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120004752_10220775704256151_8408708466903442663_oNiko Romito, non contento di essere uno dei migliori chef al mondo, decide di proporsi anche come vignaiolo. Grazie alle collaborazioni con il direttore generale della cantina “Feudo Antico” Andrea Di Fabio, e con l’enologo Riccardo Brighigna, viene avviato il progetto Casadonna, con un vigneto impiantato a 860 m sul livello del mare, proprio nella famosa Tenuta Casadonna di Niko Romito, nel comune di Castel di Sangro. La prima annata disponibile di questo pecorino d’altura è la 2013, ho avuto la fortuna di assaggiare la 2014, quella che all’epoca fu definita un’annata da dimenticare. La tanto vituperata 2014, invece, come già mi è capitato in altre occasioni, con lo scorrere del tempo sta regalando delle vere e proprie perle enologiche ed è anche il caso del pecorino Terre Aquilane Casadonna. Ha naso traboccante di profumi: cedro, ananas, frutta disidratata, torrone. In bocca ha un’acidità marcata, a tratti spigolosa, segno che ha ancora lo spazio e il tempo dalla sua parte. L’unico appunto sta nella persistenza: mi sarei aspettato più allungo, ma la grandezza di questa bottiglia è inconfutabile. Niko Romito non sbaglia niente.

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103052859_10219896018704562_1082402819401251910_okellermann editore pubblica “Grado Babo”, una nuova collana di libri dedicati ai vini che hanno storie importanti da raccontare e che naturalmente s’ intrecciano con le umane vicende. Ho avuto il piacere di leggere il primo numero dedicato al Marsala e a Marsala. Il volumetto, di 107 pagine, scritto con dovizia e leggerezza da Angelo Costacurta e Sergio Tezzer, si legge tutto d’un fiato ed è suddiviso in 3 sezioni: una prima parte prettamente storica con interessanti e puntuali approfondimenti su origini, genti e  vicende del Marsala che ci porta a scoprire, ad esempio, che nel maggio 1915 i barilotti di Marsala raggiungevano i soldati in trincea e che proprio in quel periodo iniziò una sorta di cospirazione per demolirne la reputazione e che se Mussolini non avesse fermato ogni inchiesta sugli illeciti arricchimenti e sulle fraudolente forniture alla sussistenza militare, forse la storia del Marsala sarebbe stata diversa… La seconda parte è dedicata ai vitigni e all’approfondimento dell’area della DOC, per poi concludere con una postfazione dedicata ad alcune ricette tratte nientemeno che da “L’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi e una panoramica sui luoghi di impareggiabile bellezza della città. Da leggere sorseggiando un Heritage Marsala Riserva vergine vendemmia 1980 di Francesco Intorcia in abbinamento con il finger food creato ad hoc dallo Chef Peppe Agliano, per immergersi nella “marsalesità” più verace.

“Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia”

(Federico II di Svevia)

 

Marsala, il vino di Garibaldi che piaceva agli inglesi

Collana “Grado Babo”

Kellerman Editore – €. 15,00

www.kellermanneditore.it

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87161570_10218818145438404_2756955677854269440_oDel vignaiolo Umberto Cosmo amo il suo sparigliare le carte. In definitiva, la sua cantina Bellenda, da più di trent’anni produce ottimo vino all’interno della denominazione Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG e già questo basterebbe per vivere felici. Umberto ha però una sua idea precisa di ricerca, che lo vede da un lato importatore di vere e proprie chicche enoiche: si deve a lui la distribuzione degli Champagne di quel talento che è Roger Coulon, ma soprattutto sperimentatore nella fermentazione in bottiglia dell’uva Glera; suo è un Colfòndo tra i più originali in circolazione, il Radicale.  A un Vinitaly di qualche anno fa mi colpì il suo Diol Raboso Metodo Classico Brut. Ricordo che lo definii un vino capace di smuovere le acque del mare della tranquillità, conferendo grande nobiltà al Raboso spumante che spesso, da quelle parti, sa essere bollicina di notevole banalità. Questa volta ho perso la testa, e non l’avrei mai detto, per un Metodo Classico Dry con 28 grammi di residuo zuccherino, da uve Glera. Il vino in questione è il Lei – Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Rive di Carpesica Dry 2016 Metodo Classico. La sboccatura avviene dopo diciotto mesi di sosta sui lieviti ed è seguita da un affinamento in cantina per almeno altri sei mesi. Immagino che il nome Lei voglia fare sintesi tra la tipologia Dry del vino e la dolcezza del mondo muliebre, anche se eviterei di scadere nella retorica del vino “femminile”. La sua particolarità, tra l’altro, è quella di permettere abbinamenti inusuali, una sorta di trait d’union tra i sapori dolce/acido/salato. Umberto, nel retro etichetta, lo propone con i piatti della tradizione veneta come il fegato alla veneziana, ma ci vedrei bene anche un abbinamento inaspettato, particolare e di notevole godimento, con il bollito o le crudità di pesce.

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84998841_10218696341913392_8230367656625045504_oSe dovessi riassumere in una manciata di parole l’essenza delle 3 giornate passate alla scoperta dei vini della provincia di Fermo, sceglierei l’articolo 4 del Manifesto del Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea, che così recita: “Mi impegno a fare dell’Accoglienza e dell’Ospitalità non una tecnica ma un moto del cuore”. Senza facile retorica, quello che più mi è arrivato, come un’onda impetuosa direi, è il senso di ospitalità e di genuinità antica di tutti i fermani che ho incontrato. Persone in grado di dimostrare concretamente che siamo ancora in tempo per costruire, attraverso percorsi culturali e creativi, spazi di comunità per migliorare la vita dei luoghi che abitiamo. È quello che fanno Nunzia Luciani, Carlo Iommi e Davide Bonassi con la Libera Associazione Culturale Armonica-Mente, organizzando il Premio San Martino d’Oro, che riconosce ai produttori di vino del fermano il ruolo di ambasciatore del territorio. È quello che fanno Lando Siliquini e Paolo Foglini, propagatori, attraverso il Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea, non solo del mangiare sano ma del buon vivere a tutto tondo. È quello che fa Adolfo Leoni, instancabile divulgatore di storie di luoghi e di genti del fermano. Tutte queste intelligenze e la vitalità che esprimono meritano grande attenzione e necessità di approfondimento. Andiamo con ordine. Qualcuno si domanderà, perché tutta questo interesse per la Dieta Mediterranea e perché esiste addirittura un Laboratorio Piceno? Perché Montegiorgio, paese di 6000 anime a 20 km da Fermo, è stato una delle 16 coorti  designate per lo studio epidemiologico osservazionale Seven Countries Study. Lo studio, condotto dal prof. Ancel Keys su oltre 12.000 uomini di età compresa tra 40 e 59 anni, dislocati in 7 nazioni e 3 continenti, portò alla definizione di Dieta Mediterranea, oggi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. 84170456_10218696320352853_2297439360238223360_oIl lavoro di Keys, considerato una pietra miliare della scienza della nutrizione, dimostra che il motivo delle migliori condizioni di salute dei cittadini dei paesi mediterranei, soprattutto per quanto riguarda le malattie cardiovascolari, è proprio l’alimentazione. Non va dimenticato che ad affiancare Keys nei suoi studi ci fu l’illustre nutrizionista   Flaminio Fidanza, originario di Magliano di Tenna, altro paese in provincia di Fermo. Va da sé che i fermani non potevano non raccogliere un’eredità così importante, c’era una sorta di obbligo morale nel farsi divulgatori del miglior stile di vita al mondo che è la Dieta Mediterranea. È facile anche intuire quale straordinario volano per il turismo possa essere questa vicenda se connessa ad un altro capo saldo della Mediterraneità, ovvero il vino. Cominciamo con il dire che le Marche, regione molto ricca dal punto di vista vitivinicolo, non può e non deve relegare la sua notorietà solo al Verdicchio; ci sono infatti delle enclave, come ad esempio la provincia di Fermo che possono regalare piacevoli e inaspettate sorprese. Le cantine che ho visitato, in un pittoresco saliscendi, tra le colline della provincia Fermo sono state La Pila di Montegiorgio, Conti Maria di Fermo, Vigneti Santa Liberata di Fermo, Vini Firmanum di Montottone, Rio Maggio di Montegranaro, Cantina Di Ruscio di Campofilone, Vittorini di Nico Speranza di Monsampietro Morico. Veniamo agli assaggi. I bianchi, nel complesso, sono tutti di buona/ottima fattura; più immediato, dove immediato non vuole mai dire banale, come il La Pila Refolo 2018 (malvasia bianca di Candia), passando per un notevole, anche per il rapporto qualità/prezzo Vigneti Santa Liberata Saggiolo Offida Pecorino DOCG 2018. Si arriva poi a due fuoriclasse assoluti come il La Pila Emmar Marche IGT malvasia 2013 – malvasia bianca di Candia, ottenuto in questo caso da vendemmia leggermente tardiva, utilizzando una tecnica enologica chiamata “crio-selezione” che consiste nel congelamento parziale degli acini e il Rio Maggio Bianco IGT “Telusiano” 2018 (pecorino 40%, trebbiano 40% e verdicchio 20%. 85115035_10218696417035270_8066793191501725696_oCito inoltre anche due vini che, pur rientrando nella categoria Bianco Marche IGT, sono dei veri e propri outsider, 2 macerati di rara eleganza: Rio Maggio Vinum62  2016 – trebbiano e verdicchio per sole 1500 bottiglie e il   Liù Vigneti Santa Liberata 2015, pecorino, fiano e malvasia, da uve vendemmiate stramature e poi criomacerate. Veniamo a i rossi. Premetto che in generale   li trovo più centrati quando non “Amaroneggiano”; infatti, l’appassimento delle uve tende ad appiattirne il gusto e viene a mancare l’identità. Benissimo invece i rossi schietti e peculiari come Conti Maria Loiano IGT Marche Rosso 2017 – montepulciano in purezza che fa solo acciaio, il Vini Firmanum Antio Rosso Piceno Superiore DOP 2014 – 30% montepulciano e 70% sangiovese che fa botte grande, altro vino dal rapporto qualità/prezzo ineguagliabile e il Cantina di Ruscio Rosso del Poeta 2017, 50% montepulciano e 50% sangiovese con affinamento in barrique. Un gradino più in alto, a testimonianza anche della grande vocazione rossista del territorio il Rio Maggio Rosso Piceno Vallone 2015, 70% montepulciano e 30% sangiovese, barrique usata con grande sapienza.  Poi c’è Nico Speranza. L’incontro con Nico è stato davvero folgorante, merita una monografia. Qui basti dire che i suoi Vittorini di Nico Speranza Crocefisso Riserva 2017 – sangiovese (in bianco) e pecorino appassito 2 mesi con un tocco di sauvignon, acciaio e in parte in barrique usate; il Vittorini Marche Bianco IGT 2017 – pecorino, Incrocio Bruni (verdicchio x sauvignon) con un tocco di sangiovese in bianco e il Rosato IGT Io sto con i Lupi 2017, sangiovese in purezza, lasciano il segno anche nel degustatore più annoiato.

Premio San Martino d'Oro - i produttori di Fermo

San Martino d’Oro – i produttori di Fermo premiati

Infine, la DOC Falerio. Un progetto dalle enormi potenzialità, che può rilanciare l’intera viticultura fermana. Falerio deriva dal nome del sito archeologico Falerio Picenus, oggi Falerone, comune della provincia di Fermo. È una fortuna rara poter legare il nome del vino ad un luogo antico, ci si può costruire sopra un romanzo. Il disciplinare del Falerio prevede “uve provenienti da trebbiano toscano in percentuale variabile dal 20% al 50%, passerina  dal 10% al 30%, pecorino dal 10% al 30%” più altri vitigni a bacca bianca ammessi alla coltivazione per la regione Marche. È un’opportunità da cogliere, senza indugiare oltre.

I vini di Fermo hanno una peculiarità unica, sono vini gastronomici dall’incredibile rapporto qualità prezzo, a volte davvero imbarazzante. Un vero e proprio Eldorado per l’appassionato e per il turista enogastronomico. Il consiglio è di arrivare con un furgone capiente e dopo aver passato qualche giorno in questi luoghi ricchi d’incanto e memorie antiche, dopo aver assaggiato l’indimenticabile Stoccafisso alla fermana, secondo la ricetta dello storico ristorante “Da nasò” e se siete fortunati cucinato dalle sapienti mani di Guido Gennaro, stivare un bel numero di cartoni di vino e tornare a casa, felici.

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Il parco del Castello di Roncade

Il parco del Castello di Roncade

Ah, che gran cosa sarebbe se la Marca trevigiana badasse più alla sua vocazione rossista invece che essere ossessionata dal Prosecco! Lo so, utopia, perché il Prosecco lo pretende il mercato ma qui, in provincia di Treviso, si fanno grandi vini rossi, due nomi su tutti: Il Capo di Stato, della cantina Loredan Gasparini e il Villa Giustinian della cantina Castello di Roncade e, cosa ancora più paradossale, stiamo parlando di due “bordolesi”. Il Capo di Stato ha una storia che rasenta la mitologia; tanto per dirne solo una, la famiglia Vrinat, proprietaria del famosissimo e tri stellato (almeno per un trentennio)  ristorante parigino Taillevent, lo collocava tra i 100 vini da leggenda, accanto agli immortali Petrus, Chateau d’Yquem, Romanèe – Conti, Krug, Dom Perignon, Chateau Haut – Brion. Il Villa Giustinian, meno iconico e meno celebrato del succitato vino del Montello, è comunque un fuoriclasse di livello assoluto, che riesce ad evitare il clichè del taglio bardolese fatto apposta per piacere a tutti costi; anzi, grazie al sapiente lavoro dell’enologo Umberto Trombelli viene reso ancora più distintivo con l’introduzione in assemblaggio di un saldo dell’autoctono Raboso. 82782040_10218481629025704_1568818606811119616_o Già, l’assemblaggio, parola magica, che spesso ci fa vedere l’enologo come una sorta di alchimista, geloso dei suoi segreti che non rivelerà mai, nemmeno sotto tortura. Accade invece che nel 2018, la famiglia Ciani Bassetti, proprietaria del Castello di Roncade e dell’omonima azienda vinicola, coadiuvata dall’enologo Umberto Trombelli, s’inventano  una degustazione che credo abbia pochi eguali in Italia, ovvero far partecipare appassionati e addetti ai lavori all’assemblaggio dei vini che andranno a comporre il più importante vino della cantina, il Villa Giustinian Rosso IGT Veneto. Prima di arrivare al finale del film, che sarà ovviamente sceneggiato, girato e montato dal regista Umberto Trombelli, viene offerta ai presenti la possibilità di degustare tutte le partite di vino che potrebbero andare a comporre il taglio e, restando in un margine di logica, poter dare la propria versione del vino che andrà in bottiglia. Per un appassionato credo possa essere un privilegio unico.

Umberto Trombelli

Umberto Trombelli

La degustazione e l’assemblaggio finale del Villa Giustinian  Rosso IGT Veneto 2018   

Il Villa Giustinian è un taglio bordolese classico, ottenuto da uve di merlot, cabernet sauvignon, cabernet franc, carmenere e un saldo di Raboso Piave. Per l’annata 2018 sono stati degustati:

6 campioni di Merlot provenienti dai Cru aziendali Pantiera e Francesca, così identificati:

  • campione n. 1 merlot Pantiera 2018 in barrique di rovere di terzo passaggio Saguin Moreau per un totale di 900 Lt. disponibili
  • campione n. 2 merlot Pantiera 2018 – Botte nuova di rovere Garbellotto per un totale di 4.900 Lt. disponibili
  • campione n. 3 merlot Francesca 2018 – Botte vecchia di rovere misto Garbellotto per un totale di 2.000 Lt disponibili
  • campione n. 4 merlot Francesca 2018 – Botticella di quarto passaggio Garbellotto per un totale di 1.000 Lt disponibili
  • campione n. 5 merlot Francesca 2018 – Botticella di quarto passaggio Garbellotto per un totale di 1.000 Lt disponibili
  • campione n. 6 merlot Francesca 2018 – Tonneau di rovere Garbellotto per un totale di 1.500 Lt disponibili

5 campioni tra cabernet  sauvignon, cabernet franc e carmenere, provenienti dai cru aziendali Mogliano, Pantiera, Pantiera Arnasa, così identificati:

  • campione n. 7 cabernet sauvignon Mogliano 2018 botte vecchia di rovere misto Garbellotto per un totale di 4.700 Lt. disponibili
  • campione n. 8 cabernet sauvignon Pantiera Arnasa 2018 – Botte di rovere misto Garbellotto per un totale di 1.500 Lt. disponibili
  • campione n. 9 cabernet sauvignon Pantiera Arnasa 2018 – Botticella di terzo passaggio Garbellotto per un totale di 1.000 Lt disponibili
  • campione n. 10 cabernet sauvignon Pantiera Arnasa 2018 – Botticella di terzo passaggio Garbellotto per un totale di 1.000 Lt disponibili
  • campione n. 11 cabernet franc + carmenere Pantiera 2018 – Botte vecchia di rovere misto Garbellotto per un totale di  000 Lt disponibili

2 campioni di Raboso, provenienti dai cru aziendali Zerman e Pantiera, così identificati:

  • campione n. 12 Raboso Zerman 2018 – Barrique di rovere  terzo passaggio Seguin Moreau per un totale di 225 Lt disponibili
  • campione n. 13 Raboso Pantiera passito 2018 – Botte vecchia di rovere misto Garbellotto per un totale di  000 Lt disponibili

82687167_10218481634305836_6230187806191255552_oAlcune considerazioni a margine della degustazione. Il merlot 2018, tranne che per i campioni 2 e 4 ancora spigolosi, si rivela un vero fuoriclasse. In controtendenza con gli altri degustatori che hanno un po’ snobbato il campione n.1, trovo il merlot Pantiera 2018, affinato in Barrique Seguin Moreau di rovere di terzo passaggio, un vino di grande eleganza e nerbo, capace di dare al Villa Giustinian 2018 la giusta struttura per durare nel tempo. Per il cabernet sauvignon, eleganza e struttura li troviamo nei campioni 9 e 10 e per quanto mi riguarda, imbottiglierei da soli quei 2.000 litri di cabernet Franc + carmenere Pantiera 2018 (campione n. 11), un vino davvero prezioso. Per finire il Raboso che sappiamo essere uva ostica ma che in mani sapienti può dare un vino di grande carattere. Alla famiglia Ciani Bassetti viene proprio bene e a prova di ciò invito ad assaggiare il Raboso dell’Arnasa 2015,  uno dei riferimenti della tipologia, non c’è che dire.

E veniamo all’assemblaggio finale deciso da Umberto Trombelli per il Villa Giustinian 2018. Verranno imbottigliati 12.425 Lt, di cui: campione n. 1 per Lt. 900, campione n. 3 per 2.000 Lt, campione n. 4 per 1.000 Lt, campione n. 5 per 1.000 Lt, campione n. 6 per 1.500 Lt, campione n. 8 per 1.500 Lt, campione n. 9 per 1.000 Lt, campione n.  10 per 1.000 Lt, campione n. 11 per 2.000 Lt, campione n. 12 per 225 Lt, campione n. 13 per 300 Lt. Detta semplicemente in percentuale avremo il 52% di merlot, il 28% di cabernet sauvignon, il 16% di cabernet franc + carmenere e un 4% di Raboso.

 

“Produrre un vino e valorizzare un territorio attraverso le sue virtù significa applicare i principi enologici di base. L’enologia invadente, tecnologica ed estrema non serve in questi casi così come non è possibile produrre un grande vino lasciandolo in balia degli eventi, come Natura crea.

Il caso, potrà estrapolare un’annata interessante ma un grande vino lo si definisce tale quando la continuità nel tempo e nelle annate lo confermano. Il “Dietro le quinte” vuole essere questo. Vuole mostrare come non ci sono segreti, manipolazioni, artifici nella tecnica della vinificazione e come l’arte di fare vino si possa condividere e divulgare.”

Umberto Trombelli

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71837143_10217568234391409_1421412485944049664_oNon ho mai calcolato con precisione la distanza che separa la cantina di Dario Princic da quella de Il Carpino di Franco Sosol: rispettivamente il primo e l’ultimo produttore che puoi incontrare percorrendo la strada della ribolla gialla di Oslavia. Dovrebbero essere all’incirca 4 chilometri. Nel mezzo di questo breve tragitto a salire, oltre a loro, incontri Primosic, Fiegl, Radikon, La Castellada. Si, c’è anche Josko Gravner ma quella è un’altra storia. Oslavia (Oslavje in sloveno) è un borgo sospeso nel tempo, un tempo antico, abitato da contadini, dove, antropologicamente, è possibile ritrovare le nostre origini. Non c’è una chiesa e nemmeno una piazza a Oslavia, ci sono però 57.000 anime cadute nella Grande Guerra, custodite nell’Ossario, monumento dedicato alla follia umana ma al tempo stesso straordinario luogo laico di meditazione e di inno alla vita.

71546900_10217568236111452_1549771607969366016_oOslavia è anche un non luogo, polverizzato dalla ferocia della Prima Guerra Mondiale che qui cancellò tutto, annichilendo secoli di memoria e salvando dalla devastazione solo la ribolla gialla. Mi dà sollievo pensare che, in questa terra martoriata dalla violenza degli scontri bellici, abbia un senso profondo, a livello simbolico, quello che per la teologia cattolica è la transustanziazione, il sangue che diventa vino. Suggestioni, certo, ma che aiutano a dare un significato a qualcosa di sconvolgente. Basti pensare che la reporter di guerra, l’austriaca Alice Schalek scrisse: “Che un monte possa morire lo si vede da qui, non senza emozione. La guerra uccide uomini già da due anni, a questo ci siamo abituati, ma l’assassinio dei monti è qualcosa cosa di mostruoso che i nervi riescono a malapena a sopportare. Tutti conoscono il dosso di Oslavia, la montagna morta…”

71848700_10217568257311982_92945991388364800_oMa c’è ancora qualcosa che a Oslavia trova senso, forse più che in ogni altro posto, ed è la macerazione dell’uva ribolla sulle proprie bucce. Se n’è parlato molto in questi ultimi anni di Orange Wine, c’è chi vinifica per tradizione, passione e senso di appartenenza, altri perché va di moda e, in quest’ultimo caso, con il rischio di ottenere vini anonimi e senza personalità, piatti nei profumi e al gusto. Se vogliamo trovare un luogo che renda straordinariamente unico un vitigno duttile come la ribolla gialla, che per quanto mi riguarda nella vinificazione in bianco tradizionale non trovo particolarmente espressivo, questo posto è Oslavia e solo Oslavia. Qui, con la macerazione, succede qualcosa di unico e irripetibile altrove, dando senso compiuto al concetto di terroir.

 “Credo non ci sia richiamo identitario più forte per noi: la ribolla gialla è qualcosa che c’è sempre stato, c’era prima e c’è ancora adesso, un punto fermo al quale non possiamo rinunciare, un filo conduttore della nostra storia e della nostra tradizione. Ognuno di noi si confronta con quest’uva attraverso modalità del tutto personali, ma la ribolla è intimamente presente nell’animo di chi vive e lavora sulla terra di Oslavia” – Marko Primosic

“Gli ettari di ribolla di Oslavia sono tuttora molto pochi. Ci sono altre zone che stanno puntando sul vitigno e nella parte slovena sul Collio è forse l’uva a bacca bianca più diffusa. Però il legame di Oslavia con la ribolla è sempre stato unico, strettissimo; ed è per questo che noi produttori oggi rivendichiamo questo rapporto privilegiato. Credo, però, che sia necessario instaurare una sorta di codice d’onore tra vignaioli, che si devono impegnare a piantare ribolla solo nelle posizioni vocate, dove può effettivamente dare il meglio” – Stanko Radikon

71495510_10217568258272006_7529317956128342016_o“La ribolla è il vitigno che più amo e che mi dà le maggiori soddisfazioni, perché è molto difficile da gestire, da far esprimere ad alti livelli qualitativi; ma rispecchia Oslavia e la sua gente; rispecchia gli sforzi che facciamo in vigna durante l’anno e che poi si ritrovano in bottiglia.” – Franco Sosol – Il Carpino

“Secondo me la personalità della ribolla viene svilita soprattutto dalla tecnica della pressatura soffice, che non permette di estrarne tutta la ricchezza. La ribolla è un’uva carnosa, ha polpa rigida; se la spremo non riesco ad estrarre tutto quello che c’è dentro. Trattandola con la macerazione a caldo o a freddo, come pure fa qualcuno, si ottengono risultati ben più interessanti.”Nicolò Bensa – La Castellada

“In azienda abbiamo vigneti di ribolla gialla vecchi di circa sessant’anni, posti proprio nel centro di Oslavia; li curiamo in modo diverso cercando di salvaguardarne l’esistenza, perché sono la storia vivente del luogo. Quando si tratta di ribolla c’è sempre una certa attenzione: non è un vitigno qualunque, ma fa parte della nostra anima”Robert Fiegl.

“Oslavia è il mio orgoglio. È il luogo dove sono nato, dove mi sento a casa. È anche il luogo dalla storia difficile e tragica. Dopo la Grande Guerra qui era un deserto, c’erano solo morti e desolazione; ma siamo ripartiti, abbiamo ricostruito il nostro futuro. Ed è naturale che, più una terra è segnata dai problemi, più la si apprezza e più ci si sente ad essa legati. Il rapporto tra noi produttori è, poi, un altro punto di forza del nostro territorio. C’è scambio di esperienze, c’è collaborazione e questo è importantissimo per cresce tutti insieme” – Dario Princic

Gli interventi dei produttori sono tratti dal libro “Ribolla gialla Oslavia The Book”.

Per approfondimenti http://www.ribolladioslavia.it

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69809394_10217314711493495_1344208975624667136_nHa fatto bene il Consorzio a rinunciare ad organizzare la consueta anteprima di maggio, per fare assaggiare i Soave d’annata con qualche mese in più in bottiglia? Certamente sì, anche se nell’assaggio complessivo alla cieca dei 22 Soave 2018 (pochi per la verità) non ho trovato particolare giovamento. Vini al momento scomposti, non particolarmente brillanti, tranne qualche notevole eccezione, che già incanta adesso di cui dirò dopo. Il trucco di tutta la faccenda però sta proprio qui: l’annata 2018 riassaggiata già l’anno prossimo, o magari tra due anni, ci regalerà bottiglie che ne guadagneranno in sostanza e complessità. Questo dovrebbe essere il leitmotiv del prossimo futuro per questo grande bianco italiano; non rincorrere ossessivamente le esigenze del mercato, ma ritagliarsi uno spazio di attesa che non debba essere necessariamente lunga. Infatti, le annate 2017 e 2016, degustate al Palazzo della Gran Guardia di Verona, sono risultate di grande impatto con alcuni Soave Superiore Docg davvero importanti. Ma questa non è l’unica nuova anticipata dal Consorzio alla stampa. Come prima cosa questa appena conclusasi dovrebbe essere l’ultima edizione di Soave Versus in questo format, quindi per il 2020 aspettiamo cambiamenti importanti.  Rimanendo però al presente, e in particolare all’annata 2019, sono state annunciate due importanti novità: la prima è l’attivazione del Piano di produzione della Doc Soave. Si tratta di una dichiarazione preventiva che indica le superfici vitate che si intendono rivendicare a DOC nella vendemmia successiva e una dichiarazione di impegno da parte dei produttori che intendono vinificare uve atte alla Doc Soave. 69804699_2998811053524819_2189702235921842176_oQuesto consentirà al Consorzio una puntuale analisi preventiva dei carichi produttivi che permetteranno scelte più oculate sia dal punto di vista produttivo che remunerativo. L’altra novità e che, a partire dall’annata 2019, si potranno indicare in etichetta le 33 Unità Geografiche Aggiuntive, e dove richiesto dal Consorzio, anche della menzione Vigna. La Regione Veneto ha infatti demandato al Consorzio la gestione dell’elenco delle vigne, una ulteriore opportunità per i produttori di valorizzare ancora di più la propria identità territoriale. La mia amica Maria Grazia Melegari, profonda conoscitrice del Soave, parla di vera e propria svolta e io le credo ciecamente.

Gli assaggi

Dei 55 campioni assaggiati alla cieca (22 del 2018, 26 del 2017, 6 del 2016 e uno del 2014.), non moltissimi in verità per farsi un’idea precisa, ne ho scelti 10:

  • Filippi Soave Doc Castelcerino 2018 (mi ha fatto saltare letteralmente sulla sedia)
  • Cantina di Monteforte Soave Superiore DOCG Classico “Castellaro” 2017
  • Corte Mainente Soave Doc Classico “Vigne del Tenda” 2017
  • Corte Moschina Soave Superiore DOCG “I Tarai” 2017
  • Inama Soave DOC Classico “Vigneti di Foscarino” 2017
  • Montetondo Soave Classico “Foscarin Slavinus” 2017
  • Gini Soave Doc Classico “La Froscà” 2016
  • Ballestri Valda Soave Doc Classico “Sengialta” 2016
  • Portinari Soave Doc “Albare” 2016
  • Zambon Soave DOC “Le Cervare” 2017 (un vino contraddittorio e destabilizzante, che non lascia indifferenti, e proprio per questo motivo merita attenzioni e un riassaggio tra qualche mese o magari tra un anno. Sono convinto che sarà una gran bella sorpresa)

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Gaetana Jacono

Gaetana Jacono

La musica è forse l’unico esempio di quello che avrebbe potuto essere – se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime”. Così parlò Marcel Proust. La musica come occasione di fuga dai patimenti e dalla miseria ma anche possibilità di riscatto sociale e intellettuale, come ci ha insegnato “El Sistema”, un modello didattico musicale, ideato e promosso in Venezuela da Josè Antonio Abreu, che ha visto, come protagonista per impegno e dedizione anche il grande Maestro Claudio Abbado. Tutto questo per dire che in un’epoca plumbea come quella che stiamo vivendo, ho una smisurata ammirazione per chi decide di sostenere economicamente un progetto, non immediatamente popolare come “Music Fund”, che raccoglie e invia strumenti musicali e promuove la formazioni di esperti di liuteria e riparazione di strumenti nei paesi in via di sviluppo e nelle zone di conflitto. È capitato che sfogliando le pagine del periodico di cultura musicale Amadeus mi sia imbattuto in un articolo scritto da Edoardo Tomaselli, per la rubrica “Mecenati”, dedicato a Gaetana Jacono, proprietaria della cantina siciliana Valle dell’Acate e strenua sostenitrice del progetto: non potevo non rivolgerle qualche domanda in merito. Ovviamente si è parlato anche di vino.

 Gaetana, il Progetto Music Fund, come ci è arrivata e perché ha deciso di sostenerlo.

ph milanomusica.org

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Amo la musica, l’ascolto, appena posso, in qualsiasi momento della giornata. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che mi ha insegnato a conoscerla, a comprenderla e apprezzarla. Nella nostra casa di Vittoria mio padre conserva e arricchisce con minuzioso e implicato amore una raccolta di strumenti nella “sua” stanza della musica.  Per questo è stato naturale per me affiancare Milano Musica che da 25 anni regala a Milano, la città della mia seconda residenza, un programma che indaga con sapienza i linguaggi della musica contemporanea.  Sempre attraverso Milano Musica ho conosciuto, e subito sposato, il progetto “Music Fund” finalizzando il contributo solidale di Valle dell’Acate al trasporto degli strumenti musicali verso il Mozambico. Mi affascina il filo sottile che unisce la musica e il mare, in un intreccio di suoni e pause, silenzi. Ho anche immaginato questi strumenti che vivono la loro seconda vita, a bordo di una barca che percorre lentamente il suo viaggio attraverso luoghi e culture per arrivare lentamente, giorno dopo giorno a conquistare la meta. Questo mi rimanda al viaggio che i miei antenati facevano fare alle botticelle di vino, cariche di Frappato e Cerasuolo di Vittoria, che partivano dal porto di Scoglitti per arrivare a Marsiglia, l’origine della storia vinicola della mia famiglia Jacono. Così la bottiglia è il frutto di un progetto lento e grande, che dalla terra e dal vigneto cresce e produce l’uva che si trasforma in vino messo in bottiglia, messaggera a sua volta della storia di un luogo, in viaggio su rotte sempre diverse, lungo il quale incontra luoghi e culture e li avvicina. Il mio amore per la musica ha portato Valle dell’Acate verso Music Fund. Ora Music Fund mi riporta al mare: musica, mare, vino sono i miei grandi amori, capaci di placare il mio animo e di contrapporsi a una vita sempre in movimento. Sono i simboli della lentezza e della pazienza necessari per portare a compimento un grande progetto.

Nell’articolo comparso su “Amadeus”, autorevole periodico di cultura musicale, racconta che “Il vino contiene messaggi: è storia di luoghi e di persone. È gioia, convivialità e soprattutto condivisione. E qualcosa di simile lo ritrovo anche nella musica…”. È una definizione che mi è particolarmente cara, sia perché è il motto del mio sito, “Storie di vino, storie di persone, storie di luoghi”, sia perché il vino come elemento di condivisione e inclusione tra le persone è un mio chiodo fisso. Questo suo accostamento tra vino e musica, mi ha fatto venire in mente il lavoro che da anni viene fatto dal Festival Internazionale di Musica di Portogruaro, dove all’interno della sezione “Penombre”, che so, tra un laboratorio di Quirino Principe e uno di Giovanni Bietti, una cantina ha la possibilità di presentare e far degustare, ad un pubblico non necessariamente di conoscitori, i propri di vini. Trovo che sia un modo particolarmente interessante di approcciare al consumatore, diverso vivaddio, dai soliti banchetti presenti alle innumerevoli manifestazioni di settore, che ne pensa?

67100866_10157729846101416_9151704833869217792_nHo sempre pensato il mio vino come un progetto ampio che racchiudesse la vita stessa, la mia vita, che ho sempre desiderato piena di progetti che spaziano verso tutto ciò che di bello ed emozionante la vita può darti e che io potevo restituire   alla vita e alle generazioni che verranno, perché credo che il vero valore di un imprenditore sia ciò che lascia come messaggio a chi verrà dopo. I vini Valle dell’Acate sono e sono stati partner di musica, cibo, moda, design, senza mai allontanarsi dalla loro essenza che è la terra e il territorio da cui provengono, di cui sono espressione di identità e carattere. È ovvio a dirsi con una ricerca di qualità sempre alta, una intransigenza in questo che mi contraddistingue nel carattere. Tra questi la mia attenzione primaria va al cibo e vino come matrimonio perfetto e quindi voglio risaltare il mio progetto di accoglienza.
“The House of Pairing” nasce dalla convinzione che la tavola sia la “scena” perfetta per degustare i vini. Conosciamo tutto di un vino, siamo in grado di realizzare la ricetta di un piatto ma sono pochi a saper abbinare il giusto vino a un cibo. È a tavola, assaggiando cibi buoni e intrattenendosi in piacevoli conversazioni, che il vino rilascia tutto il suo carattere e dà prova della sua qualità. E sono queste le ragioni che mi hanno portato a inaugurare nella Casa del Gelso, nel cuore delle storiche palmento e dispensa di Valle dell’Acate, l’innovativo format “The House of Pairings”. Qui, con una buona dose di esperienza e cultura, ho immaginato, grazie al sapiente supporto di Davide Di Corato, tante proposte incentrate sull’associazione dei vini ai piatti, un modo per esaltare le straordinarie materie prime che la Sicilia ci regala identificando i giusti abbinamenti. Qui, cucinerò in prima persona i piatti che negli anni ho messo a punto per i nostri vini, e sarò affiancata da Davide nelle degustazioni verticali, mentre sarà lui a condurre i corsi veri e propri. Ad ogni modo, i nostri ospiti potranno vivere un’esperienza unica, all’insegna della tradizione, del gusto e dell’autenticità della nostra terra e dei suoi prodotti. Tre parole per sintetizzare la mia vita nel vino: euforia, futuro, qualità. E ricerca continua di un’emozione. La stessa che oggi scelgo di ricreare con questo progetto di accoglienza: una casa dal sapore della tradizione, della memoria, della famiglia. Per questo, ho deciso di valorizzare l’azienda e il territorio circostante aprendo un’attività ricettiva nel cuore della Cantina, un luogo immerso nella natura che, una volta completo, conterà fino a 10 posti. Accanto alla Dispensa e al Palmento che ospitano le degustazioni e gli eventi per gruppi di persone, ho aperto agli ospiti la prima porzione della dimora dove, in un unico corpo, si sviluppano in linea, seguendo il ritmo vitale dello svolgersi di una giornata, la cucina, la sala per la colazione, il pranzo e le degustazioni, il salotto e una camera da letto. Si realizza così il sogno di soggiornare nei vigneti del Cerasuolo, dove poter apprezzare da vicino le produzioni di un’azienda ma da dove partire per scoprire le meraviglie della provincia di Ragusa. Nei vini di Valle dell’Acate è racchiusa l’essenza della “mia” Sicilia, quella autentica, incontaminata, che desidero far conoscere a tutti: appassionati e neofiti dell’enologia, della terra, dei viaggi. Perché ogni calice porta in sé un messaggio di cultura e di storia, la propria ma anche quella di chi incontra. Ed ecco che le culture si fondono, si incontrano, e il vino attorno ad un tavolo predispone gli animi alla accoglienza e alla conoscenza reciproca. Niente può essere più bello di condividere una tavola con un buon vino in   abbinamento al suo piatto.

Gaetana, non posso esimermi dal chiederle notizie sui progetti ai quali sta lavorando, sia nel mondo del vino ma anche in altri ambiti e, ovviamente, sulla vendemmia 2019 a Vittoria.  

11695809_10154054386201416_7862395490321475751_nIl 2018 segna contemporaneamente il punto di arrivo e il punto di svolta e posso dire che il sogno che perseguo con tenacia da vent’anni prende forma manifesta. Sogno che potrei sintetizzare nel trionfo del Cerasuolo di Vittoria. Insieme a Carlo Casavecchia, l’enologo piemontese capace di far suonare al meglio le corde dei vitigni autoctoni siciliani, abbiamo finalmente, dopo 5 anni di, in cantina, presentato la prima annata di “Iri da Iri”, il Cerasuolo di Vittoria Cru Docg, espressione di una sola vigna, dell’Altopiano Bidini Soprano. Un vino che conferma la nostra convinzione, mia e di Casavecchia, che il Cerasuolo può essere un vino di lungo invecchiamento. E ancora, tutti gli 80 ettari di vigneto di proprietà di Valle dell’Acate, in mano alla famiglia Jacono da sei generazioni, sono definitivamente certificati biologici. Caratterizzati da 7 terre di diversa tipologia e struttura, si estendono tutt’attorno al vecchio “palmento e alla dispensa”, testimoni architettonici della lunga storia della mia famiglia, esperta conoscitrice e promotrice del Frappato e del Cerasuolo di Vittoria. 7 diverse terre che regalano unicità e identità ai vini, inconfondibili nella loro espressione più pura, cercata con integrità. Un’azione costante di valorizzazione del territorio, anche attraverso la scelta responsabile dell’eco-sostenibilità. Tutte le nostre scelte sono green: dalla produzione all’accoglienza nella casa del gelso (the house of pairing). Ho voluto spiegare cosa è successo nel 2018 per delinear i miei progetti futuri. La mia mission sarà quella di fare conoscer il Cerasuolo al grande pubblico, un vino antico ancora oggi non apprezzato dai giovani, al quale sono certa piacerebbe essendo moderno, di facile abbinamento. Lo farò attraverso il territorio, creando ancora di più occasioni di accoglienza, la Sicilia cresce in questo senso e crescerà sempre di più, il veicolo sono i turisti, messaggeri del valore e del sapore dei luoghi che visitano. Lo farò, spero unita agli altri produttori di Cerasuolo di Vittoria Docg del territorio, attraverso il Consorzio, con progetti di valorizzazione delle contrade che ne esaltano le caratteristiche peculiari di ogni Cerasuolo, nato in diversi luoghi all’interno del territorio. Un’attenzione in più avrò verso il Classico, Cerasuolo di Vittoria Docg che si produce a Ragusa, Acate, Comiso e Vittoria. La denominazione Classico non è ancora così conosciuta e valorizzata. Nel frattempo, Valle Dell’Acate è biologica nei vigneti dal 2018 e dal 2019 anche in cantina, e così si sta componendo il cerchio di una azienda green a tutto tondo, nell’ambito di un disegno più ampio di innovazione che ogni giorno si delinea maggiormente nella mia testa e orienta le mie scelte, senza dimenticare mai che siamo in prestito su questa terra e quando restituiamo dovremmo farlo avendo dato valore a ciò di cui abbiamo fruito.

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Elena e Fausto Zeni

Elena e Fausto Zeni

Sostenibilità, parola spesso abusata ma densa di significati profondi se non si riduce a essere termine astratto e, soprattutto, se considerata nella sua accezione più completa ed evoluta, che non si limita al solo aspetto ambientale ma racchiuda in sé, sinergicamente, la dimensione economica e quella sociale. In due giorni di permanenza presso la cantina Zeni 1870 a Bardolino non ho mai sentito uscire dalla bocca di Elena Zeni o di suo fratello Fausto la parola sostenibilità, eppure è una delle realtà vinicole tra le più vicine alla sostenibilità intesa in senso ampio che mi sia mai capitato di visitare. Certo, l’ impegno per una gestione a basso impatto ambientale in vigna, l’eliminazione di prodotti di sintesi chimica a vantaggio di rame e zolfo, l’impiego di tecnologie mirate per ridurre in maniera significativa l’uso di prodotti enologici, come ad esempio l’anidride solforosa, afferiscono alla sfera ambientale; ma quello che più mi ha colpito della Cantina Zeni è stata l’idea di sostenibilità sociale intesa come la possibilità che ciascun dipendente/collaboratore possa esprimere le proprie potenzialità in un contesto dove il lavoratore è visto come risorsa indispensabile per il successo della azienda stessa, il famoso capitale umano. Scontato? Non credo proprio di questi tempi, e ripeto, tutto questo senza nessuna ostentazione da parte della famiglia Zeni, ma percepibile a pelle semplicemente parlando con le persone. Questione di stile quindi, che inevitabilmente si riflette in tutti i progetti dei fratelli Zeni: da GO, la galleria olfattiva, al Museo del vino (uno dei primissimi in Italia), all’enoturismo che ha superato le centomila presenze l’anno in cantina e ovviamente e soprattutto nel vino.

La galleria olfattiva

La Galleria Olfattiva

GO è la prima Galleria Olfattiva in Italia dedicata unicamente al vino, nasce da un’idea di Elena Zeni su progetto dello scenografo Mattia Cussolotto e degli architetti Simone Spiritelli e Carlo Fantelli, ed è una vera e propria galleria, semibuia, dove, attraverso un percorso a salire ed accompagnati dalle note di un brano musicale che aiuta la concentrazione, si cerca di riconoscere, scomposto in 14 cofanetti, il bouquet di due vini.  Si tenta per l’appunto e un naso tutto sommato distratto come il mio ne ha indovinati solo 5. Se pensate di vincere facile, è una sfida che vale la pena raccogliere, c’è di che divertirsi. La responsabile della scomposizione olfattiva dei vini di Zeni in profumi è la creatrice di fragranze Paola Bottai che presto sarà costretta ad assicurare il suo preziosissimo naso alla Lloyd’s di Londra.

67545218_10216979977525355_4546330836818984960_nIl Museo del vino Zeni 1870 nasce invece dall’intuizione di Nino Zeni (il papà di Fausto, Elena e Federica). È il 1991 quando Nino inizia ad allestire un ambiente che possa raccogliere strumenti antichi e recenti, esempi di innesti e coltivazione che raccontano l’evoluzione del rapporto tra il vino e chi lo crea. Oggi è suddiviso in cinque aree tematiche, ognuna dedicata ad un aspetto diverso delle fasi produttive, dal trattamento delle piante alla raccolta, dalla trasformazione dell’uva all’imbottigliamento, il Museo del vino è visitabile gratuitamente.

E poi il vino. Zeni produce un milione di bottiglie tra Valpolicella, Valpolicella Superiore, Valpolicella Ripasso, Amarone, Recioto, Bardolino, Bardolino Chiaretto, Lugana, Soave con il 50% della produzione concentrata nella DOC Valpolicella, il 30% nella DOC Bardolino, il 15% nella DOC Lugana e il 5% nella DOC Soave. Ci sono vini di Zeni1870, soprattutto nella selezione FeF, acronimo derivante dai nomi di Federica, Elena e Fausto, di valore assoluto, che meritano una finestra di approfondimento dedicata, ma questa è un’altra storia.

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