Feed on
Posts
Comments

71837143_10217568234391409_1421412485944049664_oNon ho mai calcolato con precisione la distanza che separa la cantina di Dario Princic da quella de Il Carpino di Franco Sosol: rispettivamente il primo e l’ultimo produttore che puoi incontrare percorrendo la strada della ribolla gialla di Oslavia. Dovrebbero essere all’incirca 4 chilometri. Nel mezzo di questo breve tragitto a salire, oltre a loro, incontri Primosic, Fiegl, Radikon, La Castellada. Si, c’è anche Josko Gravner ma quella è un’altra storia. Oslavia (Oslavje in sloveno) è un borgo sospeso nel tempo, un tempo antico, abitato da contadini, dove, antropologicamente, è possibile ritrovare le nostre origini. Non c’è una chiesa e nemmeno una piazza a Oslavia, ci sono però 57.000 anime cadute nella Grande Guerra, custodite nell’Ossario, monumento dedicato alla follia umana ma al tempo stesso straordinario luogo laico di meditazione e di inno alla vita.

71546900_10217568236111452_1549771607969366016_oOslavia è anche un non luogo, polverizzato dalla ferocia della Prima Guerra Mondiale che qui cancellò tutto, annichilendo secoli di memoria e salvando dalla devastazione solo la ribolla gialla. Mi dà sollievo pensare, che in questa terra martoriata dalla violenza degli scontri bellici, abbia un senso profondo, a livello simbolico, quello che per la teologia cattolica è la transustanziazione, il sangue che diventa vino. Suggestioni, certo, ma che aiutano a dare un significato a qualcosa di sconvolgente. Basti pensare che la reporter di guerra, l’austriaca Alice Schalek scrisse: “Che un monte possa morire lo si vede da qui, non senza emozione. La guerra uccide uomini già da due anni, a questo ci siamo abituati, ma l’assassinio dei monti è qualcosa cosa di mostruoso che i nervi riescono a malapena a sopportare. Tutti conoscono il dosso di Oslavia, la montagna morta…”

71848700_10217568257311982_92945991388364800_oMa c’è ancora qualcosa che a Oslavia trova senso, forse più che in ogni altro posto, ed è la macerazione dell’uva ribolla sulle proprie bucce. Se n’è parlato molto in questi ultimi anni di Orange Wine, c’è chi vinifica per tradizione, passione e senso di appartenenza, altri perché va di moda e, in quest’ultimo caso, con il rischio di ottenere vini anonimi e senza personalità, piatti nei profumi e al gusto. Se vogliamo trovare un luogo che renda straordinariamente unico un vitigno duttile come la ribolla gialla, che per quanto mi riguarda nella vinificazione in bianco tradizionale non trovo particolarmente espressivo, questo posto è Oslavia, e solo Oslavia. Qui, con la macerazione, succede qualcosa di unico e irripetibile altrove, dando senso compiuto al concetto di terroir.

 “Credo non ci sia richiamo identitario più forte per noi: la ribolla gialla è qualcosa che c’è sempre stato, c’era prima e c’è ancora adesso, un punto fermo al quale non possiamo rinunciare, un filo conduttore della nostra storia e della nostra tradizione. Ognuno di noi si confronta con quest’uva attraverso modalità del tutto personali, ma la ribolla è intimamente presente nell’animo di chi vive e lavora sulla terra di Oslavia” – Marko Primosic

“Gli ettari di ribolla di Oslavia sono tuttora molto pochi. Ci sono altre zone che stanno puntando sul vitigno e nella parte slovena sul Collio è forse l’uva a bacca bianca più diffusa. Però il legame di Oslavia con la ribolla è sempre stato unico, strettissimo; ed è per questo che noi produttori oggi rivendichiamo questo rapporto privilegiato. Credo, però, che sia necessario instaurare una sorta di codice d’onore tra vignaioli, che si devono impegnare a piantare ribolla solo nelle posizioni vocate, dove può effettivamente dare il meglio” – Stanko Radikon

71495510_10217568258272006_7529317956128342016_o“La ribolla è il vitigno che più amo e che mi dà le maggiori soddisfazioni, perché è molto difficile da gestire, da far esprimere ad alti livelli qualitativi; ma rispecchia Oslavia e la sua gente; rispecchia gli sforzi che facciamo in vigna durante l’anno e che poi si ritrovano in bottiglia.” – Franco Sosol – Il Carpino

“Secondo me la personalità della ribolla viene svilita soprattutto dalla tecnica della pressatura soffice, che non permette di estrarne tutta la ricchezza. La ribolla è un’uva carnosa, ha polpa rigida; se la spremo non riesco ad estrarre tutto quello che c’è dentro. Trattandola con la macerazione a caldo o a freddo, come pure fa qualcuno, si ottengono risultati ben più interessanti.”Nicolò Bensa – La Castellada

“In azienda abbiamo vigneti di ribolla gialla vecchi di circa sessant’anni, posti proprio nel centro di Oslavia; li curiamo in modo diverso cercando di salvaguardarne l’esistenza, perché sono la storia vivente del luogo. Quando si tratta di ribolla c’è sempre una certa attenzione: non è un vitigno qualunque, ma fa parte della nostra anima”Robert Fiegl.

“Oslavia è il mio orgoglio. È il luogo dove sono nato, dove mi sento a casa. È anche il luogo dalla storia difficile e tragica. Dopo la Grande Guerra qui era un deserto, c’erano solo morti e desolazione; ma siamo ripartiti, abbiamo ricostruito il nostro futuro. Ed è naturale che, più una terra è segnata dai problemi, più la si apprezza e più ci si sente ad essa legati. Il rapporto tra noi produttori è, poi, un altro punto di forza del nostro territorio. C’è scambio di esperienze, c’è collaborazione e questo è importantissimo per cresce tutti insieme” – Dario Princic

Gli interventi dei produttori sono tratti dal libro “Ribolla gialla Oslavia The Book”.

Per approfondimenti http://www.ribolladioslavia.it

Tags: , , , , , , , , ,

69809394_10217314711493495_1344208975624667136_nHa fatto bene il Consorzio a rinunciare ad organizzare la consueta anteprima di maggio, per fare assaggiare i Soave d’annata con qualche mese in più in bottiglia? Certamente sì, anche se nell’assaggio complessivo alla cieca dei 22 Soave 2018 (pochi per la verità) non ho trovato particolare giovamento. Vini al momento scomposti, non particolarmente brillanti, tranne qualche notevole eccezione, che già incanta adesso di cui dirò dopo. Il trucco di tutta la faccenda però sta proprio qui: l’annata 2018 riassaggiata già l’anno prossimo, o magari tra due anni, ci regalerà bottiglie che ne guadagneranno in sostanza e complessità. Questo dovrebbe essere il leitmotiv del prossimo futuro per questo grande bianco italiano; non rincorrere ossessivamente le esigenze del mercato, ma ritagliarsi uno spazio di attesa che non debba essere necessariamente lunga. Infatti, le annate 2017 e 2016, degustate al Palazzo della Gran Guardia di Verona, sono risultate di grande impatto con alcuni Soave Superiore Docg davvero importanti. Ma questa non è l’unica nuova anticipata dal Consorzio alla stampa. Come prima cosa questa appena conclusasi dovrebbe essere l’ultima edizione di Soave Versus in questo format, quindi per il 2020 aspettiamo cambiamenti importanti.  Rimanendo però al presente, e in particolare all’annata 2019, sono state annunciate due importanti novità: la prima è l’attivazione del Piano di produzione della Doc Soave. Si tratta di una dichiarazione preventiva che indica le superfici vitate che si intendono rivendicare a DOC nella vendemmia successiva e una dichiarazione di impegno da parte dei produttori che intendono vinificare uve atte alla Doc Soave. 69804699_2998811053524819_2189702235921842176_oQuesto consentirà al Consorzio una puntuale analisi preventiva dei carichi produttivi che permetteranno scelte più oculate sia dal punto di vista produttivo che remunerativo. L’altra novità e che, a partire dall’annata 2019, si potranno indicare in etichetta le 33 Unità Geografiche Aggiuntive, e dove richiesto dal Consorzio, anche della menzione Vigna. La Regione Veneto ha infatti demandato al Consorzio la gestione dell’elenco delle vigne, una ulteriore opportunità per i produttori di valorizzare ancora di più la propria identità territoriale. La mia amica Maria Grazia Melegari, profonda conoscitrice del Soave, parla di vera e propria svolta e io le credo ciecamente.

Gli assaggi

Dei 55 campioni assaggiati alla cieca (22 del 2018, 26 del 2017, 6 del 2016 e uno del 2014.), non moltissimi in verità per farsi un’idea precisa, ne ho scelti 10:

  • Filippi Soave Doc Castelcerino 2018 (mi ha fatto saltare letteralmente sulla sedia)
  • Cantina di Monteforte Soave Superiore DOCG Classico “Castellaro” 2017
  • Corte Mainente Soave Doc Classico “Vigne del Tenda” 2017
  • Corte Moschina Soave Superiore DOCG “I Tarai” 2017
  • Inama Soave DOC Classico “Vigneti di Foscarino” 2017
  • Montetondo Soave Classico “Foscarin Slavinus” 2017
  • Gini Soave Doc Classico “La Froscà” 2016
  • Ballestri Valda Soave Doc Classico “Sengialta” 2016
  • Portinari Soave Doc “Albare” 2016
  • Zambon Soave DOC “Le Cervare” 2017 (un vino contraddittorio e destabilizzante, che non lascia indifferenti, e proprio per questo motivo merita attenzioni e un riassaggio tra qualche mese o magari tra un anno. Sono convinto che sarà una gran bella sorpresa)

Tags: , , , , , , , , , , ,

Gaetana Jacono

Gaetana Jacono

La musica è forse l’unico esempio di quello che avrebbe potuto essere – se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime”. Così parlò Marcel Proust. La musica come occasione di fuga dai patimenti e dalla miseria ma anche possibilità di riscatto sociale e intellettuale, come ci ha insegnato “El Sistema”, un modello didattico musicale, ideato e promosso in Venezuela da Josè Antonio Abreu, che ha visto, come protagonista per impegno e dedizione anche il grande Maestro Claudio Abbado. Tutto questo per dire che in un’epoca plumbea come quella che stiamo vivendo, ho una smisurata ammirazione per chi decide di sostenere economicamente un progetto, non immediatamente popolare come “Music Fund”, che raccoglie e invia strumenti musicali e promuove la formazioni di esperti di liuteria e riparazione di strumenti nei paesi in via di sviluppo e nelle zone di conflitto. È capitato che sfogliando le pagine del periodico di cultura musicale Amadeus mi sia imbattuto in un articolo scritto da Edoardo Tomaselli, per la rubrica “Mecenati”, dedicato a Gaetana Jacono, proprietaria della cantina siciliana Valle dell’Acate e strenua sostenitrice del progetto: non potevo non rivolgerle qualche domanda in merito. Ovviamente si è parlato anche di vino.

 Gaetana, il Progetto Music Fund, come ci è arrivata e perché ha deciso di sostenerlo.

ph milanomusica.org

ph milanomusica.org

Amo la musica, l’ascolto, appena posso, in qualsiasi momento della giornata. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che mi ha insegnato a conoscerla, a comprenderla e apprezzarla. Nella nostra casa di Vittoria mio padre conserva e arricchisce con minuzioso e implicato amore una raccolta di strumenti nella “sua” stanza della musica.  Per questo è stato naturale per me affiancare Milano Musica che da 25 anni regala a Milano, la città della mia seconda residenza, un programma che indaga con sapienza i linguaggi della musica contemporanea.  Sempre attraverso Milano Musica ho conosciuto, e subito sposato, il progetto “Music Fund” finalizzando il contributo solidale di Valle dell’Acate al trasporto degli strumenti musicali verso il Mozambico. Mi affascina il filo sottile che unisce la musica e il mare, in un intreccio di suoni e pause, silenzi. Ho anche immaginato questi strumenti che vivono la loro seconda vita, a bordo di una barca che percorre lentamente il suo viaggio attraverso luoghi e culture per arrivare lentamente, giorno dopo giorno a conquistare la meta. Questo mi rimanda al viaggio che i miei antenati facevano fare alle botticelle di vino, cariche di Frappato e Cerasuolo di Vittoria, che partivano dal porto di Scoglitti per arrivare a Marsiglia, l’origine della storia vinicola della mia famiglia Jacono. Così la bottiglia è il frutto di un progetto lento e grande, che dalla terra e dal vigneto cresce e produce l’uva che si trasforma in vino messo in bottiglia, messaggera a sua volta della storia di un luogo, in viaggio su rotte sempre diverse, lungo il quale incontra luoghi e culture e li avvicina. Il mio amore per la musica ha portato Valle dell’Acate verso Music Fund. Ora Music Fund mi riporta al mare: musica, mare, vino sono i miei grandi amori, capaci di placare il mio animo e di contrapporsi a una vita sempre in movimento. Sono i simboli della lentezza e della pazienza necessari per portare a compimento un grande progetto.

Nell’articolo comparso su “Amadeus”, autorevole periodico di cultura musicale, racconta che “Il vino contiene messaggi: è storia di luoghi e di persone. È gioia, convivialità e soprattutto condivisione. E qualcosa di simile lo ritrovo anche nella musica…”. È una definizione che mi è particolarmente cara, sia perché è il motto del mio sito, “Storie di vino, storie di persone, storie di luoghi”, sia perché il vino come elemento di condivisione e inclusione tra le persone è un mio chiodo fisso. Questo suo accostamento tra vino e musica, mi ha fatto venire in mente il lavoro che da anni viene fatto dal Festival Internazionale di Musica di Portogruaro, dove all’interno della sezione “Penombre”, che so, tra un laboratorio di Quirino Principe e uno di Giovanni Bietti, una cantina ha la possibilità di presentare e far degustare, ad un pubblico non necessariamente di conoscitori, i propri di vini. Trovo che sia un modo particolarmente interessante di approcciare al consumatore, diverso vivaddio, dai soliti banchetti presenti alle innumerevoli manifestazioni di settore, che ne pensa?

67100866_10157729846101416_9151704833869217792_nHo sempre pensato il mio vino come un progetto ampio che racchiudesse la vita stessa, la mia vita, che ho sempre desiderato piena di progetti che spaziano verso tutto ciò che di bello ed emozionante la vita può darti e che io potevo restituire   alla vita e alle generazioni che verranno, perché credo che il vero valore di un imprenditore sia ciò che lascia come messaggio a chi verrà dopo. I vini Valle dell’Acate sono e sono stati partner di musica, cibo, moda, design, senza mai allontanarsi dalla loro essenza che è la terra e il territorio da cui provengono, di cui sono espressione di identità e carattere. È ovvio a dirsi con una ricerca di qualità sempre alta, una intransigenza in questo che mi contraddistingue nel carattere. Tra questi la mia attenzione primaria va al cibo e vino come matrimonio perfetto e quindi voglio risaltare il mio progetto di accoglienza.
“The House of Pairing” nasce dalla convinzione che la tavola sia la “scena” perfetta per degustare i vini. Conosciamo tutto di un vino, siamo in grado di realizzare la ricetta di un piatto ma sono pochi a saper abbinare il giusto vino a un cibo. È a tavola, assaggiando cibi buoni e intrattenendosi in piacevoli conversazioni, che il vino rilascia tutto il suo carattere e dà prova della sua qualità. E sono queste le ragioni che mi hanno portato a inaugurare nella Casa del Gelso, nel cuore delle storiche palmento e dispensa di Valle dell’Acate, l’innovativo format “The House of Pairings”. Qui, con una buona dose di esperienza e cultura, ho immaginato, grazie al sapiente supporto di Davide Di Corato, tante proposte incentrate sull’associazione dei vini ai piatti, un modo per esaltare le straordinarie materie prime che la Sicilia ci regala identificando i giusti abbinamenti. Qui, cucinerò in prima persona i piatti che negli anni ho messo a punto per i nostri vini, e sarò affiancata da Davide nelle degustazioni verticali, mentre sarà lui a condurre i corsi veri e propri. Ad ogni modo, i nostri ospiti potranno vivere un’esperienza unica, all’insegna della tradizione, del gusto e dell’autenticità della nostra terra e dei suoi prodotti. Tre parole per sintetizzare la mia vita nel vino: euforia, futuro, qualità. E ricerca continua di un’emozione. La stessa che oggi scelgo di ricreare con questo progetto di accoglienza: una casa dal sapore della tradizione, della memoria, della famiglia. Per questo, ho deciso di valorizzare l’azienda e il territorio circostante aprendo un’attività ricettiva nel cuore della Cantina, un luogo immerso nella natura che, una volta completo, conterà fino a 10 posti. Accanto alla Dispensa e al Palmento che ospitano le degustazioni e gli eventi per gruppi di persone, ho aperto agli ospiti la prima porzione della dimora dove, in un unico corpo, si sviluppano in linea, seguendo il ritmo vitale dello svolgersi di una giornata, la cucina, la sala per la colazione, il pranzo e le degustazioni, il salotto e una camera da letto. Si realizza così il sogno di soggiornare nei vigneti del Cerasuolo, dove poter apprezzare da vicino le produzioni di un’azienda ma da dove partire per scoprire le meraviglie della provincia di Ragusa. Nei vini di Valle dell’Acate è racchiusa l’essenza della “mia” Sicilia, quella autentica, incontaminata, che desidero far conoscere a tutti: appassionati e neofiti dell’enologia, della terra, dei viaggi. Perché ogni calice porta in sé un messaggio di cultura e di storia, la propria ma anche quella di chi incontra. Ed ecco che le culture si fondono, si incontrano, e il vino attorno ad un tavolo predispone gli animi alla accoglienza e alla conoscenza reciproca. Niente può essere più bello di condividere una tavola con un buon vino in   abbinamento al suo piatto.

Gaetana, non posso esimermi dal chiederle notizie sui progetti ai quali sta lavorando, sia nel mondo del vino ma anche in altri ambiti e, ovviamente, sulla vendemmia 2019 a Vittoria.  

11695809_10154054386201416_7862395490321475751_nIl 2018 segna contemporaneamente il punto di arrivo e il punto di svolta e posso dire che il sogno che perseguo con tenacia da vent’anni prende forma manifesta. Sogno che potrei sintetizzare nel trionfo del Cerasuolo di Vittoria. Insieme a Carlo Casavecchia, l’enologo piemontese capace di far suonare al meglio le corde dei vitigni autoctoni siciliani, abbiamo finalmente, dopo 5 anni di, in cantina, presentato la prima annata di “Iri da Iri”, il Cerasuolo di Vittoria Cru Docg, espressione di una sola vigna, dell’Altopiano Bidini Soprano. Un vino che conferma la nostra convinzione, mia e di Casavecchia, che il Cerasuolo può essere un vino di lungo invecchiamento. E ancora, tutti gli 80 ettari di vigneto di proprietà di Valle dell’Acate, in mano alla famiglia Jacono da sei generazioni, sono definitivamente certificati biologici. Caratterizzati da 7 terre di diversa tipologia e struttura, si estendono tutt’attorno al vecchio “palmento e alla dispensa”, testimoni architettonici della lunga storia della mia famiglia, esperta conoscitrice e promotrice del Frappato e del Cerasuolo di Vittoria. 7 diverse terre che regalano unicità e identità ai vini, inconfondibili nella loro espressione più pura, cercata con integrità. Un’azione costante di valorizzazione del territorio, anche attraverso la scelta responsabile dell’eco-sostenibilità. Tutte le nostre scelte sono green: dalla produzione all’accoglienza nella casa del gelso (the house of pairing). Ho voluto spiegare cosa è successo nel 2018 per delinear i miei progetti futuri. La mia mission sarà quella di fare conoscer il Cerasuolo al grande pubblico, un vino antico ancora oggi non apprezzato dai giovani, al quale sono certa piacerebbe essendo moderno, di facile abbinamento. Lo farò attraverso il territorio, creando ancora di più occasioni di accoglienza, la Sicilia cresce in questo senso e crescerà sempre di più, il veicolo sono i turisti, messaggeri del valore e del sapore dei luoghi che visitano. Lo farò, spero unita agli altri produttori di Cerasuolo di Vittoria Docg del territorio, attraverso il Consorzio, con progetti di valorizzazione delle contrade che ne esaltano le caratteristiche peculiari di ogni Cerasuolo, nato in diversi luoghi all’interno del territorio. Un’attenzione in più avrò verso il Classico, Cerasuolo di Vittoria Docg che si produce a Ragusa, Acate, Comiso e Vittoria. La denominazione Classico non è ancora così conosciuta e valorizzata. Nel frattempo, Valle Dell’Acate è biologica nei vigneti dal 2018 e dal 2019 anche in cantina, e così si sta componendo il cerchio di una azienda green a tutto tondo, nell’ambito di un disegno più ampio di innovazione che ogni giorno si delinea maggiormente nella mia testa e orienta le mie scelte, senza dimenticare mai che siamo in prestito su questa terra e quando restituiamo dovremmo farlo avendo dato valore a ciò di cui abbiamo fruito.

Tags: , , , , , , , ,

Elena e Fausto Zeni

Elena e Fausto Zeni

Sostenibilità, parola spesso abusata ma densa di significati profondi se non si riduce a essere termine astratto e, soprattutto, se considerata nella sua accezione più completa ed evoluta, che non si limita al solo aspetto ambientale ma racchiuda in sé, sinergicamente, la dimensione economica e quella sociale. In due giorni di permanenza presso la cantina Zeni 1870 a Bardolino non ho mai sentito uscire dalla bocca di Elena Zeni o di suo fratello Fausto la parola sostenibilità, eppure è una delle realtà vinicole tra le più vicine alla sostenibilità intesa in senso ampio che mi sia mai capitato di visitare. Certo, l’ impegno per una gestione a basso impatto ambientale in vigna, l’eliminazione di prodotti di sintesi chimica a vantaggio di rame e zolfo, l’impiego di tecnologie mirate per ridurre in maniera significativa l’uso di prodotti enologici, come ad esempio l’anidride solforosa, afferiscono alla sfera ambientale; ma quello che più mi ha colpito della Cantina Zeni è stata l’idea di sostenibilità sociale intesa come la possibilità che ciascun dipendente/collaboratore possa esprimere le proprie potenzialità in un contesto dove il lavoratore è visto come risorsa indispensabile per il successo della azienda stessa, il famoso capitale umano. Scontato? Non credo proprio di questi tempi, e ripeto, tutto questo senza nessuna ostentazione da parte della famiglia Zeni, ma percepibile a pelle semplicemente parlando con le persone. Questione di stile quindi, che inevitabilmente si riflette in tutti i progetti dei fratelli Zeni: da GO, la galleria olfattiva, al Museo del vino (uno dei primissimi in Italia), all’enoturismo che ha superato le centomila presenze l’anno in cantina e ovviamente e soprattutto nel vino.

La galleria olfattiva

La Galleria Olfattiva

GO è la prima Galleria Olfattiva in Italia dedicata unicamente al vino, nasce da un’idea di Elena Zeni su progetto dello scenografo Mattia Cussolotto e degli architetti Simone Spiritelli e Carlo Fantelli, ed è una vera e propria galleria, semibuia, dove, attraverso un percorso a salire ed accompagnati dalle note di un brano musicale che aiuta la concentrazione, si cerca di riconoscere, scomposto in 14 cofanetti, il bouquet di due vini.  Si tenta per l’appunto e un naso tutto sommato distratto come il mio ne ha indovinati solo 5. Se pensate di vincere facile, è una sfida che vale la pena raccogliere, c’è di che divertirsi. La responsabile della scomposizione olfattiva dei vini di Zeni in profumi è la creatrice di fragranze Paola Bottai che presto sarà costretta ad assicurare il suo preziosissimo naso alla Lloyd’s di Londra.

67545218_10216979977525355_4546330836818984960_nIl Museo del vino Zeni 1870 nasce invece dall’intuizione di Nino Zeni (il papà di Fausto, Elena e Federica). È il 1991 quando Nino inizia ad allestire un ambiente che possa raccogliere strumenti antichi e recenti, esempi di innesti e coltivazione che raccontano l’evoluzione del rapporto tra il vino e chi lo crea. Oggi è suddiviso in cinque aree tematiche, ognuna dedicata ad un aspetto diverso delle fasi produttive, dal trattamento delle piante alla raccolta, dalla trasformazione dell’uva all’imbottigliamento, il Museo del vino è visitabile gratuitamente.

E poi il vino. Zeni produce un milione di bottiglie tra Valpolicella, Valpolicella Superiore, Valpolicella Ripasso, Amarone, Recioto, Bardolino, Bardolino Chiaretto, Lugana, Soave con il 50% della produzione concentrata nella DOC Valpolicella, il 30% nella DOC Bardolino, il 15% nella DOC Lugana e il 5% nella DOC Soave. Ci sono vini di Zeni1870, soprattutto nella selezione FeF, acronimo derivante dai nomi di Federica, Elena e Fausto, di valore assoluto, che meritano una finestra di approfondimento dedicata, ma questa è un’altra storia.

Tags: , , , , , , , ,

foto locatelliRovistando nei cassetti polverosi dell’antica mobilia di Villa Locatelli, Marta Locatelli, l’attuale proprietaria della Tenuta, si è imbattuta in alcuni scritti che a prima vista avevano le sembianze di banalissime lettere commerciali datate 1971 e 1972. Una scoperta che lì per lì non suscita particolari entusiasmi, ma poi Marta legge più a fondo: “Egr. Sig. Aldo Locatelli, a seguito sua lettera scritta a Milano alla mia ditta, è stata mia premura di mettermi in contatto telefonico con lei […] le spedisco pertanto un catalogo con il relativo prezzo del nostro Bollinger e ancora: “Riscontriamo la stimata Sua del 19 corr. e Le comunichiamo di mettere in sdoganamento le 12bt. Champagne KRUG P.C.B.R. da Lei cortesemente ordinate, che le cederemo al prezzo di L. 4.800. = cad. […] e ancora dalla Guido Berlucchi & C.: “Siamo lieti di rispondere alla pregiata Sua del 22.11.71. Qui allegato le rimettiamo un ns. listino prezzi […] La nostra azienda produce i seguenti tipi di vino: Pinot di Franciacorta naturale, vino bianco secco, Pinot di Franciacorta spumante in 4 versioni, ecc. Marta intuisce che l’acquisto di alcuni Champagne e di spumanti Metodo Classico italiano altro non erano che “materiale” da studio per la produzione dello spumante di Angoris che sarebbe iniziata nel 1973. Marta in un lampo si convince che questo è un ottimo spunto per organizzare una degustazione alla cieca, andando a recuperare i vini con cui “studiava” Aldo Locatelli, aggiungendo qualche Metodo Classico del Friuli-Venezia Giulia, giusto per fare anche il punto sullo stato dell’arte della qualità delle bolle indigene compreso, Ça va sans dire, il 16 48, lo spumante Metodo Classico di Tenute di Angoris.

6 I vini degustatiLa degustazione, grazie alla presenza dello storico del vino Stefano Cosma, è anche l’occasione per ricordare e ricordarci che la tradizione spumantistica del Friuli-Venezia Giulia non è nata ieri. Citano alcuni scritti che correva il 1853 quando un produttore di Gorizia portava ad una esposizione internazionale la sua Ribolla Sciampagna o ad uso Champagne. Nel 1857 il Governo di Vienna emanava l’esenzione dal dazio per il vino spumante, purché venduto in partite di almeno cinquanta bottiglie. Nel 1866 si scrive di vini spumanti sul periodico della Società agraria di Gorizia, con una spiegazione del metodo di vinificazione (senza il dégorgement, cioè senza togliere i lieviti, perciò rimanevano torbidi). Nel 1872 sul periodico L’Isonzo si parla di un assaggio così descritto: su 195 vini, 7 sono spumanti, di cui uno da uve di Refosco.

Certo, il 1670 e l’Abazia di Hautvillers vengono molto prima, ma un minimo di blasone il Friuli-Venezia Giulia può vantarlo direi.

La degustazione

Va fatta una premessa. È vero che la tradizione spumantistica del Friuli-Venezia Giulia risale alla seconda metà dell’Ottocento, quindi magari si potrebbe arrivare a dire che ha radici più profonde rispetto ad altre zone spumantistiche italiane più titolate, ma è anche vero che il Metodo Classico fatto in Friuli-Venezia Giulia non potrà mai conquistare fette di mercato importanti. Alcuni produttori si dilettano con le bollicine giusto per completare il loro catalogo, che poi facciano spumanti di grande livello è un altro discorso, ma non esiste la cosiddetta “massa critica”. Il discorso potrebbe essere diverso per la Ribolla Charmat, ma non voglio addentarmici, al momento non mi pare abbia trovato una strada definita, eccezione fatta per due produttori, che a ben guardare, utilizzano un sorta di metodo di produzione tutto loro: il Metodo Collavini, uno Martinotti-Charmat con tempi e tecniche riservate al Metodo Classico per la Ribolla di Collavini e il Brut Nature “R_B_L__” de i Clivi che non è né Metodo Classico né Charmat, ovvero senza nessuna seconda rifermentazione.

Bene, detto questo, come diavolo si sono posizionati queste Bollicine Metodo Classico del Friuli-Venezia Giulia?

64977125_10216779042142096_5423695417332203520_nLa batteria prevedeva la degustazione, rigorosamente alla cieca e nell’ordine di servizio così come scritto, questi vini:

Gran Cuvée dell’azienda Villa Parens (Friuli-Venezia Giulia), Brut Rebolium Sinefinis dell’azienda Gradis’ciutta (Friuli-Venezia Giulia e Slovenia), Sedici Quarantotto della Tenuta di Angoris (Friuli-Venezia Giulia), Gran Cuvée Blanc de Noir dell’azienda Travaglino (Oltrepò Pavese), Franciacorta ’61 Nature dell’azienda Guido Berlucchi, Cava Brut Reserva Heredad della Segura Viudas (Spagna), Champagne Brut Special Cuvée Bollinger e Champagne Brut Grande Cuvèe 166eme Edition Krug.

Diciamo che ne sono usciti complessivamente bene, tra gli italiani, tutto sommato, non ho trovato grandi distanze. Certo è che non dobbiamo cadere nell’errore, abbastanza puerile, di mettere i friulani a confronto con il trittico finale: Reserva Heredad, Bollinger e Krug 166eme Edition, siamo su pianeti diversi. I friulani sono però vini di buona- ottima fattura, oltre a quelli degustati, mi vengono in mente anche il Talento Brut etichetta oro di Pittaro o il Blanc de Blancs Brut di Marco Felluga, per esempio. I friulani hanno un’identità definita, spiccano per acidità e sapidità con note floreali in bella evidenza. Sono convinto anche che, in generale, una maggiore sosta sui lieviti attenuerebbe qualche spigolosità e donerebbe più in carattere.

Dopo la degustazione, a tavola, Marta Locatelli, ha presentato ai convenuti l’anteprima della nuova annata dello Spìule Chardonnay 2017 Riserva Giulio Locatelli e i pianeti, magicamente, si sono riallineati; qui il vino di Angoris e i Colli Orientali non temono nessuno, alla cieca anche il degustatore più scafato potrebbe avere qualche sorpresa, prendendo un clamoroso granchio sul luogo di provenienza.

 

Tags: , , , , , , , , ,

Angiolino Maule

Angiolino Maule

Angiolino Maule, carisma e presenza. L’ho studiato a fondo durante i 3 giorni del Simposio di Vinnatur a Villa San Fermo. Dietro gli occhiali, la sua magrezza e il volto scavato, mi è parso di notare una certa somiglianza fisica con Pasolini. La conoscenza di Angiolino lascia indubbiamente il segno, eppure, se ripenso a quest’ultima decade passata a bere vino, le sue bottiglie non erano nella mia lista dei desideri. Complice un approccio decisamente non riuscito giusto dieci anni fa al suo banchetto a VinNatur, credo ci fosse sua moglie Rosa in postazione; forse una giornata sbagliata da entrambe le parti, assaggi frettolosi e la scintilla non scocca. Per tutto questo tempo di scorribande vinicole la figura di Angiolino è sempre rimasta sullo sfondo, certo la consapevolezza del suo essere icona c’è sempre stata, non potrebbe essere diverso se sei davvero appassionato di vino. Poi la vita è strana e capita che per tre giorni, tranne le ore di sonno, ci sto praticamente sempre con Angiolino. Una sorta di corso di recupero intensivo di vini e vignaioli perduti. Ho la possibilità di sentirlo raccontare pezzi di storia del vino italiano che sono passati gioco forza anche da Montebello Vicentino, lui è uno diretto, senza maschere e capisci che vi siete sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda quando si lascia andare al racconto di ricordi personali e questioni familiari molto intime e tu devi farne solo tesoro.  61428809_10216626544409748_3055370705660018688_nAl Simposio di VinNatur 2019 ovviamente si è degustato ma si è anche molto discusso e riflettuto. Preferisco chiamarlo Simposio, dal greco syn + pìnein, bere insieme, il vino come atto collettivo e non Workshop perché il termine inglese non rende la bellezza di quello che è stata la tre giorni di Lonigo. Due batterie di degustazione con 15 vini ciascuna al mattino e al pomeriggio intervallate da seminari tecnici e momenti di confronto, una delle occasioni di più ad alta valenza formativa a cui mi sia capitato di partecipare. Incredibile, più di 1600 caratteri e non ho ancora nominato le parole “vino naturale”; sì perché la 3 giorni di Villa San Fermo è stata organizzata da VinNatur, sicuramente con l’intento di far conoscere in maniera più approfondita gli intenti dell’Associazione, ma, soprattutto, per fare il punto sullo stato dell’arte in cui si trovano i vini degli associati che si definiscono, con il termine, invero molto discusso e discutibile “naturali”. Non mi ha mai appassionato la querelle tra naturalisti e convenzionali, ho sempre preferito un approccio laico alla bottiglia che avevo davanti, persuaso che un vino debba distinguersi per la sua bontà e per le suggestioni che sa regalare a chi lo beve. Certo poi parole come salubrità, sostenibilità, etica, trasparenza, dovrebbero stare a cuore a tutti coloro che fanno vino e che ovviamente non potranno mai appartenere alla schiera degli “industriali” ma possono certamente appartenere a coloro che, spesso semplificando, vengono indicati come convenzionali; mi vengono in mente un bel po’ di produttori che amo in ogni parte d’Italia.

Le sessioni di degustazione

Come dicevo sopra il Simposio di VinNatur 2019 è stata una grande occasione di crescita e di confronto, con la possibilità di riflettere davvero su quanto si stava degustando, lontano dal frastuono delle fiere, in un gruppo ridotto di degustatori, 13 in tutto, provenienti da Italia, Germania, Slovenia, Irlanda, Francia, Inghilterra e Islanda.

Diciamo subito che nell’assaggio alla cieca, al quale ho cercato di approcciarmi immune da ogni pregiudizio e, ripeto, nella maniera più laica possibile, i vini dei produttori dell’Associazione VinNatur escono con giudizi molto positivi, con punte di eccellenza assoluta. Ovviamente non è mancata qualche puzzetta o la volatile al limite del difetto, ma sono state eccezioni giusto per confermare la regola.  La scheda di degustazione, oltre alla canonica assegnazione di punteggio per vista, olfatto, gusto e valutazione complessiva, declinata in dettaglio con una serie di sotto voci per ciascuna categoria, consentiva di esprimere delle brevi considerazioni partendo dal semplice presupposto che il vino ci fosse piaciuto o meno.  Su 115 vini degustati il 67% mi sono piaciuti, il 27% non mi sono piaciuti, il 6% (7 vini) avevano difetti evidenti.

61557957_10216626533809483_3359497911120429056_nDi VinNatur mi piace l’approccio scientifico, non è una congrega di terrapiattisti per intenderci. Stanno facendo un grande lavoro con il team di ricerca “Vitenova vine wellness” per la parte di studi che riguarda la microbiologia del suolo e di tutto l’ecosistema vigneto. Ma non solo, la ricerca va anche nella direzione di ridurre la dipendenza da rame e zolfo per esempio. Per diventare soci di VinNatur è necessario applicare integralmente il Disciplinare di produzione “vino VinNatur”che contiene al suo interno indicazioni a cui bisogna attenersi per la conduzione del vigneto e per le pratiche di cantina. C’è però una cosa che distingue VinNatur da tutte le altre associazioni che afferiscono la sfera del vino così detto “naturale” ed è che il vino prodotto dai soci di VinNatur deve essere esente da ogni tipo di pesticida. La garanzia è data dalle analisi che ogni anno l’Associazione effettua sui vini di tutti i viticoltori associati. Trovo dirompente questa presa di posizione, una sorta di linea di demarcazione che caratterizza in maniera netta e distintiva l’Associazione VinNatur e che merita di essere comunicato con tutta l’enfasi possibile al consumatore che oggi rischia di smarrirsi nel variopinto mondo del vino “naturale”.

 

La top undici

Fratelli Barale – Barolo 2015

Azienda Agricola Musto Carmelitano – Pian del Moro 2013

Domaine Puech Redon – Apparente Blanc 2017

Chateau Pascaud Villefranche – Sauternes 2015

Azienda Agricola Tiberi David – “Vino Cotto Stravecchio” 2006

Dos Tierras Società Agricola – “Perpetuum Pre British” 2011

Reyter – “Schiava” 2016

Vini San Nazario – “Pra’ dei Mistri” 2017

Col Tamarie – “Col Tamarie bio”

Azienda Agricola Stana Rebuli Renzo – “Capodieci Il Macerato”

Domaine de Courbissac – “Roc du Pière” Minervois 2015

Tags: , , ,

60469284_10216521321459240_4740397658483458048_nCarso, terra fatata, terra incantata, terra aspra, terra senza terra, meraviglia di colori ineguagliabile in autunno, terra di sangue e di guerra, terra di vento che taglia, terra d’amore. Carso trincea, Carso campo di battaglia, Carso che custodisce nella sua pancia a Redipuglia le spoglie di oltre centomila caduti in quello che è il più grande monumento dedicato alla follia umana ma al tempo stesso straordinario luogo laico di meditazione e di paradossale inno alla vita. Carso (Kras in Sloveno) è roccia calcarea, qui c’è poca terra, la trovi solo nelle Doline, se vuoi impiantare un vigneto, la devi trasportare la terra, la devi inventare la vigna, ed è una fatica immane. E poi l’amata bora, un vento strano, raffiche fortissime e micidiali, intervallate a calma di vento, purificante e inebriante però, Bora che asciuga l’aria e crea un microclima unico. E proprio per la sua unicità geologica, storico-culturale e naturalistica, i carsolini hanno sentito la  necessità di valorizzare un territorio così straordinario attraverso l’attuazione del progetto del Geoparco. Il 18 febbraio 2019  iniziava  ufficialmente  il percorso  di  progettazione  partecipata  teso  a  valorizzare la rete locale per il  geoturismo che farà da ponte  per il riconoscimento del futuro geoparco del  Carso Classico (Matični Kras) nella  Rete  Globale dei  Geoparchi. Si sono  susseguiti  5  appuntamenti di animazione territoriale  che  hanno coinvolto aziende, portatori d’interesse e protagonisti locali per l’adesione ad un modello identitario e valoriale e che ha visto, nella giornata del 17 maggio al Castello di Duino, il suo momento più importante dove tutti gli attori coinvolti e la stampa, locale e internazionale, hanno potuto scambiarsi proposte di sviluppo per il turismo dando un senso compiuto a tutto il lavoro fatto fino ad oggi.

556913_3713756176185_2077124715_nGeoparco: la rete GGN

Un Geoparco riconosciuto a livello internazionale è un territorio che possiede un patrimonio geologico particolare ed una strategia di sviluppo sostenibile; deve avere confini ben definiti e sufficiente estensione per consentire uno sviluppo economico efficace dell’area. Un Geoparco deve comprendere un certo numero di siti geologici di particolare importanza in termini di qualità scientifica, rarità, rilevanza estetica o valore educativo, il loro interesse può anche essere archeologico, naturalistico, storico o culturale. I siti devono esse collegati in rete e beneficiare di misure di protezione e gestione. Un Geoparco deve essere amministrato da strutture ben definite, capaci di rinforzare la protezione, la valorizzazione e le politiche di sviluppo sostenibile all’interno del proprio territorio, dovendo realizzare un impatto positivo sulle condizioni di vita dei suoi abitanti e sull’ambiente. Nell’ambito del Programma Internazionale Unesco delle Geoscienze e dei Geoparchi, questi vengono gestiti secondo un concetto olistico di protezione, educazione e sviluppo sostenibile al fine di aumentare la conoscenza e la consapevolezza del ruolo e del valore della geodiversità e per promuovere le migliori pratiche di conservazione, edizione, divulgazione e fruizione turistica del patrimonio geologico. In tal senso la rete GGN rappresenta insieme ai siti del Patrimonio Mondiale dell’Umanità e alle Riserve della Biosfera un insieme efficace di strumenti finalizzati a promuovere lo sviluppo sostenibile sia a livello globale che locale.

I 7 Valori del Geoparco del Carso

  • Collaborazione: «vogliamo imparare dalla storia e guardiamo al futuro»
  • Naturalità: «rimaniamo ciò che siamo: piccoli, naturali, artigianali»
  • Innovazione: «lavoriamo insieme tra pubblici e privati per gestire in maniera consapevole e partecipata, lo sviluppo dei servizi e l’innovazione di ogni tipo nel futuro geoparco»
  • Unicità e tutela: «valorizziamo la nostra essenza autoctona e le nostre varietà locali, Il carsismo nasce qui».
  • Sostenibilità: «dobbiamo sperimentarla e agirla concretamente»
  • Transfrontalierità: «siamo come il Carso, il Carso unisce persone e culture»
  • Accessibilità: «siamo facilmente raggiungibili»; «il geoturismo sia per tutti, anche per i meno fortunati»

 

Elenco degli operatori firmatari del manifesto di adesione (ultimo aggiornamento 17 maggio 2019)

Allevamento:

Az agricola Alture di Polazzo

Az agricola Antonič

Az agricola Kovac

rete allevatori landa carsica goriziana, ovvero:

Az agricola Kohišče

Az agricola Drejče

Az agricola Kovač

Az agricola Pri Cirili, Matej Ferfoglia

Az agricola Castelvecchio

Vino, olio, salumi e altro:

Bajta

Devetak Sara

Matej Skerlj

Parovel

Škerk

Api:

Pietro Lombardo

Farma Jakne

rete apicoltori landa carsica (16 apicoltori aderenti)

Turismo e ristorazione:

agriturismo Juna

agricampeggio Carso

agriturismo Kerin

associazione Alpe Adria Trail experience

cooperativa Curiosi di Natura

cooperativa Gemina

cooperativa Rogos

associazione S1 Trail ‘Corsa della Bora’

Lokanda Devetak

Cultura e territorio:

associazione Casa Cave

Studio Architetto Danilo Antoni

Cai Friuli Venezia Giulia

 

Tags: , , ,

Antonio e Francesco Intorcia

Antonio e Francesco Intorcia

Da qualche anno a questa parte, c’è un appuntamento che nella mia agenda di Vinitaly è sempre segnato tra gli irrinunciabili, per giunta con l’evidenziatore: la visita allo stand delle Cantine Intorcia nel Padiglione Sicilia. Lì trovo, sempre indaffaratissimo, Francesco Intorcia, l’uomo della provvidenza per il Marsala. È schietto Francesco e, nonostante la frenesia della Fiera veronese, riesce sempre a ritagliarsi uno spazio per fare quattro chiacchiere, evitando orpelli inutili che non appartengono al suo carattere. Il Marsala, grazie a visionari come lui, è rinato. Un vino che da vanto dell’enologia italiana nel mondo ha conosciuto l’oblio fino a divenire caricatura di se stesso; chi non ricorda le bottiglie di Marsala all’uovo nei supermercati? Francesco, una decina di anni fa, mette piede per la prima volta nella cantina di famiglia, assaggiando e riassaggiando le vecchie annate di Marsala, comprende di avere tra le mani un patrimonio dal valore inestimabile e nel 2010, con la benedizione di papà Antonio, si convince che è arrivato il momento di mettere in bottiglia le prime Riserve Intorcia del nuovo corso, reputando la vendemmia 1980 la più adatta per il nuovo progetto che ha in testa. 30712620_10213806661354434_8226529910072541184_n Nasce così il marchio Heritage, che dall’inglese traduciamo in eredità, intesa come patrimonio di una famiglia e di un territorio unico come Marsala.  A quel Marsala vendemmia 1980, uscito nelle tipologie Vergine, Dolce e Semisecco ha fatto seguito, per lo stesso millesimo la Riserva Superiore e successivamente la Superiore 1994, la Vergine e Superiore 2004, la Riserva Superiore 2012 e la Superiore Rubino 2014. La produzione Heritage comprende anche i vini IGT Vignemie Grillo e Perricone, il Nero d’Avola e il Grillo Perpetui ovvero con ricolmatura di una cuvée come selezione delle migliori annate. Francesco non si è fermato però al solo rilancio del Marsala ma ha voluto ricordare a tutti che il vino scoperto dal commerciante inglese John Woodhouse può anche essere un fantastico vino da aperitivo, ed è qui che sta il vero colpo di genio. Con la collaborazione dello Chef Peppe Agliano, l’Intorcia lo propone in abbinamento con il finger food: Pane Nero di Castelvetrano con burro di bufala e aringa, rosso d’uovo croccante su fonduta di Parmigiano Reggiano 48 mesi, tartàre di tonno con caprino e cipolla caramellata, tanto per fare qualche esempio. Mentre con il mago del gelato gourmet Stefano Guizzetti (Ciocco Lab) viene proposto in abbinamento con il gelato salato. 56532442_10216247124844496_501313517706543104_nA prima vista ci si muove su piani destabilizzanti ma poi le armonie che si creano nell’abbinamento del Marsala con il gelato di ricotta di pecora con bottarga e olio; al gelato di burro e alici sui crostini, sorbetto al ragù su pasta fritta e polvere di pomodorino disidratato (senza latte), oppure al gelato al gusto di brasato su un letto di polenta, ci fanno dimenticare la noia e godere all’inverosimile. Non è finita, ci sono i cocktail. Qui entra in gioco il Bar Manager Roberto Tranchida che tra un Negroni Heritage (Marsala Ambra Semisecco, liquore arance amare, bitter e London dry gin) uno Scent of Sicily (Marsala Superiore Oro, London Dry Gin, succo di pompelmo rosa, succo di limone e sciroppo di lamponi) e almeno altre 8 preparazioni, colloca il Marsala in una nuova dimensione, reiventando cocktail con l’aggiunta di una parte di sicilianità. In definitiva credo che Francesco Intorcia con il suo dream team stia giocando un ruolo determinante per il rilancio del Marsala, sdoganandolo dalla monotona consuetudine del vino da meditazione e facendolo riscoprire quale vino di grande classe, compagno di abbinamenti inusuali, innovativi, ma soprattutto unici.

Tags: , , , , , ,

56862380_10216247058442836_9182525373156425728_nNiente botti di fine Vinitaly quest’anno. Nemmeno la provocazione di Oliviero Toscani: “Il vino del contadino fa schifo, per fare buone bottiglie bisogno andare contro natura”, ha avuto la consueta eco sulla stampa. I tempi stanno cambiando, il colosso Vinitaly non si fa scalfire più da nulla e vince su tutta la linea, in questo senso è illuminante l’articolo di Angelo Peretti “Fiere del vino da ripensare ma il modello è Vinitaly”. In realtà, i fuochi d’artificio, in stile Capodanno cinese, ci sono stati durante la manifestazione, grazie a tutta una serie di degustazioni che da sole valevano la partecipazione all’edizione 2019. Tra queste la verticale storica di Madame Martis. Considero Trentodoc il territorio più vocato per il metodo classico in Italia, lo penso da molti anni e dopo ripetuti assaggi ed è chiaro che in tale contesto si stagliano radiose alcune delle più importanti cantine italiane per la produzione di spumante, Maso Martis è tra queste e Madame Martis, 70% Pinot Nero, 25% Chardonnay (in barrique dalla vendemmia fino al tiraggio) e 5% di Meunier, è una bottiglia di pregio assoluto. Non c’ero nel 2008 al Merano Wine Festival per il debutto ufficiale della Madame 1999 ma c’ero due anni dopo, sempre a Merano, per la mini verticale delle annate 1999/2000/2001. 56344481_2710647185628431_788236815050997760_nQuasi un decennio dopo riassaggio i millesimi 1999 e 2001 a Vinitaly e mi vengono i brividi perché tanta vita è passata ma la bellezza della Madame è ancora intatta; la sboccatura è ovviamente la stessa come lo era come per quel sabato 6 novembre 2010, ovvero maggio 2008 per il millesimo 1999 e giugno 2010 per il 2001, qui il tempo ha fatto un lavoro incantevole, dimostrando ancora una volta che la qualità di un grande vino è direttamente proporzionale alla sua durata negli anni, bottiglie queste della Madame che lasciano davvero stupefatti. Oltre ai millesimi citati presenti in degustazione anche le annate 2003, 2005, 2007, attenzione però che “anche” non è una mera congiunzione, ciascuno di quei millesimi serba assaggi memorabili e poi ultima, ma non meno importante, la presentazione in anteprima dell’annata 2009, che prevedo premiatissima dalle Guide di prossima pubblicazione. Non voglio risultare troppo agiografico nei confronti di Roberta Giuriali e di suo marito Antonio Stelzer e comunque se così fosse poco me ne importa, amo questi vignaioli di razza, queste persone visionarie pronte a rischiare tutto per portare avanti la propria idea di vino, in questo caso di Metodo Classico con così lunghi tempi di affinamento sui lieviti e nel 1990 quando tutto è iniziato a Martignano non era né così semplice né così scontato. Unico cruccio il numero di bottiglie prodotte; parliamo, anzi parlavamo perché adesso sono davvero ridotte al lumicino, di 500/1000 bottiglie per le annate dalla 1999 alla 2007, consoliamoci però perché per l’annata 2009 per fortuna ce n’è qualcuna in più, 2680.

La foto delle bottiglie è di Alvise Barsanti.

Tags: , , , , , , ,

55931110_10216186591891210_1100835512790286336_oPer dirla con Vinicio Capossela de “Il ballo di San Vito”: “Terra di sud, terra di sud, terra di confine, terra di dove finisce la terra” e spesso inizia il mare continuerei io. Non c’è terra senza patimenti al sud, non c’è bellezza senza contraddizione, ma senza contraddizione non c’è vita. Ed è sempre la vitalità che emerge prepotente al Sud, ogni volta che ci arrivi, vitalità che inchioda qualunque animo, appena sensibile, a quei luoghi per sempre. Il mio Sud in questo caso è la Campania dell’incanto struggente della Costiera Amalfitana, di Villa Rufolo a Ravello, dei Campi Flegrei, del Rione Terra a Pozzuoli recuperato a nuovo splendore, dell’entroterra irpino. In questi scenari strabilianti si è svolta l’edizione 2019 di Campania Stories, la manifestazione, organizzata da Miriade & Partners, che presenta agli operatori di settore le nuove annate dei vini campani. In realtà l’intento più profondo è quello di unire, attraverso un unico filo conduttore, lo sterminato patrimonio naturalistico, artistico, culturale ed enogastronomico della Campania Felix. Unica logica questa che permette di generare un sistema turistico vincente e lo straordinario vino di queste terre ne è degno corollario. 55875291_10216186636092315_3418813625681313792_oMa com’è allora nel bicchiere questo millesimo 2018 delle principali denominazioni campane? L’annata 2018 si è caratterizzata per condizioni molto complicate con un inverno mite nei primi mesi dell’anno e una quantità di piogge record concentrate nella stagione primaverile. Inusuali sono state le punte di caldo estremo alternate a forti precipitazioni che hanno creato condizioni di umidità molto elevata, segni evidenti di una “tropicalizzazione del clima”. Annata in definitiva non semplicissima, con qualità disomogenea e vendemmia più difficile per le uve rosse più tardive, rispetto alle uve a bacca bianca, aspetti che si sono rivelati poi anche negli assaggi. Per quanto riguarda i vini bianchi, l’annata 2018, nel complesso dei campioni degustati, si presenta di ragguardevole livello con importanti prospettive di invecchiamento, ho apprezzato particolarmente i bianchi del Vesuvio e i bianchi a base Falanghina, ma è per i bianchi a base Greco e per i Campi Flegrei che ho preso una vera e propria sbandata.55614104_10216186644092515_6975908018424643584_o Naturalmente la valutazione cresce esponenzialmente con assaggi di annate con qualche anno sulle spalle a riprova che i grandi vini bianchi dimostrano tutta la loro grandezza con il passare del tempo e in questo senso ho assaggiato dei vini davvero notevoli. Discorso diverso per i rossi, che nel complesso degli assaggi sono risultati meno impattanti dei bianchi, spesso in cerca di una identità precisa. A questo punto verrebbe facile pensare che la Campania sia terra d’elezione per i vini bianchi ma sarebbe un clamoroso errore di valutazione. Ci sono due straordinari vitigni, il Piedirosso e l’Aglianico che non si sono ancora espressi in tutta la loro potenzialità e per quanto possa sembrare strano, la viticultura di qualità in queste zone è di recente impostazione, pertanto nel corso dei prossimi anni sentiremo molto parlare dei vini rossi dell’area dei Campi Flegrei e del Vesuvio  per il Piedirosso e dell’Aglianico del Taburno (beneventano) e del Taurasi (Irpinia), come tra i più importanti d’Italia, vini che per altro, già oggi, e ci mancherebbe, possiamo apprezzare in bottiglie di grande pregio.

Gli assaggi

Gli assaggi si sono svolti rigorosamente alla cieca. Presenti per i vini bianchi 123 campioni: vini spumanti, bianchi mono varietali e blend misti, bianchi del Vesuvio, bianchi Costiera amalfitana, bianchi, bianchi a base di Falanghina, bianchi a base Fiano, bianchi a base Greco. Tra i migliori assaggi: Casa Setaro Caprettone Spumante Metodo Classico Pietrafumante 2015, Contrade di Taurasi Campania Bianco Grecomusc’ 2016, Bosco De’ Medici Pompeiano Bianco 2018, Villa Dora Lachryma Christi del Vesuvio Bianco Vigna del Vulcano 2014, Cuomo Marisa Costa d’Amalfi Furore Bianco Fiorduva 2017, Villa Matilde Falerno del Massico Bianco Vigna Caracci 2015, Torre a Oriente Falanghina del Sannio Biancuzita 2016, Agnanum Campi Flegrei Falanghina 2017, La Sibilla Campi Flegrei Falanghina Cruna de Lago 2016, Astroni Falanghina Campania Strione 2016, Tenuta Sarno 1860 Fiano di Avellino 2017, Petilia Fiano di Avellino APE 2016, Vigne Guadagno Fiano di Avellino Contrada Sant’Aniello 2015, Ferrara Benito Greco di tufo Vigna Cicogna 2017, I Favati Greco di Tufo Terrantica 2017 e Capolino Perlingeri Sannio Greco Vento 2014

55658689_10216186644972537_9104836114920767488_oPresenti per i vini rossi 114 campioni: vini spumanti e rosati fermi da Agianico, vini rosati e rossi frizzanti, rossi mono varietali e blend misti, rossi a base Piedirosso, blend rossi Vesuvio e Costiera amalfitana, rossi a base Casavecchia, rossi a basa Pallagrello nero, rossi a base Aglianico.  Tra i migliori assaggi: Martusciello Salvatore Penisola Sorrentina Gragnano Ottouve 2018, Astroni Campi Flegrei Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli 2015, Contrada Salandra Campi Flegrei Piedirosso 2015, Cuomo Marisa Costa d’Amalfi Furore Rosso Riserva 2015, Casa Setaro Lachryma Christi del Vesuvio Gelsonero 2014, Villa Dora Lachryma Christi del Vesuvio Forgiato 2011, Vigne Chigi Terre del Volturno Pallagrello Nero 2017, Nanni Copè Terre del Volturno Rosso R12 2012, Villa Matilde Falerno del Massico Rosso Riserva Vigna Camarato 2010, Torre a Oriente Aglianico del Taburno U barone 2012, Fontanavecchia Aglianico del Taburno Rosso Riserva Vigna Cataratte 2010, Di Meo Campania Rosso Don Generoso 2010, Antica Hirpinia Taurasi 2015, Petilia Taurasi 450V 2013, Il Cancelliere Taurasi Riserva Nero Né Riserva 201, Cobellis Massimo Aglianico Cilento Riserva Vigna dei Russi 2013, Viticoltori De Conciliis Paestum Aglianico 2001.

Rione Terra a Pozzuoli

56334708_10216186646412573_2592377843946094592_oLa Campania, si sa, è scrigno di tesori: paesaggistici, enogastronomici e non sto qui a scoprire l’acqua calda, ma tra questi c’è una vera meraviglia che credo non sia stata ancora portata all’attenzione che merita. Sicuramente Alberto Angela ne avrà già parlato in televisione, ma non in maniera così penetrante come è uso fare o forse mi è sfuggita la puntata, ad ogni modo andate tutti a visitare il Rione Terra a Pozzuoli, da solo vale il viaggio da dovunque veniate. ll Rione Terra di Pozzuoli è il cuore antico dei Campi Flegrei, non ha mai avuto nei secoli fasi di abbandono totali, è stato infatti occupato, dal 194 a.C. al 1970, anno in cui il Rione fu evacuato prima parzialmente e poi definitivamente a causa delle vicende del Bradisismo.

Il Rione è stato per lungo tempo oggetto di restauro e riqualificazione, insieme al percorso archeologico sottostante e, a partire dal 2014, è di nuovo aperto e visitabile.

Sotto la rocca di tufo sono celati i resti del primo nucleo abitativo della città, risalenti al II secolo a.C. Come spesso capita di vedere anche in alcune zone archeologiche di Napoli, al Rione Terra gli strati abitativi si sono sovrapposti nei secoli gli uni agli altri, formando un vero e proprio libro di storia.

Informazioni tratte dal sito:

https://www.napoli-turistica.com/rione-terra-pozzuoli/

 

Tags: , , , , , , , , , ,

Older Posts »