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di Irene Graziotto

In tema con il rush di fine anno, dei panettoni che invadono le corsie di supermercato mentre ancora si vendemmia (e non parlo di vendemmia degli ice wines), dei comunicati stampa natalizi con 30 gradi fuori (senza essere in Australia dove le feste cadono in piena estate), insomma, intaccata da questo spasmo consumistico che fugge il tempo e anzi lo scavalca, ero già alle prese col mio bilancio annuale degli incontri vinicoli e spirituali che avevano posto un bel + sul mio 2016. Ero appunto già pronta a chiudere i conti quando domenica 27 mi sono ritrovata al Mercato dei Vini FIVI a Piacenza. Il che mi ha costretto a riaprire il gioco per apporvi un altro +.

Ebbene sì, perché dal Mercato dei Vini FIVI non esci così come sei entrato: non fosse altro che per il quantitativo di bottiglie che hai comperato e per aprire le quali stai già pensando di organizzare cene una sera sì e l’altra anche.

Ma questo non è che il correlativo oggettivo di quello che è il mercato dei vini FIVI, anche se, forse sarebbe più corretto dire, dei “vignaioli” FIVI. Perché qui ad emergere, accanto al vino, è la persona che lo fa e non sarà solo un caso se le foto dell’evento che girano su Facebook ritraggono volti più che bottiglie. Merito di uno spazio ordinato, sei corsie dalla A alle E che tra sabato e domenica hanno accolto 400 vignaioli e oltre 9 mila visitatori e che permettono, grazie ad una gestione a misura d’uomo, di intessere con il vignaiolo un dialogo, spesso appassionato. Merito anche delle panche centrali che creano uno spazio di dialogo, un’agorà dove mangiarsi magari un panino in compagnia di un vignaiolo (chiedere a Paola Ferraro per referenze)

Ad attrarre addetti e simpatizzanti, con a seguito famiglia, bambini e persino cani è un clima di festa che rende il vino accessibile, anche mentalmente, e lo fa scendere dallo scranno altisonante cui è ancora oggi assurto in Italia. A questo abbassamento di tono che rende il vino non più banale ma più umano, più vicino al consumatore medio contribuisce anche la possibilità di poter acquistare in loco, che consente di portare a casa non solo le parole del vignaiolo ma anche il suo lavoro. Un lavoro, quello con la terra, che come ha detto Luigi Gregoletto, premiato quale Vignaiolo dell’anno, “ti può fare meno ricco ma sicuramente più signore”. Per l’intero discorso rimando al video di Mauro Fermariello qui: http://www.winestories.it/luigi-gregoletto-vignaiolo-dellanno-fivi-2016/

Luigi Gregoletto è vignaiolo in Miane, in una zona, quella del Conegliano-Valdobbiadene, che in questo periodo è sotto accusa. La federazione non è stata a guardare e ha deciso di esporre le bottiglie di Luigi sul tavolo di ogni regione tra gli stand di Piacenza Expo. Un segnale forte che conferma la capacità di lavorare in gruppo di questa associazione e che la rende una delle realtà del vino più costruttive in Italia. Spirito di squadra, partecipazione dal basso, proposte eversive laddove non in odore di anarchia, come ad esempio l’opposizione all’arricchimento dei mosti in un’annata come la 2015 o la proposta di cambiamento del meccanismo di voto nei Consorzi. Decisioni mai facili che rendono questi vignaioli più unici che rari, quasi fantastici.

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La critica enologica italiana è un po’ snob? La risposta è sì. Al netto delle questioni qualitative, ci sono zone che faranno sempre una fatica immane a emergere. Le motivazioni sono molteplici naturalmente ma, diciamo, che spesso al giornalista/critico piace vincere facile rischiando poco. Un esempio pratico? La Doc Colli Berici e la Doc Vicenza. Una zona che racchiude l’area Berica a sud della città di Vicenza fino a quella pedemontana nel nord-est del territorio vicentino. Luoghi incontaminati, di notevole suggestione, vocati per la produzione di grandi vini rossi. Un territorio ricco di potenzialità commerciali perché viviamo in un’epoca in cui il consumatore ricerca vini di facile bevibilità e, in quest’ottica, nei Colli Berici si trova un fuoriclasse assoluto, l’autoctono Tai Rosso. La natura genetica è quella del Cannonau sardo, del Grenache francese e della Garnacha spagnola. Bevuto giovane, si definisce in questo caso Tai Rosso tradizionale, è un vino fresco, immediato, semplice, detto senza nessuna accezione negativa, anzi, in grado di recuperare la memoria del vino quotidiano, vivaddio. Un bell’esempio, in questo senso, è il Tai Rosso tradizionale 2015 della Cantina Pegoraro.  I colli Berici però sorprendono ancora di più per le varietà alloctone come ad esempio il Cabernet Sauvignon, il Merlot e il Carmenere.  Posto che è sempre difficile non considerare questi vitigni come autoctoni, perché qui sono stati impiantati sin dai primi dell’Ottocento e non dimentichiamo che il Cabernet Franc (come si chiamava all’epoca prima di scoprire che fosse Carmenere) è stato il primo Cabernet Doc in Italia.  Tutto questo per dire che forse bisognerebbe essere meno altezzosi nei confronti degli alloctoni in generale ma, soprattutto, per quelli che provengono da queste terre, perché, confrontandosi con territori internazionali di ben altro blasone, sono in grado di regalare bottiglie di grande spessore a patto che si degusti alla cieca, scevri quindi da ogni pregiudizio. Giusto per fare qualche nome cito il Cabernet Vigneto Pozzare 2012 di Piovene Porto Godi, il Cabernet Casara Roveri 2008 di Dal Maso, il Cabernet Cicogna 2012 di Cavazza e uno straordinario Carmenere Riserva Oratorio di San Lorenzo 2011 di Inama.

In definitiva una zona del Veneto che può riservare grandi sorprese sia all’appassionato sia al turista enogastronomico alla ricerca di novità; non solo per cibo, vino e arte (siamo pur sempre nelle terre del Palladio) ma, soprattutto, perché ancora inesplorata e fuori dai circuiti turistici di massa, con un paesaggio rurale ancora intatto.

Tornando però al quesito iniziale, che è questione cruciale per questo territorio, ho voluto approfondire l’argomento sentendo il parere di alcuni produttori e nel merito ho posto loro questa domanda: Non credi che la critica italiana ponga spesso troppa attenzione al vitigno e meno alla qualità del vino che poi arriva in bottiglia? Mi spiego meglio. Trovo che ci sia una sorta di prevenzione, se non addirittura snobismo, per alcune zone vinicole d’Italia (i Colli Berici ne sono un esempio), dove sembra quasi impossibile che si possano produrre grandi vini rossi da uve alloctone, salvo poi scoprire che alla cieca questi vini, confrontandosi con bottiglie importanti di altri territori blasonati, possano riservare piacevoli sorprese, che ne pensi?

Stefano Inama

Stefano Inama

La risposta è sicuramente affermativa.

Viviamo sempre più in un provincialismo del vino in cui si parla solo dei territori consolidati. Se ci fai caso, sono almeno dieci anni che non c’è nulla di nuovo di cui si parli.

Dopo Priorato e in tono minore Nero d’Avola e Primitivo di Manduria la storia si è fermata.

Il Veneto in molte parti è il gigante addormentato del vino, ma la massiccia produzione mediocre  delle cantine sociali ha ridotto la percezione alla sola Valpolicella (guarda caso l’unica area senza una grossa presenza di Sociali).

Crediamo davvero che i Colli Berici siano un territorio al top. In America se ne stanno accorgendo così come in Svizzera ed in Austria.

In ogni zona conclamata è esistito o esiste un produttore che ha fatto fare alla zona il salto di qualità. Speriamo di esserlo per il Colli Berici.

Alessandra Piovene

Credo che la necessità di cercare e di ri-scoprire vini da vitigni autoctoni sia  necessaria ma non necessariamente sufficiente a valorizzare a pieno una zona e le sue peculiarità produttive. Mi spiego meglio. La diffusione e il consolidamento, nelle nostre zone, di vitigni come il Carmenere, il Cabernet Sauvignon o il Merlot è talmente lontana nel tempo da rendere difficile non considerarli autoctoni e tipici del territorio, capaci di distinguersi e di costruire un’identità e delle peculiarità distintive ancora più forti di quella a cui si arriverebbe valorizzando soltanto i vitigni autoctoni del territorio. Credo che soltanto concentrandosi su entrambi gli aspetti si possa suscitare e stimolare la curiosità su una zona interessante come la nostra.

Enrico Pegoraro, Alessandra Piovene, Nicola Dal Maso

Nicola Dal Maso

Concordo con te nell’affermare questo concetto. Troppo spesso infatti ci si focalizza sulla tipologia del vitigno piuttosto che, come insegnano i Francesi, sul “ Terroir “ .

Parola questa, direi chiave se intesa come l’insieme e l’interazione dell’ambiente pedoclimatico, mano dell’uomo e vitigno. Quindi concetto molto ampio che racchiude in se elementi non solo fisico-chimici ma antropici e storici.

Un grande vino non nasce quindi da un grande vitigno ma nasce da un grande Terroir.

Questa sinergia o “rapporto di amorosi sensi” non prende forma e si consolida a caso e nemmeno la si inventa da un giorno all’altro. Il Terroir è un qualcosa che scaturisce da una storia e tradizione centenaria di una specifica zona vitivinicola.

Ecco che questo concetto sembra cucito su misura per la nostra denominazione Colli Berici.

Abbiamo la storia centenaria di tre vitigni, quali il Tai Rosso, il Cabernet in tutte le sue forme ed il Merlot. Uve di antica cittadinanza sui Colli Berici.

Questo ha fatto si che questi vitigni trovassero il loro abitat ideale negli anni e si adattassero al nostro territorio dando il meglio di se soprattutto con lo splendido suolo argilloso-calcareo dei nostri monti.

Ti ricordo che la Doc Cabernet Colli Berici è la Doc più antica d’Italia per quel che riguarda il Cabernet. Testimonianza questa direi importante.

Ecco questo basta ed avanza a testimoniare la grande qualità di alcuni vini che abbiamo assaggiato nei giorni in cui siamo stati assieme, siano questi da vitigni alloctoni che autoctoni.

Preciso comunque che il Tai Rosso è la Grenache francese arrivato probabilmente assieme al Cabernet e Merlot e di conseguenza possiamo chiamarli tutti e tre tipici e autoctoni o viceversa alloctoni ma di antichissima cittadinanza sui Monti Berici.

Un solo appunto ( autocritica ),  mi sentirei di fare a noi produttori. La natura ci ha dato una grande opportunità, cerchiamo di non sprecarla ma piuttosto esaltiamo le peculiarità del nostro terroir e facciamole conoscere a tutto il mondo e noi rimaniamo fermi nel nostro verde orticello.

Enrico Pegoraro

Ti ringrazio molto per la questione che trovo davvero interessante. L’argomento offre l’opportunità di soffermarsi anche su altri interrogativi:

–          Come viene gestita la valorizzazione del territorio a 360 °?

–          Quanto conta la capacità di promozione dei produttori e quanto quella dei consorzi di tutela?

–          Quali suggestioni evoca una zona piuttosto che un’altra e quanto questo si riversa nei contenuti delle bottiglie?

Penso che alcuni territori siano stati promossi molto bene e questo abbia fatto da volano per i prodotti enogastronomici,  in altre situazioni invece sono stati proprio i vitigni e i vini ad essere così valorizzati da far conoscere i territori, richiamando l’attenzione di visitatori e critici. Sicuramente dove i vini sono stati il pass d’accesso a zone prima poco rilevanti, i produttori, e anche i consorzi, hanno giocato un ruolo fondamentale guardando al futuro con lungimiranza.

Più che di prevenzione o snobismo verso alcune zone rispetto ad altre, parlerei quindi della storia di promozione di ciascuna zona.

Per quanto riguarda la nostra zona, ancora poco conosciuta, molto si sta facendo in questi ultimi anni grazie all’impegno di giovani produttori che hanno alzato di molto la qualità e al Consorzio per la tutela dei vini doc Colli Berici che sta lavorando assiduamente nella promozione. La manifestazione “Gustus”, oltre agli appuntamenti classici (Vinitaly e altre fiere del settore), ne è la testimonianza. L’obiettivo è coinvolgere sia i consumatori, sia giornalisti e critici. Consapevoli infatti delle nostre potenzialità, stiamo operando affinché il contenuto delle bottiglie arrivi ai critici e così anche nei concorsi internazionali.

Ho la speranza che il lavoro di tutti possa far sì che anche i nostri rossi facciano molta strada e diventino l’”asso nella manica” dei Colli Berici, contribuendo sempre di più a farli conoscere. Sarebbe bello che i profumi del Tai Rosso evocassero i Colli e viceversa. Un ricordo sensoriale, un ricordo di viaggio, un legame da condividere.

Elena Cavazza

Elena Cavazza

La tua domanda purtroppo è la domanda che spesso anche noi produttori ci poniamo.

Perché i Colli Berici sono così  poco noti? Perché non se ne parla nei giornali, nei  blog di vino e  enoturismo?

Le motivazioni sono svariate, in primis perché le denominazioni in Veneto sono tantissime – tra cui la Valpolicella e il Prosecco, quindi spesso le denominazioni più piccole vengono dimenticate perché  “non fanno notizia”.

In secondo luogo è difficile comunicare la poliedrica identità dei Colli Berici. C’è molto da raccontare, e nonostante il Tai Rosso  assieme al Carmenere siano i vitigni autoctoni, le varietà alloctone come Merlot e Cabernet sono qui radicate dall’Ottocento.

Spesso la mancanza di un vino icona  monovarietale  viene vista come un’assenza  di identità da parte dei giornalisti e blogger del mondo del vino italiano. Frutto di una visione riduttiva, che vuole semplificare la realtà.

Come azienda, vediamo il bicchiere mezzo pieno:  i vitigni a bacca rossa sì, sono più di uno, e ogni azienda del territorio  si sta specializzando in una delle varietà, a seconda di dove si trovano gli appezzamenti e alle scelte personali di ogni viticoltore.

Sicuramente c’è molto da fare, da costruire un network tra i produttori, promuovere e raccontare questi bellissimi  colli secondo delle nuove formule. Le potenzialità sono molte, c’è solo da rimboccarsi le maniche e trovare dei partner da importatori stranieri a enti turistici, che credano quanto noi nelle   nostre terre.

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Pergola canavesanaTenuta Roletto

È palese che la degustazione, comparativa tra Metodo Classico ottenuti da uve autoctone, organizzata da Liliana Savioli e Franca Bertani presso la Tenuta Roletto a Cuceglio, avesse come unico obiettivo quello di esaltare le qualità dell’Erbaluce di Caluso nella versione spumante. Sapevano le due astute ragazze che tra gli 11 campioni degustati alla cieca ne sarebbe uscito a testa alta. Infatti, due Erbaluce sono stati tra gli assaggi migliori (Silva 2009 e il Brut 2010 di Tenuta Roletto) anche se la Palma d’oro è stata assegnata quasi all’unanimità a un’incredibile (per il vitigno dico) Ribolla Gialla Ronco Vieri Brut Metodo Classico di Vigneti Pittaro. Ma inizierei dal principio della storia. Siamo nel Canavese, la zona di produzione comprende un centinaio di comuni della provincia di Torino, la meta, in questo caso, è Cuceglio, una quarantina di chilometri da Torino e una decina da Caluso. Ed è proprio l’Erbaluce di Caluso il focus del viaggio. Vitigno dal nome affascinante, ammantato anche di leggenda: “Dall’amore impossibile nacque Albaluce, ninfa stupenda e triste, dea di perfezione, le cui dolci lacrime versate per gli uomini regalarono alla terra un frutto dorato, l’Erbaluce”.

Antonio Iuculano

Antonino Iuculano vulcanico proprietario della Tenuta Roletto crede nell’Erbaluce a tal punto da farsene ambasciatore anche all’estero : Cina Stati Uniti, addirittura Nigeria, per fare qualche esempio. Non solo, coadiuvato dall’indispensabile lavoro di un enologo giovane, appassionato e molto preparato come Gianpiero Gerbi,  ha coinvolto anche all’Università di Torino nel progetto di rilancio dell’Erbaluce. Vitigno versatile per definizione  che è possibile trovare in ben 3 declinazioni: fermo, con risultati davvero sorprendenti nel lungo periodo. Ho bevuto il base della Tenuta Roletto del 2009 davvero entusiasmante per non parlare del Mulinè 2010, la selezione di Roletto, vino dalle gradi prospettive.  Poi c’è il Metodo Classico.  L’annata 2010, che come dicevo prima, è stata tra i migliori assaggi della degustazione comparativa tra metodo classico italiani da uve autoctone e poi il Passito, saggiato in varie annate, non teme confronti con i più grandi per tipologia in giro per il mondo.

Passitaia Tenuta Roletto

Tra l’altro solo la visita alla Passitaia di Roletto vale il viaggio.  Un vino di nicchia l’Erbaluce? Chissà, sicuramente una chicca su cui puntare e che spero possa ripercorrere la strada del Timorasso e diventare un autoctono italiano davvero importante. Per meglio contestualizzare il discorso Erbaluce ho rivolto all’enologo Gianpiero Gerbi, qualche domanda. Sono emersi spunti davvero interessanti come ad esempio l’esistenza di zone  vocate libere e vitabili e terreni a prezzi accessibili. Chi ha due soldi messi da parte mediti.

Gianpiero Gerbi

Gianpiero quali sono (se ci sono) i luoghi comuni che ti danno più fastidio sull’Erbaluce di Caluso 

Ahimè qualche luogo comune c’è. Dopo gli anni 70  in Piemonte le cantine hanno incominciato ad assecondare la crescente domanda di vini bianchi, figlia di un cambio di costumi e consumi, una domanda che nasceva in seno ad anni complessi, dove la contestazione generazionale ha portato i giovani verso il consumo di vini bianchi, freschi poco impegnativi, in contrasto con il tradizionale consumo di vino rosso. In questo contesto i vitigni bianchi in Piemonte sono diventati una risorsa anche per il mercato. Purtroppo alcune denominazioni hanno avuto un’espansione troppo rapida a discapito della qualità. Nel suo piccolo l’Erbaluce, che fino ad allora era un vitigno raro destinato alla produzione del passito, vede un forte incremento di produzione, non seguita da un’essenziale ricerca della qualità. “Troppo acida l’Erbaluce” si sentiva dire dai clienti e dai tecnici, un luogo comune assolutamente da sfatare. L’erbaluce ha un’acidità importante che va studiata e gestita fin dalla vigna. Dagli anni 90 grazie agli studi della Facoltà di Agraria di Torino si è compreso molto di questo vitigno, oggi quest’acidità è una delle caratteristiche ricercate, ad esempio il mercato statunitense, che fino a qualche anno fa amava i bianchi ricchi ed opulenti, oggi ricerca soprattutto i “Crispy white”, vini secchi dall’acidità fresca, come i riesling e l’erbaluce. 

 A che punto siamo della storia di questa DOCG, quali sono i limiti che ancora vedi e naturalmente quali le prospettive 

Siamo a un passo dal giro di boa, ma è il passo più difficile, oneroso e faticoso. Una docg piccola ma dal carattere unico, ha bisogno di un coordinamento forte che la possa portare oltre i limiti del suo innato provincialismo. In venti anni i vini sono migliorati enormemente, sono nate piccole giovani realtà, ci sono figure tecniche e imprenditoriali valide, insomma ci sono i presupposti per fare bene, manca ancora quel cambio di mentalità indispensabile per entrare nel mondo dei vini importanti. La prospettiva è quella di crescere, l’area a denominazione è ampia, molte delle zone vocate sono ancora libere e vitabili, il mercato dei terreni e delle vigne ha prezzi accessibili e gli investimenti hanno ottime prospettive, c’è lo spazio per crescere.

Vitigno versatile l’Erbaluce, può essere prodotto nella versione spumante metodo classico, fermo e passito. Raccontami le tre tipologie e dimmi qual è l’espressione dove l’Erbaluce diventa o potrebbe diventare un fuoriclasse assoluto

L’erbaluce è un vitigno dall’acino particolare, ha una buccia molto spessa e croccante, ricca di polifenoli, mentre la polpa è ricca di acidità e acidi idrossicinnamici, composti antiossidanti pregiati. Credo che il passito, la versione più tradizionale e storica delle tre, sia quella, dove l’erbaluce possa già competere a livelli altissimi. L’Erbaluce di Caluso DOCG passito è un prodotto da invecchiamento lunghissimo, negli ultimi anni abbiamo assaggiato delle annate molto vecchie (90, 85, per non parlare del 68 e del 55) di alcuni produttori storici. Vini non solo piacevoli, ma soprattutto emozionanti. Il metodo classico è in rampa di lancio, grazie al trend positivo delle bollicine italiane che sta creando curiosità anche sul metodo classico più rari e particolari, le nostre bollicine incominciano a essere presenti in degustazioni importanti, al fianco di Franciacorta e Trentodoc. Dobbiamo ancora creare un po’ di credibilità sul mercato, i clienti vogliono sentire che la qualità è alta tutt’e le annate, ma è solo questione di tempo, dobbiamo solo continuare a lavorare come stiamo facendo, puntando alla qualità assoluta. La versione bianco fermo è la sfida più dura, assaggiando i vini della denominazione, che negli ultimi anni hanno visto un salto qualitativo notevole, non c’è ancora quella riconoscibilità del vitigno che caratterizza una denominazione e la fa percepire come credibile e vincente. Ogni produttore sta percorrendo strade diverse, chi ha scelto l’affinamento in legno, chi ricerca complessità con la criomacerazione, ci vorrà ancora qualche anno di sperimentazione per capire quale sia la via giusta per “estrarre” il carattere di questa varietà. 

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Di Irene Graziotto

Autoctoni qui, autoctoni là. Si fa un gran parlare di autoctoni e da qualche giorno a questa parte  ancora di più grazie ad un articolo del Wine Spectator in cui Bruce Sanderson e Alison Napjus ci vengono ricordare che gli autoctoni sono fra le grandi potenzialità dell’Italia enoica – come se ogni volta attendessimo l’avvallo estero per crederci davvero alle ricchezze che abbiamo. En passant, ho di nuovo l’impressione che il Belpaese sconti un sentimento di inferiorità psico-enologica, dovuto certamente ad una mancata conoscenza linguistica dell’inglese (sopperita in parte e solo recentemente) che non ci permette di dialogare alla pari col mercato estero ma anche, credo, al fatto che manchi ancora un Master of Wine italiano: una figura che goda di un’autorità riconosciuta e sappia farsi portavoce dell’Italia.

grappolo Foja Tonda

Torniamo agli autoctoni: se ne parla ma si parlerebbe di animali rari, da tutelare, da “piccolo è bello”. Una logica che non convince Albino Armani, alla guida dell’omonima azienda che ha riportato in vita il Foja Tonda ma che invece di trasformarlo in un proprio marchio registrato ne ha fatto una Doc, una realtà territoriale (l’approfondimento sul prossimo numero de Il Sommelier Veneto).

“Gli autoctoni non possono essere solo iconici, devono avere un valore commerciale, e non per un’azienda sola, ma per l’intero territorio”. Secondo Armani – a capo dell’Associazione Temporanea di Scopo (Ats) “Produttori vitivinicoli trentini, friulani e veneti” che sta seguendo l’iter di approvazione della nuova Doc – il lavoro sugli autoctoni andrebbe fatto su tutti i territori. È per questo che accanto alla creazione della Doc interregionale Pinot Grigio, l’ATS sta portando avanti anche istanze parallele come, ad esempio, il riconoscimento della Ribolla Gialla quale uva unicamente friulana la cui coltivazione sarà possibile esclusivamente nelle province di Pordenone, Udine e Gorizia. Secondo Albino infatti “quando una cosa non funziona è perché il territorio non la riconosce e in questo il mandato dei Consorzi è di fondamentale importanza”.

Ma gli autoctoni vengono richiesti? Sì e no: dipende dai mercati e dalle occasioni: il turista in visita sul territorio chiede il prodotto locale e quindi accanto al cibo sarà disposto ad aprirsi anche a varietà della zona. E qui fondamentale si rivela la mediazione del settore ricettivo e la capacità di promuovere non solo sé stesso ma anche il territorio, in un gioco di squadra sulla cui efficacia non serve che mi dilunghi. Penso in particolare ad un’importante struttura asolana che al momento della mia visita – un anno fa– non aveva in carta un singolo Asolo Prosecco Docg ma solo Conegliano Valdobbiadene Docg. Come ci si può definire portavoce di un territorio se siamo i primi a non credere nei suoi prodotti e di quelli più rappresentativi quali sono gli autoctoni? Gli esempi virtuosi sono tanti, ma a volte è più facile che sia il piccolo ristoratore a farsene rappresentante che non la ristorazione di alto livello, a meno di non aver fatto una scelta di “ascolto del territorio” come accade nelle carte di – penso ai primi tre che mi vengono in mente – Feva, Osteria alla Chiesa e Tre Quarti, dove accanto agli immancabili si trovano anche i Colli Berici nel primo, l’Asolo Docg nel secondo e il Durello nel terzo.

Foglia Foja Tonda

Penso poi che per gli autoctoni valga il detto “Nemo propheta in patria”. Prendiamo il Nerello Mascalese: più conosciuto altrove che in terra natìa: guardate la carta di un ristorante medio italiano. Eppure in America va alla grande, come mi conferma Giammario Villa di Vinomatica che si occupa di importazione e promozione del vino italiano. “Mi limito a parlare della California:  negli ultimi 5 anni abbiamo visto sicuramente un’apertura importante su Etna, Marche Bianco (Pecorino e Passerina più che Verdicchio), autoctoni più classici come il Soave, Gavi, Prosecco – non dimentichiamoci che la Glera è un autoctono su cui 20 anni fa avrebbero scommesso in pochi, ndr –ma anche nuovi performanti come i vini liguri (Pigato e Vermentino). E poi Taurasi, Primitivo di Manduria o un tradizionale Langhe ma anche abbiamo nuovi emergenti come Valle d’Aosta (Fumin, Petite Arvine), vini vulcanici della Campania (Ischia, Vesuvio, etc) o vini delle alpi come Valtellina o vini a base Spanna del nord Piemonte. E poi classici del Friuli (Friulano in particolare) o della Emilia Romagna (Lambrusco secco o metodo classico, Romagna Sangiovese o tra i “nuovi” Burson da uve Longanesi”.

Quello sopra è un elenco degli autoctoni che stanno destando attenzione, un elenco magari anche un po’ lungo: ed è solo una piccola parte di quelli che possiede l’Italia.

Mi concentro nello specifico sull’Etna, dove l’acquisizione da parte di Giovanni Rosso di una decina d’ettari di vitati ha fatto accendere anche i riflettori della stampa italiana: un barolista che compra su un vulcano non è cosa da tutti i giorni. La stampa estera tiene sott’occhio la zona da lungo tempo: Eric Asimov, penna enologica del NY Times, scrive già nel 2012 un’importante e denso articolo sull’Etna e il Nerello Mascalese.

Se consideriamo la stampa estera, USA in particolare, come antesignana dei trend di mercato, l’attuale attenzione sugli autoctoni lascia bene sperare. Nel frattempo, speriamo che l’Italia arrivi preparata: con una sempre maggiore padronanza della lingua del commercio (sia essa inglese o cinese) e dei social, con un Master of Wine e, soprattutto, con la giusta autostima.

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Dino Briglio Nigro e Antonello Canonico

La Calabria enoica sta raccogliendo quello che merita? Se vogliamo fermarci solo  agli esiti delle principali guide di settore si nota una certa costipazione nel concedere riconoscimenti, eccetto che per Vini Buoni d’Italia che in questo senso è sicuramente più generosa. Eppure c’è grande fermento in tutta la regione ed è indubbio che nel corso degli ultimi anni la qualità del vino calabrese sia cresciuta in maniera esponenziale. Tra gli esempi più folgoranti,  si perdoni il ricorso all’enfasi, c’è la cantina L’Acino Vini a San Marco Argentano in provincia di Cosenza, siamo nella Piana di Sibari, tra lo Jonio e il Tirreno, tra il Pollino e la Sila. Chora Bianco (Mantonico, Guarnaccia bianca, Greco), Chora Rosso (Magliocco, Guarnaccia nera e Greco nero), il macerato MantonicOZ (Mantonico 100%), Toccomagliocco (Magliocco 100%.), senza dimenticare il nuovo nato Asor  un rosè  da uve Magliocco 100%, sono vini che non lasciano indifferenti. Per saperne di più e anche per parlare di vini calabresi andando oltre la retorica degli antichi fasti della Magna Grecia, ho rivolto qualche domanda a Dino Briglio Nigro, che assieme a Antonello Canonico e Emilio Di Cianni gestisce la Società Agricola L’Acino.

Mantonico a 600 metri di altitudine sul Pollino per il MantonicOZ

Dino, dimmi tutto de L’Acino Vini, chi siete, cosa portate e quanti siete, giuro che poi non ti chiedo un fiorino

Siamo tre soci, facevamo altro nella vita fino al 2006.

La prima vendemmia è stata il 2007, e ci siamo lanciati in questa attività senza fare o commissionare business plan, siamo sempre stati poco “calcolatori”, per formazione e per indole, e non dico che questo sia un pregio.

Pensavamo che potesse esserci altri rispetto al panorama dei vini della provincia di Cosenza, non per forza dei vini migliori ma certamente diversi, bisogna dire che ne 2007 c’era davvero poco in provincia di Cosenza, poi più o meno in contemporanea con la nostra cantina ne nascono tante, in genere piccole ma a volte con la profusione di mezzi ingenti, o comunque  con mezzi finanziari ben più cospicui dei nostri ( e ci vuole poco ).

Attualmente in provincia di Cosenza saranno più di 60 le aziende vitivinicole che imbottigliano.

Senza scomodare la Questione Meridionale ma, anzi, restando sul prosaico, sono arrivato in Calabria un po’ prevenuto, salvo per poi rendermi conto che su alcuni aspetti, legati alla progettualità in ambito enogastronomico ad esempio, siete molto forti, anzi direi avanti. Ho come l’impressione però che voi calabresi facciate un po’ fatica a godere delle vostre meraviglie e a valorizzarle, mi sbaglio?

In Calabria dici che siamo avanti o forse siamo, in maniera sana, arretrati, come ibernati , in alcuni territori in particolare fermi a qualche decennio fa.

 Il “progresso” non è sempre positivo, quando è voluto essere improvviso e calato dall’alto, ha creato danni enormi, si potrebbe fare un viaggio anche solo per vedere la fabbrica- mostro sul mare, bellissimo in tutta la zona, della Liquichimica di Saline Joniche, con annesso porticciolo, mai entrata in funzione, magari andarci anche per vedere le distese di bergamotti nelle fiumare o le icone nelle chiesette bizantine.

La mia impressione è che ci sia un regresso economico ed anche culturale, lento e continuo, certamente è tutta l’ Italia ad essere da qualche anno sempre meno una Nazione dinamica e in decadenza, la Calabria però è stata una regione dinamica, ed in parte lo è, più di quanto si pensi, in posti impensati trovi esempi di “ archeologia industriale”, aziende che hanno funzionato davvero, fondate coi soldi di imprenditori e non dello Stato, appena esci dalla Basilicata il Pastificio D’ Alessandro a Mormanno, piccolo paese del Pollino, chiuso nel 1980, per andare più indietro nel tempo il militante anarchico Bruno Misefari, geologo, fondò negli anni Venti una “ Società Vetraria Calabrese” con caratteri innovativi, fu arrestato e inviato al confino e la fabbrica chiuse dopo pochi anni, tra gli anni Venti e Trenta funzionò, per dieci anni, a Locri una fabbrica metalmeccanica che fabbricò alcune parti del Transatlantico Rex e poi motociclette, chiuse dopo dieci anni.

Il fondatore su arrestato per reati finanziari e poi definitivamente assolto da ogni accusa, ma intanto la fabbrica, con 200 operai era chiusa.

 Cito a caso entità “recenti” per evitare un pianto neobornonico, che ha pure elementi di verità.

Trovo fastidioso, anche quando si parla di vino, non trovare di meglio che citare un passato lontano, quello della Magna Grecia, come se poi non fosse esistito altro.

C’erano cantina che a fine Ottocento o distribuivano i loro vini in altri posti in Italia, li esportavano in America, produttori che inviavano i loro vini all’ Expo di Parigi .

 Tutto questo è stato spazzato via, dalla modernità…dalle banche o da altro…

E’ rimasto un tessuto vitale, anche e soprattutto in campo agricolo, ma è l’ infinitamente piccolo, le microproduzioni, che è difficile si possano fare arriva a centinaia di chilometri dal luogo di produzione, se parliamo di cose che hai mangiato in qualche giorno di vacanza.

 Definiamo cosa è o non è artigianale, non c’è gourmet che a Natale non compri ad un prezzo importante un panettone artigianale, qualche giorno fa leggevo di una protesta di Fiasconaro, che minaccia, denunciando la burocrazia del proprio comune delle Madonie, di trasferire la propria attività in Piemonte, leggo di un milione di panettoni prodotti e di 120 dipendenti, mi chiedo se i suoi panettoni, ottimi tra l’altro, possano definirsi artigianali.

 Il vino rispetto ad altri prodotti, da consumare freschi o più difficili da fare viaggiare, anche se di produzioni limitate, può circolare, altre cose vanno consumare in Calabria.

Mi sembra grottesco in qualche fiera di vini naturali, trovare il banchetto in cui qualcuno porta pagnotte, proponendo un salto indietro nel tempo, facendo assaggiare un pane fatto con il lievito madre come qualcosa di mistico.

In provincia di Cosenza, su 155 comuni, saranno 50 i forni che fanno in pane con il lievito madre ( una minoranza comunque ) e restano 10 o 15 mulini che macinano a pietra, mangiare del pane buono e pagarlo al massimo 3 euro al chilo è la normalità.

MantonicOZ 2011

 Come sai vivo non lontano da una terra che ha grande tradizione per i macerati, vini non facilissimi e che spesso hanno la tendenza ad essere un po’ tutti uguali, salvo poi bere le bottiglie di Skerlj, Skerk,  Zidarich, Gravner,  Radikon  e Podversic,  in grado di farti innamorare perdutamente di questa tipologia. Gioia di bere e vitalità che ho ritrovato anche nel vostro Montonicoz 2011, uno dei macerati più buoni che mi sia capitato di assaggiare negli ultimi tempi. Raccontami di lui, da dove arriva l’idea di fare un vino così?

Citi i nomi di produttori di vini che amiamo molto, non sono mai stati per noi modelli da imitare, semplicemente perché non abbiamo modelli, purtroppo.

Mi spiego meglio, abbiamo iniziato a vinificare quel Mantonico il 2008, c’erano un altro paio di esempi  di vino da Mantonico in purezza in Calabria, ma molto diversi, per via dell’ altitudine, del clone di Mantonico e molto altro.

Abbiamo iniziato con grande curiosità e anche grandi aspettative, un po’ di anni prima Veronelli aveva scritto grandi cose su questo vitigno, aveva raccomandato ai produttori italiani di piantarlo per fermare l’ avanzata dello Chardonnay in tutta Italia, probabilmente se ne erano già dimenticati quasi tutti di questi articoli, Veronelli è diventato per molti l’ icona, da citare per un paio di frasi ad effetto.

 Dietro il Mantonicoz non c’è il protocollo di un enologo, c’è la voglia di sperimentare, per questo in una futura piccola verticale troverai delle piccole differenze tra un ‘ annata e l’ altra, del resto è un lavoro in cui non  può esistere la  ” serialità ” dell’ industria.

 Speravamo in un vino decisamente longevo, cosa che sosteneva Veronelli, ma il principale obiettivo è sempre stato un vino sano, autentico, diverso dagli altri.

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di Irene Graziotto

Un evento, quello del Soave Versus, che ha saputo affinare la propria formula, diventando appuntamento di successo, soprattutto nella capacità di avvicinare il grande pubblico al  vino bianco veronese con ben 4 mila presenze registrate.
Tre giorni al Palazzo della Gran Guardia che grazie alla sua posizione centrale riesce a catturare non solo enoappassionati locali ma anche turisti che sono in città e che, al prezzo di 15 euro, si concedono una giornata di assaggio. Girando fra i banchetti sono tanti gli accenti stranieri che si sentono, per lo più anglofoni, ma anche qualche tedesco e qualche asiatico.
Capita infatti che a vincere il contest #SoaveForYou lanciato da Ais su Instagram sia una coppia americana di San Diego confermando così la vitalità del Soave anche sui social grazie ai quali si sta avvicinando al pubblico dei Millennials – caso più unico che raro di denominazione in Italia che abbia intrapreso un intenso percorso di promozione in tal direzione.
La formula funziona grazie anche al connubio gastronomico, con la presenza di grandi firme della cucina oltre a volti noti della televisione, da Giancarlo Perbellini a Debora Vena, da Renato Bosco a Francesca Marsetti a Alessandro Scorsone.
Stimoli interessanti sono arrivati dall’incontro di apertura sul  valore del territorio per il Soave. E se da un lato l’onorevole Massimo Fiorio, vicepresidente della Commissione Agricoltura della Camera dei deputati, sottolinea come nel Testo Unico il primo articolo tratti di territorio e il secondo di autoctoni, Luciano Ferraro del Corriere della Sera porta l’attenzione sui piccoli vignaioli, gli “angeli matti” come li definiva Veronelli, e la necessità di tutelarli. (L’intero intervento di Ferraro si può vedere a questo link).

Begli assaggi, temperature di servizio ottime pur con il caldo ancora importante e il grande afflusso di gente; fattori non secondari per la riuscita di un evento, e qui un plauso va a tutto il personale che ha lavorato per la riuscita della manifestazione. Non ultima, sopresa tra le soprese, anche la capacità dei vignaioli di gestire la freschezza anche in un’annata calda come la 2015.
Nel frattempo, il Consorzio ha fatto il punto della situazione sulla vendemmia imminente.
L’annata 2016 si distingue per l’assenza di fenomeni grandinigeni, l’elevata sanità delle uve, l’equilibrio vegetativo delle viti, le produzioni non esuberanti, un quadro compositivo delle uve nella media delle ultime annate per zuccheri e acidità, ma con ottime opportunità qualitative per gli altri componenti.
Il quadro analitico delle uve in vinificazione ci porta ad attendere vini più “classici” e quindi probabilmente più sapidi e floreali. In tale quadro stagionale si è inserita la decisione del Consorzio, condivisa dal consiglio e dalla base sociale, di limitare le rese per il Soave ed il Soave Classico, a tutela del valore oggi percepito della produzione.
Ad oggi la denominazione conta 5.600 ettari di vigneto di cui 4.400 a Soave DOC e 1.200 a Soave Classico per un totale di 430.000 ettolitri di vino a fronte di circa 55 milioni di bottiglie che racconteranno in tutto il mondo la qualità di questa annata.

A seguire l’andamento vegetativo in dettaglio: l’inverno 2015/2016 non è stato particolarmente ricco di piogge, escluso il mese di febbraio, con temperature al di sopra della media storica. La stagione ha fatto registrare un avvio ottimale della fase vegetativa per la garganega, il vitigno a madre del Soave, con un germogliamento in anticipo di qualche giorno. Anche nel mese di maggio la situazione meteorologica si è mantenuta ottimale. La fioritura in giugno ha invece risentito delle temperature al di sotto della media e dell’elevata piovosità nei primi 15 giorni del mese, causando acinellature che hanno influenzato la conformazione dei futuri grappoli. Dal punto di vista sanitario alcuni areali hanno presentato problemi di oidio e peronospora, superati però con l’andamento del mese di luglio che è stato caratterizzato da temperature non eccessivamente elevate, ma anche da un’assenza completa di piogge. Le precipitazioni si sono manifestate con buona regolarità dai primi di agosto, accompagnando il vigneto verso una maturazione completa e ottimale.
L’annata 2016 si potrebbe definire come una sintesi delle due stagioni che l’hanno preceduta: da un lato l’ottimale gestione delle emergenze sanitarie, con trattamenti quasi ai limiti storici, sulla scia di quanto fatto nel 2015; dall’altro le abbondanti piogge di giugno e di agosto che hanno agevolato la normale attività fotosintetica e vegetativa della garganega.
Ottime anche le escursioni termiche tra il giorno e la notte, nel periodo finale di maturazione della garganega, che favoriscono la formazione di interessanti bouquet floreali.

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di Irene Graziotto

Capita talvolta che i risultati più interessanti non siano quelli voluti e intenzionali ma quelli che emergono a margine di una ricerca, di un progetto, di un lavoro.

Succede così che uno studio dell’UCLA riguardante vini che provengono da realtà certificate in materia biologica e biodinamica faccia parlare di sé non tanto (o, meglio, non solo) per le conclusioni centrali quanto per uno schema che compare a pagina 9 della ricerca stessa.

Lo schema in questione, sommerso nei 26 fogli i cui consta lo studio, rileva infatti strane tendenze nei punteggi di alcune delle più rinomate guide americane. Oltre che interessanti meccanismi psicologici.

Ritenendo interessante i risultati emersi, vi volevo proporre l’articolo in merito uscito su Wine Searcher. Per chi volesse la versione originale era qui: http://www.wine-searcher.com/m/2016/08/90-points-the-new-average-for-wine-advocate. Dico era e non è perché tale articolo è sparito, vuoi per il venir meno dell’acrimonia dell’autore di Wine Searcher, vuoi per fattori che muovono il sole e l’altre stelle.

Tuttavia, siccome la sindrome da 1984 (con il suo Doublethink e il Newspeak)  è sempre presente e per fugare dubbi eventuali, a provare che tale articolo esisteva sono gli snippet di alcune testate (le trovate googlando: 90-points-the-new-average-for-wine-advocate) e qualche tweet che ne riporta il titolo. Arrivando al dunque, a seguire la traduzione integrale dello stesso.

“90 punti non sono niente di che. Di fatto, è semplicemente la media per un vino californiano, stando ai punteggi di Wine Advocate”.

Questa curiosa circostanza emerge da un articolo dell’UCLA (Università della California Los Angeles, ndt) pubblicato questa settimana e riguardante vini prodotti da uve con la certificazione biologica o biodinamica. Non è il fulcro della ricerca – di fatto, tale circostanza è “nascosta” in una tabella a pagina 9 delle 26 di cui consta la ricerca.

Tre ricercatori hanno monitorato tutti i punteggi dei vini californiani su varie testate dal 1998 al 2009, per un totale di oltre 74 mila vini.

La media dei punteggi su Wine Advocate è risultata essere di 90.005, su Wine Enthusiast di 87.427 e su Wine Spectator di 86.388.

“Tendono (quelli di Wine Advocate) a essere molto generosi nei loro voti” è la dichiarazione rilasciata a Wine Searcher dal Professore di economia ambientale Magali A. Delmas, autore principale dello studio.

Wine Advocate registra inoltre la minore deviazione standard. Questo può essere dovuto al fatto che il limite superiore per tutte e tre le pubblicazioni sono i 100 punti  e quindi i vini da 100 punti semplicemente non erano così tanto sopra la media per Wine Advocate rispetto alle altre due.

Wine Enthusiast e Wine Spectator possono anche essere meno generosi nel complesso rispetto a Wine Advocate, ma sono magnanimi nei confronti dei vini che si avvicinano ai 90 punti.

Lo studio riporta: “Curiosamente, sembra esserci un effetto di arrotondamento per eccesso per il quale punteggi di 89 diventano 90. Ci sono meno vini che totalizzano 89 punti (5153 vini) di quanti ne totalizzino 88 (7584 vini) o 90 (6989 vini). Questo sembra essere una tendenza che riguarda soprattutto Wine Enthusiast e, in misura minore, Wine Spectator.

Wine Advocate ha recensito un numero nettamente inferiore di vini californiani rispetto alle altre due pubblicazioni: 14.243 in 12 anni, rispetto ai 22,544 di Wine Spectator e i 37,361 di Wine Enthusiast.

Wine Enthusiast ha l’escursione più ridotta in quanto il punteggio più basso che ha dato a questi 37.361 vini è stato 80. Il punteggio più basso dato da Wine Spectator è 55 mentre per Wine Advocate si parla di 64.

Nella guida pubblicata da Wine Advocate in merito ai propri punteggi si legge che i vini che ottengono punteggi fra il 90 e il 95 sono “eccezionali; di straordinaria complessità e carattere”. Vale la pena notare che nella ricerca sono stati inclusi sono vini californiani. Forse, secondo Wine Advocate, la media del vino californiano è semplicemente straordinaria comparata col resto del mondo.

La foto è tratta da living.corriere.it

 

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Come prima cosa Alessandro volevo ringraziarti per il tempo che stai dedicando alla Stanza del Vino. Qualche giorno fa ho avuto il privilegio di far parte della giuria  che assegna il premio ideato da Vinibuoni d’Italia “Oggi le Corone le decido io”. In sostanza, ad affiancare il lavoro dei coordinatori regionali della Guida, che assegnano i massimi riconoscimenti ai vini d’eccellenza, ovvero le Corone, si aggiunge una giuria composta da giornalisti di settore, sommelier e wine lovers che degusta in contemporanea gli stessi vini, ed esprime poi il proprio giudizio. Al netto di ogni considerazione sulla notevole qualità complessiva dei vini arrivati in finale,  ho  trovato davvero superlativa la selezione dei Metodo Classico. Conferma su grandi livelli per il Trentodoc; Franciacorta in grande spolvero e poi gli spumanti da uve autoctone con tratti davvero unici. A conferma di ciò, sono state 65 le Corone assegnate dalla commissione ufficiale su circa un’ottantina di campioni. Visto che tu sei il curatore nazionale della Guida per la categoria “Perlage Italia Metodo Classico”, come prima cosa  ti chiedo se puoi raccontare qualcosa di più sulla selezione di quest’anno, qualche approfondimento e se ti va qualche aneddoto. In seconda battuta mi viene da dire che  possiamo dirci orgogliosi della qualità raggiunta dai nostri spumanti  e senza fare nessun paragone insensato, ma rivendicando un po’ di sano sciovinismo, ti chiedo: possiamo affermare che è giunto il momento di smetterla con una certa sudditanza psicologica? Sono forse troppo euforico?

 

Mio caro Michelangelo, grazie anzitutto per la stima e per l’affetto che ogni volta mi riservi.

Che dirti? Partiamo dal l’emozione che ho avuto prima da te e dagli altri componenti del tuo panel dove, oltre a farmi i complimenti, avete sottolineato il vostro divertimento che é la cosa che maggiormente cerco nel vino, a seguire, sono arrivati i colleghi commissari che hanno certificato ed amplificato la qualità delle scelte portate in finale è la piacevolezza nello scoprire cose nuove e davvero ben fatte. Quindi il primo grazie va a voi tutti.  Permettimi un altro grazie di cuore ad una grande Collega, Paola Gambini, che si é sacrificata in tutti i sensi, negli assaggi presso i Consorzi di Franciacorta e Trento nonché con tutti gli altri campioni che sono arrivati a Roma per poi andare a chiudere il resto d’Italia a Canale. Insomma, una vera maratona di Bollicine Italiane di gran pregio che sono state assaggiate con dovizia e serietà anche con altri componenti saltuari dei vari Panel. A Paola va il merito di aver saputo tenere duro lungo tutto l’arco dei mesi in cui sono stati degustati i campioni in tutte le sedi istituzionali presso i Consorzi. Come spesso sottolineo, bere Bollicine é una specializzazione e bisogna avere il senso del gusto  sempre allenato per poter percepire al meglio tutti i messaggi palatali che servono a certificare la qualità dei vari prodotti. Sicuramente abbiamo verificato un innalzamento verso l’alto delle zone più importanti, la Franciacorta ci ha stupito favorevolmente con i Dosaggio Zero, segno evidente di un grande lavoro in vigna con in mente ben chiara la finalizzazione del progetto. Il Trento Doc si é rivelato con continuità e coerenza, il vero antagonista nel mondo delle bollicine: l’acidità, oltre le escursioni termiche conferite da quei territori, riescono ad essere il vero perno centrale  che permette un grande sviluppo dei prodotti anche con interessanti evoluzioni nel tempo, che legati alle grandi sapidità minerali del territorio, ne fanno vini veramente eleganti. Altro territorio in continua crescita con gli spumanti, si é rivelato il Friuli Venezia Giulia, con prodotti davvero stuzzicanti e di straordinaria freschezza ed eleganza. Come non menzionare poi gli autoctoni che, spesso, hanno fatto saltare tutti gli schemi andando a cogliere corone in entrambe le commissioni, altro segno evidente di certificata qualità sia da parte dei produttori che dei degustare in giuria finale. Sugli aneddoti, mi riservo di raccontarti a voce alcune cose davvero interessanti e che potrebbero essere spunto per approfondimenti sulle tue pagine. Infine, a proposito di sudditanza, credo che tu abbia ragione; oggi si beve troppo fotografando, pensando più al brand piuttosto che alla qualità intrinseca. Come ben sai, io bevo molti Champagne, sia per piacere che per dovere di editore della Guida Grandi Champagne ma onestamente devo dirti che non faccio mai comparazioni. Così come non ne faccio nella vita, non le faccio nemmeno nel vino. Ogni prodotto é figlio della sua terra e del pensiero filosofico dell’uomo. Sono le mani che lavorano la vigna la vera emozione e quando la si  cerca nel calice, non dobbiamo mai guardarne la bandiera. Come hai potuto constatare, Vini Buoni d’Italia, degusta rigorosamente in anonimo, poco importa il nome, ciò che cerchiamo é una riconoscibile qualità ed una cosa ancora più importante: la bevibilità. Il mio consiglio?  Beviamo con maggior leggerezza, evitiamo di pensare troppo e cerchiamo quel sorriso che a volte é smorzato dalle tante bruttezze con le quali il mondo oggi ci avvolge. Il compito delle Bollicine é donare brio e portare gioia in tutti quei luoghi dove si decide di stappare gioiosamente una bottiglia di Metodo Classico e quest’anno  per far scoccare scintille e scatenare sorrisi, i  nostri Produttori  Italiani hanno preparato tante splendide bottiglie che attendono solo di esser condivise.

Buone Bollicine a tutti

Alessandro Scorsone

Dal 1991 è in servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri a Palazzo Chigi con mansioni di coordinatore del personale addetto all’Appartamento, di responsabile delle attività e della gestione amministrativa della sede di rappresentanza e della gestione degli eventi conviviali. Si diploma come Sommelier arricchendo lo studio con il Master in analisi sensoriale. Docente per l’AIS di Roma per tecnica di servizio, di degustazione e di abbinamento, è inoltre degustatore per varie guide e coordinatore nazionale per la Guida Vini Buoni Italia della sezione Perlage Italia Metodo Classico. Partecipa, in qualità di esperto tecnico alla trasmissione “La Prova del Cuoco”. È stato insignito del Premio Internazionale del Vino 2008 come Miglior Sommelier Italiano.

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Gino Marino e Pasquale Vulcano

Chiedilo a Gino Marino che in località Biscardi di Cropalati, sulla strada statale 177 Silana di Rossano, al Km 55.700, gestisce un agriturismo, ristorante, bed & breakfast, dove propone esclusivamente le antiche tradizioni culinarie della Sila Greca Calabrese. Chiedilo a Sergio Franco che da più di trent’anni (lui ne ha quaranta) si sveglia tutte le mattine alle quattro per produrre formaggi e latticini di capra e mucca seguendo rigorosamente l’antica arte casearia della sua terra. Oppure chiedilo a Vincenzo Brunetti che a Paludi di Rossano alleva vacche di razza podolica calabrese, bovini a rischio di estinzione, i cui costi di allevamento sono più alti rispetto a quelli di razze più conosciute e dove gli allevatori seguono un  disciplinare rigidissimo. Oppure chiedilo a Emilio Simone e ai suoi “Vins du Garage”, che dimostrano che non solo a Cirò, ma anche sulle colline della Pre-Sila, si possono fare vini molto interessanti, spigolosi e affascinanti come la terra da cui provengono (su tutti il Nerello Cappuccio 2013 che in alcuni aspetti ricorda il Terrano). Chiedilo a Dino Briglio Nigro che a San Marco Argentano, tra il Pollino e la Sila, assieme a due amici fraterni, guidato dalla forza delle radici e da un pizzico di sana pazzia, fa vini naturali di straordinaria personalità. Chiedilo a Pasquale Vulcano che da qualche anno ha aperto a Mirto Crosia (9.486 abitanti), in pratica a ridosso della Strada Statale 106 Jonica, una bottiglieria/enoteca con l’obiettivo di promuovere le eccellenze della sua amata Calabria, vini di piccoli produttori sconosciuti ai più.

Vista dal Santuario di Santa Maria delle Armi – Cerchiara di Calabria

Mi perdonerà la Chiesa Cattolica se prendo a prestito lo slogan di una riuscitissima campagna pubblicitaria e non sembri blasfemo il paragone, perché tutti i ragazzi che ho citato sono benefattori di anime, in senso laico e gastronomicamente parlando naturalmente. Persone che amano e credono in maniera viscerale nella loro terra e nel suo rilancio, nel suo riscatto. Una terra durissima, a tratti degradata, aspra; almeno questa è la sensazione che ti rimane dentro percorrendo quel tratto di Calabria che passa per la Piana di Sibari lungo la costa Jonica. Poi però quando smetti di essere turista e divieni viaggiatore, ogni luogo si fa intimamente tuo, in una sorta di comunanza antropologica. Qualche esempio? Cerchiara di Calabria, il Santuario di Santa Maria delle Armi, la Grotta delle Ninfe Lusiadi, Rossano e il suo Codex Purpureus, il Parco della Sila, il Lago Cecita che sembra di essere in Oregon. Posti di ancestrale bellezza. Ancora una volta di più, e so di scoprire l’acqua calda, visitando questo trattato di Calabria, ho capito che per avvicinare le persone al vino, ma anche per farle ritornare ad assaporare un cibo autentico e sano, bisogna incontrare contadini, vignaioli, casari, ristoratori, autentici. Conoscere le loro storie, il loro lavoro, per poi raccontarlo. Basta perdersi in tecnicismi inutili, in deliranti descrizioni tecniche, in giaculatorie che servono solo ad allontanare le persone che nel vino (e nel cibo) cercano esclusivamente piacere e convivialità; spesso ho la sensazione che molti addetti ai lavori, per lo più malati di protagonismo, ci sia più la perversa volontà di escludere, quando, invece, il vino, ma lo ripeto anche il cibo, sono strumenti d’inclusione straordinaria.

Lago Cecita – Parco Nazionale della Sila

Ecco, questo è proprio quello che fa Gino Marino nel suo agriturismo, include, aggrega, anzi è un collettore per tutte le eccellenze del suo territorio (carne di vacca podolica, maiale nero di Calabria, formaggi e latticini di capra e di vacca, carne di cinghiale, ortaggi e verdure, marmellate tradizionali e ovviamente vino) e non siamo nel centro di Milano, ma in Località Biscardi di Cropalati a 400 metri sul livello del mare, che per arrivarci devi percorrere strade di mezza montagna. Da oggi  in poi, quando incontrerò un lavoratore del settore enogastronomico annoiato, privo di amore e passione, o peggio maleducato, gli parlerò di Gino Marino, un ragazzo di quarant’anni che fa il proprio mestiere, andando ben oltre a ciò che dovrebbe essere la sacrosanta attenzione al cliente: per lui si tratta di una sorta di Xenia, secondo il concetto di sacralità dell’ospite del mondo greco antico, e non poteva essere diversamente visto che la Sila Greca, lembo occidentale dell’altipiano silano, gli ha dato i natali.

Grazie a Sara Carbone per avermi fatto conoscere tutta questa bellezza.

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Emanuele Giannone per La stanza del vino

Ripasso telegrafico: storia di alcune bottiglie austriache, dono di Helmut Knall: scrittore, giornalista, consulente enogastronomico e genius dietro wine-times.com, italofilo e amante del vino – Amarone su tutti – nonché di antipasti, cicheti e primi. Knall, il suo cognome, equivale in italiano a botto e il composto Knallbonbon significa petardo. I primi due petardi sono già scoppiati (qui il link 1 e qui il link 2). Accendiamo la miccia del terzo.

Wiener Trilogie 2009 Wieninger.

Dici “Trilogia Viennese” e pensi, che so, a un estratto dalla produzione sinfonica di Mozart, o a Klimt, Kokoschka e Schiele secessionisti, o ancora al formidabile attacco a tre punte, Berg-Schönberg-Webern, della formazione degli atonali. E invece no: la Trilogia è un vino di Fritz Wieninger, vignaniolo con 45 ettari di vigneto (e una veduta favolosa) sui due colli del Bisamberg e del Nuβberg sopra Vienna. Più rossi che bianchi, vinificazioni separate per assecondare la diversa vocazione delle diverse parcelle, conduzione biodinamica dal 2006, anno successivo a quello in cui, come spiega lo stesso produttore, “… avevo affrontato condizioni meteorologiche avverse con il ricorso abbondante a fitofarmaci, ma con scarso successo. Decisi quindi di adoperarmi per sviluppare le capacità naturali di autodifesa delle viti, comprendendo infine che la chiave è il suolo. Per cominciare, adottai la policoltura in luogo della monocoltura della vite, dando vita a un ecosistema funzionante […] Al centro della nuova ispirazione non sono le alte rese ma la salute e le difese naturali delle viti, così come la qualità deIle uve e dei vini. Biodinamica significa in buona sostanza compresenza di più specie e varietà, quindi ecosistema complesso e in equilibrio; e ricchezza di humus e microorganismi nel terreno… “.

Le uve della Trilogia Viennese provengono dal Bisamberg, collina che digrada verso il Danubio a Nord della città. Il suolo in löss, sabbioso e quindi molto sciolto, sovrastante un massiccio calcareo, è ideale per vini freschi e fini, dai sentori spiccati di frutto e connotati da acidità salienti. La 2009 è un taglio di Zweigelt (70%), Merlot e Cabernet Sauvignon (15% entrambi). La raccolta delle diverse varietà si estende dalla metà di settembre alla fine di ottobre. Esaurite le fermentazioni separate in fusti di rovere e acciaio a seconda delle varietà, i singoli vini maturano in barrique (20% nuove) per circa 20 mesi e vengono assemblati per un ultimo, breve passaggio prima dell’imbottigliamento.

La vivacità aromatica dello zweigelt, specie nel ricco corredo vegetale, con un quid di sostanza e profondità in più conferito da merlot e cabernet sauvignon. Il ventaglio olfattivo è molto ampio e variegato, con una cornucopia piccoli frutti rossi freschi insieme a muschio, peperone, felce, erbe amare, alloro e rose. Al palato i tratti distintivi sono la succosa pienezza del frutto, con amarena e ribes nero in evidenza, e la freschezza che assicura tensione e slancio. Il vino è dinamico, coinvolge per il passo leggiadro e il corpo proporzionato, essenziale; la dentelle di tannini piccoli e morbidi cadenza lo sviluppo e contribuisce  all’agilità della beva. Lungo e freschissimo il finale con il frutto ancora in evidenza e un elegante ornato di erbe e fiori. Il legno è completamente riassorbito e si ricorda forse solo nelle note fievolissime di legno di rosa e chiodo di garofano. Alcol 13%. Cifra di grazia, definizione aromatica e naturale finezza.

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