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18527398_10211142298787035_3196759544126952445_oSi può dire che il Consorzio Tutela del Soave in questi anni ha fatto un ottimo lavoro? Con un’attività incessante e certosina, fatta con i produttori ovviamente, è riuscito a cambiare radicalmente la prospettiva del Soave: da vino anonimo a vino bianco tra i più importanti di tutta l’Europa settentrionale ergo del Mondo. Non vorrei scadere nell’agiografia consortile ma ogni anno l’Anteprima, o Soave Preview che dir si voglia, è, tra gli appuntamenti di settore, irrinunciabile. Nell’edizione 2017 si è parlato di biodiversità, cru, pergola, mineralità, spunti davvero caratterizzanti e fortemente identitari per il Soave.

La biodiversità

Quello del Soave è l’unico consorzio italiano che ha concepito la biodiversità non come obiettivo finale ma come sistema di misura, un vero e proprio termometro, in grado di valutare l’incidenza delle fasi produttive su terra, acqua, aria, in base al protocollo Biodiversity Friends, messo a punto nel 2010 dalla World Biodiversity Association. In questo modo la biodiversità diventa una sorta di “ponte” che gradualmente conduce le aziende produttrici, già impegnate in tema di rispetto dell’ambiente, verso il vero obiettivo finale: la sostenibilità dell’intero sistema produttivo. Questo modo di concepire la biodiversità ha permesso di ottenere nel 2016 l’importante riconoscimento di primo “Paesaggio rurale d’interesse storico” d’Italia e il conseguente inserimento nel “Registro nazionale dei paesaggi rurali d’interesse storico, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali” istituito dal Ministero delle politiche agricole e forestali.

18620645_10211142278786535_5748700285962559781_oI cru

Vista l’importanza delle recenti modifiche del disciplinare di produzione, che prevedono l’inserimento dei cru con la definizione tecnica di “menzioni geografiche aggiuntive”, non poteva mancare un approfondimento in questo senso. Il percorso di studio e catalogazione dei cru è partito oltre 20 anni fa e ha permesso di certificare 64 vigne storiche. La degustazione condotta dalla Master of Wine Sarah Abbott e dal giornalista Alessandro Brizzi ha permesso di fare una sorta di viaggio proprio tra alcuni di questi vigneti storici, testando nello stesso momento anche la longevità del vitigno Soave. Tra gli assaggi memorabili un monumentale Soave Doc Classico “Ca’ Visco” 2002 di Coffele.

La pergola

Davvero entusiasmante il seminario sul sistema di allevamento a pergola. In primis una lectio magistralis del professor Attilio Scienza ci ha fatto scoprire l’ancestralità di questo tipo allevamento, le cui origini si perdono nella notte dei tempi; citando anche i Kalash, popolo pagano dell’Afghanistan, che angora oggi, dopo una vendemmia che noi definiremmo come minimo eroica, fa pigiare le uve esclusivamente ai bambini e ad adolescenti maschi. Il succo ottenuto è fatto fermentare e si beve giovane quando arriva il solstizio d’inverno: i Kalash si ubriacano, in una sorta di rito dionisiaco, per avvicinarsi alle loro divinità. Successivamente Federica Gaiotti, ricercatrice del CRA-VIT di Conegliano, ha dimostrato come il sistema di allevamento a Pergola sia davvero funzionale per il Soave. La degustazione che ne è seguita, guidata da Maurizio Gily, direttore di Mille Vigne, e dal giornalista Walter Speller, era tesa a comparare vini diversi accomunati dal sistema di allevamento della pergola provenienti da differenti terroir italiani. Strepitosi tutti, ma proprio tutti, i vini presenti in degutazione. Dovendo fare qualche nome su tutti: Bianco IGT Vigneti delle Dolomiti “Largiller” 2007, Ermes Pavese con il Valle d’Aoste Blanc de Morgex et de la Salle DOP 2016, Franza Gojer Alte Reben Vernatsch 2016 e il controverso (non è una novità) Trebbiano d’Abruzzo DOC 2013 di Valentini. Per alcuni addirittura imbevibile, ovviamente de gustibus ma e non capisco mai se è una presa di posizione sincera oppure una manifestazione malcelata di snobismo; della serie mi si nota di più se dico che mi piace oppure se dico che era imbevibile? Per quanto mi riguardo quel Trebbiano 2013 è un gioiello, frutto della natura e dell’umano ingegno. Questi gli appunti di degustazione scritti di getto: Naso esplosivo, a livello di stupefacente, c’è il mondo. In bocca è teso, nervoso, vino di una bellezza assoluta.

18588867_10211142294746934_5125300116522969180_oNell’attesa della degustazione serale, giusto per rendere il pomeriggio produttivo, c’è stata  la visita ad alcune cantine. Mi voglio soffermare sulla famiglia Gini. Vignaioli di straordinaria umiltà, capaci di raccontare in una mini verticale (2016, 2011, 2007, 2004, 1996, 1989) del loro Soave Classico, chiamato in maniera iniqua “vino base”, tutto il loro talento e le potenzialità del Soave.

La mineralità

A conclusione dell’anteprima non poteva mancare l’affondo sul tema del momento ovvero la mineralità.  Se ne parla ovunque, se ne parla a sproposito. Ma questa mineralità esiste? Convintamente dico sì, esiste eccome, ne abbiamo avuta la conferma ascoltando le parole e le esperienze di Salvo Foti e di John Szabo, autore di un’opera davvero complessa sui vini vulcanici ma soprattutto degustando 12 vini nati su suolo vulcanico. Come si potrebbe altrimenti definire se non minerale il sentore di pietra focaia, o la salinità del mare, o la pietra bagnata? In definitiva un vino di grandi prospettive: alcolicità mai elevata (12,5°), finezza e longevità, non resta che mantenere la calma e bere Soave.

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18424124_10211069529087838_2076436324928052858_nNon sono un degustatore di primo pelo, so benissimo che un vino che ha quasi vent’anni sulle spalle, una volta versato nel bicchiere, ha bisogno di tempo per raccontarsi. Certo poi quella narrazione potrà prendere più strade: comunicarti che è arrivato definitivamente al capolinea, oppure che ha ancora frecce al suo arco, che è ancora vivo insomma, ma quando è un grande vino, può addirittura farti riscoprire il valore dell’attesa, piacere che abbiamo quasi dimenticato nella frenesia del tutto subito. È successo con il Chianti Classico Riserva Docg Il Poggio 1999 Castello di Monsanto, degustato alla cieca assieme ad altri 4 “toscani” sempre della stessa annata. È partito male Il campione numero 5. Naso non di grande impatto, almeno rispetto ai quattro campioni assaggiati prima, in bocca è davvero scomposto, con un’acidità notevole, sembra procedere a tentoni nel buio. Lascio il bicchiere per riprenderlo una decina di minuti dopo; non è cambiato un granché; ne passano venti, poi trenta di minuti, qualcosa inizia a muoversi, ma nulla di eclatante. Sento però che quel vino, che sta facendo tanta fatica a esprimersi, sarà una rivelazione. Inizia a scalare la piccola classifica, da quinto, diventa quarto; i minuti passano, lo riassaggio, adesso è terzo; non demordo, l’aspetto ancora e d’improvviso succede l’inaspettato, una scossa, eccolo il colpo di fulmine, un tarlo che ti divora e non riesci a pensare ad altro. A fine serata, saranno passate almeno due ore e mezzo da quando mi è stato versato nel bicchiere, è ancora in movimento, in crescita, un vino infinito, il Sangiovese in tutta la sua magnificenza. Il pensiero di quel vino non mi abbandona per giorni, ho bevuto uno dei vini più buoni di sempre.

Grazie a Claudia Vincastri dell’enoteca Sfriso di Portogruaro, al tuo coraggio da leone e alla tua caparbietà, avanti così!

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L’Orcia Doc è una giovane ma agguerrita denominazione; così la dipinge l’inesauribile Donatella Cinelli Colombini, qui nelle vesti di Presidente del Consorzio vino Orcia. Ci crede, con caparbietà Donatella, nonostante la zona di produzione dell’Orcia Doc si posizioni tra Brunello e Nobile di Montepulciano. Parrebbe un’impresa titanica ricavarsi uno spazio proprio qui, in uno dei territori più importanti al mondo per la produzione di vino, soprattutto per la presenza di Re Mida Brunello, eppure con molta determinazione, la piccola produzione artigianale dell’Orcia si sta guadagnando un posto al sole, soprattutto grazie al turismo che in pratica acquista tutte le 240.000 bottiglie annue prodotte.

La Val d’Orcia vanta una delle campagne più belle del mondo, tanto che nel 2004 l’Unesco l’ha inserita nel Patrimonio dell’Umanità, primo territorio rurale a essere premiato con questo riconoscimento. Colline di una bellezza mozzafiato si alternano a castelli, abbazie, e borghi medioevali. I campi di cereali dominano il panorama alternandosi con pascoli, piante di ulivo secolari e vigne. I comuni compresi nella denominazione sono 13: Buonconvento, Castiglione d’Orcia, Pienza, Radicofani, San Giovanni d’Asso, San Quirico d’Orcia e Trequanda. Inoltre, parte dei comuni di Abbadia San Salvatore, Chianciano Terme, Montalcino, San Casciano dei Bagni, Sarteano e Torrita di Siena.

La denominazione Orcia DOC nasce il 14 febbraio 2000, grazie alla tenacia di alcuni produttori fondatori del Consorzio del Vino Orcia, con lo scopo di tutelare e promuovere l’immagine del vino e del suo territorio. Il Consorzio svolge anche un’intensa attività culturale che culmina ogni anno, ad aprile con l’Orcia Wine Festival.

La denominazione di origine controllata «Orcia» è riservata alle seguenti tipologie:

kerin o’keefe ambasciatrice dei vini d’Orcia e Donatella Cinelli Colombini

Orcia

Sangiovese (minimo 60%) più altri vitigni autorizzati dalla Regione Toscana ma non aromatici. Entra nel mercato il 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia.

Orcia Riserva

Il vino a denominazione di origine controllata Orcia, sottoposto a invecchiamento per un periodo non inferiore a 24 mesi, di cui almeno 12 in botti di legno, ha diritto alla menzione “riserva Orcia Sangiovese”.

Sangiovese: minimo 90%. Possono concorrere alla produzione di questo vino, da sole o congiuntamente, fino ad un massimo del 10%, le uve provenienti dalle varietà Canaiolo nero, Colorino, Ciliegiolo, Foglia tonda, Pugnitello e Malvasia nera.

Orcia Sangiovese Riserva

Il vino a denominazione di origine controllata Orcia Sangiovese, sottoposto a invecchiamento per un periodo non inferiore a 30 mesi, di cui almeno 24 in botti di legno, ha diritto alla menzione riserva.

Orcia Rosato

Sangiovese (minimo 60%) più altri vitigni autorizzati dalla Regione Toscana ma non aromatici.

Orcia Bianco

Trebbiano toscano (minimo 50%) più altri vitigni autorizzati dalla Regione Toscana ma non aromatici. Entra sul mercato il 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia.

Orcia Vin Santo

Trebbiano toscano (minimo 50%) più altri vitigni autorizzati dalla Regione Toscana ma non aromatici. Le uve scelte accuratamente sono sottoposte ad appassimento naturale e ammostate tra il 1° dicembre dell’anno di raccolta e il 31 marzo dell’anno successivo. Invecchiamento obbligatorio per almeno tre anni nei tradizionali caratelli.

Negli ultimi mesi ho avuto la possibilità di assaggiare, in maniera più approfondita, i vini di Marco Capitoni e Donatella Cinelli Colombini. Due le referenze per Marco Capitoni: il “Capitoni” Orcia DOC, ottenuto da quattro ettari di vigneto impiantato nel 1999 (14.000 sono le viti di Sangiovese e 6.000 quelle di Merlot). L’uvaggio è 80% Sangiovese e 20% Merlot e “Frasi” Orcia Doc che rappresenta la selezione aziendale, da un vigneto del 1973 e viene prodotto solo nelle annate così dette migliori. L’uvaggio è composto delle varietà più classiche della Toscana (Sangiovese per la maggior parte, un po’ di Canaiolo e pochissimo Colorino). Per quanto riguarda Donatella Cinelli Colombini abbiamo il Cenerentola Doc Orcia, le cui sorellastre sono per l’appunto Brunello di Montalcino e Nobile di Montepulciano. Per produrre il vino Cenerentola vengono usate le uve di Sangiovese (65%) e Foglia Tonda (35%), un vitigno autoctono di questa zona abbandonato circa un secolo fa e riscoperto proprio da Donatella Cinelli Colombini.  Poi abbiamo il Leone Rosso Doc Orcia da uve Sangiovese 60% e Merlot 40’% prodotto con le uve dei vigneti di Sangiovese e Merlot intorno agli edifici antichi della Fattoria del Colle in località Colle a Trequanda.

Che dire, è vero che due rondini non fanno primavera e che bisognerebbe degustare i vini di tutte le cantine associate al Consorzio (circa quaranta) prima di gridare al miracolo, ma gli assaggi fatti in varie occasioni, anche con profondità di annate, soprattutto per i vini di Marco Capitoni, e la determinazione di Donatella Cinelli Colombini nel valutare il potenziale di questa DOC Orcia, fanno davvero sperare in un futuro luminoso. D’altronde come non fidarsi di una produttrice che nel 1993 ha fondato il “Movimento del turismo del vino” ed ha inventato “Cantine aperte”, la giornata che in pochi anni ha divulgato l’enoturismo in Italia, scusate se è poco.

 Il claim “Orcia, il vino più bello del mondo” è del Consorzio del Vino Orcia.

Un ringraziamento particolare va alle donne del Vino del FVG Donatella Briosi e Antonella Cantarutti.

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Alessio Durazzi

Parlando di Toscana, ma anche di grandi vini rossi italiani in generale, trovo che il Morellino sia un vino sottovalutato; interessante in giovinezza, ma che si esprime al meglio nel medio lungo invecchiamento. Approfittando delle quattro chiacchiere che abbiamo fatto a Vinitaly, giusto per approfondire alcuni aspetti, ho voluto rivolgere qualche altra domanda a Alessio Durazzi, il neo direttore del Consorzio tutela Morellino di Scansano.

Alessio, quello appena trascorso è stato il tuo primo Vinitaly come direttore del Consorzio tutela Morellino di Scansano, visto che hai assunto l’incarico a fine dicembre 2016, ovviamente ti chiedo subito un bilancio.

Il bilancio è sicuramente positivo, sia in termini di presenze al nostro stand, che ha visto un afflusso costante e numeroso di visitatori durante l’intera durata della manifestazione, sia in termini di soddisfazione delle aziende partecipanti, che hanno riscontrato un grande interesse da parte degli operatori per il Morellino di Scansano e per il territorio che rappresentiamo. È  stata una bellissima esperienza, che mi ha permesso di incontrare soci, operatori, giornalisti e colleghi, un momento di grande importanza dal punto di vista relazionale e progettuale. Credo moltissimo nel Morellino di Scansano e nei suoi produttori, insieme nessun obiettivo è troppo ambizioso.

Sei esperto di marketing con esperienza decennale nell’export management di aziende agroalimentari, com’è stato il tuo approccio con il mondo del vino e quale ritieni, viste le tue competenze, possa essere il valore aggiunto che puoi portare in consorzio.

Credo di poter proporre un approccio “non convenzionale”, orientato al risultato e non legato alle consuetudini. Ritengo necessario distaccarsi dalla routine che spesso nel mondo del vino tende ad essere autoreferenziale, per ricercare invece di intercettare i trend e le attività che possano realmente portare valore aggiunto ai produttori e, più in generale, alla Denominazione ed al territorio che rappresentiamo.

Il turismo enogastronomico è indubbiamente un settore strategico trainante per l’intera economia della Toscana, in particolare, a Vinitaly, parlavamo delle potenzialità Maremma, puoi approfondire meglio quali sono i progetti che intendete realizzare in questo senso?

Il successo del Morellino, così come di qualunque altra Denominazione, è legato in modo indissolubile al successo del proprio territorio. Abbiamo la grande fortuna di essere nella Maremma Toscana, un tesoro di inestimabile valore che ancora non è stato pienamente valorizzato. L’obiettivo è quello di creare sinergie nel territorio, legare la realtà vitivinicola alle altre eccellenze della nostra terra, presentare al mondo degli enoturisti (e non solo) un territorio pronto ad ospitarli ed offrire le proprie  meraviglie affinché il vino possa rappresentare un’esperienza a 360°, dove il ricordo del territorio si sposi alla grande qualità del Morellino di Scansano.

Alessio Durazzi

Laureato in Economia e Commercio all’Università di Firenze, 38 anni, esperto di marketing con esperienza decennale nell’export management di aziende agroalimentari, e alle spalle anche un importante contributo, come direttore per due anni, allo sviluppo del Consorzio di tutela Montecucco. Da dicembre 2016 è il nuovo direttore del Consorzio tutela Morellino di Scansano Docg.

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Tanti solo gli elementi che identificano il concetto d’italianità, ma ce ne sono alcuni più immediati di altri, come ad esempio i grandi eventi di massa che vengono organizzati nel nostro Paese. Qualche esempio? Il Festival di Sanremo: una settimana di polemiche, a tratti anche feroci, tra pensiero debole e snobismo, ma poi la media di ascolti parla di dodici milioni di persone davanti al televisore. Fatte le debite proporzioni, Vinitaly non è molto differente dal Festival di Sanremo; una fiera di settore che rappresenta a pieno l’italianità, quel marchio impresso a fuoco che, nel bene e nel male, ci caratterizza nel mondo. Polemiche infinite da anni, diventate ormai litania da recitare a ogni edizione, ma, poi, se vai a snocciolare i dati che divulga l’Ente Fiera veronese, c’è da rimanere basiti. Per l’edizione appena conclusa si parla di 128 mila presenze, provenienti da 142 nazioni. Oltre 30 mila i compratori stranieri (+8% rispetto al 2016). Operatori esteri in netta crescita rispetto al 2016 da Stati Uniti (+6%), Germania (+3%), Regno Unito (+4%), Cina (+12%), Russia (+42%), Giappone (+2%), Paesi del Nord Europa (+2%), Olanda e Belgio (+6%) e Brasile (+29%). Debuttano buyer da Panama e Senegal. A Veronafiere le aziende espositrici sono state 4.270 provenienti da 30 paesi, aumentate nel complesso del 4%, in particolare quelle estere, del 74 per cento. Numeri enormi che certificano l’imprescindibilità della manifestazione a livello mondiale. In effetti, la 51enesima edizione, a livello organizzativo, è sicuramente la più riuscita dell’ultimo decennio. Tutto va ben madama la marchesa quindi? Certo che no, c’è da lavorare di fino, l’eccellenza è una meta alla quale qualunque organizzazione seria deve ambire, senza dimenticare che Vinitaly sarà sempre una manifestazione monstre, con tutte le contraddizioni del caso. Vinitaly è la festa popolare del vino italiano, quel mix perfetto tra sagra paesana e luogo dove si fanno ottimi affari. Si lamentano in tanti, poi, però, ci vanno quasi tutti, proprio come Sanremo che lo guardano in 12 milioni. Comunque, alla fine, se proprio non ti piace, puoi andare altrove, le alternative non mancano, un po’ come cambiare canale se Sanremo ti da noia.

Non mi sottraggo, naturalmente, al compendio dei vini (e persone) che più mi sono rimasti impressi in questa edizione 2017:
Tutti i vini di Tenuta Lenzini di Michele Guarino. Ho conosciuto Michele e i suoi vini nel 2013, bravo era bravo, adesso è un fuoriclasse assoluto.

L’Aivè Moscato Secco 2012 di Oscar Bosio. Oscar lo seguo dal 2012, si riconferma sempre per bravura e umiltà.

I vini e la famiglia Fina di Marsala. Un giorno qualcuno ha detto: “Il vino è una malattia dell’anima: nessun carattere tiepido può occuparsene, otterrebbe solo bottiglie senza personalità”. Credo stesse pensando a Bruno Fina e ai suoi figli Federica, Sergio, Marco. Makisè 2016 frizzante naturale (100% Grillo), Kebrilla 2016 (100% Grillo), Kikè 2016 (spettacolare Traminer aromatico con un saldo di Sauvignon Blanc), Taif 2016 (100% Zibibbo), un paradiso per noi bianchisti.

Tutti i Marsala di Francesco Intorcia (Heritage), ma anche il vino perpetuo da uve Grillo e da uve Nero d’Avola, ancora Sicilia, ancora Marsala, ancora bellezza. Poi ci sono i Marsala di Francesco che finiscono nei cocktails creati da Roberto Tranchida e qui c’è da farsi male sul serio.

Il Verticchio di Matelica. Degustazione di 5 aziende (Collestefano Vitivinicola, Borgo Paglianetto, La Monacesca, Cantine Bellisario, Bisci) e di 5 annate (2012,2011, 2010, 2009 e 2006), con il Verdicchio di Matelica DOC Riserva “Cambrugiano” 2009 di Cantine Bellisario, summa della grandezza del Verdicchio di Matelica e delle sue potenzialità d’invecchiamento.

Il delicatissimo Fior d’Arancio Colli Euganei Docg di Quota 101. Le uve arrivano dal Parco Naturale dei Colli Euganei.

Diol Raboso Metodo Classico Brut di Umberto Cosmo (Bellenda). Il figliol prodigo. Da come ne parla Umberto, si percepisce che anche se questo vino lo fa un po’ dannare poi ritorna sempre a casa.  Un metodo classico che ho amato tantissimo. Ogni tanto un vino così ci vuole per smuovere le acque del mare della tranquillità.

Tutti gli Champagne di Roger Coulon. Quel francese mi fa impazzire.

SoloSole Pagus Camilla 2015 di Poggio al TesoroAllegrini (100% Vermentino). I cloni vengono dalla Corsica, Bolgheri fa il suo, per uno dei Vermentino più interessanti di Toscana.

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Di Irene Graziotto

Chianti Classico

Denominazione a dir poco vivace che dimostra uno sviluppo tentacolare talvolta poco organico. Se da un lato avanza la proposta di zonazione di cui la denominazione non potrà che beneficiare, dall’altro la Gran Selezione continua a dividere. I campioni sono certamente ottimi e in costante crescita di anno in anno ma talvolta risultano privi di aggancio col territorio, fatti per il mercato estero, americano nello specifico. L’effetto complessivo che si percepisce è quello di un minore interesse per la Riserva, interesse attratto per l’appunto dalla Gran Selezione. Il “declassamento” della Riserva è però effetto che va arginato e forse la soluzione sarebbe quella di rendere la Gran Selezione una denominazione da Sangiovese in purezza, diversificando così il mercato di destinazione. Ecco qui alcune delle Gran Riserve che più mi sono piaciute: Vigna Bastignano 2014 e La Fornace 2014 entrambe di Villa Calcinaia, Bibbiano Vigna del Capannino 2013, Vigna Elisa 2013 della Famiglia Nunzi Conti, La Prima 2013 di Castello Vicchiomaggio, Stielle di Rocca di Castagnoli, Cellole 2013 di San Fabiano Calcinaia, Tenuta Cappellina 2013, Tenuta di Lilliano 2013, Millennio 2010 del Castello di Cacchiano, Montemaggio 2010 di Fattoria di Montemaggio.

Chianti Classico 2015: Aria Casa al Vino bio, Castagnoli, Castellare di Castellina, Casuccio Tarletti bio, Colle Bereto, Nunzi Conti, San Giusto a Rentennato, Montesecondo, Sicelle di Pasolini dall’Onda, Chielle di Podere l’Aja bio, Poggiopiano.

Chianti Classico Riserva 2013: Colle Bereto, Poggio Torselli

Chianti Classico Riserva 2014: Terrazze di Castagnoli (riprova che anche nella 2014 si possono fare interpretazioni profumate e lineari).

Vernaccia di San Gimignano

Questa piccola e graziosa cittadina si è rimboccata le maniche e dal prossimo anno avvierà un progetto multimediale per veicolare l’enoturismo, dove interagiranno museo e degustazioni nelle aziende. Il legame fra cittadina e territorio è per l’appunto al centro del recente volume Vernaccia di San Gimignano. Vino, Territorio, Memoria a cura di Armando Castagno, che si sofferma sul bagaglio culturale ma delinea anche il profilo di 28 unità territoriali omogenee a livello paesaggistico e geologico che permettono di meglio inquadrare la denominazione nell’ottica non tanto di una vera e propria zonazione ma di uno strumento di orientamento. La degustazione di mercoledì, guidata dalla Master of Wine Rosemary George, ha permesso di confrontare la Vernaccia di San Gimignano con La Clape e il vitigno Bourboulenc. Due i punti principali di contatto fra le due denominazioni: il non essere vitigni aromatici e la propensione al’invecchiamento. Che si dimostrano, anche nella degustazione della nuova annata, le strade da seguire per la valorizzazione della Vernaccia visto anche il bel nerbo minerale. L’aggiunta di Sauvignon e Chardonnay invece che rafforzare l’appeal di certi campioni sembra invece indebolirli quando l’aggiunta si aggira sul 10% e diviene quindi incisiva. Peccato, perché la stoffa per esprimersi, anche sul lungo tempo, la Vernaccia l’ha tutta come emerso dall’assaggio della Riserva Vigna ai Sassi 2010 di Tenuta Le Calcinaie (Chardonnay 5%) oppure l’Hydra 2009 de Il Palagione.

Nobile di Montepulciano

Anche qui siamo di fronte ad una denominazione che sta lavorando molto anche a livello di autoconsapevolezza. La nuova enoteca in Fortezza permette di valorizzare finalmente questa struttura architettonica di valore, da sempre simbolo del Nobile – speriamo gli orari di apertura siano idonei al flusso turistico. A questo si aggiunge il progetto sulla sostenibilità, che negli ultimi dieci anni ha portato ad un investimento di otto milioni di euro da parte delle aziende. L’annata 2014 mostra invece qualche dubbio: sicuramente non è un’annata facile e, in questo caso più che in altri, assaggiare campioni di botte che non sono ancora pronti non aiuta. L’impressione generale è quella di un legno usato in maniera soverchiante e in vini dal profilo un po’ troppo scontroso. Mi riservo di riassaggiarli a Vinitaly quando qualche mese di bottiglia li avrà resi più mansueti. La qualità sul lungo termine infatti non manca: lo provano vini come il Nocio 2011 di Boscarelli, ma anche il Carpineto 2009 Poggio Sant’Enrico, oltre ai campioni assaggiati nella verticale guidata da Gianni Fabrizio che si è spinta indietro sino al 1967. Fra gli approfondimenti quello alla cantina Il Molinaccio ha mostrato la stoffa che questa denominazione ha e che non deve dimenticare. Dieci mila bottiglie (è vero, sono poche) 3 ettari e mezzo, 3 diverse selezioni in vendemmia che si esprimono nel bellissimo Spinosa 2012: naso esuberante di frutta, con qualche richiamo ai toni maturi e zuccherini, bocca intensa, elegante, tannino che incede sicuro, mai banale e in grado invece di stupire tutti e sei i convenuti, inclusa una Master of Wine.

Brunello

Ammetto di non essere riuscita ad assaggiare molto: non avendo ricevuto il pass per venerdì mi sono dovuta accontentare della mattinata di sabato. Col poco tempo a disposizione ho preferito all’assaggio seriale (che mi avrebbe costretto ad una corsa contro il tempo, peraltro poco realistica) il confronto col produttore: quei 10-15 minuti di chiacchierata che si rivelano una chiosa sempre fondamentale per capire la logica delle bottiglie e del territorio e che ho sempre apprezzato durante le cene delle Anteprime, come ad esempio quella della Vernaccia che quest’anno ha saggiamente fissato i posti: così che allo stesso tavolo ci si trovava sì col collega ma si aveva anche l’occasione di avere il produttore e il suo bagaglio di storia che veniva a poco a poco dispiegato. Un valore aggiunto non da poco. Tornando ai produttori e all’annata, la 2012 darà grandi soddisfazioni, soprattutto sulla lunghezza: annata a 5 stelle, frutta rossa bagnata di rugiada (manca qui l’entrata in pompa magna che aveva caratterizzato il 2010 e che rende appunto la 2012 dotata di un’eleganza più fine, un 2010 Versace versus un 2012 Chanel), bocca polposa, tannini ben torniti anche se certamente giovani, balsamicità di chiusura.

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Di Irene Graziotto

È passato un po’ di tempo dalle Anteprime Toscana – se è per quello è passato anche il Prowein e Vinitaly è dietro l’angolo – ma per quest’anno ho voluto lasciare affinare le impressioni su queste Anteprime per fare un bilancio a mente fredda, non solo dell’evento in sé ma anche del lavoro svolto in tutti questi anni, visto che nel caso del Brunello siamo giunti alla 25esima edizione.

Montecucco e Maremma

Le mie Anteprime iniziano venerdì 10 febbraio, con una cena fra produttori di Montecucco e Maremma. Contesto intimo, buon rapporto giornalisti-produttori che favorisce la chiacchiera-confronto col vignaiolo e, finalmente, concretizza la volontà di fare squadra (non solo per le anteprime ma anche nella promozione estera dove i due consorzi agiranno congiuntamente anche col Morellino). Durante la cena, Montecucco e Maremma scendono in campo l’uno accanto all’altro, con un fair play che aiuta a farsi un’idea di quanto la Toscana del Sud possa offrire in questo momento. Se possiamo definire il Montecucco come “il sangiovese dell’Amiata”, polifonica è invece la Maremma: sono ben 37 le tipologie che gestisce e che valorizzano vitigni autoctoni  – sangiovese, colorino, aleatico – come pure internazionali – merlot, cabernet e syrah. Tuttavia, queste sono terre anche da bianchi: parlando con Edoardo Donato, Presidente della Doc Maremma, scopro, infatti, che oggi nella provincia di Grosseto ci sono 800 ettari di Vermentino, più che ad Oristano. Fra gli assaggi, spicca Enos I 2015, un sauvignon in purezza dell’azienda Montauto di Riccardo Lepri: frutta bianca matura al naso e vibrante nota sapida in bocca. Tra i rossi ritrovo il succulento Carandelle 2015 di Podere San Cristoforo di Lorenzo Zonin da sangiovese in purezza e mi imbatto nel Grotte Rosse Salustri 2013, ottenuto da un clone di sangiovese proprio dell’azienda e contraddistinto da una bocca intensa, morbida e sinuosa.

 I Consorzi cosiddetti “minori”

Chiamati minori, ma ci sarebbe bisogno di una nomenclatura diversa, non tanto per la stampa estera quanto piuttosto per la comunicazione sull’Italia. “L’altra Toscana” gioca compatta e questo le rende omaggio visto che a livello logistico il poter assaggiare prodotti di ben 11 differenti consorzi nella stessa giornata e nello stesso luogo non è cosa che capiti spesso e consente di farsi un riassunto della situazione con un dispendio minimo di energie. Sabato 11 febbraio in Fortezza da Basso sfilano così Morellino di Scansano, Montecucco, Maremma Toscana, Cortona, Carmignano, Valdarno di Sopra Doc, Bianco di Pitigliano e Sovana, Colline Lucchesi, Orcia, Val di Cornia, Isola d’Elba. Tra le conferme ci sono i Syrah di Cortona, che anche la stampa estera inizia ormai a rammentare, mentre tra i progetti innovativi si distingue il Valdarno di Sopra che punta a diventare la prima Doc interamente biologica già con la prossima vendemmia. Bella e presenziata da tanti colleghi esteri la degustazione guidata da Clizia Zuin che ha permesso di indagare in undici bicchieri tutte e undici le realtà consortili con interpretazioni come il “1968” Colle di Bordocheo da merlot e sangiovese delle Colline Lucchesi, il Tenuta di Capezzana 2007 – che ha dato voce al Carmignano – straripante di frutta rossa e con una dinamica di palato dove il tannino morbido era intessuto su una trama di importante freschezza, e il Cenerentola 2013 Cinelli Colombini che esprime un piccolo vitigno autoctono, il Foja Tonda, diffuso in solo due enclavi italiane: l’Orcia e il Valdadige TerradeiForti.

Il convegno di apertura

Sinceramente ci aspettavamo qualcosa di più. L’idea di partenza era valida: indagare la copertura mediatica della Toscana enoica all’estero. Sicuramente uno strumento di analisi utile per capire cosa potenziare e in quale modo farlo: quanto si parla di vino in chiave enoturistica o sono piuttosto articoli legati a recensioni di singole bottiglie? In contesto enologico Firenze continua a rivestire un ruolo fondamentale o piuttosto si parla di vino legandolo alle singole cittadine? Quali i termini più comuni? Quanto compare Chianti rispetto a Chianti Classico? Quanto il termine Chianti è riferito alla regione geografica e quanto invece alla specifica denominazione? Mi aspettavo anche un raffronto fra i vari media: cartaceo, portali, social. Invece sono tornata a casa con tutte le mie domande rimaste irrisolte. A ciò va aggiunto che le slide, peraltro in lingua italiana, erano di difficile lettura per un contesto quale una conferenza e che ad un certo punto il relatore è caduto nella solita autocelebrazione dell’Italia che produce più ettolitri della Francia… Direi che i margini di miglioramento ci sono, più o meno tanti quanti quelli che una bottiglia italiana deve fare per raggiungere il prezzo medio di una bottiglia francese…

Chianti Lovers

Tanto successo di pubblico grazie ad una formula giovane e scanzonata. Ecco qualche assaggio: Vigna delle Conchiglie, Chianti Riserva, 2013 di Poggiotondo che ricordo per la bella nota salina, il Chianti Riserva 2006 Ruschieto de La Salceta che si esprime con generosità e nitidezza di fattura come pure il fratello del Valdarno di Sopra, e il Nero su Bianco di Baldi Gianluca, un Sangiovese vinificato in bianco. Il termine Chianti rimane la prima denominazione che viene in mente ai consumatori US in riferimento al vino italiano secondo una recente indagine dell’americana WineOpinion e il fiasco rimane un elemento iconografico forte tanto che Ruffino ha rilanciato proprio quest’anno il suo Chianti Docg nella confezione storica. Qualche dato tecnico sulla produzione: 800 mila ettolitri, 87 milioni di bottiglie per un valore di 400 milioni di euro, +7% nella grande distribuzione italiana ma un po’ di crisi nell’export. Va letto partendo da questo dato il cedimento del Consorzio Chianti al compromesso dei mercati che chiedono un vino più dolce e che permetterà ai vini della denominazione di avere un residuo zuccherino fino 6-7 grammi/litro.

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Giovanni Ponchia

Il 23 gennaio 2017, scorrendo l’Home di Facebook, l’occhio cade inevitabilmente su questo post di Giovanni Ponchia: “Con le mie ultime degustazioni guidate, a Roma, si conclude nel miglior modo possibile un percorso iniziato dodici anni fa all’interno del Consorzio del Soave. Da questa settimana inizierà per me una nuova esperienza, nel Consorzio Vini Colli Berici e Vicenza di Lonigo, in qualità di direttore…”.  Una notizia del tutto inaspettata, anche perché il Ponchia e il Soave sembravano vivere in simbiosi.  Invece tutto scorre, vivaddio, e ritrovare un tipo sempre in fermento come Giovanni, in un territorio di enormi potenzialità come i Colli Berici, potrebbe essere la chiave di volta per la patria del Tai Rosso. Ovviamente non potevo esimermi dal fargli qualche domanda in merito.

Giovanni il tuo nuovo incarico come direttore del Consorzio Vini Colli Berici è stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Sei stato per 12 anni una delle anime del Consorzio di Soave, instancabile promotore e divulgatore di quella denominazione. Adesso non potrai più andare a lavorare a piedi o in bicicletta, sei costretto a prendere la macchina. Un cambio di prospettiva in tutti i sensi, pensando anche al fatto che da una terra di grandi bianchi, con l’autoctona è affermatissima Garganega a farla da padrona, ti ritrovi in una denominazione a matrice rossista, con un autoctono da far conoscere come il Tai Rosso e i vitigni internazionali, come il Carmenere, il Cabernet Sauvignon e il Merlot, che nei Colli Berici si esprimono al meglio e che meriterebbero maggiore attenzione da parte della stampa specializzata.  Una bella sfida, non c’è che dire. Raccontami il perché di questa scelta di cambiamento e quali sono le tue aspettative.

I dodici anni trascorsi a Soave sono stati importanti per capire molte dinamiche del mondo del vino da un punto di vista differente, direi privilegiato. E’ stata una grande scuola. Credo comunque che i cambiamenti siano sempre utili per trovare nuovi stimoli, allargare le proprie competenze (come in questo caso) e, perché no, imparare molte cose nuove. Chi mi ha preceduto qui a Lonigo ha fatto un buon lavoro, sta a me cercare di essere all’altezza. Le mie aspettative sono quelle di far conoscere di più e meglio questo territorio e questi vini soprattutto al di fuori dei confini provinciali e regionali. Il potenziale per produrre vini rossi di grande carattere mi sembra notevole, basti pensare ai Tai Rosso, ai Carmenere e a certi Merlot che ho avuto modo si assaggiare, anche se non mancano espressioni bianchiste di pregevole fattura.  

Come ti sei mosso e come ti stai muovendo in queste prime settimane dalla tua nomina? Quali saranno i tuoi obiettivi a breve, medio e lungo termine?

Dal punto di vista operativo, in questo primo periodo, sono stato impegnato nel concorso Grenaches du Monde che si è tenuto in Sardegna, dove ero invitato in qualità di commissario di giuria, oltre che come ambasciatore del Tai Rosso (che appartiene alla famiglia dei grenaches/garnacha/cannonau). Inoltre è fondamentale conoscere meglio le aziende, i vini e il territorio. Ora stiamo lavorando su due impegni promozionali ormai prossimi, ovvero la Fiera di Lonigo e il Vinitaly. La prima si terrà a fine marzo, la seconda a inizio aprile. Inoltre tra maggio e giugno verrà creata l’Enoteca dei Colli Berici presso la sede del Consorzio a Lonigo, un’importante novità che caratterizzerà in maniera importante le attività a partire dal secondo semestre di quest’anno. Per quanto riguarda gli obiettivi a medio-lungo termine, stiamo pianificando una serie di degustazioni tematiche dedicate ai Colli Berici, da tenere in diverse città del nord Italia. A livello di stampa specializzata, quest’anno ci muoveremo principalmente sul fronte inglese.

Giovanni i tuoi vini del cuore?

Per me la cosa più importante non è che cosa bevi ma dove e con chi lo bevi.

Non ti nascondo che dopo averti conosciuto, ormai qualche anno fa, ti  ho subito ribattezzato fratello Gallagher. Mi è sembrato di cogliere una certa sembianza sia con Liam che con Noel, forse dovuto anche a quel tuo modo di fare che ricorda più quello di una rock star che quello di un enologo; ti ritrovi in questa descrizione, un po’ ci ho preso? Che rapporto hai con la musica?

Caro Michelangelo, proprio ieri sera una produttrice di Soave con cui bevevo l’aperitivo mi ha confessato la stessa impressione, usando le tue stesse parole. Credo che ciò derivi dal fatto che ho suonato il basso per tantissimi anni con varie band, passando per generi che vanno dall’hardrock al punk-hardcore, e probabilmente questa attitudine affiora nell’estetica con cui mi pongo, talvolta. E’ stato un percorso molto utile soprattutto per superare certe timidezze di fronte a tante persone.  Poi, visto che citi gli Oasis, tempo fa una Master of Wine mi ha raccomandato di parlare in inglese più lentamente durante le presentazioni, perché le sembravo uno di Manchester (per coincidenza la città natale dei Gallagher). Non credo si trattasse di un complimento, in ogni caso.

 

Giovanni Ponchia è enologo dal 2001, ha lavorato in alcune aziende in Toscana, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Dal 2005 al 2016 ha lavorato presso il Consorzio Tutela Vini Soave, curando i rapporti con la stampa specializzata italiana e straniera, organizzando degustazioni e promuovendo studi e sperimentazioni di interesse per la denominazione. È autore del volume “I Grandi Cru del Soave” con Massimo Zanichelli (2008) è anche coautore in diverse altre pubblicazioni di carattere scientifico e divulgativo. Da gennaio 2017 ricopre l’incarico di Direttore del Consorzio Vini Colli Berici e Vicenza.

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Slawka G. Scarso

Con Slawka (Suafca) G. Scarso condivido uno dei  ricordi più belli legati a questa mia passione per il vino. Era il 2012 ed era di maggio. Davide Bonucci, coadiuvato dall’indimenticato e indimenticabile Simone Morosi, convoca un manipolo di blogger e giornalisti per approfondire le potenzialità della Vernaccia di San Gimignano confrontandola con alcuni vini bianchi italiani e non solo. Naturalmente si va oltre. L’incontro diventa happening ed infine  festa. Oltre ai paladini della Vernaccia di San Gimignano (Mattia Barzaghi, Alessio Logi, e altri) ci sono anche due  fuoriclasse assoluti come Walter Massa e Giovanna Maccario: Walter per raccontarci la sua idea di Timorasso e Giovanna perché, dopo tanti bianchi, i suoi magnifici Rossese erano il giusto corollario per quella memorabile giornata . Si beve, si discute, c’è amicizia e condivisione. Da allora con Suafca non ci siamo incontrati tanto spesso; Vinitaly e poche altre occasioni, comunque l’ho sempre seguita nelle sue fatiche letterarie non solo legate al vino. Alla vigilia dell’uscita della seconda edizione di Marketing del vino, la prima, che tanto successo ha avuto era del maggio 2014, mi sono reso conto che c’era l’urgenza di ritrovarla, cogliendo l’occasione  per rivolgerle alcune domande.

Sono passati quasi tre anni dalla prima edizione di Marketing del vino, adesso sta per arrivare la seconda: Com’è cambiato, nel frattempo, il mondo del vino?

Credo si stia manifestando una tendenza all’accorpamento. Una dozzina d’anni fa, quando mi sono affacciata per la prima volta a questo mondo, di gruppi del vino in Italia ce n’erano pochissimi, oggi è più comune. E capita anche che ci siano aziende magari straniere che investono in Italia. Anche tra le aziende di cui ho parlato nella prima edizione qualcuna è cambiata di proprietà. Segnale preoccupante? Non saprei, forse è più il segnale che anche in un settore come questo, legato alla terra che pretende ritmi lenti, si deve comunque stare attenti a come evolve il mondo attorno a noi. Nessuna azienda è un’isola a se stante. Tutti noi nel settore, aziende, professionisti, consulenti e blogger dobbiamo avere coscienza di ciò che c’è attorno. E i cambiamenti spesso sono più veloci di quanto la vigna non ci abbia abituato a pensare.  Al tempo stesso le piccole aziende credo siano più coscienti del loro ruolo di nicchia e stanno lavorando bene per valorizzarlo. Penso a progetti come FIVI, ad esempio. Speriamo solo non soffochino sotto il peso della burocrazia.

 Quali sono le principali novità della seconda edizione di Marketing del vino e, visto il successo della prima edizione, quali obiettivi ti sei data.

Rispetto alla prima edizione ho cercato di approfondire ulteriormente la prima parte, quella relativa al marketing “tradizionale”. Inoltre ho prestato maggiore attenzione all’e-commerce, che dalla prima edizione si è andato ulteriormente sviluppando, così come alle evoluzioni nei vari social network – incluso Vivino, che quando uscì il libro non aveva ancora la risonanza di oggi. Inoltre ho aggiornato tutti i casi aziendali. Alcuni sono gli stessi, con dati attuali, altri sono nuovi. Come nella precedente edizione ci sono aziende piccole e grandi, strade del vino che lavorano bene (un’eccezione, ahimè), consorzi di tutela virtuosi e anche progetti di e-commerce come Vinix.  La prima edizione mi ha dato grande soddisfazioni e una credibilità che da solo il blog non mi poteva dare. Oggi ad esempio se faccio parte del corpo docenti del master in Vini italiani e mercati mondiali al Sant’Anna di Pisa, è anche grazie a questo libro. Per il futuro… Spero si riesca a tradurre il volume. Tradurre un libro dall’italiano in altre lingue è complesso e per niente scontato, anche quando un libro va bene, ma insomma, incrociamo le dita.

 Qual è Slawka lo stato dell’arte dell’informazione enogastronomica italiana on line? In particolare mi interessano I blog (scusa per il termine obsoleto).  A me sembra che abbiano perso il dinamismo che avevano qualche anno fa o per lo meno quasi tutti i blogger (scusa ancora) storici non scrivono più o centellinano i loro interventi. Jacopo Cossater, ad esempio, ha scelto la strada della newsletter. Sinceramente non trovo confortante tutto ciò, perché sono assolutamente convinto che dei blogger (sono recidivo) seri e preparati il mondo del vino abbia maledettamente bisogno; naturalmente come facilitatori, senza nessuna velleità di influenzare chicchessia,  tu come la vedi?

Condivido la tua sensazione. E anzi mi includo nel gruppo di quelli che scrivono di meno anche se nel mio caso il motivo principale è dato dal fatto che sto scrivendo molto anche altrove. Credo che i blog abbiano subito il colpo dei social network che se da un lato aiutano a rendere più visibili i contenuti, dall’altro hanno spostato e disperso la conversazione: quando commenti un post, oggi, è più facile che tu lo faccia direttamente su Facebook, e non sul blog. Però, un po’ come il sito, credo che il blog resti un punto di riferimento. I contenuti che pubblichiamo sui social scorrono velocemente e si perdono. Quelli che pubblichiamo sul nostro blog saranno più fruibili anche in futuro. Anche quando questo o quel social network sarà passato di moda.  Di positivo c’è che alcuni italiani stanno iniziando a scrivere anche in inglese, a raccontare il vino italiano anche fuori dai nostri confini, ma da un punto di vista da “insider”. Anche blogger agli esordi. È la direzione che voglio prendere anch’io ora – e anzi lo scrivo proprio come scommessa con me stessa, perché ora dovrò onorare un proposito detto ad alta voce

Marketing del Vino – Seconda edizione

Quello del vino è uno dei settori trainanti del Made in Italy e dell’agroalimentare, un settore con grandi potenzialità di crescita che sta vivendo negli ultimi anni anche un’ulteriore evoluzione dell’offerta enoturistica. Se il mercato domestico è già maturo e richiede nuove strategie per emergere rispetto alla massa, soprattutto ora che le guide del vino influiscono meno sul mercato, i mercati internazionali, richiedono iniziative capaci di raggiungere consumatori e importatori anche molto distanti. Chi opera in questo settore deve quindi dotarsi di strumenti innovativi per affrontare il mercato nel modo più efficiente. In particolare, sfruttando i nuovi media oggi anche una piccola azienda vitivinicola può guadagnare visibilità per promuovere sia i propri prodotti sia i servizi di accoglienza. Questo libro è un compendio che, partendo dalla teoria, vuole andare oltre offrendo consigli pratici ai piccoli e grandi produttori, prendendo spunto da esperienze concrete per dare al lettore esempi utili da seguire e applicare alla propria realtà. Al tempo stesso il volume può essere uno strumento utile anche alle tante altre figure che oggi cercano di completare la propria preparazione nel settore: dagli agenti e rappresentanti agli enologi e agronomi, fino agli studenti dei corsi di marketing del vino e wine business.

Edizioni LSWR  – Pagine 300 – prezzo 34,90

Slawka (Suafca) G. Scarso

Consulente in comunicazione enogastronomica e delle arti e docente di marketing del vino e strategie online applicate al vino presso la LUISS Business School (corso di alta formazione in Food & Beverage Management), l’Università di Salerno (corso in Wine Business), la Fondazione Edmund Mach (Master in Wine Export Management) e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (Master in Vini Italiani e Mercati Mondiali). Ha collaborato a numerose testate specializzate tra cui BibendaDuemilaviniBargiornaleViniTigulliovino e tenuto docenze in vari corsi sul marketing del vino e del turismo, in Italia e all’estero. Dal 2005 cura il blog Marketingdelvino.it che si occupa di vino, agroalimentare e turismo e della loro comunicazione, online e offline. Nel 2010 ha pubblicato per Castelvecchi Editore il vino a Roma, guida alle migliori aziende vinicole del Lazio e ai locali dove bere bene nella capitale. A ottobre 2011 ha pubblicato, sempre per Castelvecchi Editore, Il vino in Italia, regione per regione guida narrata al turismo del vino. È una guida narrata, in cui si raccontano le storie di un centinaio di produttori visitati durante il 2011 in giro per l’Italia, scelti soprattutto tra aziende a conduzione familiare. Nel 2014 ha pubblicato il manuale Marketing del vino, Dalle etichette ai social network,la guida completa per promuovere il vino e il turismo enogastronomico per edizioni LSWR. Nel 2015 ha pubblicato Marketing del gusto, una sorta di spin off di Marketing del vino, scritto assieme a Luciana Squadrilli e uscito sempre per Edizioni LSWR. Scrive anche narrativa. Nel 2014 è uscita la racconta di racconti noir e umoristici Mani buone per impastare per Blonk. Tra il 2014 e il 2015 sono usciti anche tre brevi gialli nella collana di letture graduate Giallo all’Italiana di Difusiòn – Casa delle Lingue intitolati: Il drappo scomparso, Il kimono di Madame Butterfly e Barocco siciliano.

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Sabato 11 febbraio 2017 si è conclusa un’intesa edizione (la quinta) del concorso internazionale Grenaches du Monde, quest’anno svoltasi in Sardegna tra Alghero, Nuoro e Cagliari.

Il grenache affonda le sue radici nel Mediterraneo: Spagna (Garnacha o Garnatxa), Francia (Grenache) e Italia (Cannonau, Tai rosso) sono i paesi dove è maggiormente coltivato ma, secondo alcune recenti scoperte archeologiche, sarebbe stata proprio la Sardegna la culla di questo vitigno da noi noto come Cannonau. Pur con diversi nomi, è ormai conosciuto in tutto il mondo, come dimostra la partecipazione al concorso di produttori provenienti dalle lontane Australia e Sud Africa. Anche il numero dei Paesi coinvolti aumenta di anno in anno: la new entry di questa edizione è il Libano.

Il concorso internazionale organizzato dal Conseil Interprofessionnel des Vins du Roussillon (CIVR) e per questa edizione con la Regione Sardegna, attraverso l’Agenzia LAORE, e con la collaborazione (tra gli altri) di Unioncamere e dei Comuni di Cagliari, Alghero, Nuoro e Barumini, ha assegnato  213 medaglie. Nello specifico, i cento giurati del concorso hanno premiato 213 vini tra i 684 campioni analizzati provenienti da 8 diversi paesi. Tra i riconoscimenti, 104 sono state le medaglie d’oro, 87 quelle d’argento e 22 quelle di bronzo.  All’Italia, pari merito con la Francia, sono andate in tutto 51 medaglie, di cui 44 alla Sardegna. Alla Spagna sono invece state assegnate ben 108

In dettaglio:

 SPAGNA                      55 oro,   41 argento,   12 bronzo – per un totale di 108

FRANCIA                     28 oro,   22 argento,     1 bronzo – per un totale di 51

SARDEGNA                 18 oro,   21 argento,     5 bronzo – per un totale di 44

ALTRE ITALIA     3 oro,     3 argento,      1 bronzo – per un totale di 7

MACEDONIA                                         1 bronzo

AUSTRALIA                                           1 bronzo

SUD AFRICA                                          1 bronzo.

 Durante la serata finale è stato consegnato ufficialmente il testimone per l’organizzazione del concorso internazionale alla Catalogna, che si svolgerà ad aprile del 2018 nella Regione di Terra Alta, zona dove si coltiva il Grenaches bianco.

Per quanto riguarda l’Italia le medaglie d’oro sono state assegnate a:

Sardegna

  1. ALGHERO ROSATO – 2016 TENUTE SELLA & MOSCA Alghero Rosato – Rosé
  2. ARGEI – 2015 ARGEI LE FATTORIE RENOLIA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  3. CHUERRA – 2014 VITIVINICOLA NTICHI PODERI JERZU DOC Cannonau Di Sardegna Riserva JERZU – Rosso
  4. COSTERA – 2014 ARGIOLAS DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  5. DICCIOSU – 2015 CANTINA LILLIU DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  6. DOLIA – 2015 CANTINA SOCIALE DI DOLIANOVA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  7. FUDÒRA – 2015 Società agricola Pranu Tuvara DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  8. FUILI – 2012 Cantina Sociale Dorgali IGT Isola Dei Nuraghi – Rosso
  9. HORTOS – 2011 Cantina Sociale Dorgali IGT Isola Dei Nuraghi – Rosso
  10. IRILAI – 2013 CANTINA SOCIALE OLIENA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  11. LE SABBIE – 2013 MELONI VINI DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  12. NEALE – 2015 Cantine di Orgosolo DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  13. NOAH – 2013 Cantina di Monserrato DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  14. SENES – 2013 ARGIOLAS DOC Cannonau di Sardegna Riserva – Rosso
  15. TENUTE DELOGU – 2013 TENUTE DELOGU AGRICOLA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  16. VASCA50 – 2012 MELONI VINI IGT Isola Dei Nuraghi – Rosso
  17. VIGNARUJA – 2013 CANTINA SOCIALE IL NURAGHE DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  18. VIGNE RADA ALGHERO – 2015 VIGNE RADA ALGHERO DI CARDIN NADIA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso

Veneto

MONTEMITORIO DAL MASO – 2015 DAL MASO AZIENDA AGRICOLA Tai Rosso DOC Colli Berici – Rosso

Umbria

DIVINA VILLA RISERVA – 2014 – CANTINA DEL TRASIMENO – DOC Colli del Trasimeno – Rosso

Emilia Romagna

SPILLONE – 2014 – SOCIETÀ AGRICOLA BULZAGA – IGP Ravenna – Rosso

Elenco completo dei vincitori

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