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Di Irene Graziotto

MasterclassLa curva di sviluppo della Puglia è in netta ascesa. La regione è infatti fra le realtà che più si sono trasformate nell’ultimo decennio. Il salto qualitativo che la Puglia ha saputo fare a livello enologico la rende infatti oggi una delle mete più interessanti per l’enoturista – non è un caso che nel 2013 sia entrata fra le Top 10 wine destinations di Wine Enthusiast. Le masserie proliferano, la conduzione delle stesse è svolta da personale preparato e da un gruppo manageriale che si forma spesso al nord e che è perfettamente consapevole dei punti di forza del territorio, vino incluso – ricordo fra gli altri la bella esperienza a Masseria Bagnara con una cantina di livello e uno sguardo lungimirante nella gestione dell’offerta.

A questo si aggiunge la bellezza del territorio e l’ampia scelta enogastronomica che ha portato il National Geographic a decretarla, nel 2016, la più bella regione al mondo. E ad essere scelta da vip come Ivanka Trump, e non solo, come meta turistica – qualcosa che solo dieci anni fa sarebbe parsa inimmaginabile.

Ebbene la Puglia si muove. Ne avevo già parlato due anni fa in occasione di una visita nella regione e ne sono sempre più convinta. Le manifestazioni si moltiplicano e si fanno internazionali, grazie alla presenza di figure di rilievo (vedi Radici del Sud), gli articoli delle testate estere che contano si duplicano, gli investimenti raddoppiano – sono tantissime le aziende site in altre zone d’Italia che hanno iniziato a produrre anche in zona (Antinori con la Tormaresca, Tinazzi con Feudo Croce e Cantine san Giorgio) –  l’interesse dei mercati si fa vivo, soprattutto quelli dell’Europa Centrale come testimoniato anche da anche Othmar Kiem durante Vinibus Terrae.

Vinibus Terrae è una nuova vetrina del vino pugliese pensata e ideata lo scorso luglio dal Consorzio  Discovery, un altro esempio virtuoso di sensibilità imprenditoriale regionale. Virtuoso in primis perché parte da una consapevolezza e successiva volontà di fare sistema fra comparti anche molto diversi. Il Consorzio nasce infatti da una quadruplice alleanza fra Teo Titi, presidente sezione Turismo Confindustria di Brindisi, da Pierangelo Argentieri, vice presidente della Federalberghi di Puglia, da Giuseppe Danese, alla guida del distretto nautica pugliese e Luigi Rubino alla guida di Tenute Rubino. Virtuoso in secundis perché inteso a sviluppare anche quelle zone meno battute della Puglia, nell’ottica che una ricchezza a spot non giovi a nessuno nel secondo tempo.

Il Lungomare di Brindisi

Il Lungomare di Brindisi

Parte da qui la volontà di rilanciare Brindisi, dotata già di qualche anno di una passeggiata lungomare di grande piacevolezza che ha ridato alla città un proprio spazio, a servizio della comunità – un fattore non secondario, questo della bellezza, chiaro a Peppino Impastato che infatti sosteneva come se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà” ma ben presente anche a personalità come William Bratton e Rudoplh Giuliani che negli anni Novanta fecero di tutto per arginare gli effetti “finestre rotte”.

Vinibus Terrae ha saputo smuovere ulteriormente le acque (è il caso di dirlo) di Brindisi, una città che altrimenti passa inosservata, “un po’ come Vicenza, stretta fra Verona e Venezia” ha commentato Gianfranco Vissani durante la conferenza di apertura. Obiettivo dell’evento: “creare una destinazione” nuova, affermano gli organizzatori, rafforzando quel legame col vino che è già esistente ma poco comunicato. La prima Doc della Puglia è appunto la Doc Brindisi.

I dati emersi durante la conferenza di apertura di Vinibus Terrae, che ha visto la partecipazione via video del ministro De Castro e de visu di Dario Stefano, sono impressionanti: se nel 2009 l’imbottigliato di qualità coprova solo il 19%  della produzione, nel 2014 tali cifre si aggiravano giù sul 70%. Se fino a due decenni fa nei depliant della Puglia si vedevano piscine anonime, cocktail e avvenenti figurini femminili, oggi la promozione pubblicitaria punta su alberelli, ulivi, scorci riconoscibili.

L’evento di giugno ha saputo coinvolgere e aprirsi anche alla città: non capita spesso di vedere negozio dopo negozio l’insegna di un evento legato al vino. Presente tutta la filiera: dalle 30 aziende vinicole disposte sul lungomare al consumatore finale (con una forte presenza giovanile, grazie anche ad una ricetta spigliata) passando dal consumatore esperto ai giornalisti ai sommelier che hanno partecipato alle tre Masterclass di livello organizzate da AIS Puglia e guidate da Giuseppe Baldessarre. Tre i focus: Puglia del Nord e Daunia, Murgia e terra di Messapia e, infine, Salento, dove ha trovato posto anche l’intervento dei vari produttori – un modo lungimirante di dare voce ai protagonisti di questa piccola rivoluzione enologica chiamata Puglia che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante.

 

 

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VivavìCalabria incantata e selvaggia, terra del ritorno necessario per il viaggiatore, giacimento di tesori enogastronomici inestimabili. Come altro definire Il Biscardino di Gino Marino a Cropalati, la Tavernetta dell’istrionico Pietro Lecce a Camigliatello? Poi il vino, antico e moderno al tempo stesso. Si va dal garagista pre silano Emilio Simone, ai cirotani Cataldo Calabretta, Francesco e Vincenzo Scilanga (Cote di Franze), passando per quel collettore di anime che è Dino Briglio Nigro e il suo l’Acino Vini. Dino condivide, a San Marco Argentano, cantina e sogni con Daniela De Marco e Giampiero Ventura e il loro nuovo progetto vitivinicolo Vinovì. Naturalmente cito solo persone e luoghi che ho visitato in viaggi recenti, consapevole che la Calabria è tanto altro. Arriva poi la nostalgia, conseguenza del rientro dal viaggio, che può essere smorzata attraverso la lettura di libri che alimentano i ricordi; capita così di imbattersi nel leggendario “Old Calabria” di Norman Douglas, ma, soprattutto, in “Lettere meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria” di Francesco Bevilacqua. Testo che ha in se vari passaggi rivelatori, anzi direi rivoluzionari, come ad esempio questo sul “Pensiero meridiano” che riporto integralmente: La felice espressione «pensiero meridiano» fu coniata da Albert Camus all’inizio degli anni Cinquanta, allorché nel capitolo conclusivo del suo L’uomo in rivolta, sotto un titolo siffatto, lo scrittore invocava un modo di pensare al quale il mondo contemporaneo non avrebbe potuto rinunciare ancora per molto. Modo di pensare che, richiamandosi allo spirito greco antico, pone al centro della riflessione il rapporto originario e profondo tra uomo e natura. Si intravede qui una contrapposizione tra due distinte concezioni del mondo: una nord europea, basata sulla rimozione del rapporto con il sacro e con la natura; l’altra sud europea, che propugna, invece, un intreccio armonico tra umano, divino e naturale. «Al nichilismo europeo, avvolto nelle tenebre dell’assolutismo storicista, Camus oppone dunque lo spirito mediterraneo, coi suoi richiami alla sacralità del mondo e della vita». In sostanza «il pensiero meridiano è la riscoperta di questo sud rimosso e il suo collegamento a una forma di vita non ostaggio della tecnica, capace di una misura». Intorno alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, alcuni studiosi, tra cui Franco Cassano, Mario Alcaro, Piero Bevilacqua, Franco Piperno, si ritrovano nello sviluppare le tesi di Camus e propugnano un pensiero del «Sud che pensi il Sud». Il Sud diviene soggetto di pensiero proprio e dismette gli abiti dell’oggetto di pensiero altrui. È una rivendicazione di autonomia culturale, etica, spirituale innanzitutto e poi anche politica. Anche se non v’è traccia dei fumosi progetti separatisti e autonomisti che circolano nel Mezzogiorno d’Italia da alcuni anni.vigneti Vivavì Il Pensiero meridiano ripudia il fondamentalismo economico e i processi di omologazione che accompagnano la globalizzazione, in favore di una ritrovata peculiarità locale del Sud, nella cultura, nella politica, nella ricerca di una identità. Bisogna smettere con il pensare che il Sud sia un non-ancora dello sviluppo, sostiene Franco Cassano, «occorre smettere di vedere le sue patologie solo come la conseguenza di un difetto di modernità. Bisogna rovesciare l’ottica e iniziare a pensare che probabilmente nel Sud d’Italia la modernità non è estranea alle patologie di cui ancora oggi molti credono che essa sia la cura». È necessario, invece, contrapporre, alla omologazione e allo sviluppo etero diretto, la rivitalizzazione delle culture locali, la reinvenzione delle radici storiche comuni, la riaffermazione delle proprie identità collettive. Insomma, l’idea è quella di creare per il Sud un percorso alternativo che punti su strategie di cooperazione regionale, beni comuni, risorse ambientali, specificità territoriali. Una rinascita in piena regola del «locale» in una relazione più equa con il globale. Per far questo, i fautori del Pensiero meridiano decostruiscono alcuni capisaldi della Questione meridionale.

Masseria Perugini

Masseria Perugini

La prima decostruzione riguarda il cosiddetto paradigma emulativo, per cui il Sud deve emulare il Nord ed essere oggetto, quindi, di uno sviluppo etero-diretto e assistito. Il Sud, viceversa, deve semplicemente chiedersi quale possa essere una strategia per migliorarsi a partire dalle ricchezze di cui già dispone. La seconda decostruzione concerne il paradigma della modernizzazione, che parte dal dogma dell’arretratezza economica e culturale del Sud. Il Sud non è «arretrato», ma solo non sviluppato secondo i canoni del Nord. È, invece, diverso, soprattutto perché ha saltato a piè pari tutto il lungo periodo della industrializzazione e conserva luoghi, valori, culture che quel processo, se ci fosse stato, avrebbe spazzato via.
Il Pensiero meridiano resta, sino a ora, l’unica originale e innovativa proposta di ripensare il Sud (e con esso la Calabria) e i suoi problemi a partire dal Sud stesso, di favorire un’assunzione di responsabilità diretta dei meridionali, per contrapporre alle fallimentari panacee industrialiste e sviluppiste, che hanno avuto il Sud come cavia, strategie che partano da forze e ricchezze endogene. E, quel che più conta, abiurando una buona volta ogni progetto etero diretto e assistito.

Ecco questo “Pensiero meridiano” mi è parso di sentirlo forte e vivo in tutte le persone che si occupano di vino e cibo e che ho avuto la fortuna di conoscere in queste due ultime estati in Calabria. Per rafforzare ancora di più il concetto e per continuare con gli approfondimenti, dopo l’articolo su Gino Marino e l’intervista a Dino Briglio Nigro, ho rivolto alcune domande a Daniela De Marco di Vinovì che, vista la sua storia di vita e i suoi studi, credo sia perfetta per continuare questa discussione.

Daniela De Marco

Daniela De Marco

Daniela tu sei un’antropologa che per motivi familiari è dovuta ritornare in Calabria. Trovo molto romantico che un’antropologa si metta a fare vino: storia del vino e storia dell’uomo, a livello sociale, culturale ma anche simbolico e filosofico, sono intrecciate indissolubilmente.  Tu come arrivi al vino? Raccontami la storia di Vivavì e del sodalizio con Pasquale Perugini e Giampiero Ventura.

Si, l’ambito tematico dei miei studi è stato quello dell’antropologia culturale, percorso che ho intrapreso all’università Sapienza di Roma. A Roma ho vissuto per 5 anni dopo i quali sono tornata in Calabria per stare vicino alla mia famiglia che stava attraversando un periodo di difficoltà. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in alcune cantine, questo primo contatto diretto con il mondo vitivinicolo, che si può definire la “mia esperienza sul campo” tanto cara a noi antropologi, ha fatto nascere e crescere in me il desiderio di fare vino. Il cibo e il vino riflettono la peculiarità dei luoghi e delle loro coltivazioni, per me è importantissimo che le produzioni facciano emergere queste diversità territoriali e di cultura, questo è un atteggiamento da antropologo, l’antropologia è strettamente legata al concetto di diversità. Ed è per questo che ho deciso di vinificare da vitigni, come il Mantonico e il Magliocco, che appartengono alla Calabria. Questo modo di fare agricoltura è il trait d’union che unisce me e le altre due persone con cui ho intrapreso questo progetto, il mio compagno Giampiero Ventura e Pasquale Perugini, proprietario della Masseria Perugini, splendida persona che conoscevamo da tempo.

La Masseria Perugini è un luogo incantevole, ha un’aura particolare, si respirano creatività e bellezza, si fa dell’ottimo vino, ma è anche un’azienda agrituristica; infatti producete olio, pasta, allevate pecore e tanto altro. Parlando con te ho poi scoperto che Dario Brunori (Brunori Sas) ha registrato proprio qui il suo quarto disco “A casa tutto bene”. Alla fine penso che ci sia sempre filo conduttore, nemmeno tanto sottile, che lega idee, creatività, luoghi, anime, che ne pensi?

 La storia della Calabria, proprio per il fenomeno di cui tu parli, ossia aver saltato la fase dell’industrializzazione, è una storia fatta perlopiù da agricoltori, da persone che hanno coltivato la terra, e che grazie alla loro esperienza hanno una comprensione profonda dei cicli della natura. È grazie al loro aiuto e ai loro racconti che ora sto, anzi stiamo, imparando sempre di più su questo mondo; ad esempio a capire qual è il periodo giusto per seminare il grano o per raccogliere le olive, perché come hai detto giustamente tu in Masseria produciamo anche olio e pasta (La Masseria è anche ristorante e b&b il che rende possibile assaggiare i nostri prodotti direttamente in loco). Per me il coltivare è da intendersi come pratica di produzione ma anche e soprattutto come qualcosa che crea cultura e senso di collettività, il cibo e il vino si definiscono importanti fattori di aggregazione sociale. Mi piace pensare alla Masseria come ad una comunità sempre mutevole di persone, che pur vivendo temporaneamente da noi, attraverso le proprie azioni, il proprio apporto culturale definisce un nuovo senso del luogo. E spero che sempre di più riesca ad essere un posto capace di generare e supportare processi legati al fare cultura. Un luogo dove anime affini possono trovare rifugio. E infatti siamo stati felicissimi quando la Brunori SAS ha deciso di incidere da noi il suo ultimo album “A casa tutto bene”, di quel periodo ricordiamo giornate vive durante le quali i musicisti, i tecnici, i fotografi hanno animato il nostro piccolo borgo. Io e Giampiero conosciamo Dario da tantissimi anni; è un’amicizia  che proviene da lontano, Dario e Giampiero erano compagni di stanza durante gli anni universitari a Siena.

Una domanda sulla Calabria non poteva mancare. Terra aspra e oltraggiata, luogo antropologicamente e socialmente molto complesso e immagino che su questo, visti i tuoi studi, potresti farne un trattato. Più mi ci addentro, più conosco questa terra, più vedo che si sta seminando moltissimo, c’è grande fermento, energie positive e voglia di rinascita, naturalmente non solo in ambito enogastronomico. L’impressione e che si stia andando sempre di più nella direzione di quel “pensiero meridiano” di cui parla Francesco Bevilacqua, sono troppo ottimista?

Si concordo con te. Accanto ad una visione di crescita economica, ancora legata ad una volontà di sfruttamento intensivo del territorio, pian piano ne sta nascendo un’altra che abbraccia un’idea di sviluppo che passa attraverso la valorizzazione delle risorse già presenti. E non parlo solo ovviamente di elementi materiali ma anche immateriali: la riscoperta della ricchezza della nostra cultura, dei nostri rituali indissolubilmente legati ai nostri paesaggi, il nostro essere popolo meticcio, infatti a pochi chilometri dalla Masseria Perugini vi sono i paesi Arbëreshë, io provengo in parte da lì, la bellezza aspra e ruvida di quella Calabria che non compare nelle comuni guide turistiche e sfugge al vocabolario corrente. Ecco vivendo qua ho avvertito la volontà diffusa di ripartire da tutto questo, di far emergere geografie per molto tempo silenti.

Fonti:  “Lettere meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria” di Francesco Bevilacqua

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Roberto Cipresso

Roberto Cipresso

L’obiettivo di ogni imprenditore – specie se di medie o piccole dimensioni – dovrebbe essere quello di collocare i propri prodotti in una nicchia il più possibile ristretta, ovvero tale da permettere loro di emergere e di sottrarsi alla concorrenza. Ognuno cioè, dovrebbe cercare il proprio “Oceano Blu” – cit. da Strategia Oceano Blu, di Renee Mauborgne e Kim W. Chan – , e lasciare “L’Oceano Rosso” – ovvero i campi già esplorati e le strade già percorse e sdoganate – alle multinazionali, o comunque alle imprese di grandi dimensioni, le cui strategie di promozione e comunicazione sono smisuratamente più potenti, così da rendere la concorrenza meno temibile. Nel caso specifico della produzione agricola e della viticoltura, secondo la mia esperienza ogni imprenditore, al momento di immaginare e di pianificare i propri obiettivi, deve anzitutto fare i conti con il suo ambiente di produzione, e capire in base alle caratteristiche di quest’ultimo quali siano le strade più efficaci da seguire per emergere. Se il terroir dei propri vigneti – inteso come la particolare ed ogni volta unica interazione tra fattori climatici e proprietà dei suoli – possiede una buona potenza espressiva ed è in grado di trasmettere la sua fedele impronta nel vino, tutte le scelte agronomiche ed enologiche dovranno essere improntate a valorizzare la sua capacità di esprimersi, così da ottenere vini irripetibili, la cui degustazione non si limiti a dare soddisfazione sensoriale ma permetta di viaggiare nello spazio, e riportare chi assaggia ad un territorio ben determinato e ad una specifica filosofia di produzione. Viceversa, dove il terroir è più debole e non consente questi risultati, sarà opportuno lavorare sui vitigni coltivati, e far sì che il vino esalti al meglio i propri requisiti varietali.

Ciò premesso, ormai da qualche decennio in agricoltura, vuoi per ragioni di marketing, vuoi per una reale attenzione agli equilibri dell’ecosistema e al rispetto per la natura, è sorta l’esigenza di guardare al passato, e di limitare o eliminare del tutto il ricorso ai prodotti chimici e alle moderne tecnologie. Da qui, l’emergenza dei sistemi di coltivazione integrato, biologico e biodinamico, nonché una certa tentazione a tornare alla genuinità e alla semplicità del cosiddetto “vino del contadino”. A questo proposito, preciso subito che trovo legittimo al massimo grado lo sforzo di rispettare il più possibile l’integrità ed i ritmi spontanei dell’agroecosistema, e l’adozione di tutte le pratiche che siano utili ad ottenere questo obiettivo. D’altra parte, credo sia necessario non perdere mai di vista il risultato finale, ovvero la produzione di vini che siano non solo di qualità inattaccabile – requisito ormai indispensabile per resistere su qualsiasi mercato – ma anche in grado di soddisfare i sensi del consumatore e, se il territorio di produzione lo consente – perfino di emozionarlo. Se un vino ha difetti evidenti perché non sono stati utilizzati i mezzi ed i prodotti necessari a garantirne una adeguata conservazione ad esempio, non potrà essere venduto, e non sarà in grado di perseguire l’obiettivo di dare piacevolezza. Ciò si verifica molto di frequente nell’agricoltura biodinamica ad esempio, che, a fronte di pochissimi vini strepitosi, da spesso vita a prodotti imbevibili, che rispettano l’ambiente ma falliscono in pieno quella che dovrebbe essere la missione principale di ogni vino. Non dimentichiamo che la natura di per sé, senza l’intervento dell’uomo che è teso a garantire la propria sopravvivenza e che a volte ne addolcisce molti spigoli, sa essere anche molto cattiva e spietata. Nel caso del biologico invece, sappiamo che alcuni prodotti – lo zolfo ed il rame – sono ammessi dal regime in virtù del carattere endemico di alcuni parassiti della vite. Ora, in alcune annate con primavere molto difficili, può anche verificarsi che l’apporto nell’ambiente di prodotti forniti in prevenzione sia superiore a quello che avremmo avuto con l’utilizzo di alcuni sistemici nei momenti opportuni. Avremo quindi forse salvato i vini, ma fallito del tutto l’obiettivo di massima salvaguardia dell’ambiente.

Ciò che voglio dire, è che spesso chi si attiene ad una linea di coltivazione lo fa in modo un po’ intransigente. Questo atteggiamento, che forse può andare d’accordo con altri ambiti della propria esistenza, non si addice invece all’imprevedibilità dell’attività agricola, e alla fatica e alla flessibilità che essa richiede. In agricoltura – e particolarmente in viticoltura – una visione integralista non è a mio avviso mai consigliabile, ma credo sia di gran lunga più saggio modulare l’atteggiamento e le scelte in funzione delle sfumature e delle sorprese che il contesto impone. Ciò che credo permetta di rispettare davvero la natura al massimo, senza per questo rinunciare ad un buon prodotto finale, è un attento monitoraggio sia del clima che ogni stagione riserva, sia dell’evoluzione dei propri vini durante la loro permanenza in cantina; a seconda di ciò che ci troviamo di fronte, scegliamo poi la strada meno invasiva, che allo stesso tempo permetta però di salvaguardare la bontà del risultato. Il beneficio che la nostra attività deve apportare all’ambiente, non può essere infine solo teorico; affinché sia un contributo reale ed effettivo, e allo stesso tempo possa in maniera inequivocabile essere percepito dal consumatore e riconosciuto come un vero valore aggiunto del marchio, deve in qualche maniera essere misurabile, attraverso dei processi già esistenti, che permettono di valutare e certificare l’effettiva sostenibilità di un progetto aziendale.”

Roberto Cipresso

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19143097_10211389179998911_8719345141098882302_oSi fa presto a snobbare il Prosecco, a catalogarlo come vino da poco solamente perché, magari, si è bevuta una pessima bottiglia delle 400 milioni DOC prodotte da Gambellara a Trieste senza soluzione di continuità. È risaputo che il peggior nemico del Prosecco è il Prosecco stesso, ma i detrattori, fatti salvi i gusti personali insindacabili, cambierebbero sicuramente idea assaggiando una buona bottiglia, delle 90 milioni DOCG, prodotta nell’Area di Conegliano Valdobbiadene o ad Asolo e, restringendo ancora il campo, rimarrebbero di sicuro a bocca aperta qualora si appoggiassero a uno di quei produttori simbolo della zona.  Giova ancora una volta, a buon uso e a tutela del consumatore, ribadire che l’eccellenza assoluta della produzione sta nella DOCG e in particolare, per l’area Valdobbiadene e Conegliano, nella zona storica circoscritta a 15 comuni collinari. All’apice della piramide qualitativa troviamo la sottozona “Superiore di Cartizze” che è rappresentata da una minuscola area di 107 ettari di vigneto, quella e solo quella, compresa tra i comuni di S. Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol nel comune di Valdobbiadene; e il “Rive”, prodotto esclusivamente con uve provenienti da un unico comune o frazione, un vero è proprio cru. Per il Rive la produzione è al massimo di 130 quintali per ettaro, con l’obbligo di raccolta manuale delle uve e d’indicazione del millesimo. Nell’area di Conegliano Valdobbiadene sono state individuate 43 Rive. È proprio in questo contesto che si esprime uno degli interpreti più autentici del Prosecco Superiore, Graziano Merotto. La cantina si trova a Col San Martino, zona di straordinaria vocazione vocata per la produzione del Conegliano Valdobbiadene Docg, proprio ai piedi del vigneto Castèl, di una bellezza e pendenza che mozzano il fiato.

Graziano Merotto

Graziano Merotto

Graziano, dopo gli studi alla Scuola Enologica di Conegliano, nel marzo del 1972 fonda la sua cantina iniziando a produrre vino Sur Lie da uve Glera.  L’Olchera sarà il suo primo vigneto di proprietà e nel 1973 decide l’acquisto del vigneto contraddistinto nei mappali di zona con l’appellativo di Particella 86, vigneto dal quale arrivano, oggi, esclusivamente, le uve che danno origine al Valdobbiadene Brut Rive di Col San Martino D.O.C.G. Graziano Merotto Cuvée del Fondatore. Il primo millesimo della Cuvée del Fondatore, grazie anche alla felice mano dell’inseparabile enologo di casa Mark Merotto (nessuna parentela con Graziano), nasce con la vendemmia 2009, pareva giusto, quindi, fosse arrivato il momento di fare una bella verticale con 8 annate. Il punto è che stiamo parlando di Prosecco, il vino che nell’immaginario collettivo rappresenta “il tutto subito”, considerando pura follia bere una bottiglia che ha sette anni sulle spalle. Certo la verticale di Prosecco non è una novità, chi ha avuto la fortuna di partecipare a quella di Primo Franco sa di cosa parlo ma, di sicuro, sono comunque pochissimi i produttori in grado proporre questa esperienza a tratti lisergica, Graziano Merotto e fra questi.

19143873_10211389175598801_1224177460602213159_oLa Verticale 2009- 2016 Cuvée del Fondatore Graziano Merotto

Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Rive di Col San Martino Brut Millesimato

La Cuvée del Fondatore è un vino che nasce da una sfida: dimostrare che si può produrre un grande brut senza perdere le caratteristiche aromatico-gustative peculiari del Prosecco. Per raggiungere questo risultato si compiono scelte innovative, frutto di lunghe sperimentazioni. La prima riguarda il vigneto. Le uve del vigneto Particella 86, posto a 230 metri sul livello del mare, subiscono la DMR (Doppia Maturazione Ragionata), ovvero 20 gg prima della vendemmia, il 20% dei tralci viene reciso e i grappoli restano in pianta. In questo modo le uve subiscono un leggero appassimento, ottenendo una forte concentrazione ma conservando l’acidità, che non viene influenzata dal processo di maturazione. I restanti grappoli vengono vendemmiati normalmente. Dopo la pressatura, in cantina si svolge una rifermentazione lunga, che dura oltre 6 mesi e dona al vino una complessità unica. Un metodo che si avvicina al Metodo Classico perché sfrutta il principio di lisi dei lieviti. In questo modo essi restituiscono al vino gli elementi sottratti, donando maggior ampiezza allo spettro organolettico.

Vendemmia 2016 – Bottiglie prodotte 24.872

Annata fresca e piovosa, con ondate di calore improvvise e sporadiche e regolarizzazione climatica a ridosso di metà agosto. L’annata 2016 ci consegna un Prosecco delicato, con il grande merito di non essere mai estremamente tecnico; e poi  sapido, un vino di grande piacevolezza.

Vendemmia 2015 – Bottiglie prodotte 20.545

Annata con deficit di pioggia e forti ondate di calore che si sono protratte fino a metà agosto, per poi regolarizzarsi verso una media di temperature più fresche e regolari. Il naso comincia a farsi più espressivo. Setoso e avvolgente al palato, con una spiccata sapidità.

 Vendemmia 2014 – Bottiglie prodotte 20.745

Annata da ricordare per una sommatoria di pioggia inferiore di poco solo al 2008. Questa instabilità ha accompagnato la vegetazione fino a fine luglio, per poi virare in una maggior regolarità in agosto e settembre. Da metà settembre clima ideale ed escursioni termiche ottime per il quadro aromatico. La prima sorpresa. In un’annata non proprio felice è netto nei profumi, al palato arriva diritto, quasi affilato con una leggera nota di mandorla a renderlo molto particolare.

 Vendemmia 2013 – Bottiglie prodotte 18.228

Annata caratterizzata da una primavera instabile, seguita da una fase estiva canicolare intervallata poi, a partire da metà agosto, da precipitazioni sporadiche che hanno contribuito all’equilibrio della vendemmia. Il naso è delicato, al palato iniziano a sentirsi note mielate, ma la sapidità di cui è ancora ricco lo rendono un vino con una bella tensione.

Vendemmia 2012 – Bottiglie prodotte 18.482

Annata caratterizzata da mesi di aprile e maggio piovosi e freddi con ritardi di fioritura. La stagione è poi proseguita con forti ondate di calore, che si sono protratte fino a fine agosto. Vendemmia regolare e senza precipitazioni. Il naso ha virato verso note vegetali marcate, il palato è ancora di grande espressività.

Vendemmia 2011 – Bottiglie prodotte 18.482

Annata irregolare, con primavera calda, mesi di giugno e luglio freschi e piovosi e susseguente forte ondata di calore (soprattutto ad agosto su livelli del 2003); mese di settembre con caldo record. Naso molto intenso di frutta e miele, al palato prevalgono le note di nocciola, burrose e di pistacchio, iniziano le esclamazioni di meraviglia.

Vendemmia 2010 – Bottiglie prodotte 12.945

Annata regolare, con sommatorie climatiche nella norma ma caratterizzate da forti e non usuali escursioni termiche. È un crescendo di note mielate, un vino ancora di grande vitalità, incredibile.

Vendemmia 2009 – Bottiglie prodotte 6.224

Annata caratterizzata da scarse precipitazioni. Temperature medie elevate e nessun problema fitosanitario. Questo 2009 si presenta con una leggera ma elegante ossidazione, le note di miele e albicocca carezzano il palato ma quello che lascia basiti, è che il Prosecco è diventato altro da se, sembra un grandissimo metodo classico tant’è che alla cieca ne metterebbe in fila più di qualcuno di blasonato, e trarrebbe in inganno anche il degustatore più esperto, senza parole davvero.

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La collina di Ruttars

La collina di Ruttars

La buona notizia e che, finalmente, anche il Collio ha la sua Anteprima. Da quest’anno, infatti, ha preso il via la prima edizione di “Enjoy Collio Time”, cinque giornate dedicate alla promozione del vino del Collio e alla sua storia e cultura enogastronomica. Era sensazione diffusa che nel Collio ci volesse una ventata di aria nuova. A causa di un glorioso passato, nemmeno tanto remoto, ci si era addormentati un po’ troppo sugli allori, correndo il rischio di perdere un primato di qualità riconosciuto in tutto il mondo. C’era la necessità di tornare a essere il motore dell’eccellenza, reimpossessandosi di quell’ambizione che ne aveva caratterizzato lo sviluppo tra anni ’80 e ’90 e che ha fatto crescere tutta la regione. Si è partiti subito con il botto in questa prima edizione dell’anteprima, affrontando alcuni nodi cruciali, al momento ancora in via di definizione ma che presto diverranno concreta realtà. In primis la Docg Collio. Sono passati ben 52 anni dal primo disciplinare di produzione stilato dal conte Attems ed era giunto il momento di apportare dei cambiamenti per ricollocare il Collio nel posto che merita. L’iter verso la Docg è cominciato e la modifica del disciplinare, approvata dai soci del Consorzio, propone il passaggio a Docg di tutte le tipologie (sono 17 i Collio da vitigno e due, il Bianco e il Rosso, che provengono da più varietà) e l’inserimento al vertice della piramide qualitativa del Collio Gran Selezione (bianco) e del Collio Pinot grigio Superiore. L’idea del Collio Gran Selezione è davvero una gran cosa perché consente di rimettere prepotentemente in primo piano il Collio. L’uvaggio sarà composto esclusivamente da vitigni autoctoni (Friulano dal 40% al 70%, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana entrambe fino al 30%), vinificando uve provenienti da cru aziendali e utilizzando esclusivamente la “bottiglia Collio”, senza dimenticare che in etichetta la scritta Collio non dovrà essere inferiore a 2 cm e quindi facilmente visibile e subito identificabile.
Rimarrà tutto uguale invece per il Collio Bianco, ovvero uve provenienti dai vigneti composti, in ambito aziendale, da una o più varietà bianche previste nella Doc, con un limite del 15% in totale per Muller Thurgau e Traminer aromatico.
Accanto al Collio Gran Selezione c’è anche l’idea di rafforzare l’internazionale, (fa specie dirlo), Pinot grigio, visto che è la varietà più diffusa nel Collio e qui ha sempre avuto grande tradizione e vocazione e per questo motivo verrà inserita la tipologia Superiore. Completano i cambiamenti previsti al nuovo disciplinare la riduzione delle rese e l’introduzione di un sistema di regolamentazione in base all’annata, l’aumento del titolo alcolometrico volumico naturale minimo e lo slittamento dell’uscita sul mercato, allineato alle riserve per il Pinot grigio Superiore e non inferiore a due anni per la Gran Selezione.
La vendemmia 2017 però, visti i tempi tecnici necessari difficilmente sarà la prima vendemmia del Collio Gran Selezione, con ogni probabilità il momento tanto atteso e che, ne sono convinto sarà davvero la chiave di volta, arriverà con la vendemmia 2018.

19222881_10211379402994492_9088449412983087097_oL’annata 2016

Purtroppo con una sola giornata a disposizione ho potuto assaggiare unicamente Pinot Grigio, Pinot Bianco e Sauvignon, 53 vini in tutto, una discreta panoramica considerando anche qualche annata precedente. Il Pinot Grigio 2016 deve ancora trovare un suo equilibrio, mi ha fatto piacere ritrovare un buon numero di ramati. Il Pinot Grigio del Collio è un vino di grande appeal, a tratti un po’ rustico ma davvero unico. Ha bisogno di tempo, non si può giudicare nella fretta dei pochi minuti a disposizione durante la degustazione alla cieca. Dico questo perché ho sentito, soprattutto dalla stampa di settore italiana, giudizi un po’ tranchant, ci vogliono calma e sangue freddo. Il Pinot bianco invece magnifico da subito. Non riuscirò mai a capire perché, si punti così poco su questo vino, 8 campioni assaggiati, uno più buono dell’altro. Infine il Sauvignon. Nel complesso degli assaggi, l’annata 2016 ha regalato grande materia. Vini che pur mantenendo intonse le caratteristiche varietali non sono mai caricaturali nei profumi come spesso accadeva da queste parti. Solo finezza e prospettiva.

 

Le mode cambiano ed il territorio resta. Il nostro obiettivo oggi deve essere spiegare per quale motivo il Collio è unico e tutti i vini che vengono prodotti qui da noi sono irripetibili. Quindi raccontare l’unicità del suo terreno, ricco di sali minerali, del suo microclima legato alla sua posizione geografica, della sua storia e dei suoi produttori, innamorati del proprio lavoro. Il Collio è un territorio ricco di valori e di passione. Di sofferenza dopo una grandinata, ma di soddisfazione dopo aver raccolto l’ultimo grappolo di un annata o durante l’assaggio dei vini a fine fermentazione e addirittura dopo anni di bottiglia. Oggi noi dobbiamo riempire con le emozioni quella parte di calice che rimane vuota, emozioni che il consumatore recepisce e che solo poche grandi zone possono esprimere.

Robert Princic

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18527398_10211142298787035_3196759544126952445_oSi può dire che il Consorzio Tutela del Soave in questi anni ha fatto un ottimo lavoro? Con un’attività incessante e certosina, fatta con i produttori ovviamente, è riuscito a cambiare radicalmente la prospettiva del Soave: da vino anonimo a vino bianco tra i più importanti di tutta l’Europa settentrionale ergo del Mondo. Non vorrei scadere nell’agiografia consortile ma ogni anno l’Anteprima, o Soave Preview che dir si voglia, è, tra gli appuntamenti di settore, irrinunciabile. Nell’edizione 2017 si è parlato di biodiversità, cru, pergola, mineralità, spunti davvero caratterizzanti e fortemente identitari per il Soave.

La biodiversità

Quello del Soave è l’unico consorzio italiano che ha concepito la biodiversità non come obiettivo finale ma come sistema di misura, un vero e proprio termometro, in grado di valutare l’incidenza delle fasi produttive su terra, acqua, aria, in base al protocollo Biodiversity Friends, messo a punto nel 2010 dalla World Biodiversity Association. In questo modo la biodiversità diventa una sorta di “ponte” che gradualmente conduce le aziende produttrici, già impegnate in tema di rispetto dell’ambiente, verso il vero obiettivo finale: la sostenibilità dell’intero sistema produttivo. Questo modo di concepire la biodiversità ha permesso di ottenere nel 2016 l’importante riconoscimento di primo “Paesaggio rurale d’interesse storico” d’Italia e il conseguente inserimento nel “Registro nazionale dei paesaggi rurali d’interesse storico, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali” istituito dal Ministero delle politiche agricole e forestali.

18620645_10211142278786535_5748700285962559781_oI cru

Vista l’importanza delle recenti modifiche del disciplinare di produzione, che prevedono l’inserimento dei cru con la definizione tecnica di “menzioni geografiche aggiuntive”, non poteva mancare un approfondimento in questo senso. Il percorso di studio e catalogazione dei cru è partito oltre 20 anni fa e ha permesso di certificare 64 vigne storiche. La degustazione condotta dalla Master of Wine Sarah Abbott e dal giornalista Alessandro Brizzi ha permesso di fare una sorta di viaggio proprio tra alcuni di questi vigneti storici, testando nello stesso momento anche la longevità del vitigno Soave. Tra gli assaggi memorabili un monumentale Soave Doc Classico “Ca’ Visco” 2002 di Coffele.

La pergola

Davvero entusiasmante il seminario sul sistema di allevamento a pergola. In primis una lectio magistralis del professor Attilio Scienza ci ha fatto scoprire l’ancestralità di questo tipo allevamento, le cui origini si perdono nella notte dei tempi; citando anche i Kalash, popolo pagano dell’Afghanistan, che angora oggi, dopo una vendemmia che noi definiremmo come minimo eroica, fa pigiare le uve esclusivamente ai bambini e ad adolescenti maschi. Il succo ottenuto è fatto fermentare e si beve giovane quando arriva il solstizio d’inverno: i Kalash si ubriacano, in una sorta di rito dionisiaco, per avvicinarsi alle loro divinità. Successivamente Federica Gaiotti, ricercatrice del CRA-VIT di Conegliano, ha dimostrato come il sistema di allevamento a Pergola sia davvero funzionale per il Soave. La degustazione che ne è seguita, guidata da Maurizio Gily, direttore di Mille Vigne, e dal giornalista Walter Speller, era tesa a comparare vini diversi accomunati dal sistema di allevamento della pergola provenienti da differenti terroir italiani. Strepitosi tutti, ma proprio tutti, i vini presenti in degutazione. Dovendo obbligatoriamente fare qualche nome: Bianco IGT Vigneti delle Dolomiti “Largiller” 2007, Ermes Pavese con il Valle d’Aoste Blanc de Morgex et de la Salle DOP 2016, Franza Gojer Alte Reben Vernatsch 2016 e il controverso (non è una novità) Trebbiano d’Abruzzo DOC 2013 di Valentini. Per alcuni addirittura imbevibile; ovviamente de gustibus, ma non capisco mai se è una presa di posizione sincera oppure una manifestazione malcelata di snobismo; della serie mi si nota di più se dico che mi piace oppure se dico che era imbevibile? Per quanto mi riguardo quel Trebbiano 2013 è un gioiello, frutto della natura e dell’umano ingegno. Questi gli appunti di degustazione scritti di getto: Naso esplosivo, a livello di stupefacente, c’è il mondo. In bocca è teso, nervoso, vino di una bellezza assoluta.

18588867_10211142294746934_5125300116522969180_oNell’attesa della degustazione serale, giusto per rendere il pomeriggio produttivo, c’è stata  la visita ad alcune cantine. Mi voglio soffermare sulla famiglia Gini. Vignaioli di straordinaria umiltà, capaci di raccontare in una mini verticale (2016, 2011, 2007, 2004, 1996, 1989) del loro Soave Classico, chiamato in maniera iniqua “vino base”, tutto il loro talento e le potenzialità del Soave.

La mineralità

A conclusione dell’anteprima non poteva mancare l’affondo sul tema del momento ovvero la mineralità.  Se ne parla ovunque, se ne parla a sproposito. Ma questa mineralità esiste? Convintamente dico sì, esiste eccome, ne abbiamo avuta la conferma ascoltando le parole e le esperienze di Salvo Foti e di John Szabo, autore di un’opera davvero complessa sui vini vulcanici ma soprattutto degustando 12 vini nati su suolo vulcanico. Come si potrebbe altrimenti definire se non minerale il sentore di pietra focaia, o la salinità del mare, o la pietra bagnata? In definitiva un vino di grandi prospettive: alcolicità mai elevata (12,5°), finezza e longevità, non resta che mantenere la calma e bere Soave.

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18424124_10211069529087838_2076436324928052858_nNon sono un degustatore di primo pelo, so benissimo che un vino che ha quasi vent’anni sulle spalle, una volta versato nel bicchiere, ha bisogno di tempo per raccontarsi. Certo poi quella narrazione potrà prendere più strade: comunicarti che è arrivato definitivamente al capolinea, oppure che ha ancora frecce al suo arco, che è ancora vivo insomma, ma quando è un grande vino può addirittura farti riscoprire il valore dell’attesa, piacere che abbiamo quasi dimenticato nella frenesia del tutto subito. È successo con il Chianti Classico Riserva Docg Il Poggio 1999 Castello di Monsanto, degustato alla cieca assieme ad altri 4 “toscani” sempre della stessa annata. È partito male Il campione numero 5. Naso non di grande impatto, almeno rispetto ai quattro campioni assaggiati prima, in bocca è davvero scomposto, con un’acidità notevole, sembra procedere a tentoni nel buio. Lascio il bicchiere per riprenderlo una decina di minuti dopo; non è cambiato un granché; ne passano venti, poi trenta di minuti, qualcosa inizia a muoversi, ma nulla di eclatante. Sento però che quel vino, che sta facendo tanta fatica a esprimersi, sarà una rivelazione. Inizia a scalare la piccola classifica, da quinto, diventa quarto; i minuti passano, lo riassaggio, adesso è terzo; non demordo, l’aspetto ancora e d’improvviso succede l’inaspettato, una scossa, eccolo il colpo di fulmine, un tarlo che ti divora e non riesci a pensare ad altro. A fine serata, saranno passate almeno due ore e mezzo da quando mi è stato versato nel bicchiere, è ancora in movimento, in crescita, un vino infinito, il Sangiovese in tutta la sua magnificenza. Il pensiero di quel vino non mi abbandona per giorni, ho bevuto uno dei vini più buoni di sempre.

Grazie a Claudia Vincastri dell’enoteca Sfriso di Portogruaro, al tuo coraggio da leone e alla tua caparbietà, avanti così!

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L’Orcia Doc è una giovane ma agguerrita denominazione; così la dipinge l’inesauribile Donatella Cinelli Colombini, qui nelle vesti di Presidente del Consorzio vino Orcia. Ci crede, con caparbietà Donatella, nonostante la zona di produzione dell’Orcia Doc si posizioni tra Brunello e Nobile di Montepulciano. Parrebbe un’impresa titanica ricavarsi uno spazio proprio qui, in uno dei territori più importanti al mondo per la produzione di vino, soprattutto per la presenza di Re Mida Brunello, eppure con molta determinazione, la piccola produzione artigianale dell’Orcia si sta guadagnando un posto al sole, soprattutto grazie al turismo che in pratica acquista tutte le 240.000 bottiglie annue prodotte.

La Val d’Orcia vanta una delle campagne più belle del mondo, tanto che nel 2004 l’Unesco l’ha inserita nel Patrimonio dell’Umanità, primo territorio rurale a essere premiato con questo riconoscimento. Colline di una bellezza mozzafiato si alternano a castelli, abbazie, e borghi medioevali. I campi di cereali dominano il panorama alternandosi con pascoli, piante di ulivo secolari e vigne. I comuni compresi nella denominazione sono 13: Buonconvento, Castiglione d’Orcia, Pienza, Radicofani, San Giovanni d’Asso, San Quirico d’Orcia e Trequanda. Inoltre, parte dei comuni di Abbadia San Salvatore, Chianciano Terme, Montalcino, San Casciano dei Bagni, Sarteano e Torrita di Siena.

La denominazione Orcia DOC nasce il 14 febbraio 2000, grazie alla tenacia di alcuni produttori fondatori del Consorzio del Vino Orcia, con lo scopo di tutelare e promuovere l’immagine del vino e del suo territorio. Il Consorzio svolge anche un’intensa attività culturale che culmina ogni anno, ad aprile con l’Orcia Wine Festival.

La denominazione di origine controllata «Orcia» è riservata alle seguenti tipologie:

kerin o’keefe ambasciatrice dei vini d’Orcia e Donatella Cinelli Colombini

Orcia

Sangiovese (minimo 60%) più altri vitigni autorizzati dalla Regione Toscana ma non aromatici. Entra nel mercato il 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia.

Orcia Riserva

Il vino a denominazione di origine controllata Orcia, sottoposto a invecchiamento per un periodo non inferiore a 24 mesi, di cui almeno 12 in botti di legno, ha diritto alla menzione “riserva Orcia Sangiovese”.

Sangiovese: minimo 90%. Possono concorrere alla produzione di questo vino, da sole o congiuntamente, fino ad un massimo del 10%, le uve provenienti dalle varietà Canaiolo nero, Colorino, Ciliegiolo, Foglia tonda, Pugnitello e Malvasia nera.

Orcia Sangiovese Riserva

Il vino a denominazione di origine controllata Orcia Sangiovese, sottoposto a invecchiamento per un periodo non inferiore a 30 mesi, di cui almeno 24 in botti di legno, ha diritto alla menzione riserva.

Orcia Rosato

Sangiovese (minimo 60%) più altri vitigni autorizzati dalla Regione Toscana ma non aromatici.

Orcia Bianco

Trebbiano toscano (minimo 50%) più altri vitigni autorizzati dalla Regione Toscana ma non aromatici. Entra sul mercato il 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia.

Orcia Vin Santo

Trebbiano toscano (minimo 50%) più altri vitigni autorizzati dalla Regione Toscana ma non aromatici. Le uve scelte accuratamente sono sottoposte ad appassimento naturale e ammostate tra il 1° dicembre dell’anno di raccolta e il 31 marzo dell’anno successivo. Invecchiamento obbligatorio per almeno tre anni nei tradizionali caratelli.

Negli ultimi mesi ho avuto la possibilità di assaggiare, in maniera più approfondita, i vini di Marco Capitoni e Donatella Cinelli Colombini. Due le referenze per Marco Capitoni: il “Capitoni” Orcia DOC, ottenuto da quattro ettari di vigneto impiantato nel 1999 (14.000 sono le viti di Sangiovese e 6.000 quelle di Merlot). L’uvaggio è 80% Sangiovese e 20% Merlot e “Frasi” Orcia Doc che rappresenta la selezione aziendale, da un vigneto del 1973 e viene prodotto solo nelle annate così dette migliori. L’uvaggio è composto delle varietà più classiche della Toscana (Sangiovese per la maggior parte, un po’ di Canaiolo e pochissimo Colorino). Per quanto riguarda Donatella Cinelli Colombini abbiamo il Cenerentola Doc Orcia, le cui sorellastre sono per l’appunto Brunello di Montalcino e Nobile di Montepulciano. Per produrre il vino Cenerentola vengono usate le uve di Sangiovese (65%) e Foglia Tonda (35%), un vitigno autoctono di questa zona abbandonato circa un secolo fa e riscoperto proprio da Donatella Cinelli Colombini.  Poi abbiamo il Leone Rosso Doc Orcia da uve Sangiovese 60% e Merlot 40’% prodotto con le uve dei vigneti di Sangiovese e Merlot intorno agli edifici antichi della Fattoria del Colle in località Colle a Trequanda.

Che dire, è vero che due rondini non fanno primavera e che bisognerebbe degustare i vini di tutte le cantine associate al Consorzio (circa quaranta) prima di gridare al miracolo, ma gli assaggi fatti in varie occasioni, anche con profondità di annate, soprattutto per i vini di Marco Capitoni, e la determinazione di Donatella Cinelli Colombini nel valutare il potenziale di questa DOC Orcia, fanno davvero sperare in un futuro luminoso. D’altronde come non fidarsi di una produttrice che nel 1993 ha fondato il “Movimento del turismo del vino” ed ha inventato “Cantine aperte”, la giornata che in pochi anni ha divulgato l’enoturismo in Italia, scusate se è poco.

 Il claim “Orcia, il vino più bello del mondo” è del Consorzio del Vino Orcia.

Un ringraziamento particolare va alle donne del Vino del FVG Donatella Briosi e Antonella Cantarutti.

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Alessio Durazzi

Parlando di Toscana, ma anche di grandi vini rossi italiani in generale, trovo che il Morellino sia un vino sottovalutato; interessante in giovinezza, ma che si esprime al meglio nel medio lungo invecchiamento. Approfittando delle quattro chiacchiere che abbiamo fatto a Vinitaly, giusto per approfondire alcuni aspetti, ho voluto rivolgere qualche altra domanda a Alessio Durazzi, il neo direttore del Consorzio tutela Morellino di Scansano.

Alessio, quello appena trascorso è stato il tuo primo Vinitaly come direttore del Consorzio tutela Morellino di Scansano, visto che hai assunto l’incarico a fine dicembre 2016, ovviamente ti chiedo subito un bilancio.

Il bilancio è sicuramente positivo, sia in termini di presenze al nostro stand, che ha visto un afflusso costante e numeroso di visitatori durante l’intera durata della manifestazione, sia in termini di soddisfazione delle aziende partecipanti, che hanno riscontrato un grande interesse da parte degli operatori per il Morellino di Scansano e per il territorio che rappresentiamo. È  stata una bellissima esperienza, che mi ha permesso di incontrare soci, operatori, giornalisti e colleghi, un momento di grande importanza dal punto di vista relazionale e progettuale. Credo moltissimo nel Morellino di Scansano e nei suoi produttori, insieme nessun obiettivo è troppo ambizioso.

Sei esperto di marketing con esperienza decennale nell’export management di aziende agroalimentari, com’è stato il tuo approccio con il mondo del vino e quale ritieni, viste le tue competenze, possa essere il valore aggiunto che puoi portare in consorzio.

Credo di poter proporre un approccio “non convenzionale”, orientato al risultato e non legato alle consuetudini. Ritengo necessario distaccarsi dalla routine che spesso nel mondo del vino tende ad essere autoreferenziale, per ricercare invece di intercettare i trend e le attività che possano realmente portare valore aggiunto ai produttori e, più in generale, alla Denominazione ed al territorio che rappresentiamo.

Il turismo enogastronomico è indubbiamente un settore strategico trainante per l’intera economia della Toscana, in particolare, a Vinitaly, parlavamo delle potenzialità Maremma, puoi approfondire meglio quali sono i progetti che intendete realizzare in questo senso?

Il successo del Morellino, così come di qualunque altra Denominazione, è legato in modo indissolubile al successo del proprio territorio. Abbiamo la grande fortuna di essere nella Maremma Toscana, un tesoro di inestimabile valore che ancora non è stato pienamente valorizzato. L’obiettivo è quello di creare sinergie nel territorio, legare la realtà vitivinicola alle altre eccellenze della nostra terra, presentare al mondo degli enoturisti (e non solo) un territorio pronto ad ospitarli ed offrire le proprie  meraviglie affinché il vino possa rappresentare un’esperienza a 360°, dove il ricordo del territorio si sposi alla grande qualità del Morellino di Scansano.

Alessio Durazzi

Laureato in Economia e Commercio all’Università di Firenze, 38 anni, esperto di marketing con esperienza decennale nell’export management di aziende agroalimentari, e alle spalle anche un importante contributo, come direttore per due anni, allo sviluppo del Consorzio di tutela Montecucco. Da dicembre 2016 è il nuovo direttore del Consorzio tutela Morellino di Scansano Docg.

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Tanti solo gli elementi che identificano il concetto d’italianità, ma ce ne sono alcuni più immediati di altri, come ad esempio i grandi eventi di massa che vengono organizzati nel nostro Paese. Qualche esempio? Il Festival di Sanremo: una settimana di polemiche, a tratti anche feroci, tra pensiero debole e snobismo, ma poi la media di ascolti parla di dodici milioni di persone davanti al televisore. Fatte le debite proporzioni, Vinitaly non è molto differente dal Festival di Sanremo; una fiera di settore che rappresenta a pieno l’italianità, quel marchio impresso a fuoco che, nel bene e nel male, ci caratterizza nel mondo. Polemiche infinite da anni, diventate ormai litania da recitare a ogni edizione, ma, poi, se vai a snocciolare i dati che divulga l’Ente Fiera veronese, c’è da rimanere basiti. Per l’edizione appena conclusa si parla di 128 mila presenze, provenienti da 142 nazioni. Oltre 30 mila i compratori stranieri (+8% rispetto al 2016). Operatori esteri in netta crescita rispetto al 2016 da Stati Uniti (+6%), Germania (+3%), Regno Unito (+4%), Cina (+12%), Russia (+42%), Giappone (+2%), Paesi del Nord Europa (+2%), Olanda e Belgio (+6%) e Brasile (+29%). Debuttano buyer da Panama e Senegal. A Veronafiere le aziende espositrici sono state 4.270 provenienti da 30 paesi, aumentate nel complesso del 4%, in particolare quelle estere, del 74 per cento. Numeri enormi che certificano l’imprescindibilità della manifestazione a livello mondiale. In effetti, la 51enesima edizione, a livello organizzativo, è sicuramente la più riuscita dell’ultimo decennio. Tutto va ben madama la marchesa quindi? Certo che no, c’è da lavorare di fino, l’eccellenza è una meta alla quale qualunque organizzazione seria deve ambire, senza dimenticare che Vinitaly sarà sempre una manifestazione monstre, con tutte le contraddizioni del caso. Vinitaly è la festa popolare del vino italiano, quel mix perfetto tra sagra paesana e luogo dove si fanno ottimi affari. Si lamentano in tanti, poi, però, ci vanno quasi tutti, proprio come Sanremo che lo guardano in 12 milioni. Comunque, alla fine, se proprio non ti piace, puoi andare altrove, le alternative non mancano, un po’ come cambiare canale se Sanremo ti da noia.

Non mi sottraggo, naturalmente, al compendio dei vini (e persone) che più mi sono rimasti impressi in questa edizione 2017:
Tutti i vini di Tenuta Lenzini di Michele Guarino. Ho conosciuto Michele e i suoi vini nel 2013, bravo era bravo, adesso è un fuoriclasse assoluto.

L’Aivè Moscato Secco 2012 di Oscar Bosio. Oscar lo seguo dal 2012, si riconferma sempre per bravura e umiltà.

I vini e la famiglia Fina di Marsala. Un giorno qualcuno ha detto: “Il vino è una malattia dell’anima: nessun carattere tiepido può occuparsene, otterrebbe solo bottiglie senza personalità”. Credo stesse pensando a Bruno Fina e ai suoi figli Federica, Sergio, Marco. Makisè 2016 frizzante naturale (100% Grillo), Kebrilla 2016 (100% Grillo), Kikè 2016 (spettacolare Traminer aromatico con un saldo di Sauvignon Blanc), Taif 2016 (100% Zibibbo), un paradiso per noi bianchisti.

Tutti i Marsala di Francesco Intorcia (Heritage), ma anche il vino perpetuo da uve Grillo e da uve Nero d’Avola, ancora Sicilia, ancora Marsala, ancora bellezza. Poi ci sono i Marsala di Francesco che finiscono nei cocktails creati da Roberto Tranchida e qui c’è da farsi male sul serio.

Il Verticchio di Matelica. Degustazione di 5 aziende (Collestefano Vitivinicola, Borgo Paglianetto, La Monacesca, Cantine Bellisario, Bisci) e di 5 annate (2012,2011, 2010, 2009 e 2006), con il Verdicchio di Matelica DOC Riserva “Cambrugiano” 2009 di Cantine Bellisario, summa della grandezza del Verdicchio di Matelica e delle sue potenzialità d’invecchiamento.

Il delicatissimo Fior d’Arancio Colli Euganei Docg di Quota 101. Le uve arrivano dal Parco Naturale dei Colli Euganei.

Diol Raboso Metodo Classico Brut di Umberto Cosmo (Bellenda). Il figliol prodigo. Da come ne parla Umberto, si percepisce che anche se questo vino lo fa un po’ dannare poi ritorna sempre a casa.  Un metodo classico che ho amato tantissimo. Ogni tanto un vino così ci vuole per smuovere le acque del mare della tranquillità.

Tutti gli Champagne di Roger Coulon. Quel francese mi fa impazzire.

SoloSole Pagus Camilla 2015 di Poggio al TesoroAllegrini (100% Vermentino). I cloni vengono dalla Corsica, Bolgheri fa il suo, per uno dei Vermentino più interessanti di Toscana.

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