in maniera netta il metodo italiano (Martinotti-Charmat) dal metodo classico. Con la dicitura “Lessini Durello” verrà indicato solo lo spumante prodotto in autoclave con metodo italiano, mentre la denominazione “Monti Lessini”, finora dedicata ai vini fermi, diviene solo esclusiva per lo spumante ottenuto con rifermentazione in bottiglia. Scelta intelligente, oculata e lungimirante perché permette di legare il Metodo Classico ad un territorio bene preciso, come del resto avviene per Franciacorta, Trento DOC, Oltrepò Pavese e Alta Langa, visto che è proprio nella produzione di metodo classico che la bollicina berico scaligera esprime tutta la sua classe. Certo poi ci sono le ragioni del mercato ed è lapalissiano che, al traino del Prosecco, oggi si venda con più facilità la bottiglia ottenuta con metodo Charmat.  43628307_10215128165951223_5730945179980922880_nL’auspicio/atto di coraggio è che i produttori del Consorzio non vadano a replicare, nel contenuto delle loro bottiglie, il famosissimo sparkling wine Veneto ma cerchino percorsi del tutto personali, visto che hanno la fortuna di avere tra le mani un’uva di notevole acidità come la durella che ben si presta ad essere spumantizzata con uno Charmat lungo. A titolo di esempio chiedere, anzi assaggiare, il Lessini Durello di Zambon, Cavazza e Dal Maso. Come del resto è incontrovertibile che per il Metodo Classico, pur trovando prodotti di ottima fattura tra quelli che sostano 36 mesi sui lieviti, i veri giganti di questa denominazione hanno riposato sui lieviti dai 60 agli 84 mesi, vedi la Riserva di Fongaro, il 60 e 120 mesi di Gianni Tessari, o la Riserva di Casa Cecchin, tanto per fare qualche nome. Un progetto in continua evoluzione quello degli spumanti da uve durella che si arricchirà prossimamente anche della versione Crèmant. Non è finita, nel 2019 potremo assaggiare anche il primo Metodo Classico di Federico Zambon e di Nicola Dal Maso; chi ha avuto la fortuna di degustarli in anteprima ne parla un gran bene. Monti Lessini rulez!

Il mio Durello, la parola ai produttori

Roberta Cecchin – Casa Cecchin

In quest’epoca di grande cambiamento climatico la Durella rappresenta per me una certezza, un punto fermo della nostra produzione. Il carattere minerale e la sua freschezza la rendono un’uva straordinaria capace di esprimere tutto il suo potenziale con la rifermentazione in bottiglia. Ci vogliono almeno 4 anni di cui 3 sui lieviti per ottenere un buon Metodo Classico. E il terreno vulcanico è quello che fa la differenza. Vorrei riuscire a fare apprezzare il Durello Metodo Classico agli esperti di vino, a chi è convinto che i grandi spumanti si facciano da un’altra parte.

Nicola Dal Maso – Dal Maso Società Agricola

La nostra famiglia vanta antiche radici nella zona Doc del Gambellara dove siamo nati e cresciuti con la Garganega. Quaranta anni fa è iniziata l’acquisizione di nuovi terreni sui Colli Berici, zona altamente vocata alla produzione di grandi vini rossi. Ora, Nicola Silvia ed Anna, la quarta generazione di vignaioli della nostra famiglia ha un nuovo importante progetto tutto incentrato attorno all’uva durella. Questo meraviglioso vitigno autoctono e storico delle nostre colline vulcaniche ha enormi potenzialità soprattutto se coltivato e vinificato nella versione spumante. Da 5 anni ormai siamo entrati in possesso di una tenuta nella sommità delle colline del comune di Roncà , vicino alla vetta del Monte Calvarina a circa 500 metri di altitudine. Qui abbiamo 4 meravigliosi ettari di viti durella di quasi 40 anni di età che ci danno la possibilità di ottenere un eccellente vino base che perfettamente si presta alla spumantizzazione con il metodo classico. Siamo orgogliosi di avere questa grande opportunità con questo nostro vitigno perché finalmente andremo a produrre un grande spumante da rifermentazione in bottiglia con un vitigno tutto nostro, storico ed autoctono, finalmente diverso dai tanti e blasonati “champenoise” da uve “francesi”. Questo è il primo motivo di vanto ed inoltre, cosa che a me piace sempre ricordare, questa nobile uva ci da la possibilità di raccoglierla in autunno inoltrato mantenendo ed anzi esaltando tutte le proprie caratteristiche di succosità, solidità e tipicità donandoci però ancora una meravigliosa acidità e freschezza. Quando tante uve in Agosto sono già in cantina la nostra durella è ancora a metà del suo percorso di maturazione e un mese e mezzo in più sulla pianta vuole dire molto se non quasi tutto. Dopo che la vendemmia è avvenuta, per noi la prima è stata nel 2015, la vinificazione del vino base è stata molto affascinante. Produrre una base per un vino spumante è qualcosa di molto diverso rispetto alla vinificazione di un vino “normale”. Per non parlare poi di tutto quello che è il rito della seconda fermentazione in bottiglia, del modo in cui il vino viene lasciato riposare sui propri lieviti, del processo del remuage, della sboccatura, dei continui assaggi delle bottiglie in affinamento per arrivare poi a capire la giusta formula della liquer e del dosaggio degli zuccheri. Insomma penso si capisca tutta la nostra eccitazione per questo nuovo nascituro della famiglia Dal Maso. Tutto nuovo e tutto molto stimolante. Pensare di produrre un vino bianco che ha le caratteristiche e la possibilità di invecchiare meglio e di più di un rosso è un obbiettivo davvero molto ambizioso. Inoltre la nostra azienda vuole dare una nuova impronta a quello che sarà il Metodo Classico nuovo dei Monti Lessini. Vogliamo produrre un nostro nobile spumante che si stacchi dai gusti fino ad ora conosciuti per segnare un nuovo solco che vada verso quello che è la tendenza dei grandi del mondo, con maggior freschezza e bevibilità ma nel contempo grande solidità e mineralità per dare quel tocco in più a questa meravigliosa uva per potersi confrontare con i grandi “champenoise “di tutto il mondo.

Matteo Franchetto – Gianni Tessari Wine

Produrre spumante metodo classico con l’uva Durella è un po’ come usare il cacao per fare un cioccolatino o il latte per fare un gelato. È una cosa “naturale” quasi ovvia, non servono compromessi o espedienti per ricavare la materia prima ideale. Ovviamente ogni produttore la interpreta poi alla sua maniera, noi per esempio abbiamo scelto di lasciare che questo spumante si prenda il tempo che gli serve per raggiungere l’armonia e l’equilibrio necessario. Quindi almeno 3anni, ma anche 5 o 10 sui lieviti per consentire al prodotto di esprimere le sensazioni e le emozioni che lo caratterizzano. Caratteristiche che non dimentichiamo provengono sia da un’uva che da un territorio come i Monti Lessini con caratteristiche uniche ed esclusive. Per questo dal loro matrimonio deriva un prodotto che definirei “prezioso”.

 

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44119789_10215055646378279_9109666368285835264_nSfogliando le pagine delle principali guide enoiche italiane in uscita e cercando in particolare alla voce “Vini premiati con il massimo riconoscimento” (sole, faccine, chiocciole, ecc.), dei Colli Berici non vi è quasi traccia. Solo il Gambero Rosso assegna quest’anno i celeberrimi Tre bicchieri al Colli Berici Merlot Casara Roveri 2015 dell’Azienda Agricola Dal Maso. Più frequento questo lembo di Veneto è più continuo a pensare che la critica italiana abbia qualche problema. Tempo fa pensavo fosse una questione di snobismo, oggi sono convinto che si tratti di pigrizia. Ed è un vero peccato perché nei Colli Berici, fatta salva la necessità per alcune cantine di un passaggio generazionale rivelatore, si fanno vini rossi straordinari. La così detta “pistola fumante” l’ha portata il Direttore del Consorzio Vini Colli Berici Giovanni Ponchia, organizzando, all’interno della manifestazione “Gustus 2018”, la degustazione denominata “Colli Berici tra i grandi del mondo”.

Giovanni Ponchia, Gianni Fabrizio, Nicola Frasson

Giovanni Ponchia, Gianni Fabrizio, Nicola Frasson

Un’interessante confronto alla cieca, condotto da Nicola Frasson e Gianni Fabrizio curatori della Guida Vini Gambero Rosso, tra i vini dei Colli Berici e quelli dei territori internazionali più blasonati: Napa Valley, Cile, Châteauneuf-du-pape e Toscana. Per il grandi del mondo sono scesi in campo: Châteauneuf-du-pape “La Crau Ouest” 2015 Domaine Santa Duc (prezzo medio 54 euro), Igt Toscana merlot “Messorio” 2015 Le Macchiole (prezzo medio 160 euro), Carmenère Block 27 D.O. peumo “Terrunyo” 2014 – Concha Y Toro (prezzo medio 34 euro), Cabernet Sauvignon Napa Valley “SLV” 2013 Stag’s Leaps Cellar (prezzo medio 125 euro). Per i Colli Berici: Tai Rosso “Thovara” 2015 Piovene Porto Godi (prezzo medio 27 euro), Merlot “Casara Roveri” 2015 Dal Maso (prezzo medio euro 19,90), Carmenère riserva “Oratorio di san Lorenzo” 2013 Inama (prezzo medi euro 31,80), Cabernet Sauvignon “Cicogna” 2015 Cavazza (prezzo medio 15 euro). 44126911_10215055561416155_5661239183616770048_nUn bel rischio si è preso il Giovanni perché visto il rango dei vini presentati, stando alla vulgata dominante della critica italiana, c’era il rischio che i vini dei Colli Berici ne uscissero con le ossa rotte. Non solo nulla di ciò è accaduto ma in alcuni casi la bottiglia dei Colli Berici era nettamente superiore e con una differenza di prezzo davvero importante, creando non poco imbarazzo tra i presenti. Il Consorzio con Giovanni Ponchia sta facendo un grande lavoro, presto uscirà anche un libro di approfondimento sul territorio e nonostante la strada da fare sia ancora in salita, è necessario che tutti ci credano di più, dai produttori alla stampa specializzata, perché questo territorio potrebbe davvero essere la prossima grande cosa, the next big thing per darsi un tono British, dei vini rossi italiani.

44336845_10215055649298352_5653215231225102336_nPer approfondire

Il Consorzio Tutela vini Colli Berici e Vicenza riunisce cantine, produttori e aziende vinicole del territorio. Fino al 2011 erano due le realtà presenti: il Consorzio Tutela Vini Colli Berici D.O.C. e il Consorzio Tutela Vini Vicenza D.O.C.. Ognuno autonomo nella promozione della propria denominazione. Poi la scelta di fondersi in un unico consorzio riconosciuto dal MiPAA. Un’unione importante per raccontare e valorizzare la qualità dei vini di una grande terra. Insieme per dare voce al 50% dei produttori e dei viticoltori vicentini. Un lavoro che mette in primo piano l’identità dei vini dei Colli Berici e Vicenza. I soci sono 30 aziende (27 privati e 3 cantine cooperative e rappresentano il 91,3% della produzione totale di uve a DOC Colli Berici e il 75,07% della produzione totale di uve a DOC Vicenza.

Il TAI Rosso

Il vitigno autoctono dei Colli Berici. La natura genetica è quella del Cannonau sardo, del Grenache francese e della Garnacha spagnola, ma nel vicentino ha trovato una sua specifica identità e tipicità.  Colore rosso rubino e bouquet ampio con note di ciliegia, lampone, viola e spezie. In bocca tannini delicati ed un elegante retrogusto di mandorle e rosa canina. Perfetto nel tradizionale abbinamento con la Soprèssa Vicentina D.O.P. e con il baccalà alla vicentina.

L’uva si presta ad essere vinificata sia per una versione del vino più fresca e immediata, che a una più robusta e strutturata. Proprio la valorizzazione di questa vocazione più intensa è frutto del progetto del Consorzio di tutela Colli Berici e Vicenza Tai Rosso Riserva. Il Tai Rosso che nella tradizione si è sempre consumato giovane, ha dimostrato nel tempo di affinamento finezza e eleganza. Molte aziende hanno aderito a questo progetto e dalla vendemmia 2009 Tai Rosso Riserva è stato inserito nel nuovo disciplinare di produzione.

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44044638_10215042785056754_1237459169800355840_oSe la Franciacorta, ma come altre importanti zone vinicole d’Italia, praticasse un po’ di più una sorta di utopia sostenibile, potremmo deliziare i nostri palati con bottiglie dalla classe immensa. Utopia sostenibile vorrebbe dire non essere solamente dipendenti dalle logiche di mercato ma vorrebbe anche dire essere capaci di guardare lontano, di avere la pazienza dell’attesa, per poi vendere il vino nel suo tempo migliore. Dico questo perché, grazie ad una bellissima e inusuale degustazione organizzata da Michele Bozza, proprietario delle Tenute “La Montina”, ho avuto la possibilità di assaggiare delle vere e proprie perle che purtroppo sono a vendita limitata; costituiscono infatti  la riserva di famiglia, ed è un vero peccato visto che in quelle bottiglie c’è tutta la potenza di fuoco della Franciacorta, territorio tutto sommato giovane ma dalle grandi prospettive. Prospettive che sono uscite tutte fuori grazie ad una partita a carte scoperte che Michele Bozza, coadiuvato da quell’asso della sommellerie che è Nicola Bonera,  gioca ormai da qualche tempo, ovvero presentare alla stampa specializzata vecchie annate dei suoi Franciacorta con due sboccature diverse, una fatta dopo qualche anno dalla vendemmia e una fatta nell’anno corrente.44108520_10215042782336686_2440084501267742720_o Ecco così messi a confronto un Satèn 2002 con sboccatura novembre 2005 e giugno 2018, un Satèn 2004 con sboccatura ottobre 2007 e giugno 2018, un millesimato 2002 brut con sboccatura aprile 2007 e giugno 2018, un millesimato 2004 brut con sboccatura febbraio 2008 e giugno 2018. Per una sorta di pigrizia mentale, verrebbe facile pensare che i vini con sboccatura 2018 abbiano avuto vittoria facile, invece gli esiti sono stati sorprendenti, come nel caso del Satèn 2004 con sboccatura 2007, un Franciacorta infinito per gusto e profondità che ha entusiasmato gran parte dei degustatoti e non stiamo parlando di gente di primo pelo a conferma che il tempo migliore esiste davvero. Per l’occasione Michele Bozza ha presentato anche il nuovo Franciacorta “Quor 2910” dove quor è dovuto ad un errore ortografico contenuto in una vecchia lettera d’amore ritrovata di nonno Fiore, padre dei tre fratelli Vittorio, Giancarlo e Alberto Bozza fondatori de La Montina, mentre 2910 sta ad indicare i giorni di affinamento sui lieviti. Un viaggio nel tempo, per un vino unico prodotto in sole 10.000 bottiglie.

 Un po’ di storia delle Tanute La Montina

44028276_10215042783296710_6994760489607626752_oLa cantina si trova a Monticelli Brusati, lembo estremo nord-orientale della Franciacorta, a ridosso del bosco della valle Mugnina. I fratelli Bozza, sono una delle più antiche e radicate famiglie di quella che è una delle zone vinicole italiane tra le più importanti. Vittorio, Gian Carlo e Alberto Bozza hanno con la Franciacorta un legame particolare e autentico, non sono, tanto per intenderci, la classica famiglia di ricchi industriali che ha deciso di fare affari nel mondo del vino ma veri e propri contadini. Negli anni ottanta, quando il fenomeno Franciacorta era agli albori, decisero di ridare vita ad alcune tenute che nel 1620 erano di proprietà di benedetto Montini, avo di papa Paolo VI, da cui derivò poi il toponimo de “La Montina” ma, che sul finire degli anni ‘70, versavano in grave stato di abbandono. I Bozza acquistarono la proprietà delle monache Dorotee in Contrada Baiana; 12 ettari fra bosco e vigne con cascina e convento con l’obiettivo di fare il Franciacorta. Si estirparono le vecchie viti per piantare Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco (i vitigni base del Franciacorta) e contemporaneamente si costruì la nuova cantina, completamente interrata nella collina, dove, sul modello delle Cave della Champagne, vennero scavate le gallerie di affinamento (attualmente si estendono per 7.450 m² sotterranei), la sala vinificazione, la barricaia. Ai primi terreni se ne aggiunsero altri, fino a raggiungere i 72 ettari attuali, dislocati in 7 Comuni della Franciacorta.

Oggi La Montina è un’azienda di grande spessore che non fa “solo” Franciacorta, ma è sede d’importanti iniziative artistiche e culturali; non a caso all’interno delle tenute, a Villa Baiana, è ospitato un museo di Arte Contemporanea che vanta ben 400 opere esposte a rotazione.

 

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42799939_10214944291034465_1489527493277777920_oLo sapevate che a Boardolino nel 1825, ben trent’anni prima della Classificazione di Bordeaux, i commercianti di vino ragionavano per sottozone e ne avevano individuate tre? Fu poi Giovanni Battista Perez nel 1900, nel volume “La Provincia di Verona ed i suoi vini”, ad identificarle anche geomorfologicamente.  Ma non è finita, sempre verso la fine dell’800 il Bardolino veniva servito nel Gran Hotel svizzeri al pari dei vini di Borgogna e del Beaujolais. Purtroppo però, nel corso del 900, con l’enorme afflusso di turisti verso il lago di Garda, il Bardolino diviene  vino da battaglia, senza più nessuna velleità di qualità, atto solo a placare esclusivamente la sete dei viandanti.  Basti pensare che, ancora fino al 2008, il Bardolino si vendeva a 42 centesimi al litro. Nel 2009 la svolta. Il Consorzio di Tutela affida a Angelo Peretti il progetto di risanamento con l’obiettivo di riportare il Bardolino ai fasti di un tempo. Angelo, lavorando duramente con l’aiuto dei produttori, fa il miracolo. Dapprima, dopo che era quasi scomparso dalla geografia del vino italiano, fa diventare il Chiaretto il rosato più importante e venduto d’Italia, siamo arrivati a 12 milioni di bottiglie; poi, getta le basi del progetto Bardolino Cru-Village.42819212_10214944290314447_6146618986835476480_o Sostanzialmente si è lavorato nell’ottica di mettere sul mercato un grande Bardolino, prodotto esclusivamente nelle tre sottozone La Rocca Bardolino (per la zona centrale lungo la riviera del lago) Montebaldo Bardolino (per la zona settentrionale pedemontana) e Sommacampagna Bardolino (per le colline moreniche meridionali). Le bottiglie verranno identificate da un bolino con la figura di San Zeno, patrono di Verona, e amico dei vignaioli, scrisse anche un sermone su di loro. Attualmente sono 14 le aziende, per un totale di 49 vini, che per ora hanno superato l’esame di un comitato volontario, costituito in seno al Consorzio di tutela dagli stessi produttori, che potranno fregiarsi della menzione della sottozona. Il progetto Bardolino Cru-Village  prevede che i produttori si impongano canoni più restrittivi rispetto a quelli consentiti dalla denominazione, ovvero: scelta di vigneti di almeno 7 anni, resa massima di 100 quintali/ettaro, scelta della Corvina nella massima misura consentita (80% fino ad oggi, 95% con il nuovo disciplinare), nessun appassimento, uso ragionato del legno (solo legni grandi o barrique dal secondo passaggio) ed immissione nel mercato non prima di un anno dalla vendemmia.42919051_10214944286634355_6946151432730968064_o L’attuazione del progetto Bardolino Cru-Village andrà a dimostrare, ancora con più concretezza, l’errata concezione che il Bardolino sia vino d’annata, da bersi giovane, niente di più falso. In generale parliamo di vini che hanno un potenziale di affinamento come minimo di 5 anni e prova concreta ne è stata una degustazione verticale per festeggiare il 50° anno di attività del Consorzio Bardolino. Alla prova dei fatti, il Bardolino SP 2011 di Albino Piona, il Bardolino Classico Tacchetto 2010 di Guerrieri Rizzardi o il Bardolino 2007 di Le Fraghe hanno dimostrato tutta la loro grandezza. Come la mettiamo però poi con gli assaggi che sono seguiti? Il Bardolino 1956 di Masi, assolutamente ancora bevibile e dall’acidità sferzante, il Bardolino Bertani 1968 che metterei oggi, senza alcun tipo di problema, a tavola. Temo che quel potenziale di affinamento di minimo 5 anni sia alquanto sottostimato, e quindi bentornato Bardolino!

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Settimo Pizzolato - Padiglione Italia Arsenale

Settimo Pizzolato – Padiglione Italia Arsenale

Fare vino per tutti, questa la scelta di vita di Settimo Pizzolato, proprietario dell’omonima cantina di Villorba, situata nella campagna trevigiana. Attenzione però perché quel “Per tutti” non vuol dire banalità o peggio vini di qualità scadente, ma semplicemente vuole dire applicare ricarichi civili. Magari non del tutto corretti; infatti ogni bottiglia di Settimo potrebbe costare come minimo il doppio e non ci sarebbe nulla da ridire, ma il nostro è un orgoglioso contadino d’altri tempi è cambiare questa sua filosofia di vita vorrebbe dire tradire clientela e amici che di lui si fidano da sempre. È uno modo di pensare a me molto caro perché credo nel vino come elemento di inclusione e di aggregazione, mentre, spesso, c’è la tendenza a farne feticcio ed elemento escludente, destinato solo ad una nicchia di privilegiati. Spero solo che Settimo, strada facendo, non si faccia incantare da qualche pifferaio magico che lo porti a snaturare il suo pensiero, convincendolo che solo con l’aiuto di qualche consulente di grido si possa fare il salto nel bel mondo.

Il Barbarossa Malanotte Docg

Il Barba Rossa Malanotte Docg

Questo non vuol dire che non ci debbano essere spazi di miglioramento e di crescita, anzi, ma la squadra, faticosamente costruita nel corso degli anni, c’è ed è ampiamente pronta a giocare in serie A ad alti livelli, ne sono un esempio pratico gli ottimi  Manzoni Bianco Doc Piave,  il Raboso Malanotte del Piave Docg  “Il Barbarossa”, il passito bianco “Alba Chiara”da uve Glera e Manzoni bianco e un sorprendente Metodo Classico Brut Nature da uve Chardonnay e Manzoni Bianco con prospettive davvero notevoli.  C’è poi un aspetto ulteriore che gioca a favore della credibilità e del talento di Settimo che è quello di essere stato tra i primissimi in Italia a seguire la via del biologico, la certificazione è del 1991.

Un lungo percorso di ricerca di uno stile di vita, e di lavoro, il più possibile in armonia con la natura che nel 2016 porta all’inaugurazione della nuova cantina realizzata secondo il concetto dello “Sviluppo sostenibile” da intendersi non come uno stato o una visione immutabile, ma piuttosto come un processo continuo, che richiama la necessità di coniugare le tre dimensioni fondamentali e inscindibili dello sviluppo: Ambientale, Economica e Sociale. Il progetto della nuova cantina, curato dagli architetti Michela De Poli e Adriano Marangon dello Studio Made associati di Treviso è talmente ben riuscito che è stato selezionato tra oltre 500 progetti italiani per essere presentato all’interno della 16° Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Un progetto complesso e ricercato, che ha dato vita ad una struttura estremamente contemporanea nella sua linearità.

Cantina Pizzolato - Villorba (TV)

Cantina Pizzolato – Villorba (TV)

L’edificio ha una “pelle” costituita da un rivestimento-filtro in listoni di legno posti in senso verticale, la cui ossidazione contribuirà, nel tempo, all’integrazione della struttura nel paesaggio, riprendendo le costruzioni rustiche tradizionali della campagna trevigiana. La cantina ha inoltre numerosi punti di contatto con l’esterno: alcune superfici in erba fanno da transizione tra la zona del parcheggio e l’edificio, mentre una piazzetta in legno dà continuità all’interno. Lo spazio esterno pavimentato viene usato in occasione di manifestazioni culturali (teatro, cinema). Il legno utilizzato nell’intero progetto è il faggio prodotto da ITLAS, un’altra bella realtà imprenditoriale della provincia di Treviso. Il legno, certificato Pefc, proviene solamente dalla Foresta controllata del Cansiglio attraverso un processo di selezione attuato in accordo con Veneto Agricoltura. Un prodotto locale, poiché la Foresta del Cansiglio è situata a soli venticinque chilometri dalla sede produttiva di Itlas.  Una realtà la Cantina Pizzolato che si fonde con il territorio circostante, in quel continuo dialogo tra conoscenza, rispetto e benessere che sono i principi dello stile di vita biologico, di cui Settimo è stato pioniere.

 

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By Irene Graziotto

What we discuss today is rosé. Thanks to Elizabeth Gabay MW, we dive into an extensive insight on rosé wine. Considered amongst the world main experts for the rosé wine category, Elizabeth Gabay MW has released her book on rosé wines last January. Rosé: Understanding the Pink Wine Revolution (see pink.wine for details) can be considered the most comprehensive book ever written on rosé wine. Today, she helps us understanding a little bit more of this world, which is far from being a cohesive monoblock.

Elizabeth Gabay MW

Elizabeth Gabay MW

When has the rosè trend started exacty? According to you, there has been something in particular that has set rosè wine on fire?

EG: The fashion for rosé has come and gone – after the war and in the 1950’s then back in fashion starting in the mid 1990s. The big difference for this latest fashion trend has been a bigger focus on research and development in quality through the rosé research centre in Vidauban, and in the past 10 years marketing especially using social media. 2007 seems to have been a key date with many wineries around the world suddenly starting to think of rosé wine.

Which are success factors of rosé? 

EG: Most people claim that one of the biggest reasons for success is that it is pretty and uncomplicated – anyone and of any age can appreciate the wine without great wine knowledge.

Amongst the biggest changes concerning rosè from all over the world, there has been certainly a shift towards paler rosè wines. In “The pale and uninteresting problem with rose” on Wine Searcher you have stated that  picking graes too early is leading to wines that “Many wineries – some in Provence and many elsewhere – are picking grapes too soon. It doesn’t make the wines more pale, but it does make these pale wines unpleasant to drink“. Do you think once consumers will get bored with these flavourless wines and go back to darker (more flavoured) rosè wines?

EG: I think the consumer profile will change for sure. Pale, neutral rosé drunk icy cold will always be good by the pool or on the beach, made into cocktails, served with ice. The perfect light summer wine. The problem also with these lighter wines is they fail to do well in competitions – and in a market where medals and points are important these wines will fail to capture the serious market, and yes, get left behind.
Another important shift has been the one from sweet rosè wines towards dry ones. Do you think the amount of sugar is a key factor for a rosè? 

EG: As with all wine styles, sweeter wines are looked down upon – maybe because with drink driving, we now rarely allow ourselves the opportunity to enjoy sweeter wines during a meal? It is not the sugar that is important but the sugar: acid balance in rosé. Fine rosés from Anjou can be as beautiful as many classy sweet white wines, and beautiful with fruit, tomatoes, cheese, hams…. Because they have wonderful acidity.

What other big changes, if any, have shaped the rosè world in the last 10 years?
EG: The financial success of Provence rosé cannot be underestimated. It gave rosé producers the confidence to think that rosé could maybe more than a wine for two months a year. It encouraged people like Sacha Lichine to announce he was making the most expensive rosé in the world at 80 euros a bottle – and sell out every year. This success led to winemakers experimenting with oak and amphora, in their winemaking. In many way this is nothing extraordinary, but for many producers, just ‘thinking’ they could make more serious rosé if they wanted to was a big mental leap.

Rosè wine is without any doubt, the most instagrammed type of wine, always surrounded by pools, sea, party moments, etc. People buy rosè because it is a rosè, more than for the fact it comes from one region of the world or another. Would you agree?

EG: Yes – but I also think this emphasis on the Instagram rosé is showing a divide in the world of rosé – the beach rosé and the serious rosé. The big problem is whether the Instagram image makes it difficult for serious rosé to become appreciated.

Single-Vineyard Rosés in Napa and Sonoma are Bringing Focus to Terroir” was the title of an article on Wine Enthusiast published last Autumn. Do you think we will ever get to a terroir-driven production/communication also for rosè wines, maybe from cru?

EG: Definitely and this is already starting. Provence has highlighted four different soils – limestone, schist, volcanic and mixed gravel and these are showing very interesting diversity. Beaujolais rosé on granite soils, Sicily on Volcanic etc. Many producers are still thinking ‘neutral rosé’ but it is fast growing trend. Also altitude.

Italian rosè: there is not much talk about them. Is there any particular reason?

EG: Lack of confidence? Cheap bulk rosé or Pinot Grigio has been seen as the money spinner, and high quality rosés are still a secret for a small number of people. However, a long history and traditions and some amazingly diverse styles suggest that this is about to change. As long as quality and diversity are strongly protected.

Were you an Italian rosè producer, where would you export your wine to? Which is to say, which markets are particularly attracted by rosè?

EG: America especially the east coast is a big rosé market and there is an enormous growth in curiosity in wine. But, the market is quite saturated, and many producers say it can only take small quantities. Australia is a massively growing and interested rosé market – possibly the fastest growing right now. Scandinavia is also a good market – but again, with the monopolies, limited range. And central Europe. It is easy to forget, but Central Europe is a fast growing market too

Could you name 5 iconic rosè?

EG: Bodegas Lopez de Heredia Tondonia in Rioja; Garrus from Chateau d’Esclans in Provence ; Domaine Tempier in Bandol; Olivier Horiot, Rosé de Riceys; Pink Champagne.

And 5 lesser known rosè that deserve to become iconic?

EG: Impossible to say – regions to look out for Oregon (Pinot Noir rosés); volcanic roses from Sicily and the Azores; Greece – lovely indigenous varieties with good acidity and ripe fruit; Austria – fruit and acidity and some serious winemaking going on; California – varietal character, terroir character, interesting varieties and blends and a curiosity to try new styles.

Any forecasts on how the rosè world will change in the next 10 years? Are there already some minor changes moving forward?  

EG: Winemakers are learning how to make the most of the rosé style and going one step further.

Interesting varieties – many indigenous varieties were forgotten because they did not produce big red wines – but many are perfect for rosé. Others produce bug course tannic alcoholic reds – harvested a little earlier and they produce good rosé. Petit Verdot does not make the finest of reds – but is gorgeous and fruity as a rosé. Terroir. Limestone can give broader creamy acidity, volcanic soils more minerality, altitude gives acidity and ripeness of fruit. Greater recognition of historic traditions and appreciation of regional styles. Tavel, Cerasuolo, Clairet – all have a tradition of darker, fruitier rosés. This tradition is in danger of being lost as many producers feel the wines have to be pale to sell. Will the trend to like darker rosés succeed? Still a question mark – but I think maybe yes. Experimenting with winemaking – fermenting and/or ageing in oak – this is difficult because oak can dominate the wine. Use of amphora or cement – gives lovely weight and texture; Extra skin contact, especially if with some white varieties and blended in – again gives good weight without changing the essential rosé style. Biggest trend – discovering rosés can age. You do not have to drink them within the first year or two.

Elizabeth Gabay MW – Biography

Originally from the UK, and now based in south-eastern France, I passed the Master of Wine exams in 1998. I started working with wine in the mid-1980s, representing vineyards and selling their wines in the UK, specialising in the wines of south eastern France, before the rosés of Provence became the success story of today. Since then, my work has extended to freelance consultancy and education which includes conducting masterclasses at trade shows, for press and to promote regional wine bodies such as Anjou, Provence, Szekszárd in Hungary etc. I also write about wine. My focus is on the wines of the Mediterranean and Central Europe, regions with a plethora of indigenous varieties and unique styles. This involves frequent travels across southern France, northern Italy, the Balkans and Hungary and Central Europe, which have led to me greatly appreciating their wines. I have also been able to observe the evolution of rosé through the rosés of Languedoc and Provence, the chiaretti and cerasuoli of Italy and the schillers of central Europe – a great wealth of diversity. Research, articles and lectures have culminated in the publication of my book Rosé: Understanding the Pink Wine Revolution (in January 2018) see pink.wine for details, the most comprehensive book ever written on rosé wine. With rosé wine such a fast-moving and dynamic area, the reseach and discovery is never ending… Watch this space for the next big rosé project!

Versione in italiano dell’articolo a questo link

https://aleanewscafe.com/2018/07/18/la-vita-in-rosa/

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Nuova generazione Parovel

Nuova generazione Parovel

Poco prima di arrivare a Bagnoli della Rosandra si passa davanti alla ex “Grandi Motori Trieste”, la fabbrica di motori per navi più grande d’Europa. 530.000 m² di stabilimento, un gigante di cemento impressionante. Sembra che l’antico luogo natio della principessa Rosandra sia stato inghiottito da quell’orrida architettura industriale, rovinando per sempre quel lembo di Carso così ricco di suggestione. Inevitabilmente sale un po’ di sconforto ma è questione di un attimo perché ti basta pensare che a pochi chilometri di distanza ti aspetta la famiglia Parovel e subito l’animo si rasserena.

Una famiglia di grande cultura vinicola e olearia quella dei Parovel, addirittura tra i pionieri dell’attività agrituristica.  Nel 1898 Pietro Parovel  iniziò la sua attività assieme alla moglie Ana e i loro sei figli partendo dal piccolo borgo di Caresana Mačkolje, frazione del comune di San Dorligo della Valle, in provincia di Trieste; a Caresana, tutt’ora il cuore pulsante della famiglia, iniziò anche la loro attività di ospitalità nella tipica “Osmiza”. Sarà poi Zoran Parovel, assieme alla moglie Cvetka, negli anni settanta del secolo scorso, a gettare le basi per la creazione dell’attuale azienda che oggi vanta una storia lunga 120 anni. Infine toccherà ai fratelli Elena ed Euro, figli di Zoran e Cvetka, completare l’opera, facendo in modo che il nome Parovel venga riconosciuto nel mondo non solo per il vino ma anche per la produzione dell’olio Tergeste D.O.P.

La casa della famiglia Parovel a Caresana

La casa della famiglia Parovel a Caresana

Elena, bellezza e brio tutto carsolino, si occupa dell’area commerciale e delle relazioni esterne, mentre Euro, tipo davvero unico (conoscerlo di persona vale il viaggio) è l’enologo di casa. Vitovska e Terrano sono i figli naturali di queste terre, ma la famiglia Parovel ha una predilezione particolare per la Malvasia Istriana, amore che parte da lontano e che ha trovato terreno fertile nella passione di papà Zoran, per questo vitigno, quando ancora non era di moda.
Zoran ha avuto anche il merito e l’intuito commerciale, assieme a  Danilo Lupinc viticoltore di Prepotto, di essere fra il primo a commercializzare i vini in bottiglia sul Carso e a Trieste, puntando su un’enologia che garantisse la pulizia e la qualità, utilizzando per le fermentazioni cemento e poi acciaio. La famiglia Parovel, con lo spirito di innovazione che l’ha sempre contraddistinta, ha fondato anche il primo frantoio privato in provincia di Trieste nella vicina zona artigianale di Dolina, ora sede di tutta la loro produzione olivicola.

L’azienda Parovel, è anche molta attenta alla promozione culturale: spesso in cantina, oltre alle degustazioni e alle cene a tema, si organizzano spettacoli teatrali, concerti, mostre d’arte.  Trovo sempre molto affascinante e rasserenante questo connubio tra arte e vino, questo amore smisurato per la terra e per i suoi frutti, questo amore per un mondo rurale ancora possibile.

36188451_10214270865679252_1043267867098742784_nDue parole sui vini Parovel

Vitovska, Terrano, Refosco o l’uvaggio di Malvasia istriana e Glera sono sempre un gran bel bere, ma sono due i vini di Parovel che annovero tra i miei bianchi del cuore, la Malvasia Poje Barde e il Matos Nonet Barde. Per la Malvasia, ho avuto il privilegio di assaggiare l’annata 2015 sorseggiandola con i piedi a mollo dentro il torrente Rosandra. Un assaggio indimenticabile per una Malvasia unica che nella Val Rosandra acquisisce particolari note fumè e saline che la  rendono immediatamente riconoscibile. E poi c’è il Matos Nonet Barde, attualmente disponibile nell’annata 2013, uvaggio da vitigni Malvasia Istriana (60%), Sauvignon (30%), Semillon (10%). Questo vino originariamente si chiamava solo Matos, perché voleva essere un vino un po’ particolare, un po’ matto. L’idea in realtà, richiamava un modello di lavoro antico, legato alle tradizioni e alla cultura del vino che si faceva da queste parti. Diventò poi Matos  Nonet perché alla presentazione della prima annata suonò all’evento il “nonetto” del paese in cui ha origine la famiglia Parovel. La festa riuscì benissimo e la musica fu talmente piacevole che si decise di legare il nome del vino a quel gruppo di musicisti  del paese. La macerazione sulle bucce qui è davvero usata da Euro con sapiente maestria, tanto da allontanarlo dagli stereotipi del genere; completa l’opera quel 10% di uva Semillon, attaccata da muffe nobili come la Botrytis Cinerea, in grado regalare uno dei vini più intensi e romantici che arrivano dall’area giuliana.

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33814850_10214087679779719_2309663348263747584_nEnjoy Collio 2018 è stata la seconda edizione di quella che potremmo definire a tutti gli effetti l’anteprima della nuova annata dei vini del Collio; manifestazione che di fatto va ad affiancarsi a tutte le grandi anteprime italiane, in calendario dal mese di gennaio in poi, che accompagnano i giornalisti di tutto il mondo alla scoperta dei nuovi vini del Belpaese introdotti nel mercato. È stato un passaggio davvero importante quello fatto dal Consorzio Collio lo scorso anno che ha consentito di rimettere in circolo aria nuova in una delicata fase di rilancio. Atto coraggioso e anche rischioso ma, di sicuro, premiante, come confermano i dati sulla partecipazione di eno – appassionati e turisti alle degustazioni, alle visite cantina e in generale a tutti gli appuntamenti previsti dal ricco programma di Enjoy Collio Experience 2018.

Tirando le somme di questa seconda edizione emergono con forza due certezze: la qualità assoluta dei Collio Bianco e la longevità come valore fondante per la storia presente e ovviamente futura del Collio. Per la DOCG Collio Bianco si deve fare presto, lo reclama l’elevato livello dei 23 campioni degustati alla cieca che sta a dimostrare come la strada intrapresa lo scorso anno, per l’approvazione del nuovo disciplinare, sia quella giusta e davvero spiace, e preoccupa, constatare che, durante le giornate dedicate alla stampa, ci sia stata meno enfasi ed entusiasmo su questo aspetto. L’idea del Collio Bianco Gran selezione DOCG realizzato con gli autoctoni friulano (dal 40% al 70%) – ribolla gialla (max 30%) e malvasia (max 30%), da mettere in vendita dopo almeno 24 mesi d’invecchiamento, unita alla riconoscibilità della “Bottiglia Collio”, pensata qualche anno fa da Edi Keber, sono un’idea vincente per riposizionare il Collio tra i grandi terroir del mondo; posto che il Collio merita, non solo per qualità ma anche per tradizione, innovazione e pionierismo: non dimentichiamoci che da qui è partita la rivoluzione  che ha cambiato il corso della storia dei vini bianchi italiani.

34111287_10214100496060118_6729458160710451200_nLa seconda certezza è la longevità. È indubbio, che i bianchi del Collio hanno un potenziale d’invecchiamento straordinario, anzi è uno dei veri e propri punti di forza della denominazione; ciò che a 8/9 mesi dalla vendemmia appare in cerca di identità, dopo 5,6,7 anni spesso diventa sublime; non solo, si possono assaggiare vini con 20/30 anni sulle spalle che continuano ad avere freschezza, eleganza e complessità. Perché allora non puntare, anche in una logica commerciale, su questi tesori seguendo l’esempio della cantina di Terlano? Sarebbe un ulteriore elemento distintivo per il Collio e qui questa cosa si può fare più che in molti altri posti del mondo.

 I migliori assaggi (alla cieca) di Enjoy Collio 2018

 Gli autoctoni

Ribolla

Trovo che la ribolla si esprima ottimamente in uvaggio, in purezza mi impressiona meno. Discorso a parte per Oslavia ovviamente, dove la macerazione apre scenari particolari e unici. Tra gli assaggi migliori: Ascevi Luwa Ribolla Gialla Doc Collio 2017, Primosic –  Ribolla Gialla di Oslavia Riserva Doc Collio 2013 e Ribolla Gialla di Oslavia Riserva 2009.

Friulano

Vitigno che amo tantissimo. Le vecchie vigne regalano bianchi di autentica poesia, tra i più grandi in Italia e non solo; motore indispensabile per Il Collio Bianco al quale dona spessore e prospettiva. Nell’edizione 2018 di Enjoy Collio Experience livelli davvero altissimi per il friulano, ed è davvero un grande piacere. Volendo proprio fare qualche nome tra i 39 campioni assaggiati cito: Borgo Conventi Friulano Doc Collio 2017, Humar Friulano Doc Collio 2017, Castello di Spessa Friulano Doc Collio 2017, La Rajade Friulano Doc Collio 2017, Blazic Friulano Doc Collio 2017, Venica Friulano Ronco delle Cime Doc Collio 2017, Polencic Isidoro Friulano Doc Collio 2017, Fantinel Friulano Doc Collio 2016. Si tratta però di un esercizio di stile perché i campioni, tranne forse solo un paio, erano davvero notevoli.

33941552_10214100593302549_5974476070546571264_nMalvasia

Anche per la malvasia belle notizie, certo 9 vini assaggiati non sono una grande campionatura però quello che ho degustato era davvero notevole, su tutti: Terre del Faet Malvasia Doc Collio 2017, Pascolo Malvasia Doc Collio 2017, Fiegl Malvasia Doc Collio 2017, Casa delle Rose Malvasia Doc Collio 2017.

 Collio Bianco

Fuoriclasse assoluto, che si esprime dopo qualche anno in bottiglia, splendidi gli assaggi di: Collavini Collio Bianco Broy 2016, Skok Collio Bianco Pe-Ar 2016, Fantinel Collio Bianco Frontiere 2015, Gradis’ciutta Collio Bianco Bràtinis 2015, Russiz Superiore Collio Bianco Col Disore 2015, Marco Felluga Collio Bianco Molamatta 2014, Tercic Collio Bianco Planta 2013 e il Collio Bianco vecchie Vigne 2004 di Roncus. Alle porte dell’Olimpo il Collio Bianco Riserva 2009 di Gradis’ciutta.

 Internazionali

 Pinot Bianco

Non capirò mai perché in Collio non si punti di più sul pinot bianco in purezza, si vincerebbe facile. Solo 8 campioni in assaggio tutti di livello assoluto ma se devo fare 3 nomi dico: Casa delle Rose Pinot Bianco Doc Collio 2017, Castello di Spessa Pinot Bianco Santarosa Doc Collio 2017, Venica Pinot Bianco Tàlis Doc Collio 2017. Poi c’è un fuoriquota che si chiama Russiz Superiore Pinot Bianco Riserva Doc Collio 2015, parkerianamente ampiamente oltre i 90 punti.

Chardonnay

Pochi campioni diamine, 6 in tutto e notevoli, indimenticabile Komjanc Alessio Chardonnay Doc Collio 2016.

Sauvignon

I campioni in questo caso erano 23. Risultati controversi: per una batteria ho gridato al miracolo, annata 2017 strepitosa, sauvignon eleganti e misurati, privi di barocchismi, poi sono ritornato sulla terra, comunque parliamo sempre di una qualità complessiva di ottimo livello. Su tutti: Subida di Monte Sauvignon Doc Collio 2017, Pascolo Sauvignon Doc Collio 2017, Komjanc Alessio Sauvignon Doc Collio 2017, Ronchirò Sauvignon Doc Collio 2017, Castello di Spessa Sauvignon Doc Collio 2017, Russiz Superiore Sauvignon Riserva Doc Collio 2013.

Pinot Grigio

Nel Collio si sta puntando molto sul pinot grigio cercando di smarcarsi il più possibile dall’offerta medio bassa che spesso affligge il mercato, l’idea (vincente), nel nuovo disciplinare, è quella di puntare sul Pinot Grigio Superiore DOCG, basse rese e tempi lunghi di affinamento; speriamo la cosa arrivi in porto. Per il momento si cresce pian piano, annata 2017 sicuramente interessante, su tutti: Borgo Conventi Pinot Grigio Doc Collio 2017 e Marco Felluga Pinot Grigio Mongris Doc Collio 2017.

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33866565_10214088492680041_4150139572849737728_oNon so chi sia stato il primo a parlare di vino come prodotto culturale, ma trovo sia una definizione autentica, che né rispecchia a pieno identità e reale natura, che è poi quella di raccontare, attraverso un liquido contenuto in una bottiglia, una terra, gli uomini che la abitano e le loro tradizioni. In questo senso l’Italia ha un patrimonio divulgativo inestimabile. Prendiamo per esempio l’Abruzzo, regione spesso dimentica, eppure terra di produttori straordinari: Valentini, Masciarelli, Pepe, giusto per fare qualche nome. Basterebbe questo ad annoverare il patrimonio vitivinicolo di questa regione del centro/sud Italia tra i più interessanti al mondo, ma poi arrivano il piccolo comune di Tollo e la sua DOP Tullum a sparigliare le carte. Parliamo di un abitato di circa 4.000 persone che insiste su 14,96 km quadrati e dista 10 km dall’Adriatico e 25 Km dalla Maiella, tanto che nel mese di maggio capita di stare in mare con i piedi in acqua mentre con lo sguardo puoi ancora vedere le vette innevate del Massiccio.   Proprio per questo motivo, grazie alle notevoli escursioni termiche tra il giorno e la notte, il territorio della Dop Tullum presenta peculiarità diverse dalle altre aree d’Abruzzo. A beneficiarne le uve di Montepulciano, Pecorino e Passerina, anche se, tra tutte, è proprio il Pecorino che qui trova una vocazione davvero unica.

La Dop Terre Tollesi o Tullum è stata riconosciuta con D.M. nel corso dell’anno 2009 e nel 2014 il Consorzio di Tutela Dop Terre Tollesi o Tullum è stato autorizzato ad esercitare il controllo erga omnes. A caratterizzare la Dop la rigidità dei parametri produttivi, tanto che per la prima volta in Abruzzo, sulla base dello studio di zonazione compiuto dal prof. Attilio Scienza, è stato introdotto nel disciplinare il concetto di cru, individuando nei singoli fogli di mappa i vigneti autorizzati all’impianto delle specifiche varietà. Le tipologie attualmente prodotte sono: Rosso Riserva, Rosso, Pecorino, Pecorino Bio, Passerina, Chardonnay Spumante e Passito Rosso.

33899144_10214088490239980_5552966910670274560_oUn po’ di storia

La coltivazione della vite e il consumo dell’uva e del vino a Tollo risalgono all’epoca romana, come dimostrano il rinvenimento di una dolia da vino e da olio e celle vinarie, ma anche di resti di una Villa romana dove la viticoltura aveva un ruolo centrale. La specializzazione viticola si mantiene nei secoli e le dominazioni che si susseguirono a Tollo ne mantennero la specificità, dai Longobardi ai Normanni no al Regno di Napoli. In età medievale, nelle decime degli anni 1308, 1323 e 1325 Tullo o Tullum appare citato, in modo profetico, fra le località che devono prestazioni di “Laboratores seu vinarum” alla Diocesi Teatina. Alle soglie dell’età moderna, nel 1776, nel Regno di Napoli il vino di Tollo era già famoso tanto da essere celebrato nei componimenti poetici del frate Bernardo Maria Valera pubblicati nel 1835, il quale definisce la zona di Tollo come: “Piccola terra nell’Abruzzo Citeriore, e non molto lontana dal mare Adriatico, di amena situazione, e celebre pel suo vino rosso, (rubino) volgarmente detto Lacrima”. Dopo tanti secoli di crescita, nel corso della seconda guerra mondiale, Tollo fu letteralmente rasa al suolo, unico paese in Abruzzo, in quanto il fronte, a partire dal novembre 1943, corse lungo il confine con il territorio di Ortona. Insieme al centro storico andarono distrutte le aziende agricole ed i vigneti. I coltivatori tollesi non si persero però d’animo e, nell’immediato dopoguerra, ripresero la coltivazione della vite. Le dolci colline tornarono a ricamarsi di vigneti. Grazie alla vite, Tollo fu uno dei pochissimi paesi abruzzesi a non essere stato interessato, se non marginalmente, dal fenomeno dell’emigrazione. Iniziò così il rinascimento della viticoltura a Tollo, cammino che fa segnare una tappa cruciale con l’istituzione della DOP Tullum. Oggi Tollo conta oltre 4.000 abitanti e la produzione di vino è tornata ad essere l’attività principale.

33851503_10214088504840345_1442424805985878016_oLa verticale di Pecorino Feudo Antico

Feudo Antico nasce nel 2004 con l’obiettivo di dare una nuova vita agli autoctoni Pecorino e Passerina, prima che questi due vitigni diventassero popolarissimi, addirittura di moda. Nei primi anni del 2000 erano infatti trascurati, vuoi perché necessitavano di impianti a rese limitate, vuoi perché vitigni abbastanza difficili che portano a risultati apprezzabili con grande fatica.  Per i primi reimpianti di Pecorino, viene individuata una piccola tenuta in località San Pietro ed è proprio durante i lavori di preparazione del suolo che vengono alla luce i resti della fondamenta di una Villa romana, di una dolia in terracotta per la conservazione del vino e di una cella vinaria. Un segnale dal passato inconfutabile e un legame indissolubile con gli antenati che stava ad indicare la strada da percorrere non solo per Feudo Antico ma per tutti i viticoltori di Tollo e che ha portato alla nascita della più piccola Dop d’Italia, la Dop Tullum.

Le uve che danno origine al Pecorino Tullum Dop di Feudo Antico provengono dai vigneti che fanno parte del foglio di mappa n.1 e n.3 di località San Pietro e n.11 di località Colle di Tollo. Il sistema di allevamento è la Pergola abruzzese mentre la vinificazione avviene mediante macerazione a freddo delle bucce e fermentazione in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata; affinamento sui lieviti in vasche di vetrocemento per 6 mesi. Il Pecorino, nel comprensorio di Tollo sa esprimersi in maniera incantevole, soprattutto se abbiamo la pazienza e l’intelligenza di dimenticarlo in bottiglia per qualche anno, come ha confermato la verticale di 7 annate svoltasi il 28 maggio presso l’Enomuseo di Tollo. Partendo da un 2016 scalpitante si è arrivati alla 2008, la prima annata in cui è stato prodotto il Pecorino Tullum Dop di Feudo Antico, che forse tra tutte le annate in degustazione è quella che più ha mostrato i segni del tempo. Nel mezzo, la concretezza delle annate 2014 e 2013, il fascino delle annate 2012 e 2011, per arrivare a uno strepitoso 2010.

33624387_10214076007367916_2059859468983730176_nLa storia dei Trabocchi, di Villa Maiella e del mangiare divinamente

In Abruzzo si mangia divinamente, non è un caso che uno dei cuochi più interessanti di sempre, il tristellato Niko Romito, sia abruzzese fino al midollo.  Dietro o forse meglio affianco a Niko Romito un bel movimento di ristoratori prodigiosi, come ad esempio la famiglia Tinari. Il loro ristorante, Villa Maiella, si trova a Guardiagrele in provincia di Chieti ed è uno dei ristoranti di culto di tutto il centro/sud. La cucina è gestita da Arcangelo Tinari, mentre in sala c’è il fratello Pascal, mamma Angela e papà Peppino affiancano, supervisionano e si divertono, affiancati da nonna Ginetta: quando si dice la rappresentazione emblematica della conduzione familiare. La sfoglia grezza al ragù di cinghiale e consommè al caffè e il lardo spalmabile servito con lo zafferano, che sembra butto ma burro non è, valgono il viaggio da qualunque punto d’Italia voi partiate.

Per approfondimenti obbligatori potete digitare http://www.villamaiella.it/

Per la cucina di mare, non si può prescindere da una sosta ad un Trabocco. I Trabocchi, a guardarli bene, sono infernali macchine da pesca che sembrano uscite direttamente da Waterworld , apocalittico film di fantascienza, in parte sottovalutato, del 1995. Eppure hanno una storia antichissima, pare risalgano all’VIII secolo d.C. Dopo un periodo di oblio, grazie ad una legge emanata dalla Regione Abruzzo nel 1994, sono stati recuperati e in alcuni casi diventati di ristoranti di pesce di ottimo livello, come il Trabocco Pesce Palombo nel territorio di Fossacesia in Contrada la Penna località la “Fuggitelle”, di proprietà della famiglia Verì.

Per indispensabili approfondimenti potete digitare http://www.costadeitrabocchi.net/ e http://traboccopescepalombo.it/

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31542724_10213938859659309_1880050362488979456_nIl tempo, l’ora e la nosiola sono i tre ingredienti indispensabili per ottenere il “passito dei passiti”, ovvero il Vino Santo Trentino. Il tempo perché, anche se il periodo minimo fissato dal disciplinare per l’imbottigliamento è di 4 anni, i produttori preferiscono aspettare molto di più, arrivando fino ad un decennio. L’Ora è il vento che dal lago di Garda soffia da sud verso nord entrando prepotente dalle finestre dei locali dove le uve sono messe a dimora sui graticci per l’appassimento. Poi c’è la nosiola, un’uva autoctona trentina della Valle dei Laghi mai amata e valorizzata per quel che invece meriterebbe. Questi i tre elementi per realizzare la pozione magica che mi piace immaginare sia stata creata, secoli fa, nel Castello di Toblino da qualche alchimista e che fosse il vino con cui si inebriavano nei loro incontri d’amore, sempre al Castello, il principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo e la bella Claudia Particella. Madruzzo era l’ultimo principe dell’omonima dinastia che per 120 aveva governato la diocesi di Trento, Claudia Particella era la sua giovane amante dalla quale il prelato aveva avuto anche dei figli, ma la storia finì in dramma come si può facilmente immaginare. Lasciando da parte miti e leggende, si sa per certo che le prime testimonianze storiche riguardanti il Vino Santo Trentino risalgono al 1648 e sono contenute nelle “Cronache di Trento” dove l’autore, tal Pincio Giano Pirro, elogia l’insuperabile Vino santo prodotto sui Colli di Santa Massenza.31958347_10213938869419553_1383762755382673408_n Nonostante questa nota di 400 anni fa, le prime bottiglie destinate alla vendita furono quelle messe in commercio dalla cantina Angelini Giannotti agli inizi del 1800. Seguirono, nel 1822, le bottiglie di Vino Santo dei Conti Wolkenstein  che dimoravano a Castel Toblino. Fu proprio il cantiniere del castello, Giacomo Sommadossi a presentare per la prima volta il Vino Santo ai concorsi internazionali ottenendo successi lusinghieri. Iniziò così il mito di questo vino rarissimo che lega il proprio nome ad uno sparuto gruppo di aziende (si contano sulle dita di una mano) tra cui la Cantina di Toblino, che, lungimirante, fin dagli inizi della produzione del “passito dei passiti” avviata nel 1965, ha conservato un centinaio di bottiglie per annata. La Cantina di Toblino, magnanima, volendo condividere questo tesoro con uno gruppetto di fortunati, ha organizzato di recente una straordinaria verticale partendo dall’ultima annata in commercio, la 2003, per arrivare a quella della prima vendemmia della Cantina, il 1965. Dal mezzo secolo in archivio sono state scelte per la degustazione le annate 2003, 2000, 1990, 1984, 1978, 1971, 1965. Nessuno dei sette vini ha mostrato segni di cedimento, anzi, a conferma dell’incredibile longevità del Vino Santo, tra tutte le annate quella che più ha lasciato un solco indelebile, anche nel degustatore più insensibile, è stata proprio il 1965, di una complessità inesauribile e al tempo stesso romantico come un bicchiere di Sherry dei più grandi.

31543015_10213938849379052_2236930228884602880_nNonostante tutta questa magnificenza però il Vino Santo Trentino, non riesce a ottenere dal mercato il riconoscimento che meriterebbe. I motivi sono molteplici: troppo piccola la produzione (appena 20 mila bottiglie da mezzo litro, ad opera di un ristretto gruppo di cantine, riunite nell’Associazione Produttori del Vino Santo Trentino), troppo circoscritta la loro diffusione. La Cantina di Toblino però non demorde, anche perché ritiene che questo prezioso nettare possa essere davvero l’emblema di un territorio visitato ogni anno da un elevatissimo numero di enoturisti (e non). Il progetto che mira a ottenere la DOCG potrebbe essere un passo importante in tal senso. Tuttavia, per attirare l’attenzione, senza mancare di rispetto a nessuno, potrebbe essere interessante smuovere le acque, un po’ stagnanti, dell’abbinamento cibo-vino che relegano il Vino Santo Trentino alla consuetudine dei formaggi erborinati, del foie Gras e della pasticceria secca quando va bene, altrimenti si resta imprigionati nella monotona consuetudine del vino da meditazione. Si può osare invece. Prendendo spunto, ad esempio, da quello che sta facendo Francesco Intorcia (Heritage) con i suoi Marsala, abbinati al gelato salato del mago Stefano Guizzetti (Ciacco Lab).A prima vista ci si muove su piani destabilizzanti ma poi le armonie che si creano nell’abbinamento del Marsala con il gelato di ricotta di pecora con bottarga e olio; al gelato di burro e alici sui crostini, oppure al gelato al gusto di brasato su un letto di polenta, ci fanno dimenticare la noia e godere all’inverosimile.

31947655_10213938868099520_3300198599039647744_nCome si ottiene il Vino Santo Trentino

I grappoli esclusivamente spargoli di nosiola, raccolti a mano vengono messi a riposo nei fruttai, distesi sui tradizionali graticci (fatti in passato col fondo in canne, oggi con reti metalliche dalle maglie più o meno fitte) fino ai primi giorni di marzo: un periodo di appassimento che è forse il più lungo a cui venga sottoposta un’uva, durante il quale il peso dei grappoli si riduce di circa un terzo. Responsabile principale del fenomeno è una muffa nobile, la Botrytis cinerea, che in determinate condizioni di temperatura, umidità e ventilazione aggredisce gli acini favorendo l’evaporazione dell’acqua e la concentrazione degli zuccheri. Durante la Settimana Santa, da cui – probabilmente – viene il nome del vino, le uve appassite vengono spremute. Il mosto che si ottiene, dopo alcuni travasi per essere ripulito, viene poi lasciato decantare. La fermentazione avviene in botti di legno (per lo più di rovere) non nuove, durante la quale si verifica anche un lento processo di illimpidimento che accompagna il lungo invecchiamento del vino. Il tipo di botti, la composizione dei mosti, la resa dei lieviti sono tutti fattori che possono incidere sul risultato finale. L’imbottigliamento avviene dopo quattro anni dalla vendemmia (periodo minimo fissato dal disciplinare) ma la maggior parte dei produttori aspetta molto di più, dai 7 ai 10 anni.

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