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Scorrendo la bacheca di Facebook, di un giorno nuovo mi è comparso questo post di Stefano Cinelli Colombini: “Il cielo sopra Montalcino, l’Amiata e le nuvole che corrono. Come corre tutto, ma nessuno sembra accorgersene. Qualcuno si è accorto che stiamo sopravvivendo ad un anno in cui molti dei nostri clienti abituali non hanno comprato? Mi incuriosisce che nessuno si domandi come abbiamo fatto. Mi sono sentito in colpa. In effetti l’argomento merita un approfondimento, ma chi meglio di Stefano Cinelli Colombini poteva raccontare la vicenda con dovizia di particolari? Ecco cosa mi ha scritto.

 

Stefano Cinelli Colombini

Stefano Cinelli Colombini

Cosa è successo nel mondo del vino in questo anno di Covid? Come ne stiamo uscendo? Dovrebbe essere la domanda numero uno per i media, ma non vedo grandi inchieste. E neppure articoli. Che la comunicazione sia una delle vittime della pandemia? La realtà è che il vino è sopravvissuto ad un anno di chiusura quasi totale di molti dei canali tradizionali, eppure è evidente che la larga maggioranza le cantine è in grado di andare avanti. Certo, la situazione è a chiazza di leopardo e qualcuno se la passa male, ma in generale si va. Come è possibile? Mancano dati certi, perché nessuno si preoccupa di mettere in piedi quel sistema affidabile di statistiche che ormai è la bussola ogni settore produttivo nel mondo, ma in un anno come il 2020 solo dei pazzi potevano “guidare alla cieca” una grande Denominazione per cui noi del Brunello ci siamo ingegnati di ottenere dagli enti di controllo dei dati affidabili sulle vendite. Si, perché c’è un tipico paradosso italiano: lo Stato ha smaterializzato i registri, per cui ogni documento di vendita, trasferimento o declassamento del vino si può fare solo se si scarica anche sul server pubblico, ma da lì escono solo dati certi a livello aziendale. Non di Denominazione. Per cui chi controlla può verificare al litro quello che accade nella mia fattoria, ma i dati di Cantina Italia sulle Denominazioni non tornano. E non di poco. Si sa da anni, ma nessuno rimedia e loro continuano a pubblicarli. Vabbé, sia come sia mentre altri Consorzi emettevano comunicati stampa apocalittici su un crollo delle vendite che non c’è stato, noi abbiamo monitorato la situazione mese per mese. E siamo rimasti sbalorditi: il flusso non si è mai fermato, nonostante il lock down nazionale e poi mondiale il vino si continuava a vendere. A marzo ed aprile ci sono stati cali significativi, poi è iniziata una ripresa che non si è arrestata fino a raggiungere quasi il livello normale. E non lo faceva solo il privilegiato e particolare Brunello, dalle notizie degli enti di controllo e degli altri consorzi abbiamo visto che (chi più e chi meno) quasi tutti si stavano riprendendo. Nella mia azienda dividiamo fatturato e volumi per settori commerciali, per zone geografiche e per mesi e li confrontiamo con gli anni precedenti, ma nel 2020 ho letto risultati strani. Quasi incredibili. Noi vendiamo tramite agenti in Italia da più di un secolo e abbiamo mantenuto un fortissimo mercato nazionale con clienti stabili e affezionati, eppure abbiamo perso tantissimo. Le enoteche sono passate da un 15% o 16% nell’ultimo decennio al 3%, lo stesso hanno fatto i ristoranti mentre i grossisti si sono dimezzati. Una voragine. 121143994_3659560267458061_973797139905981091_oEppure la perdita complessiva è stata scarsa, perché altri canali commerciali hanno avuto una crescita impressionante. Le vendite tramite i provvider internet sono aumentate del 500%, e i grossisti con consegna a privati hanno raddoppiato L’estero è passato in un solo anno da uno stabile 40% a oltre il 55%. Nel complesso abbiamo tenuto, ma il come lo abbiamo fatto merita una riflessione. Noi siamo da sempre tra le cantine più attente ai nuovi canali commerciali, e questo ha pagato. Sono canali che paiono più “sensibili” ad una immagine forte che a offerte sotto prezzo, e forse per questo la nostra strategia di comunicazione ha dato più vantaggi. Anche la cura molto attenta dei clienti esteri ha funzionato, quando abbiamo premuto per più vendite hanno risposto molto bene. Il mio è solo un caso aziendale, però come vicepresidente del Consorzio del Brunello ho potuto vedere che l’intera Denominazione ha avuto una reazione positiva alla crisi. Con nove milioni di fascette DOCG Brunello vendute abbiamo fatto +12% sul 2019, e siamo tornati al nostro livello standard. Da quello che sento sono state adottate le strategie più diverse, che evidentemente hanno funzionato. Qualcosa di analogo sento da tanti colleghi un po’ in tutta Italia, qualcuno ovviamente se la passa male ma tanti hanno trovato canali commerciali alternativi a quelli che si sono fermati. Non ho dati per fare una valutazione che vada oltre la mia zona, però ho la sensazione (convalidata da una certa esperienza) che il settore vino sia vitale e in grado di andare avanti. MontalcinoNon so se questo si possa dire anche di tanti nostri clienti storici, enoteche, ristoranti e piccoli negozi che ci hanno accompagnato nell’avventura di fare grande il vino italiano nell’ultimo mezzo secolo. E spesso anche per un periodo molto più lungo. Mi spiace tantissimo, stiamo parlando non solo di colleghi ma spesso anche di amici però non so, il danno è stato grande. E l’Italia che vedremo dopo il Covid sarà diversa. Non credo più dimessa o priva di prospettive ma diversa, e per molti sarà difficile trovare uno spazio. La vendita su internet o il “delivery” del vino non si ridurranno, per tanti clienti è stata una nuova comodità che non porta aggravi di costi e le novità con queste caratteristiche tendono a crescere. Per cui noi cantine non perderemo questi nuovi volumi che ci siamo conquistati, ma con ogni probabilità torneremo a fruire di buona parte dei vecchi: si riprenderà a mangiare al ristorante, e i turisti torneranno. Anche perché per anni le destinazioni esotiche non saranno così coperte dai vaccini come il vecchio mondo, per cui tanti le eviteranno. Secondo me, se sappiamo trovare il modo di usare al meglio i nuovi canali che sono cresciuti nella crisi e se i vecchi riprendono fiato, cose entrambe probabili, forse già dal 2021 e di certo dal 2022 il vino italiano può iniziare una nuova grande stagione.

Stefano Cinelli Colombini, Fattoria dei Barbi di Montalcino

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144691246_10221782116735834_7449215719802324015_o Nel variegato panorama vitivinicolo veneto, esiste un territorio che meno di altri gode dell’attenzione della stampa specializzata e degli appassionati; un’area che va dalla pedemontana veneta alle isole della laguna veneziana, coprendo una superficie di circa 4.939  Km² e sviluppandosi sulle due province di Treviso e Venezia, è l’area del Il Consorzio Vini Venezia che racchiude ben 5 denominazioni: DOC Venezia, DOC Lison-Pramaggiore, DOC Piave e le DOCG Lison e Malanotte del Piave. Certo, le ragioni di questa mancata affezione sono molteplici, non ultima quell’ostinazione delle vecchie generazioni a privilegiare la quantità alla qualità, spesso da queste parti si è badato più a sbrigare l’ordinario, concedendosi raramente qualche sogno, ma le cose da qualche anno a questa parte stanno cambiando, sia grazie alla nuova generazione di viticoltori sia per merito del Consorzio, che con un attento lavoro di valorizzazione, promozione e diffusione delle denominazioni da un lato, e un lavoro di valorizzazione del distretto d’area rurale e dei percorsi culturali, enoturistici ed enogastronomici corredata da un’intensa attività di editoria dall’altro, sta facendo rinascere l’attenzione per le terre di quella che fu la Repubblica della Serenissima. Autoctoni come raboso, incrocio Manzoni e Lison Classico (ex tocai), regalano spesso bottiglie appassionanti, ottime compagne per l’abbinamento con il cibo. 145005741_10221782115415801_9083521850932926774_oGiusto per ricordare quello che la storiografia ci racconta, il Lison Classico (ex tocai), contrariamente alla legenda che lo vorrebbe di origine friulana, parrebbe essere proprio della provincia di Venezia e che lì vi sia arrivato dalla Francia nella seconda metà dell’800, trovando nella piccola frazione di Lison il suo ambiente naturale per diffondersi, con grande successo, in tutto il Friuli Venezia Giulia e nel Trevigiano. La denominazione Tocai friulano sarebbe quindi dovuta ad una errata interpretazione di chi registrò il vitigno, considerando quel lembo di terra del Veneto Orientale ormai Friuli. Questa è solo una delle innumerevoli storie che si potrebbero raccontare sui vini delle terre veneziane e un tomo di mille pagine non basterebbe, ma per brevità di racconto, mi concentrerò sul raboso, in particolare è la Docg Malanotte del Piave.  Borgo Malanotte è un piccolissimo borgo medievale situato a Tezze di Piave, frazione di Vazzola (TV), terra in passato dominio della nobile famiglia dei Malenotti, che nel secolo scorso è stato la culla di una nuova interpretazione del raboso.

I vini degustati

144275268_10221782117095843_3376560282802044061_oIl raboso è caratterizzato da un elevato livello di acidità e tannicità che lo rende, ad un primo assaggio, molto particolare, con una caratteristica pungenza che ti invita a dedicargli del tempo, a cercare di capirlo. Forse è proprio per questa caratteristica che una delle due ipotesi sulla sua etimologia lo associa al termine dialettale “rabioso”, cioè rabbioso, spigoloso. Altra ipotesi, mai provata, è l’omonimia con il torrente che scorre nel Quantier del Piave, il pianoro delimitato a sud del fiume Piave e a nord dai rilievi collinari che caratterizzano la Marca Trevigiana. Sono convinto, assaggio dopo assaggio, che la prima ipotesi sia in assoluto la più veritiera. In vigna il raboso, grazie alla sua buccia abbastanza spessa, matura tardi, è una delle ultime uve ad essere raccolte, arrivando addirittura a novembre con un lento processo di disidratazione naturale in pianta. Un vino di terre spoglie, nebbia e bruma, dal grande fascino se lo si sa aspettare.

Il Malanotte del Piave invecchia nelle cantine dei produttori almeno tre anni, di cui dodici mesi in botte e quattro mesi in bottiglia, ma risultati più lusinghieri si raggiungono almeno dopo 5 anni di affinamento.

Affascinante non è solo il momento della raccolta del Raboso, ma anche il sistema tradizionale di allevamento (ora purtroppo in disuso) a cui si è legata la sua massima diffusione nel secolo passato. È alla fine del ‘700 che i fratelli Bellussi di Tezze di Piave hanno inventato un sistema di allevamento a raggi per le viti diffuse all’epoca, in seguito definito appunto “bellussera”. Questo sistema per cui la vite viene maritata ad una pianta di sostegno, solitamente il gelso, ha caratterizzato per lungo tempo la campagna trevigiana e ancora oggi in queste zone ne esistono alcuni esemplari centenari, principalmente legati alla produzione del Raboso.

De Stefani Malanotte del Piave Docg 2015

Il raboso è vendemmiato a fine ottobre con successivo appassimento di una parte delle uve. Il vino matura in barrique per 36 mesi e successivamente 18 mesi in bottiglia. Al naso l’impatto con il frutto è seducente, nitido nei profumi di ciliegia sotto spirito, viola appassita, confettura, cioccolato e tabacco. In bocca è potente, vibrante con un tannino ancora in cerca di equilibrio. Richiama l’abbinamento con la selvaggina in salsa peverada, come nella migliore tradizione locale.

 Ca di Rajo Notti di Luna Malanotte del Piave Docg 2013

Vendemmia a fine ottobre. Il 70% delle uve viene surmaturato in pianta e il 30% viene appassito in fruttaio per 40 giorni. Affina per 36 mesi in botti di legno da 12 hl per le uve surmature in pianta e 24 mesi in barriques per le uve passite in fruttaio, successivamente altri 6 mesi in bottiglia prima della vendita. Il tempo, come dicevo, dona al raboso più eleganza, infatti il frutto la naso è sì penetrante, ma più delicato. Le note sono di ciliegie sotto spirito, confettura, amarena, gelsomino, cioccolato, fa capolino una leggera speziatura (pepe). In bocca l’attacco è potente con un tannino importante, in questo caso però il legno è riuscito ad arrotondarne il gusto. Agnello dell’Alpago con polenta di mais sponcio e selvaggina molto speziata per l’abbinamento con il cibo. Piccola nota a margine, Ca di Rajo utilizza ancora come sistema di allevamento l’antica Bellussera.

Antonio Facchin “Unno” Malanotte del Piave Docg 2010

Vendemmia a fine ottobre, primi di novembre. Il 30% delle uve viene lasciato in appassimento sui graticci e pigiato a fine gennaio. 24 mesi di acciaio e poi 36 mesi in botte grande, 80% rovere Allier e 20% Slavonia. Affinamento ulteriore di 12 mesi in bottiglia. Rispetto ai due campioni precedenti, al naso le note di confettura di ciliege sono più intense, la speziatura è più netta, caffè e leggera vaniglia. In bocca pare entrare morbido ma poi il tannino è sempre lì, mai domo, anche se stemperato dall’invecchiamento, chiude molto lungo con una leggera nota acidula. Abbinamento con la cacciagione sempre ben speziata, ma si potrebbe tentare un azzardo con il cioccolato fondente al peperoncino.

 

La Storia della Bellussera

Per le foto e il video della Bellussera ringrazio il Consorzio Vini Venezia www.consorziovinivenezia.it

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Vignaioli Indipendenti Trevigiani

Vignaioli Indipendenti Trevigiani

Qualcuno ha detto che la catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla, sono d’accordo; pertanto quando capita qualcosa che ti distoglie dal torpore e dalla noia è una giornata felice, un regalo inaspettato in questi tempi plumbei. Così è stato con la degustazione in videoconferenza “Sfumature di verde”. Assaggi inattesi, in alcuni casi sbalorditivi, una vera goduria insomma. Il progetto “Sfumature di verde”, finanziato da Regione Veneto e Fondo Sociale Europeo, gestito da Forcoop Cora Venezia, ha visto coinvolti attivamente per un anno, una ventina di Vignaioli Indipendenti Trevigiani con l’obiettivo di divulgare, da un lato competenze tecniche legate alla sostenibilità della produzione e all’approccio ecologico e dall’altro, attraverso una serie di azioni integrate di comunicazione, la promozione del settore enoturistico, valorizzando un territorio ricco di sfumature come quello trevigiano. Proprio in quest’ottica si è tenuto il webinar condotto da Patrizia Laiola e Giampaolo Giacobbo, al quale ha aderito una delegazione di cinque cantine: Case Paolin, Loredan Gasparini, Moret Vini, Graziano Sanzovo, Bellese Vini. Entriamo nel merito della degustazione partendo dal Pietra Fine Asolo Prosecco Extra Brut di Case Paolin. Siamo a Possagno, le uve arrivano da un Cru nella frazione di Cavaso a circa 500 metri dal Tempio di Antonio Canova. Mirco Paolin, assaggiando la base ritenuta adatta per fare un vino a bassa grammatura di zuccheri, si è trovato di fronte ad un bivio: produrre un Metodo Classico o uno Charmat Lungo? Ha optato per questa seconda ipotesi con l’intento di fare un vino di maggiore complessità che amalgamasse la struttura e la florealità della glera con l’interazione del lievito. Il risultato ottenuto è notevole a conferma della distintività del Prosecco di Asolo con risultati, nelle migliori referenze, assolutamente equiparabili alle bottiglie più riuscite della DOCG Conegliano Valdobbiadene.

38898994_2248183692079276_1808756503830593536_oAttraversiamo il Piave per giungere a Bigolino di Valdobbiadene e assaggiamo il vino di Graziano Sanzovo. Il suo Codolà è un rifermentato in bottiglia con pochissimi zuccheri residui, balsamico e salino, di grande piacevolezza e autenticità.

È il turno di Moret Vini, siamo a San Pietro di Feletto. Marco Moret, vignaiolo dalla personalità vulcanica, spiazza tutti con un particolare Incrocio Manzoni 13.02.25, un rifermentato in bottiglia da uve Incrocio Manzoni 13.02.25 per l’appunto, ovvero Moscato d’Asbrurgo e Raboso Piave. La bottiglia di colore chiaro restituisce un vino con un colore aranciato improbabile, tant’è che prima di aprirla ho temuto davvero per il contenuto, poi invece ti ritrovi a bere un vino si sbarazzino, ma mai banale, che gioca sulle note di mandarino, pompelmo e petalo di rosa, davvero strepitoso, purtroppo solo 400 bottiglie.

136050611_10221611090860294_6873876189579205745_oEd eccoci al raboso frizzante di Bellese Vini, siamo ad Ormelle. Il raboso è il vitigno autoctono per eccellenza del Piave. Il sesto d’impianto è la mitica Bellussera trevigiana che purtroppo a causa di scelte miopi sta scomparendo ed è un vero attentato alla bellezza. Per fortuna alcuni vignaioli virtuosi come Bellesse ne preservano l’esistenza, ed è una ricchezza immensa sia dal punto di vista culturale che paesaggistico.  Il Raboso Bellese, spumantizzato con Metodo Martinotti, è davvero delizioso; fragoline di bosco, amarena, che gioca sul perfetto equilibro tra zuccheri, tannino e acidità, un vino che vorresti trovare ogni giorno a tavola.

E per ultimo ma non meno importante, è proprio il caso di dirlo, si finisce con la leggenda, Il Colli Trevigiani IGT “Venegazzu’ Rosso della Casa” di Loredan Gasparini è etichetta che nasce negli anni Cinquanta ed è un esempio lampante delle enormi potenzialità che il terroir del Montello può rappresentare. Qui nell’annata 2016, è ottenuto da uve cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e malbec, feticcio per coloro che amano i bordolesi italiani e non solo. Note intense di frutti di bosco, cioccolato, tabacco e spezie. Vino profondo e unico, senza tempo, degna conclusione di una giornata sottratta alla catastrofe.

Per informazioni Vignaioli Indipendenti Trevigiani FIVI (https://www.vignaiolitreviso.com/)

La foto del logo e la foto di gruppo sono tratte dalla pagina Facebook dei Vignaioli Indipendenti Trevigiani.

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Antonella Corda

Antonella Corda

Un periodo della nostra esistenza molto complicato ci sta privando del piacere del viaggio fisico e dell’incontro con i vignaioli nella loro terra, nella loro casa. Certo la bottiglia è un vettore e grazie l’assaggio, possiamo cogliere l’essenza del frutto di quelle vigne e del lavoro del viticoltore, ma per i luoghi, al momento, possiamo solo accontentarci del viaggio virtuale. Digitando Serdiana su Google, paese sardo dove ha sede la cantina di Antonella Corda, ho scoperto che a 4 km si trova un bacino di acque delicatamente salmastre denominato Su Stani Saliu. Le cronache narrano che, specialmente d’estate, per effetto dell’evaporazione, grazie al suo substrato argilloso, si assiste alla formazione di strati di sale. Non solo, le rive dello stagno sono ricche di tamerici, di giunchi e di erba corallina, tutti profumi che è facile ritrovare nei vini di Antonella e in particolare nel vermentino di Sardegna. Antonella Corda è figlia e nipote d’arte, suo nonno è quel gigante di Antonio Argiolas. Per tutta l’infanzia ha respirato mosto e pratiche di cantina e dopo la laurea in scienze e tecnologie agrarie presso l’Università degli Studi di Sassari, si specializza in Trentino-Alto Adige in gestione del sistema viti-vinicolo con un master presso la Fondazione Edmund Mach. Al suo ritorno in Sardegna, nel 2010, Antonella decide di mettere a frutto i suoi studi e le sue competenze iniziando a imbottigliare con il suo nome. In cantina si avvale della consulenza di un grande enologo che non ha certo bisogno di presentazioni, il toscano Luca D’Attoma.

Il vermentino di Sardegna di Antonella Corda – degustazione verticale

Si dice, e io sono pienamente d’accordo, che il miglior vermentino sardo sia proprio quello di Serdiana. I vini di Antonella vengono prodotti con uve derivanti dal cru vigneto Mitza Manna, vigneto prediletto del nonno di Antonella, Antonio Argiolas, che si estende per 6 ettari e si trova a 200 metri sopra il livello del mare. È caratterizzato da varietà di uva autoctona a bacca bianca quali vermentino e nuragus. Il terreno è sabbioso, argilloso e limoso. La forte presenza di calcare esalta in questi vini la loro naturale freschezza e florealità. L’altro cru aziendale è il vigneto Mitza S’ollastu, situato al confine con il comune di Ussana, è coltivato con uve autoctone di vermentino e cannonau. Gli elementi del suolo, sabbia, limo, argilla e la forte presenza di ciottoli, sono in perfetto equilibrio per donare a questi vini un carattere deciso e genuino.

vermentino in verticale

Ziru 2018

Ziru è un è un vino ottenuto da varietà locali a bacca bianca tra cui il vermentino e viene affinato in anfore di terracotta e prodotto in quantità davvero limitate, per l’annata 2018 solo 2000 bottiglie. I grappoli vengono raccolti manualmente a fine agosto e fatti macerare sulle bucce per venti giorni, per poi passare al successivo affinamento di 24 mesi in anfore di terracotta. Nessuna filtrazione prima dell’imbottigliamento.  Il nome Ziru è un antico termine sardo utilizzato per le anfore in ceramiche che servivano per conservare l’olio e il vino.

Il naso è di una complessità unica, frutta matura con note dolci di uva passa e marzapane in evidenza, poi litchi, biancospino e camomilla. In bocca gioca sugli equilibri, espressivo e intenso, ma nello stesso tempo molto delicato.

Vermentino di Sardegna 2019

È il vino della verticale che più di tutti ha reso vivido il pensiero di Su Stani Saliu di cui dicevo prima, proprio per la delicatezza salmastra. Al naso troviamo agrumi, fiori bianchi, una leggera nota di salvia. In bocca è caldo e avvolgente, di bella sapidità e con una freschezza incisiva.

Vermentino 2018

Il naso si fa più complesso rispetto all’annata 2019, virando su leggere note di idrocarburi accompagnate a frutta tropicale e zafferano.  In bocca però non ha la stessa espressività del naso, tuttavia è sorretto da una bellissima acidità.

Vermentino 2017

Eccolo il gioiello di Antonella, presenta quel tratto distintivo che accumuna i vermentino della verticale, ma in questo assaggio è tutto perfetto. Al naso anice stellato, finocchietto e agrumi, delicate note di idrocarburo. In bocca è pieno, elegante e persistente. Se proprio vogliamo cercare un paragone, di sicuro il Riesling è il vino al quale potremmo affidarci. Fulgido esempio di dove può arrivare il vermentino di Serdiana.

Vermentino 2016

La prima annata prodotta da Antonella Corda. Non ha la classe e la perfezione del 2017, ma permette di capire da dove è iniziato e dove potrà arrivare il percorso della vignaiola sarda. Al naso la frutta tropicale diviene più matura, poi camomilla e un sentore netto di idrocarburi. In bocca è grasso e salmastro ma mantiene una discreta acidità, vino di fascino.

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123925234_10157786842363367_2146110221176878783_oIl 2020 è sicuramente un anno che verrà ricordato per molti motivi, molti dei quali non esattamente legati al mondo del vino e decisamente non piacevoli. Il 2020 coincide anche con il 50° anniversario della Doc Friuli Colli Orientali e del Consorzio ed avrebbe previsto diverse attività ed eventi in grado di festeggiare tale ricorrenza tracciando un segno per il futuro della denominazione.

Allo stesso tempo, a partire dalla fine del 2019 una serie di iniziative dedicate a professionisti del mondo della ristorazione stavano cominciando a prendere piede trovando crescente riscontro. Lo stop imposto dalla pandemia non ha comunque frenato le attività tecniche e di promozione che si sono adattate alle esigenze.

Per riuscire a dare un segno concreto di continuità e di speranza e festeggiare allo stesso tempo la ricorrenza del 50° anniversario il Consorzio inaugurerà la Friuli Colli Orientali e Ramandolo Academy.

102394849_10157414950753367_278098662324661950_nUn luogo, dedicato alla formazione di alto livello dei professionisti, aperto tutti i giorni su prenotazione, con 35 postazioni dispencer per poter in autonomia degustare vini provenienti da tutta la denominazione con focus dedicati periodicamente e la possibilità di conoscere le differenze e le particolarità di ogni singola zona dei Colli Orientali. Con l’aiuto del grande lavoro dei tecnici del Consorzio che da oltre 13 anni raccolgono i dati stagionali nella relazione tecnica “Le Stagioni e le Uve” si potrà essere introdotti, degustando alla comprensione dei sentori specifici di ogni angolo della denominazione. Il desiderio è quello di trasformare l’Academy in una vera e propria “fabbrica” di emissari dei Colli Orientali del Friuli, permettendo a ristoratori, enotecari, sommelier, giornalisti e Winelovers di potersi specializzare profondamente divenendo poi i veri e propri promotori della denominazione una volta formati.

L’Academy sarà dotata di una postazione multimediale con un grande schermo in grado di proiettare non solo dati e presentazioni, ma anche di potersi collegare on Line ed organizzare degustazioni a distanza per poter far conoscere i Colli Orientali in tutto il mondo, unendo quindi quello che la pandemia ha reso ormai di continuo utilizzo.

Un luogo unico in Regione e non solo, capace di trasformare la promozione in risorsa per tutti e condividendo le conoscenze e le professionalità accumulate dalla struttura del Consorzio.

Nel momento in cui il mondo chiude, il Consorzio Friuli Colli Orientali e Ramandolo apre una porta per il futuro della denominazione.

Per saperne di più:

https://www.colliorientali.com/testing_academy/

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120004752_10220775704256151_8408708466903442663_oNiko Romito, non contento di essere uno dei migliori chef al mondo, decide di proporsi anche come vignaiolo. Grazie alle collaborazioni con il direttore generale della cantina “Feudo Antico” Andrea Di Fabio, e con l’enologo Riccardo Brighigna, viene avviato il progetto Casadonna, con un vigneto impiantato a 860 m sul livello del mare, proprio nella famosa Tenuta Casadonna di Niko Romito, nel comune di Castel di Sangro. La prima annata disponibile di questo pecorino d’altura è la 2013, ho avuto la fortuna di assaggiare la 2014, quella che all’epoca fu definita un’annata da dimenticare. La tanto vituperata 2014, invece, come già mi è capitato in altre occasioni, con lo scorrere del tempo sta regalando delle vere e proprie perle enologiche ed è anche il caso del pecorino Terre Aquilane Casadonna. Ha naso traboccante di profumi: cedro, ananas, frutta disidratata, torrone. In bocca ha un’acidità marcata, a tratti spigolosa, segno che ha ancora lo spazio e il tempo dalla sua parte. L’unico appunto sta nella persistenza: mi sarei aspettato più allungo, ma la grandezza di questa bottiglia è inconfutabile. Niko Romito non sbaglia niente.

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103052859_10219896018704562_1082402819401251910_okellermann editore pubblica “Grado Babo”, una nuova collana di libri dedicati ai vini che hanno storie importanti da raccontare e che naturalmente s’ intrecciano con le umane vicende. Ho avuto il piacere di leggere il primo numero dedicato al Marsala e a Marsala. Il volumetto, di 107 pagine, scritto con dovizia e leggerezza da Angelo Costacurta e Sergio Tezzer, si legge tutto d’un fiato ed è suddiviso in 3 sezioni: una prima parte prettamente storica con interessanti e puntuali approfondimenti su origini, genti e  vicende del Marsala che ci porta a scoprire, ad esempio, che nel maggio 1915 i barilotti di Marsala raggiungevano i soldati in trincea e che proprio in quel periodo iniziò una sorta di cospirazione per demolirne la reputazione e che se Mussolini non avesse fermato ogni inchiesta sugli illeciti arricchimenti e sulle fraudolente forniture alla sussistenza militare, forse la storia del Marsala sarebbe stata diversa… La seconda parte è dedicata ai vitigni e all’approfondimento dell’area della DOC, per poi concludere con una postfazione dedicata ad alcune ricette tratte nientemeno che da “L’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi e una panoramica sui luoghi di impareggiabile bellezza della città. Da leggere sorseggiando un Heritage Marsala Riserva vergine vendemmia 1980 di Francesco Intorcia in abbinamento con il finger food creato ad hoc dallo Chef Peppe Agliano, per immergersi nella “marsalesità” più verace.

“Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia”

(Federico II di Svevia)

 

Marsala, il vino di Garibaldi che piaceva agli inglesi

Collana “Grado Babo”

Kellerman Editore – €. 15,00

www.kellermanneditore.it

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87161570_10218818145438404_2756955677854269440_oDel vignaiolo Umberto Cosmo amo il suo sparigliare le carte. In definitiva, la sua cantina Bellenda, da più di trent’anni produce ottimo vino all’interno della denominazione Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG e già questo basterebbe per vivere felici. Umberto ha però una sua idea precisa di ricerca, che lo vede da un lato importatore di vere e proprie chicche enoiche: si deve a lui la distribuzione degli Champagne di quel talento che è Eric Coulon, ma soprattutto sperimentatore nella fermentazione in bottiglia dell’uva Glera; suo è un Colfòndo tra i più originali in circolazione, il Radicale.  A un Vinitaly di qualche anno fa mi colpì il suo Diol Raboso Metodo Classico Brut. Ricordo che lo definii un vino capace di smuovere le acque del mare della tranquillità, conferendo grande nobiltà al Raboso spumante che spesso, da quelle parti, sa essere bollicina di notevole banalità. Questa volta ho perso la testa, e non l’avrei mai detto, per un Metodo Classico Dry con 28 grammi di residuo zuccherino, da uve Glera. Il vino in questione è il Lei – Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Rive di Carpesica Dry 2016 Metodo Classico. La sboccatura avviene dopo diciotto mesi di sosta sui lieviti ed è seguita da un affinamento in cantina per almeno altri sei mesi. Immagino che il nome Lei voglia fare sintesi tra la tipologia Dry del vino e la dolcezza del mondo muliebre, anche se eviterei di scadere nella retorica del vino “femminile”. La sua particolarità, tra l’altro, è quella di permettere abbinamenti inusuali, una sorta di trait d’union tra i sapori dolce/acido/salato. Umberto, nel retro etichetta, lo propone con i piatti della tradizione veneta come il fegato alla veneziana, ma ci vedrei bene anche un abbinamento inaspettato, particolare e di notevole godimento, con il bollito o le crudità di pesce.

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84998841_10218696341913392_8230367656625045504_oSe dovessi riassumere in una manciata di parole l’essenza delle 3 giornate passate alla scoperta dei vini della provincia di Fermo, sceglierei l’articolo 4 del Manifesto del Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea, che così recita: “Mi impegno a fare dell’Accoglienza e dell’Ospitalità non una tecnica ma un moto del cuore”. Senza facile retorica, quello che più mi è arrivato, come un’onda impetuosa direi, è il senso di ospitalità e di genuinità antica di tutti i fermani che ho incontrato. Persone in grado di dimostrare concretamente che siamo ancora in tempo per costruire, attraverso percorsi culturali e creativi, spazi di comunità per migliorare la vita dei luoghi che abitiamo. È quello che fanno Nunzia Luciani, Carlo Iommi e Davide Bonassi con la Libera Associazione Culturale Armonica-Mente, organizzando il Premio San Martino d’Oro, che riconosce ai produttori di vino del fermano il ruolo di ambasciatore del territorio. È quello che fanno Lando Siliquini e Paolo Foglini, propagatori, attraverso il Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea, non solo del mangiare sano ma del buon vivere a tutto tondo. È quello che fa Adolfo Leoni, instancabile divulgatore di storie di luoghi e di genti del fermano. Tutte queste intelligenze e la vitalità che esprimono meritano grande attenzione e necessità di approfondimento. Andiamo con ordine. Qualcuno si domanderà, perché tutta questo interesse per la Dieta Mediterranea e perché esiste addirittura un Laboratorio Piceno? Perché Montegiorgio, paese di 6000 anime a 20 km da Fermo, è stato una delle 16 coorti  designate per lo studio epidemiologico osservazionale Seven Countries Study. Lo studio, condotto dal prof. Ancel Keys su oltre 12.000 uomini di età compresa tra 40 e 59 anni, dislocati in 7 nazioni e 3 continenti, portò alla definizione di Dieta Mediterranea, oggi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. 84170456_10218696320352853_2297439360238223360_oIl lavoro di Keys, considerato una pietra miliare della scienza della nutrizione, dimostra che il motivo delle migliori condizioni di salute dei cittadini dei paesi mediterranei, soprattutto per quanto riguarda le malattie cardiovascolari, è proprio l’alimentazione. Non va dimenticato che ad affiancare Keys nei suoi studi ci fu l’illustre nutrizionista   Flaminio Fidanza, originario di Magliano di Tenna, altro paese in provincia di Fermo. Va da sé che i fermani non potevano non raccogliere un’eredità così importante, c’era una sorta di obbligo morale nel farsi divulgatori del miglior stile di vita al mondo che è la Dieta Mediterranea. È facile anche intuire quale straordinario volano per il turismo possa essere questa vicenda se connessa ad un altro capo saldo della Mediterraneità, ovvero il vino. Cominciamo con il dire che le Marche, regione molto ricca dal punto di vista vitivinicolo, non può e non deve relegare la sua notorietà solo al Verdicchio; ci sono infatti delle enclave, come ad esempio la provincia di Fermo che possono regalare piacevoli e inaspettate sorprese. Le cantine che ho visitato, in un pittoresco saliscendi, tra le colline della provincia Fermo sono state La Pila di Montegiorgio, Conti Maria di Fermo, Vigneti Santa Liberata di Fermo, Vini Firmanum di Montottone, Rio Maggio di Montegranaro, Cantina Di Ruscio di Campofilone, Vittorini di Nico Speranza di Monsampietro Morico. Veniamo agli assaggi. I bianchi, nel complesso, sono tutti di buona/ottima fattura; più immediato, dove immediato non vuole mai dire banale, come il La Pila Refolo 2018 (malvasia bianca di Candia), passando per un notevole, anche per il rapporto qualità/prezzo Vigneti Santa Liberata Saggiolo Offida Pecorino DOCG 2018. Si arriva poi a due fuoriclasse assoluti come il La Pila Emmar Marche IGT malvasia 2013 – malvasia bianca di Candia, ottenuto in questo caso da vendemmia leggermente tardiva, utilizzando una tecnica enologica chiamata “crio-selezione” che consiste nel congelamento parziale degli acini e il Rio Maggio Bianco IGT “Telusiano” 2018 (pecorino 40%, trebbiano 40% e verdicchio 20%. 85115035_10218696417035270_8066793191501725696_oCito inoltre anche due vini che, pur rientrando nella categoria Bianco Marche IGT, sono dei veri e propri outsider, 2 macerati di rara eleganza: Rio Maggio Vinum62  2016 – trebbiano e verdicchio per sole 1500 bottiglie e il   Liù Vigneti Santa Liberata 2015, pecorino, fiano e malvasia, da uve vendemmiate stramature e poi criomacerate. Veniamo a i rossi. Premetto che in generale   li trovo più centrati quando non “Amaroneggiano”; infatti, l’appassimento delle uve tende ad appiattirne il gusto e viene a mancare l’identità. Benissimo invece i rossi schietti e peculiari come Conti Maria Loiano IGT Marche Rosso 2017 – montepulciano in purezza che fa solo acciaio, il Vini Firmanum Antio Rosso Piceno Superiore DOP 2014 – 30% montepulciano e 70% sangiovese che fa botte grande, altro vino dal rapporto qualità/prezzo ineguagliabile e il Cantina di Ruscio Rosso del Poeta 2017, 50% montepulciano e 50% sangiovese con affinamento in barrique. Un gradino più in alto, a testimonianza anche della grande vocazione rossista del territorio il Rio Maggio Rosso Piceno Vallone 2015, 70% montepulciano e 30% sangiovese, barrique usata con grande sapienza.  Poi c’è Nico Speranza. L’incontro con Nico è stato davvero folgorante, merita una monografia. Qui basti dire che i suoi Vittorini di Nico Speranza Crocefisso Riserva 2017 – sangiovese (in bianco) e pecorino appassito 2 mesi con un tocco di sauvignon, acciaio e in parte in barrique usate; il Vittorini Marche Bianco IGT 2017 – pecorino, Incrocio Bruni (verdicchio x sauvignon) con un tocco di sangiovese in bianco e il Rosato IGT Io sto con i Lupi 2017, sangiovese in purezza, lasciano il segno anche nel degustatore più annoiato.

Premio San Martino d'Oro - i produttori di Fermo

San Martino d’Oro – i produttori di Fermo premiati

Infine, la DOC Falerio. Un progetto dalle enormi potenzialità, che può rilanciare l’intera viticultura fermana. Falerio deriva dal nome del sito archeologico Falerio Picenus, oggi Falerone, comune della provincia di Fermo. È una fortuna rara poter legare il nome del vino ad un luogo antico, ci si può costruire sopra un romanzo. Il disciplinare del Falerio prevede “uve provenienti da trebbiano toscano in percentuale variabile dal 20% al 50%, passerina  dal 10% al 30%, pecorino dal 10% al 30%” più altri vitigni a bacca bianca ammessi alla coltivazione per la regione Marche. È un’opportunità da cogliere, senza indugiare oltre.

I vini di Fermo hanno una peculiarità unica, sono vini gastronomici dall’incredibile rapporto qualità prezzo, a volte davvero imbarazzante. Un vero e proprio Eldorado per l’appassionato e per il turista enogastronomico. Il consiglio è di arrivare con un furgone capiente e dopo aver passato qualche giorno in questi luoghi ricchi d’incanto e memorie antiche, dopo aver assaggiato l’indimenticabile Stoccafisso alla fermana, secondo la ricetta dello storico ristorante “Da nasò” e se siete fortunati cucinato dalle sapienti mani di Guido Gennaro, stivare un bel numero di cartoni di vino e tornare a casa, felici.

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