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Il vino capovolto è quel libro necessario. Un libro di riconciliazione con la bellezza del vino e con la leggerezza che dovrebbe esserci nell’approccio al liquido odoroso, liberandosi il più possibile da rigidi schematismi, anche se, come dice Sandro Sangiorgi, e lo spiega nell’intervista, il vino, nonostante tutto, è bevanda elitaria. Sandro Sangiorgi e Jachy Rigaux, inconsapevolmente nei loro scritti e nell’attività di divulgazione hanno fatto lo stesso percorso ovvero, portare le persone a rinunciare alla liturgia e ritrovare il sentimento più intimo e sincero verso il vino. Esempio concreto in questo senso è l’attenzione posta alla centralità dell’esame gustativo, la bocca come centro nevralgico della sensibilità, spesso soppiantata dall’ossessione del riconoscimento di mille profumi improbabili. Naturalmente il vino capovolto è molto altro, e pertanto lascio al lettore scoprirne l’importanza pagina dopo pagina, mi premeva, come per L’invenzione della gioia,  lasciare spazio alle suggestioni che gli scritti di Sandro, contenute nell’introduzione e nella seconda parte de Il Vino capovolto, hanno provocato, ne è nata questa audio intervista.

Parte prima

Sandro ne “Il vino capovolto”, già nella tua introduzione c’è un concetto a me molto caro che è quello della necessità a un nuovo approccio al vino. Scrivi: “ … il mio interlocutore è la persona che assaggia e beve vino, il cittadino consumatore che appare, e spesso vuole sentirsi, l’anello debole della catena e che invece ha un potere eccezionale per cambiare le cose, cominciando a pretendere sempre più vini interessanti e che lasciano un senso di benessere”. Volevo focalizzare l’attenzione proprio sul cittadino consumatore che tu dici appare e spesso vuole sentirsi l’anello debole. Sono altresì convinto che, spesso, siano proprio gli addetti ai lavori ad avere nei confronti di quel cittadino consumatore un atteggiamento di esclusione che lo allontana dal mondo del vino invece che attrarlo; snaturando l’essenza del vino stesso che, per sua natura, dovrebbe portare alla convivialità, alla condivisione. Non saprei come altro definire, se non escludente, il ricorso esasperato a tecnicismi, il dogmatismo e lo snobismo di taluni. Che ne pensi?

Parte seconda

Sono passati sei anni da L’invenzione della gioia; il mondo del vino è cambiato, forse più che altro in maniera gattopardesca, certe posizioni di rendita rimangono immutabili, ma non è questo il focus della domanda, m’interessa di più sapere invece com’è cambiato nel frattempo il tuo mondo del vino, quello di Sandro Sangiorgi.

Parte terza

Che cosa ritieni davvero che in questo momento storico stia mostrando la corda: le guide, le troppe manifestazioni enogastronomiche, gli innumerevoli corsi per sommelier organizzati in lungo e in largo per la Penisola? Poiché sei divulgatore tra i più appassionati e seguiti, quale ritieni sia l’approccio più corretto, o meno traumatico, per il neofita, quello che poi lo porti davvero a innamorarsi del vino e al contempo a renderlo un consumatore consapevole?

copertina_capovolto_piatto_minIl Vino capovolto

Autori: Jackie Rigaux e Sandro Sangiorgi

Data Pubblicazione: 2017

Pagine: 140

Editore: Porthos Edizioni

Lingua: Italiano

Per approfondimenti

Le foto dell’introduzione e della prima parte sono tratte dalla pagine Facebook di Porthos Edizioni

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Umberto Cosmo è vignaiolo coraggioso, da sempre. È stato il primo a elaborare il prosecco superiore con il metodo classico; adesso, sempre con la stessa audacia che lo contraddistingue, non solo prende una posizione netta sulle guide vinicole che usciranno nei prossimi giorni, ma amplia il discorso auspicando la necessità di un cambiamento sensibile della critica enologica in generale. Qualcuno obietterà che questi sono discorsi che puntualmente, alla vigilia della pubblicazione delle guide, qualcuno riprende e che alla fine hanno la stessa valenza dell’aria fritta. Bollare la posizione di Umberto Cosmo in questo senso non sarebbe intelligente, anzi sarebbe miopia allo stato puro, cosa che gli addetti ai lavori, in questo preciso momento storico, non possono permettersi. Di seguito la lettera aperta.

Umberto Cosmo

Umberto Cosmo

È sempre molto difficile affrontare il tema della cosiddetta critica enologica o, molto più chiaramente, dei giudizi che, in particolare le guide enologiche, danno ai nostri vini. Qualsiasi cosa si dica rischia in qualche misura di essere interpretata nella maniera sbagliata. Ma il timore di essere male interpretato non mi ha mai frenato, nella convinzione che sia sempre prioritario essere sé stessi, autentici e per questo ho sempre scelto la via del non nascondermi mai anche su temi “spinosi” come quello, appunto, della critica enologica. 

Ritengo che oggi sia quanto mai opportuno affrontare, con coraggio e trasparenza, il tema di come costruire insieme un nuovo approccio alla critica enologica nel nostro Paese.
E scrivo insieme perché ritengo che non si possa delegare in toto ai responsabili delle guide, ad esempio, la costruzione di un modello di critica enologica più adeguato da un lato a far conoscere la straordinaria biodiversità viti-enologica del nostro Paese e dall’altro di individuare le eccellenze nel mare incredibile dei nostri innumerevoli terroir vitivinicoli. 

Per questa ragione non voglio assolutamente sfuggire al giudizio, anche se non mi riconosco nel modello attuale, ma voglio provare a dare il mio punto di vista e, senza nessuna presunzione, dare un contributo per modificare modelli che hanno fatto il loro tempo. 

Ritengo che le modalità attuali con cui si arriva a formulare un giudizio sui vini italiani siano una liturgia vecchia e stantia, essendo basata sul modello della degustazione comparata che, a mio parere, è da considerare obsoleto. 

È inattuale il confrontare più prodotti in una sorta di linea di montaggio del giudizio, ove  il momento metafisico della comparazione crea inevitabilmente un modello ideale che costringe sia chi produce che chi giudica in una gabbia innaturale di schemi e preconcetti, slegati dal fondamentale fatto che il vino dipende dalla natura e dall’uomo insieme, quell’uomo-produttore che agisce non più in base a dettami enologici codificati ma in una libertà data finalmente dalla sua comprensione che il vino deve essere espressione della modernità, ove la modernità è intesa come la coscienza di essere parte di un sistema in divenire continuo.

Oggi che il vino si sta liberando da prigioni mentali, oggi che i produttori hanno preso coscienza che essi stessi sono e devono essere in costante evoluzione a causa del mutare continuo della materia prima che essi trasformano e che mai è uguale, oggi che la stessa uva può avere destini diversi a seconda di chi ci metta mano: oggi è il momento di dire basta all’obsoleta liturgia delle guide basate sulla comparazione. Batterie di decine e decine di vini che costringono i degustatori a tour de force inevitabilmente privi di significato, con proclami in copertina in cui si dichiarano millemila vini degustati per giungere a dichiarare corone, bottiglie, tralci, bicchieri. Non ci si accorge che il fruitore di queste pubblicazioni pieni di sapere enologico è oramai una razza in via di estinzione? Non ci si è resi conto quanto nel frattempo siano cambiati i consumatori, a partire dagli stessi appassionati e come siano finite, fortunatamente, le tendenze dominanti e vi sia un approccio da parte di tutti molto più laico e libero da dogmi. 

Anche dal nostro osservatorio di produttori ci rendiamo sempre più conto come i nostri clienti attuano le loro scelte in una modalità molto diversa rispetto al passato senza più quella dipendenza dalle cosiddette “guide”. Le fonti di informazioni ora sono molto più vaste e disparate. Essi vanno direttamente alla fonte, seguono il passaparola, vengono ai banchi di assaggio aperti al pubblico, vengono sempre più spesso in cantina. Sì, perché oggi le cantine più sagge e avvedute, non sono più luoghi misteriosi ove è vietato entrare: i “misteri” non sono più tali poiché noi stessi artefici del vino siamo cambiati e siamo aperti, desiderosi di condividere i nostri supposti segreti.

Questo però, sia chiaro, non significa che non sia più utile la critica enologica, tutt’altro ma per essere credibile, autorevole e attuale deve mettersi inevitabilmente in discussione confrontandosi con trasparenza e coraggio anche con il mondo dei produttori e anche, soprattutto, con i consumatori finali, magari coinvolgendo di più dei panel di giovani o sfruttando la dinamicità della rete per raccogliere le opinioni più disparate. Non credo che questo andrebbe a minare l’autorevolezza di coloro che riteniamo critici preparati, ma forse farebbe pulizia di quella pletora di pseudo-guru, non conoscenti e pieni di sé, che mina alla base ogni possibilità di corretta informazione. 

Ecco perché, a mio parere, bisogna avere finalmente il coraggio di cambiare, e questo non solo per il bene di chi realizza, con fatica innegabile, le guide attuali, ma per il bene di tutta la nostra filiera, compreso il consumatore finale.

Umberto Cosmo

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20156016_10159240148590529_3474841204453516410_nFederico, “Bottiglie Aperte” giunge alla sesta edizione, un tempo sufficientemente ampio per fare un bilancio

Quando ho iniziato questo percorso nel 2012 nessuno immaginava che sei anni dopo saremmo stati ancora qui a parlare di bottiglie aperte. In sei anni possiamo dire di avere centrato l’obiettivo di riportare a Milano una manifestazione credibile sul mondo del vino, che ogni anno acquisisce sempre più audience e prestigio. A testimoniarlo le numeriche crescenti e l’alto livello dei produttori coinvolti, l’aumento di appuntamenti in palinsesto condotti da alcuni tra i più  autorevoli esponenti del giornalismo e della critica vinicola ed enogastronomica italiana, la presenza di un pubblico sempre più qualificato, di operatori del mondo Horeca e del retail settoriale che affluiscono non più solo da Milano e dalla Lombardia ma da gran parte della penisola.

Puntualmente dopo ogni Vinitaly c’è qualcuno, tra gli addetti ai lavori, che vorrebbe trasferire la fiera veronese a Milano, indicando la città meneghina come luogo più idoneo a ospitare una manifestazione di tale portata. Mi pare di capire che è un pensiero che non condividi, vuoi spiegarmene le ragioni e quali proposte ritieni eventualmente più adatte per una città come Milano?

Ritengo non sia produttivo immaginare una nuova Fiera del Vino a Milano: il mondo del Vino italiano ha, da più di cinquant’anni, una grande Fiera come Vinitaly nella quale riconoscersi. Il ruolo che Milano può recitare nel mondo vinicolo è quello di capitale della comunicazione, del retail e dell’innovazione di settore: un obiettivo per la cui raggiungibilità è a nostro avviso indispensabile la costruzione di una manifestazione annuale di sistema. Una kermesse che viva in città caratterizzata da un palinsesto che dia spazio alle varie anime del mondo del vino: da un evento di alto profilo dedicato verticalmente al mondo business a una serie di eventi e contenuti collaterali focalizzati sul pubblico consumatore che coinvolgano il retail, i locali di somministrazione e le location più attrattive della città sul modello dei grandi Fuori-Salone che già dedichiamo al mondo del design e del food. Bottiglie Aperte vuole essere il centro di questo futuro palinsesto.

Possiamo dare qualche anticipazione sul programma 2017, in particolare su master class, degustazioni e seminari?

La squadra di lavoro sarà molto importante: alle collaborazioni ormai consolidate come quelle con Andrea Grignaffini, Pierluigi Gorgoni, Orazio Vagnozzi e Alessandro Rossi si aggiungeranno quest’anno nuove, importantissime collaborazioni come quelle con Daniele Cernilli e Cristiana Lauro. Anche quest’anno tutte le nostre master class destineranno tutto il ricavato alla ricostruzione di una casa famiglia per i minori disabili che frequentano l’Istituto Alberghiero di Amatrice, causa che seguiamo l’anno scorso e che viene portata operativamente con il CISOM (Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta).

Il fitto calendario delle Masterclass (saranno più di 15 nella due giorni) sarà disponibile dal 20 settembre  sul nostro sito e sulle pagine social. Per quanto riguarda i workshop, quest’anno ospiteremo due grandi momenti: il primo, che si terrà domenica 8 ottobre in apertura di manifestazione sarà dedicato agli influssi negativi del clima sulla vendemmia e farà il punto, alla presenza di alcuni dei più importanti esperti e rappresentanti del settore vinicolo, su una situazione che – in particolare dopo una vendemmia come quella del 2017- non può più essere trascurata e sulla quale ferve un grande dibattito alla ricerca delle migliori risoluzioni. Il secondo, invece, sarà dedicato al rapporto tra vino e finanza e farà il punto sui principali investimenti dei fondi nel mondo vinicolo internazionale e sulle prospettive future, soprattutto quelle legate agli investimenti nel nostro Paese.

Un parallelo tra il vino e una grande eccellenza milanese, come la community finanziaria, che rende ancora di più forte la relazione tra la manifestazione e i settori più importanti della città che la ospita.

Federico Gordini

Laureato presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM, classe 1981, Gordini dal 2006 al 2008 ha ricoperto la carica di presidente del Comitato Milan Expo. Nel 2009 ha fondato Milano Food Week, festival culinario di Milano, mentre nel 2012 ha creato ‘Bottiglie Aperte’ con l’idea di portare a Milano un annuale wine festival nazionale, vincendo nello stesso anno il premio come ‘Giovane Imprenditore dell’anno’ di Confcommercio.

Dal 2013 è vice presidente del Gruppo Giovani Imprenditori Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza e nel 2015 ha realizzato ‘The Tank’, villaggio commerciale costruito con container marittimi e riempito con piccole imprese locali nella vecchia stazione ferroviaria abbandonata con ristoranti e intrattenimento da offrire a tutta la comunità. Recentemente è stato nominato presidente dell’Associazione Zona Tortona Savona.

Bottiglie Aperte – Sesta edizione

Domenica 8 e Lunedì 9 Ottobre

Palazzo delle Stelline, corso Magenta 61 Milano

Orari: dalle 11 alle 19

Ingresso per operatori gratuito previa registrazione sul sito www.bottiglieaperte.it

Ingresso per gli appassionati 40 €, biglietteria online attiva da inizio settembre

Contatti

info@bottiglieaperte.it

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facebook.com/BottiglieAperte/

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La prima  vendemmia del Brunello Roberto Cipresso Vigna Poggio al Sole, correva l’anno 2017.

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Roberto Felluga

Roberto Felluga

Qualche giorno fa sulla stampa locale friulana, Roberto Felluga, vignaiolo che non ha bisogno di presentazioni, in questo caso in veste di presidente della sezione economica viticoltura di Confagricoltura, ha lanciato un accorato grido d’allarme in merito alla tutela della Ribolla gialla; storico vitigno autoctono che rischia però di perdere questa sua peculiarità e appartenenza visto che si è iniziato a piantarlo anche fuori dal Friuli. Si veda l’esempio della Sicilia dove, alle pendici dell’Etna, è in atto un progetto sperimentale di coltivazione del vitigno. Va da se che molti viticoltori sono davvero preoccupati anche perché, non avendo incluso a tempo debito la Ribolla nel disciplinare della DOC Friuli, adesso si corrono guai seri. Per rilanciare la tematica, alquanto delicata, ho rivolto a Roberto Felluga alcune domande in merito.

Roberto, dopo un percorso condiviso tra gli operatori della filiera sulla regolamentazione relativa alla coltivazione e vinificazione della Ribolla gialla, stiamo assistendo ad una pericolosa fase di arresto, cosa sta succedendo e che implicazioni potrebbe avere questo impasse relativamente alla tutela della Ribolla?

Come hai letto sul Messaggero, sì, c’è un momento di stand-by, ma voglio sottolineare una cosa: abbiamo la fortuna di avere la disponibilità della Regione, in particolare dell’Assessore Cristiano Shaurli ad aiutarci in questa ricerca del nostro percorso di tutela della Ribolla Gialla e di questo dobbiamo “approfittare”. Quello che ho denunciato è che una parte del mondo produttivo se ne sta disinteressando, contrariamente a quanto erano gli accordi previsti tra tutta la filiera a inizio anno.

Qualcuno obietta che sarà difficile tutelare la Ribolla anche perché non è semplice dimostrare che si tratta di un autoctono del Friuli, che ne pensi? Quali invece potrebbero essere le prove a supporto di questa tesi?

Non metto in dubbio: tutelare la Ribolla Gialla non sarà semplice però non bisogna non provare. Se valutiamo la questione sotto l’aspetto di vitigno autoctono nessun luogo è tale e l’unica zona deputata è la Georgia dove la storia dice sia stata scoperta la vite. Però parlando di Ribolla in Friuli, si parla di 800 anni e con questo nome è stata registrata solamente in Croazia, ma mai lì rivendicata. I paesi di cui sono a conoscenza dove la Ribolla sia stata classificata tale, anche se con nomi diversi, sono la Grecia, in particolare Cefalonia, la Croazia anche con il nome in italiano Ribolla, la Slovenia con Rebula e noi in FVG. A livello Nordest, su mia proposta, all’interno dei colloquio tra FVG, Veneto e Trentino per arrivare alla DOC del Pinto Grigio delle Venezie con l’aiuto dell’Assessore Shaurli, abbiamo trovato un accordo politico per impedire l’inserimento nei vari disciplinari del Veneto e del Trentino del vitigno Ribolla Gialla. Allo stesso modo noi in FVG non potremo decidere di coltivare il Teregoldo o altre varietà tipiche del Veneto.

Ci sono diversi percorsi più o meno facili e più o meno percorribili, non ultimo quello di un possibile accordo con la Croazia per mantenere il nome Ribolla sul vino e cambiare il nome della barbatella. Però, come ti ho accennato, più il tempo passa meno possibilità di tutele avremo anche perché come ho già avuto modo di dire, a breve entreranno 800 ettari nella parte occidentale della nostra regione che limiteranno di molto il nostro potere decisionale, in particolare quello della collina, su questo vitigno.

Visto che la Ribolla si coltiva anche in Slovenia dov’è conosciuta con il nome di Rebula, secondo te ha senso l’ipotesi di una Doc transfrontaliera come si sta facendo per il Terrano? Aiuterebbe nella tutela?

Non vedo percorribile una DOC transfrontaliera per diversi motivi e te ne posso citare almeno due: il primo perché il Made in Italy è un valore. Il secondo perché anche se Italia e Slovenia sono entrambe nella Unione Europea, hanno legislazioni vinicole diverse. Ci potrebbe invece essere un percorso congiunto tra Italia, Slovenia e Croazia volto a sollecitare l’UE  sulla tutela di questo vitigno in queste 3 aree e che darebbe maggiore forza alle nostre istanze, mantenendo però, secondo me, ben distinte le varie identità.

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Di Irene Graziotto

MasterclassLa curva di sviluppo della Puglia è in netta ascesa. La regione è infatti fra le realtà che più si sono trasformate nell’ultimo decennio. Il salto qualitativo che la Puglia ha saputo fare a livello enologico la rende infatti oggi una delle mete più interessanti per l’enoturista – non è un caso che nel 2013 sia entrata fra le Top 10 wine destinations di Wine Enthusiast. Le masserie proliferano, la conduzione delle stesse è svolta da personale preparato e da un gruppo manageriale che si forma spesso al nord e che è perfettamente consapevole dei punti di forza del territorio, vino incluso – ricordo fra gli altri la bella esperienza a Masseria Bagnara con una cantina di livello e uno sguardo lungimirante nella gestione dell’offerta.

A questo si aggiunge la bellezza del territorio e l’ampia scelta enogastronomica che ha portato il National Geographic a decretarla, nel 2016, la più bella regione al mondo. E ad essere scelta da vip come Ivanka Trump, e non solo, come meta turistica – qualcosa che solo dieci anni fa sarebbe parsa inimmaginabile.

Ebbene la Puglia si muove. Ne avevo già parlato due anni fa in occasione di una visita nella regione e ne sono sempre più convinta. Le manifestazioni si moltiplicano e si fanno internazionali, grazie alla presenza di figure di rilievo (vedi Radici del Sud), gli articoli delle testate estere che contano si duplicano, gli investimenti raddoppiano – sono tantissime le aziende site in altre zone d’Italia che hanno iniziato a produrre anche in zona (Antinori con la Tormaresca, Tinazzi con Feudo Croce e Cantine san Giorgio) –  l’interesse dei mercati si fa vivo, soprattutto quelli dell’Europa Centrale come testimoniato anche da anche Othmar Kiem durante Vinibus Terrae.

Vinibus Terrae è una nuova vetrina del vino pugliese pensata e ideata lo scorso luglio dal Consorzio  Discovery, un altro esempio virtuoso di sensibilità imprenditoriale regionale. Virtuoso in primis perché parte da una consapevolezza e successiva volontà di fare sistema fra comparti anche molto diversi. Il Consorzio nasce infatti da una quadruplice alleanza fra Teo Titi, presidente sezione Turismo Confindustria di Brindisi, da Pierangelo Argentieri, vice presidente della Federalberghi di Puglia, da Giuseppe Danese, alla guida del distretto nautica pugliese e Luigi Rubino alla guida di Tenute Rubino. Virtuoso in secundis perché inteso a sviluppare anche quelle zone meno battute della Puglia, nell’ottica che una ricchezza a spot non giovi a nessuno nel secondo tempo.

Il Lungomare di Brindisi

Il Lungomare di Brindisi

Parte da qui la volontà di rilanciare Brindisi, dotata già di qualche anno di una passeggiata lungomare di grande piacevolezza che ha ridato alla città un proprio spazio, a servizio della comunità – un fattore non secondario, questo della bellezza, chiaro a Peppino Impastato che infatti sosteneva come se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà” ma ben presente anche a personalità come William Bratton e Rudoplh Giuliani che negli anni Novanta fecero di tutto per arginare gli effetti “finestre rotte”.

Vinibus Terrae ha saputo smuovere ulteriormente le acque (è il caso di dirlo) di Brindisi, una città che altrimenti passa inosservata, “un po’ come Vicenza, stretta fra Verona e Venezia” ha commentato Gianfranco Vissani durante la conferenza di apertura. Obiettivo dell’evento: “creare una destinazione” nuova, affermano gli organizzatori, rafforzando quel legame col vino che è già esistente ma poco comunicato. La prima Doc della Puglia è appunto la Doc Brindisi.

I dati emersi durante la conferenza di apertura di Vinibus Terrae, che ha visto la partecipazione via video del ministro De Castro e de visu di Dario Stefano, sono impressionanti: se nel 2009 l’imbottigliato di qualità coprova solo il 19%  della produzione, nel 2014 tali cifre si aggiravano giù sul 70%. Se fino a due decenni fa nei depliant della Puglia si vedevano piscine anonime, cocktail e avvenenti figurini femminili, oggi la promozione pubblicitaria punta su alberelli, ulivi, scorci riconoscibili.

L’evento di giugno ha saputo coinvolgere e aprirsi anche alla città: non capita spesso di vedere negozio dopo negozio l’insegna di un evento legato al vino. Presente tutta la filiera: dalle 30 aziende vinicole disposte sul lungomare al consumatore finale (con una forte presenza giovanile, grazie anche ad una ricetta spigliata) passando dal consumatore esperto ai giornalisti ai sommelier che hanno partecipato alle tre Masterclass di livello organizzate da AIS Puglia e guidate da Giuseppe Baldessarre. Tre i focus: Puglia del Nord e Daunia, Murgia e terra di Messapia e, infine, Salento, dove ha trovato posto anche l’intervento dei vari produttori – un modo lungimirante di dare voce ai protagonisti di questa piccola rivoluzione enologica chiamata Puglia che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante.

 

 

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VivavìCalabria incantata e selvaggia, terra del ritorno necessario per il viaggiatore, giacimento di tesori enogastronomici inestimabili. Come altro definire Il Biscardino di Gino Marino a Cropalati, la Tavernetta dell’istrionico Pietro Lecce a Camigliatello? Poi il vino, antico e moderno al tempo stesso. Si va dal garagista pre silano Emilio Simone, ai cirotani Cataldo Calabretta, Francesco e Vincenzo Scilanga (Cote di Franze), passando per quel collettore di anime che è Dino Briglio Nigro e il suo l’Acino Vini. Dino condivide, a San Marco Argentano, cantina e sogni con Daniela De Marco e Giampiero Ventura e il loro nuovo progetto vitivinicolo Vinovì. Naturalmente cito solo persone e luoghi che ho visitato in viaggi recenti, consapevole che la Calabria è tanto altro. Arriva poi la nostalgia, conseguenza del rientro dal viaggio, che può essere smorzata attraverso la lettura di libri che alimentano i ricordi; capita così di imbattersi nel leggendario “Old Calabria” di Norman Douglas, ma, soprattutto, in “Lettere meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria” di Francesco Bevilacqua. Testo che ha in se vari passaggi rivelatori, anzi direi rivoluzionari, come ad esempio questo sul “Pensiero meridiano” che riporto integralmente: La felice espressione «pensiero meridiano» fu coniata da Albert Camus all’inizio degli anni Cinquanta, allorché nel capitolo conclusivo del suo L’uomo in rivolta, sotto un titolo siffatto, lo scrittore invocava un modo di pensare al quale il mondo contemporaneo non avrebbe potuto rinunciare ancora per molto. Modo di pensare che, richiamandosi allo spirito greco antico, pone al centro della riflessione il rapporto originario e profondo tra uomo e natura. Si intravede qui una contrapposizione tra due distinte concezioni del mondo: una nord europea, basata sulla rimozione del rapporto con il sacro e con la natura; l’altra sud europea, che propugna, invece, un intreccio armonico tra umano, divino e naturale. «Al nichilismo europeo, avvolto nelle tenebre dell’assolutismo storicista, Camus oppone dunque lo spirito mediterraneo, coi suoi richiami alla sacralità del mondo e della vita». In sostanza «il pensiero meridiano è la riscoperta di questo sud rimosso e il suo collegamento a una forma di vita non ostaggio della tecnica, capace di una misura». Intorno alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, alcuni studiosi, tra cui Franco Cassano, Mario Alcaro, Piero Bevilacqua, Franco Piperno, si ritrovano nello sviluppare le tesi di Camus e propugnano un pensiero del «Sud che pensi il Sud». Il Sud diviene soggetto di pensiero proprio e dismette gli abiti dell’oggetto di pensiero altrui. È una rivendicazione di autonomia culturale, etica, spirituale innanzitutto e poi anche politica. Anche se non v’è traccia dei fumosi progetti separatisti e autonomisti che circolano nel Mezzogiorno d’Italia da alcuni anni.vigneti Vivavì Il Pensiero meridiano ripudia il fondamentalismo economico e i processi di omologazione che accompagnano la globalizzazione, in favore di una ritrovata peculiarità locale del Sud, nella cultura, nella politica, nella ricerca di una identità. Bisogna smettere con il pensare che il Sud sia un non-ancora dello sviluppo, sostiene Franco Cassano, «occorre smettere di vedere le sue patologie solo come la conseguenza di un difetto di modernità. Bisogna rovesciare l’ottica e iniziare a pensare che probabilmente nel Sud d’Italia la modernità non è estranea alle patologie di cui ancora oggi molti credono che essa sia la cura». È necessario, invece, contrapporre, alla omologazione e allo sviluppo etero diretto, la rivitalizzazione delle culture locali, la reinvenzione delle radici storiche comuni, la riaffermazione delle proprie identità collettive. Insomma, l’idea è quella di creare per il Sud un percorso alternativo che punti su strategie di cooperazione regionale, beni comuni, risorse ambientali, specificità territoriali. Una rinascita in piena regola del «locale» in una relazione più equa con il globale. Per far questo, i fautori del Pensiero meridiano decostruiscono alcuni capisaldi della Questione meridionale.

Masseria Perugini

Masseria Perugini

La prima decostruzione riguarda il cosiddetto paradigma emulativo, per cui il Sud deve emulare il Nord ed essere oggetto, quindi, di uno sviluppo etero-diretto e assistito. Il Sud, viceversa, deve semplicemente chiedersi quale possa essere una strategia per migliorarsi a partire dalle ricchezze di cui già dispone. La seconda decostruzione concerne il paradigma della modernizzazione, che parte dal dogma dell’arretratezza economica e culturale del Sud. Il Sud non è «arretrato», ma solo non sviluppato secondo i canoni del Nord. È, invece, diverso, soprattutto perché ha saltato a piè pari tutto il lungo periodo della industrializzazione e conserva luoghi, valori, culture che quel processo, se ci fosse stato, avrebbe spazzato via.
Il Pensiero meridiano resta, sino a ora, l’unica originale e innovativa proposta di ripensare il Sud (e con esso la Calabria) e i suoi problemi a partire dal Sud stesso, di favorire un’assunzione di responsabilità diretta dei meridionali, per contrapporre alle fallimentari panacee industrialiste e sviluppiste, che hanno avuto il Sud come cavia, strategie che partano da forze e ricchezze endogene. E, quel che più conta, abiurando una buona volta ogni progetto etero diretto e assistito.

Ecco questo “Pensiero meridiano” mi è parso di sentirlo forte e vivo in tutte le persone che si occupano di vino e cibo e che ho avuto la fortuna di conoscere in queste due ultime estati in Calabria. Per rafforzare ancora di più il concetto e per continuare con gli approfondimenti, dopo l’articolo su Gino Marino e l’intervista a Dino Briglio Nigro, ho rivolto alcune domande a Daniela De Marco di Vinovì che, vista la sua storia di vita e i suoi studi, credo sia perfetta per continuare questa discussione.

Daniela De Marco

Daniela De Marco

Daniela tu sei un’antropologa che da Roma, per motivi familiari, è dovuta ritornare in Calabria. Trovo molto romantico che un’antropologa si metta a fare vino: storia del vino e storia dell’uomo, a livello sociale, culturale ma anche simbolico e filosofico, sono intrecciate indissolubilmente.  Tu come arrivi al vino? Raccontami la storia di Vivavì e del sodalizio con Pasquale Perugini e Giampiero Ventura.

Si, l’ambito tematico dei miei studi è stato quello dell’antropologia culturale, percorso che ho intrapreso all’università Sapienza di Roma. A Roma ho vissuto per 5 anni dopo i quali sono tornata in Calabria per stare vicino alla mia famiglia che stava attraversando un periodo di difficoltà. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in alcune cantine, questo primo contatto diretto con il mondo vitivinicolo, che si può definire la “mia esperienza sul campo” tanto cara a noi antropologi, ha fatto nascere e crescere in me il desiderio di fare vino. Il cibo e il vino riflettono la peculiarità dei luoghi e delle loro coltivazioni, per me è importantissimo che le produzioni facciano emergere queste diversità territoriali e di cultura, questo è un atteggiamento da antropologo, l’antropologia è strettamente legata al concetto di diversità. Ed è per questo che ho deciso di vinificare da vitigni, come il Mantonico e il Magliocco, che appartengono alla Calabria. Questo modo di fare agricoltura è il trait d’union che unisce me e le altre due persone con cui ho intrapreso questo progetto, il mio compagno Giampiero Ventura e Pasquale Perugini, proprietario della Masseria Perugini, splendida persona che conoscevamo da tempo.

La Masseria Perugini è un luogo incantevole, ha un’aura particolare, si respirano creatività e bellezza, si fa dell’ottimo vino, ma è anche un’azienda agrituristica; infatti producete olio, pasta, allevate pecore e tanto altro. Parlando con te ho poi scoperto che Dario Brunori (Brunori Sas) ha registrato proprio qui il suo quarto disco “A casa tutto bene”. Alla fine penso che ci sia sempre filo conduttore, nemmeno tanto sottile, che lega idee, creatività, luoghi, anime, che ne pensi?

 La storia della Calabria, proprio per il fenomeno di cui tu parli, ossia aver saltato la fase dell’industrializzazione, è una storia fatta perlopiù da agricoltori, da persone che hanno coltivato la terra, e che grazie alla loro esperienza hanno una comprensione profonda dei cicli della natura. È grazie al loro aiuto e ai loro racconti che ora sto, anzi stiamo, imparando sempre di più su questo mondo; ad esempio a capire qual è il periodo giusto per seminare il grano o per raccogliere le olive, perché come hai detto giustamente tu in Masseria produciamo anche olio e pasta (La Masseria è anche ristorante e b&b il che rende possibile assaggiare i nostri prodotti direttamente in loco). Per me il coltivare è da intendersi come pratica di produzione ma anche e soprattutto come qualcosa che crea cultura e senso di collettività, il cibo e il vino si definiscono importanti fattori di aggregazione sociale. Mi piace pensare alla Masseria come ad una comunità sempre mutevole di persone, che pur vivendo temporaneamente da noi, attraverso le proprie azioni, il proprio apporto culturale definisce un nuovo senso del luogo. E spero che sempre di più riesca ad essere un posto capace di generare e supportare processi legati al fare cultura. Un luogo dove anime affini possono trovare rifugio. E infatti siamo stati felicissimi quando la Brunori SAS ha deciso di incidere da noi il suo ultimo album “A casa tutto bene”, di quel periodo ricordiamo giornate vive durante le quali i musicisti, i tecnici, i fotografi hanno animato il nostro piccolo borgo. Io e Giampiero conosciamo Dario da tantissimi anni; è un’amicizia  che proviene da lontano, Dario e Giampiero erano compagni di stanza durante gli anni universitari a Siena.

Una domanda sulla Calabria non poteva mancare. Terra aspra e oltraggiata, luogo antropologicamente e socialmente molto complesso e immagino che su questo, visti i tuoi studi, potresti farne un trattato. Più mi ci addentro, più conosco questa terra, più vedo che si sta seminando moltissimo, c’è grande fermento, energie positive e voglia di rinascita, naturalmente non solo in ambito enogastronomico. L’impressione e che si stia andando sempre di più nella direzione di quel “pensiero meridiano” di cui parla Francesco Bevilacqua, sono troppo ottimista?

Si concordo con te. Accanto ad una visione di crescita economica, ancora legata ad una volontà di sfruttamento intensivo del territorio, pian piano ne sta nascendo un’altra che abbraccia un’idea di sviluppo che passa attraverso la valorizzazione delle risorse già presenti. E non parlo solo ovviamente di elementi materiali ma anche immateriali: la riscoperta della ricchezza della nostra cultura, dei nostri rituali indissolubilmente legati ai nostri paesaggi, il nostro essere popolo meticcio, infatti a pochi chilometri dalla Masseria Perugini vi sono i paesi Arbëreshë, io provengo in parte da lì, la bellezza aspra e ruvida di quella Calabria che non compare nelle comuni guide turistiche e sfugge al vocabolario corrente. Ecco vivendo qua ho avvertito la volontà diffusa di ripartire da tutto questo, di far emergere geografie per molto tempo silenti.

Fonti:  “Lettere meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria” di Francesco Bevilacqua

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Roberto Cipresso

Roberto Cipresso

L’obiettivo di ogni imprenditore – specie se di medie o piccole dimensioni – dovrebbe essere quello di collocare i propri prodotti in una nicchia il più possibile ristretta, ovvero tale da permettere loro di emergere e di sottrarsi alla concorrenza. Ognuno cioè, dovrebbe cercare il proprio “Oceano Blu” – cit. da Strategia Oceano Blu, di Renee Mauborgne e Kim W. Chan – , e lasciare “L’Oceano Rosso” – ovvero i campi già esplorati e le strade già percorse e sdoganate – alle multinazionali, o comunque alle imprese di grandi dimensioni, le cui strategie di promozione e comunicazione sono smisuratamente più potenti, così da rendere la concorrenza meno temibile. Nel caso specifico della produzione agricola e della viticoltura, secondo la mia esperienza ogni imprenditore, al momento di immaginare e di pianificare i propri obiettivi, deve anzitutto fare i conti con il suo ambiente di produzione, e capire in base alle caratteristiche di quest’ultimo quali siano le strade più efficaci da seguire per emergere. Se il terroir dei propri vigneti – inteso come la particolare ed ogni volta unica interazione tra fattori climatici e proprietà dei suoli – possiede una buona potenza espressiva ed è in grado di trasmettere la sua fedele impronta nel vino, tutte le scelte agronomiche ed enologiche dovranno essere improntate a valorizzare la sua capacità di esprimersi, così da ottenere vini irripetibili, la cui degustazione non si limiti a dare soddisfazione sensoriale ma permetta di viaggiare nello spazio, e riportare chi assaggia ad un territorio ben determinato e ad una specifica filosofia di produzione. Viceversa, dove il terroir è più debole e non consente questi risultati, sarà opportuno lavorare sui vitigni coltivati, e far sì che il vino esalti al meglio i propri requisiti varietali.

Ciò premesso, ormai da qualche decennio in agricoltura, vuoi per ragioni di marketing, vuoi per una reale attenzione agli equilibri dell’ecosistema e al rispetto per la natura, è sorta l’esigenza di guardare al passato, e di limitare o eliminare del tutto il ricorso ai prodotti chimici e alle moderne tecnologie. Da qui, l’emergenza dei sistemi di coltivazione integrato, biologico e biodinamico, nonché una certa tentazione a tornare alla genuinità e alla semplicità del cosiddetto “vino del contadino”. A questo proposito, preciso subito che trovo legittimo al massimo grado lo sforzo di rispettare il più possibile l’integrità ed i ritmi spontanei dell’agroecosistema, e l’adozione di tutte le pratiche che siano utili ad ottenere questo obiettivo. D’altra parte, credo sia necessario non perdere mai di vista il risultato finale, ovvero la produzione di vini che siano non solo di qualità inattaccabile – requisito ormai indispensabile per resistere su qualsiasi mercato – ma anche in grado di soddisfare i sensi del consumatore e, se il territorio di produzione lo consente – perfino di emozionarlo. Se un vino ha difetti evidenti perché non sono stati utilizzati i mezzi ed i prodotti necessari a garantirne una adeguata conservazione ad esempio, non potrà essere venduto, e non sarà in grado di perseguire l’obiettivo di dare piacevolezza. Ciò si verifica molto di frequente nell’agricoltura biodinamica ad esempio, che, a fronte di pochissimi vini strepitosi, da spesso vita a prodotti imbevibili, che rispettano l’ambiente ma falliscono in pieno quella che dovrebbe essere la missione principale di ogni vino. Non dimentichiamo che la natura di per sé, senza l’intervento dell’uomo che è teso a garantire la propria sopravvivenza e che a volte ne addolcisce molti spigoli, sa essere anche molto cattiva e spietata. Nel caso del biologico invece, sappiamo che alcuni prodotti – lo zolfo ed il rame – sono ammessi dal regime in virtù del carattere endemico di alcuni parassiti della vite. Ora, in alcune annate con primavere molto difficili, può anche verificarsi che l’apporto nell’ambiente di prodotti forniti in prevenzione sia superiore a quello che avremmo avuto con l’utilizzo di alcuni sistemici nei momenti opportuni. Avremo quindi forse salvato i vini, ma fallito del tutto l’obiettivo di massima salvaguardia dell’ambiente.

Ciò che voglio dire, è che spesso chi si attiene ad una linea di coltivazione lo fa in modo un po’ intransigente. Questo atteggiamento, che forse può andare d’accordo con altri ambiti della propria esistenza, non si addice invece all’imprevedibilità dell’attività agricola, e alla fatica e alla flessibilità che essa richiede. In agricoltura – e particolarmente in viticoltura – una visione integralista non è a mio avviso mai consigliabile, ma credo sia di gran lunga più saggio modulare l’atteggiamento e le scelte in funzione delle sfumature e delle sorprese che il contesto impone. Ciò che credo permetta di rispettare davvero la natura al massimo, senza per questo rinunciare ad un buon prodotto finale, è un attento monitoraggio sia del clima che ogni stagione riserva, sia dell’evoluzione dei propri vini durante la loro permanenza in cantina; a seconda di ciò che ci troviamo di fronte, scegliamo poi la strada meno invasiva, che allo stesso tempo permetta però di salvaguardare la bontà del risultato. Il beneficio che la nostra attività deve apportare all’ambiente, non può essere infine solo teorico; affinché sia un contributo reale ed effettivo, e allo stesso tempo possa in maniera inequivocabile essere percepito dal consumatore e riconosciuto come un vero valore aggiunto del marchio, deve in qualche maniera essere misurabile, attraverso dei processi già esistenti, che permettono di valutare e certificare l’effettiva sostenibilità di un progetto aziendale.”

Roberto Cipresso

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19143097_10211389179998911_8719345141098882302_oSi fa presto a snobbare il Prosecco, a catalogarlo come vino da poco solamente perché, magari, si è bevuta una pessima bottiglia delle 400 milioni DOC prodotte da Gambellara a Trieste senza soluzione di continuità. È risaputo che il peggior nemico del Prosecco è il Prosecco stesso, ma i detrattori, fatti salvi i gusti personali insindacabili, cambierebbero sicuramente idea assaggiando una buona bottiglia, delle 90 milioni DOCG, prodotta nell’Area di Conegliano Valdobbiadene o ad Asolo e, restringendo ancora il campo, rimarrebbero di sicuro a bocca aperta qualora si appoggiassero a uno di quei produttori simbolo della zona.  Giova ancora una volta, a buon uso e a tutela del consumatore, ribadire che l’eccellenza assoluta della produzione sta nella DOCG e in particolare, per l’area Valdobbiadene e Conegliano, nella zona storica circoscritta a 15 comuni collinari. All’apice della piramide qualitativa troviamo la sottozona “Superiore di Cartizze” che è rappresentata da una minuscola area di 107 ettari di vigneto, quella e solo quella, compresa tra i comuni di S. Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol nel comune di Valdobbiadene; e il “Rive”, prodotto esclusivamente con uve provenienti da un unico comune o frazione, un vero è proprio cru. Per il Rive la produzione è al massimo di 130 quintali per ettaro, con l’obbligo di raccolta manuale delle uve e d’indicazione del millesimo. Nell’area di Conegliano Valdobbiadene sono state individuate 43 Rive. È proprio in questo contesto che si esprime uno degli interpreti più autentici del Prosecco Superiore, Graziano Merotto. La cantina si trova a Col San Martino, zona di straordinaria vocazione vocata per la produzione del Conegliano Valdobbiadene Docg, proprio ai piedi del vigneto Castèl, di una bellezza e pendenza che mozzano il fiato.

Graziano Merotto

Graziano Merotto

Graziano, dopo gli studi alla Scuola Enologica di Conegliano, nel marzo del 1972 fonda la sua cantina iniziando a produrre vino Sur Lie da uve Glera.  L’Olchera sarà il suo primo vigneto di proprietà e nel 1973 decide l’acquisto del vigneto contraddistinto nei mappali di zona con l’appellativo di Particella 86, vigneto dal quale arrivano, oggi, esclusivamente, le uve che danno origine al Valdobbiadene Brut Rive di Col San Martino D.O.C.G. Graziano Merotto Cuvée del Fondatore. Il primo millesimo della Cuvée del Fondatore, grazie anche alla felice mano dell’inseparabile enologo di casa Mark Merotto (nessuna parentela con Graziano), nasce con la vendemmia 2009, pareva giusto, quindi, fosse arrivato il momento di fare una bella verticale con 8 annate. Il punto è che stiamo parlando di Prosecco, il vino che nell’immaginario collettivo rappresenta “il tutto subito”, considerando pura follia bere una bottiglia che ha sette anni sulle spalle. Certo la verticale di Prosecco non è una novità, chi ha avuto la fortuna di partecipare a quella di Primo Franco sa di cosa parlo ma, di sicuro, sono comunque pochissimi i produttori in grado proporre questa esperienza a tratti lisergica, Graziano Merotto e fra questi.

19143873_10211389175598801_1224177460602213159_oLa Verticale 2009- 2016 Cuvée del Fondatore Graziano Merotto

Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Rive di Col San Martino Brut Millesimato

La Cuvée del Fondatore è un vino che nasce da una sfida: dimostrare che si può produrre un grande brut senza perdere le caratteristiche aromatico-gustative peculiari del Prosecco. Per raggiungere questo risultato si compiono scelte innovative, frutto di lunghe sperimentazioni. La prima riguarda il vigneto. Le uve del vigneto Particella 86, posto a 230 metri sul livello del mare, subiscono la DMR (Doppia Maturazione Ragionata), ovvero 20 gg prima della vendemmia, il 20% dei tralci viene reciso e i grappoli restano in pianta. In questo modo le uve subiscono un leggero appassimento, ottenendo una forte concentrazione ma conservando l’acidità, che non viene influenzata dal processo di maturazione. I restanti grappoli vengono vendemmiati normalmente. Dopo la pressatura, in cantina si svolge una rifermentazione lunga, che dura oltre 6 mesi e dona al vino una complessità unica. Un metodo che si avvicina al Metodo Classico perché sfrutta il principio di lisi dei lieviti. In questo modo essi restituiscono al vino gli elementi sottratti, donando maggior ampiezza allo spettro organolettico.

Vendemmia 2016 – Bottiglie prodotte 24.872

Annata fresca e piovosa, con ondate di calore improvvise e sporadiche e regolarizzazione climatica a ridosso di metà agosto. L’annata 2016 ci consegna un Prosecco delicato, con il grande merito di non essere mai estremamente tecnico; e poi  sapido, un vino di grande piacevolezza.

Vendemmia 2015 – Bottiglie prodotte 20.545

Annata con deficit di pioggia e forti ondate di calore che si sono protratte fino a metà agosto, per poi regolarizzarsi verso una media di temperature più fresche e regolari. Il naso comincia a farsi più espressivo. Setoso e avvolgente al palato, con una spiccata sapidità.

 Vendemmia 2014 – Bottiglie prodotte 20.745

Annata da ricordare per una sommatoria di pioggia inferiore di poco solo al 2008. Questa instabilità ha accompagnato la vegetazione fino a fine luglio, per poi virare in una maggior regolarità in agosto e settembre. Da metà settembre clima ideale ed escursioni termiche ottime per il quadro aromatico. La prima sorpresa. In un’annata non proprio felice è netto nei profumi, al palato arriva diritto, quasi affilato con una leggera nota di mandorla a renderlo molto particolare.

 Vendemmia 2013 – Bottiglie prodotte 18.228

Annata caratterizzata da una primavera instabile, seguita da una fase estiva canicolare intervallata poi, a partire da metà agosto, da precipitazioni sporadiche che hanno contribuito all’equilibrio della vendemmia. Il naso è delicato, al palato iniziano a sentirsi note mielate, ma la sapidità di cui è ancora ricco lo rendono un vino con una bella tensione.

Vendemmia 2012 – Bottiglie prodotte 18.482

Annata caratterizzata da mesi di aprile e maggio piovosi e freddi con ritardi di fioritura. La stagione è poi proseguita con forti ondate di calore, che si sono protratte fino a fine agosto. Vendemmia regolare e senza precipitazioni. Il naso ha virato verso note vegetali marcate, il palato è ancora di grande espressività.

Vendemmia 2011 – Bottiglie prodotte 18.482

Annata irregolare, con primavera calda, mesi di giugno e luglio freschi e piovosi e susseguente forte ondata di calore (soprattutto ad agosto su livelli del 2003); mese di settembre con caldo record. Naso molto intenso di frutta e miele, al palato prevalgono le note di nocciola, burrose e di pistacchio, iniziano le esclamazioni di meraviglia.

Vendemmia 2010 – Bottiglie prodotte 12.945

Annata regolare, con sommatorie climatiche nella norma ma caratterizzate da forti e non usuali escursioni termiche. È un crescendo di note mielate, un vino ancora di grande vitalità, incredibile.

Vendemmia 2009 – Bottiglie prodotte 6.224

Annata caratterizzata da scarse precipitazioni. Temperature medie elevate e nessun problema fitosanitario. Questo 2009 si presenta con una leggera ma elegante ossidazione, le note di miele e albicocca carezzano il palato ma quello che lascia basiti, e che il Prosecco è diventato altro da se, sembra un grandissimo metodo classico tant’è che alla cieca ne metterebbe in fila più di qualcuno di blasonato, e trarrebbe in inganno anche il degustatore più esperto, senza parole davvero.

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La collina di Ruttars

La collina di Ruttars

La buona notizia e che, finalmente, anche il Collio ha la sua Anteprima. Da quest’anno, infatti, ha preso il via la prima edizione di “Enjoy Collio Time”, cinque giornate dedicate alla promozione del vino del Collio e alla sua storia e cultura enogastronomica. Era sensazione diffusa che nel Collio ci volesse una ventata di aria nuova. A causa di un glorioso passato, nemmeno tanto remoto, ci si era addormentati un po’ troppo sugli allori, correndo il rischio di perdere un primato di qualità riconosciuto in tutto il mondo. C’era la necessità di tornare a essere il motore dell’eccellenza, reimpossessandosi di quell’ambizione che ne aveva caratterizzato lo sviluppo tra anni ’80 e ’90 e che ha fatto crescere tutta la regione. Si è partiti subito con il botto in questa prima edizione dell’anteprima, affrontando alcuni nodi cruciali, al momento ancora in via di definizione ma che presto diverranno concreta realtà. In primis la Docg Collio. Sono passati ben 52 anni dal primo disciplinare di produzione stilato dal conte Attems ed era giunto il momento di apportare dei cambiamenti per ricollocare il Collio nel posto che merita. L’iter verso la Docg è cominciato e la modifica del disciplinare, approvata dai soci del Consorzio, propone il passaggio a Docg di tutte le tipologie (sono 17 i Collio da vitigno e due, il Bianco e il Rosso, che provengono da più varietà) e l’inserimento al vertice della piramide qualitativa del Collio Gran Selezione (bianco) e del Collio Pinot grigio Superiore. L’idea del Collio Gran Selezione è davvero una gran cosa perché consente di rimettere prepotentemente in primo piano il Collio. L’uvaggio sarà composto esclusivamente da vitigni autoctoni (Friulano dal 40% al 70%, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana entrambe fino al 30%), vinificando uve provenienti da cru aziendali e utilizzando esclusivamente la “bottiglia Collio”, senza dimenticare che in etichetta la scritta Collio non dovrà essere inferiore a 2 cm e quindi facilmente visibile e subito identificabile.
Rimarrà tutto uguale invece per il Collio Bianco, ovvero uve provenienti dai vigneti composti, in ambito aziendale, da una o più varietà bianche previste nella Doc, con un limite del 15% in totale per Muller Thurgau e Traminer aromatico.
Accanto al Collio Gran Selezione c’è anche l’idea di rafforzare l’internazionale, (fa specie dirlo), Pinot grigio, visto che è la varietà più diffusa nel Collio e qui ha sempre avuto grande tradizione e vocazione e per questo motivo verrà inserita la tipologia Superiore. Completano i cambiamenti previsti al nuovo disciplinare la riduzione delle rese e l’introduzione di un sistema di regolamentazione in base all’annata, l’aumento del titolo alcolometrico volumico naturale minimo e lo slittamento dell’uscita sul mercato, allineato alle riserve per il Pinot grigio Superiore e non inferiore a due anni per la Gran Selezione.
La vendemmia 2017 però, visti i tempi tecnici necessari difficilmente sarà la prima vendemmia del Collio Gran Selezione, con ogni probabilità il momento tanto atteso e che, ne sono convinto sarà davvero la chiave di volta, arriverà con la vendemmia 2018.

19222881_10211379402994492_9088449412983087097_oL’annata 2016

Purtroppo con una sola giornata a disposizione ho potuto assaggiare unicamente Pinot Grigio, Pinot Bianco e Sauvignon, 53 vini in tutto, una discreta panoramica considerando anche qualche annata precedente. Il Pinot Grigio 2016 deve ancora trovare un suo equilibrio, mi ha fatto piacere ritrovare un buon numero di ramati. Il Pinot Grigio del Collio è un vino di grande appeal, a tratti un po’ rustico ma davvero unico. Ha bisogno di tempo, non si può giudicare nella fretta dei pochi minuti a disposizione durante la degustazione alla cieca. Dico questo perché ho sentito, soprattutto dalla stampa di settore italiana, giudizi un po’ tranchant, ci vogliono calma e sangue freddo. Il Pinot bianco invece magnifico da subito. Non riuscirò mai a capire perché, si punti così poco su questo vino, 8 campioni assaggiati, uno più buono dell’altro. Infine il Sauvignon. Nel complesso degli assaggi, l’annata 2016 ha regalato grande materia. Vini che pur mantenendo intonse le caratteristiche varietali non sono mai caricaturali nei profumi come spesso accadeva da queste parti. Solo finezza e prospettiva.

 

Le mode cambiano ed il territorio resta. Il nostro obiettivo oggi deve essere spiegare per quale motivo il Collio è unico e tutti i vini che vengono prodotti qui da noi sono irripetibili. Quindi raccontare l’unicità del suo terreno, ricco di sali minerali, del suo microclima legato alla sua posizione geografica, della sua storia e dei suoi produttori, innamorati del proprio lavoro. Il Collio è un territorio ricco di valori e di passione. Di sofferenza dopo una grandinata, ma di soddisfazione dopo aver raccolto l’ultimo grappolo di un annata o durante l’assaggio dei vini a fine fermentazione e addirittura dopo anni di bottiglia. Oggi noi dobbiamo riempire con le emozioni quella parte di calice che rimane vuota, emozioni che il consumatore recepisce e che solo poche grandi zone possono esprimere.

Robert Princic

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