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Elena e Fausto Zeni

Elena e Fausto Zeni

Sostenibilità, parola spesso abusata ma densa di significati profondi se non si riduce a essere termine astratto e, soprattutto, se considerata nella sua accezione più completa ed evoluta, che non si limita al solo aspetto ambientale ma racchiuda in sé, sinergicamente, la dimensione economica e quella sociale. In due giorni di permanenza presso la cantina Zeni 1870 a Bardolino non ho mai sentito uscire dalla bocca di Elena Zeni o di suo fratello Fausto la parola sostenibilità, eppure è una delle realtà vinicole tra le più vicine alla sostenibilità intesa in senso ampio che mi sia mai capitato di visitare. Certo, l’ impegno per una gestione a basso impatto ambientale in vigna, l’eliminazione di prodotti di sintesi chimica a vantaggio di rame e zolfo, l’impiego di tecnologie mirate per ridurre in maniera significativa l’uso di prodotti enologici, come ad esempio l’anidride solforosa, afferiscono alla sfera ambientale; ma quello che più mi ha colpito della Cantina Zeni è stata l’idea di sostenibilità sociale intesa come la possibilità che ciascun dipendente/collaboratore possa esprimere le proprie potenzialità in un contesto dove il lavoratore è visto come risorsa indispensabile per il successo della azienda stessa, il famoso capitale umano. Scontato? Non credo proprio di questi tempi, e ripeto, tutto questo senza nessuna ostentazione da parte della famiglia Zeni, ma percepibile a pelle semplicemente parlando con le persone. Questione di stile quindi, che inevitabilmente si riflette in tutti i progetti dei fratelli Zeni: da GO, la galleria olfattiva, al Museo del vino (uno dei primissimi in Italia), all’enoturismo che ha superato le centomila presenze l’anno in cantina e ovviamente e soprattutto nel vino.

La galleria olfattiva

La Galleria Olfattiva

GO è la prima Galleria Olfattiva in Italia dedicata unicamente al vino, nasce da un’idea di Elena Zeni su progetto dello scenografo Mattia Cussolotto e degli architetti Simone Spiritelli e Carlo Fantelli, ed è una vera e propria galleria, semibuia, dove, attraverso un percorso a salire ed accompagnati dalle note di un brano musicale che aiuta la concentrazione, si cerca di riconoscere, scomposto in 14 cofanetti, il bouquet di due vini.  Si tenta per l’appunto e un naso tutto sommato distratto come il mio ne ha indovinati solo 5. Se pensate di vincere facile, è una sfida che vale la pena raccogliere, c’è di che divertirsi. La responsabile della scomposizione olfattiva dei vini di Zeni in profumi è la creatrice di fragranze Paola Bottai che presto sarà costretta ad assicurare il suo preziosissimo naso alla Lloyd’s di Londra.

67545218_10216979977525355_4546330836818984960_nIl Museo del vino Zeni 1870 nasce invece dall’intuizione di Nino Zeni (il papà di Fausto, Elena e Federica). È il 1991 quando Nino inizia ad allestire un ambiente che possa raccogliere strumenti antichi e recenti, esempi di innesti e coltivazione che raccontano l’evoluzione del rapporto tra il vino e chi lo crea. Oggi è suddiviso in cinque aree tematiche, ognuna dedicata ad un aspetto diverso delle fasi produttive, dal trattamento delle piante alla raccolta, dalla trasformazione dell’uva all’imbottigliamento, il Museo del vino è visitabile gratuitamente.

E poi il vino. Zeni produce un milione di bottiglie tra Valpolicella, Valpolicella Superiore, Valpolicella Ripasso, Amarone, Recioto, Bardolino, Bardolino Chiaretto, Lugana, Soave con il 50% della produzione concentrata nella DOC Valpolicella, il 30% nella DOC Bardolino, il 15% nella DOC Lugana e il 5% nella DOC Soave. Ci sono vini di Zeni1870, soprattutto nella selezione FeF, acronimo derivante dai nomi di Federica, Elena e Fausto, di valore assoluto, che meritano una finestra di approfondimento dedicata, ma questa è un’altra storia.

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foto locatelliRovistando nei cassetti polverosi dell’antica mobilia di Villa Locatelli, Marta Locatelli, l’attuale proprietaria della Tenuta, si è imbattuta in alcuni scritti che a prima vista avevano le sembianze di banalissime lettere commerciali datate 1971 e 1972. Una scoperta che lì per lì non suscita particolari entusiasmi, ma poi Marta legge più a fondo: “Egr. Sig. Aldo Locatelli, a seguito sua lettera scritta a Milano alla mia ditta, è stata mia premura di mettermi in contatto telefonico con lei […] le spedisco pertanto un catalogo con il relativo prezzo del nostro Bollinger e ancora: “Riscontriamo la stimata Sua del 19 corr. e Le comunichiamo di mettere in sdoganamento le 12bt. Champagne KRUG P.C.B.R. da Lei cortesemente ordinate, che le cederemo al prezzo di L. 4.800. = cad. […] e ancora dalla Guido Berlucchi & C.: “Siamo lieti di rispondere alla pregiata Sua del 22.11.71. Qui allegato le rimettiamo un ns. listino prezzi […] La nostra azienda produce i seguenti tipi di vino: Pinot di Franciacorta naturale, vino bianco secco, Pinot di Franciacorta spumante in 4 versioni, ecc. Marta intuisce che l’acquisto di alcuni Champagne e di spumanti Metodo Classico italiano altro non erano che “materiale” da studio per la produzione dello spumante di Angoris che sarebbe iniziata nel 1973. Marta in un lampo si convince che questo è un ottimo spunto per organizzare una degustazione alla cieca, andando a recuperare i vini con cui “studiava” Aldo Locatelli, aggiungendo qualche Metodo Classico del Friuli-Venezia Giulia, giusto per fare anche il punto sullo stato dell’arte della qualità delle bolle indigene compreso, Ça va sans dire, il 16 48, lo spumante Metodo Classico di Tenute di Angoris.

6 I vini degustatiLa degustazione, grazie alla presenza dello storico del vino Stefano Cosma, è anche l’occasione per ricordare e ricordarci che la tradizione spumantistica del Friuli-Venezia Giulia non è nata ieri. Citano alcuni scritti che correva il 1853 quando un produttore di Gorizia portava ad una esposizione internazionale la sua Ribolla Sciampagna o ad uso Champagne. Nel 1857 il Governo di Vienna emanava l’esenzione dal dazio per il vino spumante, purché venduto in partite di almeno cinquanta bottiglie. Nel 1866 si scrive di vini spumanti sul periodico della Società agraria di Gorizia, con una spiegazione del metodo di vinificazione (senza il dégorgement, cioè senza togliere i lieviti, perciò rimanevano torbidi). Nel 1872 sul periodico L’Isonzo si parla di un assaggio così descritto: su 195 vini, 7 sono spumanti, di cui uno da uve di Refosco.

Certo, il 1670 e l’Abazia di Hautvillers vengono molto prima, ma un minimo di blasone il Friuli-Venezia Giulia può vantarlo direi.

La degustazione

Va fatta una premessa. È vero che la tradizione spumantistica del Friuli-Venezia Giulia risale alla seconda metà dell’Ottocento, quindi magari si potrebbe arrivare a dire che ha radici più profonde rispetto ad altre zone spumantistiche italiane più titolate, ma è anche vero che il Metodo Classico fatto in Friuli-Venezia Giulia non potrà mai conquistare fette di mercato importanti. Alcuni produttori si dilettano con le bollicine giusto per completare il loro catalogo, che poi facciano spumanti di grande livello è un altro discorso, ma non esiste la cosiddetta “massa critica”. Il discorso potrebbe essere diverso per la Ribolla Charmat, ma non voglio addentarmici, al momento non mi pare abbia trovato una strada definita, eccezione fatta per due produttori, che a ben guardare, utilizzano un sorta di metodo di produzione tutto loro: il Metodo Collavini, uno Martinotti-Charmat con tempi e tecniche riservate al Metodo Classico per la Ribolla di Collavini e il Brut Nature “R_B_L__” de i Clivi che non è né Metodo Classico né Charmat, ovvero senza nessuna seconda rifermentazione.

Bene, detto questo, come diavolo si sono posizionati queste Bollicine Metodo Classico del Friuli-Venezia Giulia?

64977125_10216779042142096_5423695417332203520_nLa batteria prevedeva la degustazione, rigorosamente alla cieca e nell’ordine di servizio così come scritto, questi vini:

Gran Cuvée dell’azienda Villa Parens (Friuli-Venezia Giulia), Brut Rebolium Sinefinis dell’azienda Gradis’ciutta (Friuli-Venezia Giulia e Slovenia), Sedici Quarantotto della Tenuta di Angoris (Friuli-Venezia Giulia), Gran Cuvée Blanc de Noir dell’azienda Travaglino (Oltrepò Pavese), Franciacorta ’61 Nature dell’azienda Guido Berlucchi, Cava Brut Reserva Heredad della Segura Viudas (Spagna), Champagne Brut Special Cuvée Bollinger e Champagne Brut Grande Cuvèe 166eme Edition Krug.

Diciamo che ne sono usciti complessivamente bene, tra gli italiani, tutto sommato, non ho trovato grandi distanze. Certo è che non dobbiamo cadere nell’errore, abbastanza puerile, di mettere i friulani a confronto con il trittico finale: Reserva Heredad, Bollinger e Krug 166eme Edition, siamo su pianeti diversi. I friulani sono però vini di buona- ottima fattura, oltre a quelli degustati, mi vengono in mente anche il Talento Brut etichetta oro di Pittaro o il Blanc de Blancs Brut di Marco Felluga, per esempio. I friulani hanno un’identità definita, spiccano per acidità e sapidità con note floreali in bella evidenza. Sono convinto anche che, in generale, una maggiore sosta sui lieviti attenuerebbe qualche spigolosità e donerebbe più in carattere.

Dopo la degustazione, a tavola, Marta Locatelli, ha presentato ai convenuti l’anteprima della nuova annata dello Spìule Chardonnay 2017 Riserva Giulio Locatelli e i pianeti, magicamente, si sono riallineati; qui il vino di Angoris e i Colli Orientali non temono nessuno, alla cieca anche il degustatore più scafato potrebbe avere qualche sorpresa, prendendo un clamoroso granchio sul luogo di provenienza.

 

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Angiolino Maule

Angiolino Maule

Angiolino Maule, carisma e presenza. L’ho studiato a fondo durante i 3 giorni del Simposio di Vinnatur a Villa San Fermo. Dietro gli occhiali, la sua magrezza e il volto scavato, mi è parso di notare una certa somiglianza fisica con Pasolini. La conoscenza di Angiolino lascia indubbiamente il segno, eppure, se ripenso a quest’ultima decade passata a bere vino, le sue bottiglie non erano nella mia lista dei desideri. Complice un approccio decisamente non riuscito giusto dieci anni fa al suo banchetto a VinNatur, credo ci fosse sua moglie Rosa in postazione; forse una giornata sbagliata da entrambe le parti, assaggi frettolosi e la scintilla non scocca. Per tutto questo tempo di scorribande vinicole la figura di Angiolino è sempre rimasta sullo sfondo, certo la consapevolezza del suo essere icona c’è sempre stata, non potrebbe essere diverso se sei davvero appassionato di vino. Poi la vita è strana e capita che per tre giorni, tranne le ore di sonno, ci sto praticamente sempre con Angiolino. Una sorta di corso di recupero intensivo di vini e vignaioli perduti. Ho la possibilità di sentirlo raccontare pezzi di storia del vino italiano che sono passati gioco forza anche da Montebello Vicentino, lui è uno diretto, senza maschere e capisci che vi siete sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda quando si lascia andare al racconto di ricordi personali e questioni familiari molto intime e tu devi farne solo tesoro.  61428809_10216626544409748_3055370705660018688_nAl Simposio di VinNatur 2019 ovviamente si è degustato ma si è anche molto discusso e riflettuto. Preferisco chiamarlo Simposio, dal greco syn + pìnein, bere insieme, il vino come atto collettivo e non Workshop perché il termine inglese non rende la bellezza di quello che è stata la tre giorni di Lonigo. Due batterie di degustazione con 15 vini ciascuna al mattino e al pomeriggio intervallate da seminari tecnici e momenti di confronto, una delle occasioni di più ad alta valenza formativa a cui mi sia capitato di partecipare. Incredibile, più di 1600 caratteri e non ho ancora nominato le parole “vino naturale”; sì perché la 3 giorni di Villa San Fermo è stata organizzata da VinNatur, sicuramente con l’intento di far conoscere in maniera più approfondita gli intenti dell’Associazione, ma, soprattutto, per fare il punto sullo stato dell’arte in cui si trovano i vini degli associati che si definiscono, con il termine, invero molto discusso e discutibile “naturali”. Non mi ha mai appassionato la querelle tra naturalisti e convenzionali, ho sempre preferito un approccio laico alla bottiglia che avevo davanti, persuaso che un vino debba distinguersi per la sua bontà e per le suggestioni che sa regalare a chi lo beve. Certo poi parole come salubrità, sostenibilità, etica, trasparenza, dovrebbero stare a cuore a tutti coloro che fanno vino e che ovviamente non potranno mai appartenere alla schiera degli “industriali” ma possono certamente appartenere a coloro che, spesso semplificando, vengono indicati come convenzionali; mi vengono in mente un bel po’ di produttori che amo in ogni parte d’Italia.

Le sessioni di degustazione

Come dicevo sopra il Simposio di VinNatur 2019 è stata una grande occasione di crescita e di confronto, con la possibilità di riflettere davvero su quanto si stava degustando, lontano dal frastuono delle fiere, in un gruppo ridotto di degustatori, 13 in tutto, provenienti da Italia, Germania, Slovenia, Irlanda, Francia, Inghilterra e Islanda.

Diciamo subito che nell’assaggio alla cieca, al quale ho cercato di approcciarmi immune da ogni pregiudizio e, ripeto, nella maniera più laica possibile, i vini dei produttori dell’Associazione VinNatur escono con giudizi molto positivi, con punte di eccellenza assoluta. Ovviamente non è mancata qualche puzzetta o la volatile al limite del difetto, ma sono state eccezioni giusto per confermare la regola.  La scheda di degustazione, oltre alla canonica assegnazione di punteggio per vista, olfatto, gusto e valutazione complessiva, declinata in dettaglio con una serie di sotto voci per ciascuna categoria, consentiva di esprimere delle brevi considerazioni partendo dal semplice presupposto che il vino ci fosse piaciuto o meno.  Su 115 vini degustati il 67% mi sono piaciuti, il 27% non mi sono piaciuti, il 6% (7 vini) avevano difetti evidenti.

61557957_10216626533809483_3359497911120429056_nDi VinNatur mi piace l’approccio scientifico, non è una congrega di terrapiattisti per intenderci. Stanno facendo un grande lavoro con il team di ricerca “Vitenova vine wellness” per la parte di studi che riguarda la microbiologia del suolo e di tutto l’ecosistema vigneto. Ma non solo, la ricerca va anche nella direzione di ridurre la dipendenza da rame e zolfo per esempio. Per diventare soci di VinNatur è necessario applicare integralmente il Disciplinare di produzione “vino VinNatur”che contiene al suo interno indicazioni a cui bisogna attenersi per la conduzione del vigneto e per le pratiche di cantina. C’è però una cosa che distingue VinNatur da tutte le altre associazioni che afferiscono la sfera del vino così detto “naturale” ed è che il vino prodotto dai soci di VinNatur deve essere esente da ogni tipo di pesticida. La garanzia è data dalle analisi che ogni anno l’Associazione effettua sui vini di tutti i viticoltori associati. Trovo dirompente questa presa di posizione, una sorta di linea di demarcazione che caratterizza in maniera netta e distintiva l’Associazione VinNatur e che merita di essere comunicato con tutta l’enfasi possibile al consumatore che oggi rischia di smarrirsi nel variopinto mondo del vino “naturale”.

 

La top undici

Fratelli Barale – Barolo 2015

Azienda Agricola Musto Carmelitano – Pian del Moro 2013

Domaine Puech Redon – Apparente Blanc 2017

Chateau Pascaud Villefranche – Sauternes 2015

Azienda Agricola Tiberi David – “Vino Cotto Stravecchio” 2006

Dos Tierras Società Agricola – “Perpetuum Pre British” 2011

Reyter – “Schiava” 2016

Vini San Nazario – “Pra’ dei Mistri” 2017

Col Tamarie – “Col Tamarie bio”

Azienda Agricola Stana Rebuli Renzo – “Capodieci Il Macerato”

Domaine de Courbissac – “Roc du Pière” Minervois 2015

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60469284_10216521321459240_4740397658483458048_nCarso, terra fatata, terra incantata, terra aspra, terra senza terra, meraviglia di colori ineguagliabile in autunno, terra di sangue e di guerra, terra di vento che taglia, terra d’amore. Carso trincea, Carso campo di battaglia, Carso che custodisce nella sua pancia a Redipuglia le spoglie di oltre centomila caduti in quello che è il più grande monumento dedicato alla follia umana ma al tempo stesso straordinario luogo laico di meditazione e di paradossale inno alla vita. Carso (Kras in Sloveno) è roccia calcarea, qui c’è poca terra, la trovi solo nelle Doline, se vuoi impiantare un vigneto, la devi trasportare la terra, la devi inventare la vigna, ed è una fatica immane. E poi l’amata bora, un vento strano, raffiche fortissime e micidiali, intervallate a calma di vento, purificante e inebriante però, Bora che asciuga l’aria e crea un microclima unico. E proprio per la sua unicità geologica, storico-culturale e naturalistica, i carsolini hanno sentito la  necessità di valorizzare un territorio così straordinario attraverso l’attuazione del progetto del Geoparco. Il 18 febbraio 2019  iniziava  ufficialmente  il percorso  di  progettazione  partecipata  teso  a  valorizzare la rete locale per il  geoturismo che farà da ponte  per il riconoscimento del futuro geoparco del  Carso Classico (Matični Kras) nella  Rete  Globale dei  Geoparchi. Si sono  susseguiti  5  appuntamenti di animazione territoriale  che  hanno coinvolto aziende, portatori d’interesse e protagonisti locali per l’adesione ad un modello identitario e valoriale e che ha visto, nella giornata del 17 maggio al Castello di Duino, il suo momento più importante dove tutti gli attori coinvolti e la stampa, locale e internazionale, hanno potuto scambiarsi proposte di sviluppo per il turismo dando un senso compiuto a tutto il lavoro fatto fino ad oggi.

556913_3713756176185_2077124715_nGeoparco: la rete GGN

Un Geoparco riconosciuto a livello internazionale è un territorio che possiede un patrimonio geologico particolare ed una strategia di sviluppo sostenibile; deve avere confini ben definiti e sufficiente estensione per consentire uno sviluppo economico efficace dell’area. Un Geoparco deve comprendere un certo numero di siti geologici di particolare importanza in termini di qualità scientifica, rarità, rilevanza estetica o valore educativo, il loro interesse può anche essere archeologico, naturalistico, storico o culturale. I siti devono esse collegati in rete e beneficiare di misure di protezione e gestione. Un Geoparco deve essere amministrato da strutture ben definite, capaci di rinforzare la protezione, la valorizzazione e le politiche di sviluppo sostenibile all’interno del proprio territorio, dovendo realizzare un impatto positivo sulle condizioni di vita dei suoi abitanti e sull’ambiente. Nell’ambito del Programma Internazionale Unesco delle Geoscienze e dei Geoparchi, questi vengono gestiti secondo un concetto olistico di protezione, educazione e sviluppo sostenibile al fine di aumentare la conoscenza e la consapevolezza del ruolo e del valore della geodiversità e per promuovere le migliori pratiche di conservazione, edizione, divulgazione e fruizione turistica del patrimonio geologico. In tal senso la rete GGN rappresenta insieme ai siti del Patrimonio Mondiale dell’Umanità e alle Riserve della Biosfera un insieme efficace di strumenti finalizzati a promuovere lo sviluppo sostenibile sia a livello globale che locale.

I 7 Valori del Geoparco del Carso

  • Collaborazione: «vogliamo imparare dalla storia e guardiamo al futuro»
  • Naturalità: «rimaniamo ciò che siamo: piccoli, naturali, artigianali»
  • Innovazione: «lavoriamo insieme tra pubblici e privati per gestire in maniera consapevole e partecipata, lo sviluppo dei servizi e l’innovazione di ogni tipo nel futuro geoparco»
  • Unicità e tutela: «valorizziamo la nostra essenza autoctona e le nostre varietà locali, Il carsismo nasce qui».
  • Sostenibilità: «dobbiamo sperimentarla e agirla concretamente»
  • Transfrontalierità: «siamo come il Carso, il Carso unisce persone e culture»
  • Accessibilità: «siamo facilmente raggiungibili»; «il geoturismo sia per tutti, anche per i meno fortunati»

 

Elenco degli operatori firmatari del manifesto di adesione (ultimo aggiornamento 17 maggio 2019)

Allevamento:

Az agricola Alture di Polazzo

Az agricola Antonič

Az agricola Kovac

rete allevatori landa carsica goriziana, ovvero:

Az agricola Kohišče

Az agricola Drejče

Az agricola Kovač

Az agricola Pri Cirili, Matej Ferfoglia

Az agricola Castelvecchio

Vino, olio, salumi e altro:

Bajta

Devetak Sara

Matej Skerlj

Parovel

Škerk

Api:

Pietro Lombardo

Farma Jakne

rete apicoltori landa carsica (16 apicoltori aderenti)

Turismo e ristorazione:

agriturismo Juna

agricampeggio Carso

agriturismo Kerin

associazione Alpe Adria Trail experience

cooperativa Curiosi di Natura

cooperativa Gemina

cooperativa Rogos

associazione S1 Trail ‘Corsa della Bora’

Lokanda Devetak

Cultura e territorio:

associazione Casa Cave

Studio Architetto Danilo Antoni

Cai Friuli Venezia Giulia

 

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Antonio e Francesco Intorcia

Antonio e Francesco Intorcia

Da qualche anno a questa parte, c’è un appuntamento che nella mia agenda di Vinitaly è sempre segnato tra gli irrinunciabili, per giunta con l’evidenziatore: la visita allo stand delle Cantine Intorcia nel Padiglione Sicilia. Lì trovo, sempre indaffaratissimo, Francesco Intorcia, l’uomo della provvidenza per il Marsala. È schietto Francesco e, nonostante la frenesia della Fiera veronese, riesce sempre a ritagliarsi uno spazio per fare quattro chiacchiere, evitando orpelli inutili che non appartengono al suo carattere. Il Marsala, grazie a visionari come lui, è rinato. Un vino che da vanto dell’enologia italiana nel mondo ha conosciuto l’oblio fino a divenire caricatura di se stesso; chi non ricorda le bottiglie di Marsala all’uovo nei supermercati? Francesco, una decina di anni fa, mette piede per la prima volta nella cantina di famiglia, assaggiando e riassaggiando le vecchie annate di Marsala, comprende di avere tra le mani un patrimonio dal valore inestimabile e nel 2010, con la benedizione di papà Antonio, si convince che è arrivato il momento di mettere in bottiglia le prime Riserve Intorcia del nuovo corso, reputando la vendemmia 1980 la più adatta per il nuovo progetto che ha in testa. 30712620_10213806661354434_8226529910072541184_n Nasce così il marchio Heritage, che dall’inglese traduciamo in eredità, intesa come patrimonio di una famiglia e di un territorio unico come Marsala.  A quel Marsala vendemmia 1980, uscito nelle tipologie Vergine, Dolce e Semisecco ha fatto seguito, per lo stesso millesimo la Riserva Superiore e successivamente la Superiore 1994, la Vergine e Superiore 2004, la Riserva Superiore 2012 e la Superiore Rubino 2014. La produzione Heritage comprende anche i vini IGT Vignemie Grillo e Perricone, il Nero d’Avola e il Grillo Perpetui ovvero con ricolmatura di una cuvée come selezione delle migliori annate. Francesco non si è fermato però al solo rilancio del Marsala ma ha voluto ricordare a tutti che il vino scoperto dal commerciante inglese John Woodhouse può anche essere un fantastico vino da aperitivo, ed è qui che sta il vero colpo di genio. Con la collaborazione dello Chef Peppe Agliano, l’Intorcia lo propone in abbinamento con il finger food: Pane Nero di Castelvetrano con burro di bufala e aringa, rosso d’uovo croccante su fonduta di Parmigiano Reggiano 48 mesi, tartàre di tonno con caprino e cipolla caramellata, tanto per fare qualche esempio. Mentre con il mago del gelato gourmet Stefano Guizzetti (Ciocco Lab) viene proposto in abbinamento con il gelato salato. 56532442_10216247124844496_501313517706543104_nA prima vista ci si muove su piani destabilizzanti ma poi le armonie che si creano nell’abbinamento del Marsala con il gelato di ricotta di pecora con bottarga e olio; al gelato di burro e alici sui crostini, sorbetto al ragù su pasta fritta e polvere di pomodorino disidratato (senza latte), oppure al gelato al gusto di brasato su un letto di polenta, ci fanno dimenticare la noia e godere all’inverosimile. Non è finita, ci sono i cocktail. Qui entra in gioco il Bar Manager Roberto Tranchida che tra un Negroni Heritage (Marsala Ambra Semisecco, liquore arance amare, bitter e London dry gin) uno Scent of Sicily (Marsala Superiore Oro, London Dry Gin, succo di pompelmo rosa, succo di limone e sciroppo di lamponi) e almeno altre 8 preparazioni, colloca il Marsala in una nuova dimensione, reiventando cocktail con l’aggiunta di una parte di sicilianità. In definitiva credo che Francesco Intorcia con il suo dream team stia giocando un ruolo determinante per il rilancio del Marsala, sdoganandolo dalla monotona consuetudine del vino da meditazione e facendolo riscoprire quale vino di grande classe, compagno di abbinamenti inusuali, innovativi, ma soprattutto unici.

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56862380_10216247058442836_9182525373156425728_nNiente botti di fine Vinitaly quest’anno. Nemmeno la provocazione di Oliviero Toscani: “Il vino del contadino fa schifo, per fare buone bottiglie bisogno andare contro natura”, ha avuto la consueta eco sulla stampa. I tempi stanno cambiando, il colosso Vinitaly non si fa scalfire più da nulla e vince su tutta la linea, in questo senso è illuminante l’articolo di Angelo Peretti “Fiere del vino da ripensare ma il modello è Vinitaly”. In realtà, i fuochi d’artificio, in stile Capodanno cinese, ci sono stati durante la manifestazione, grazie a tutta una serie di degustazioni che da sole valevano la partecipazione all’edizione 2019. Tra queste la verticale storica di Madame Martis. Considero Trentodoc il territorio più vocato per il metodo classico in Italia, lo penso da molti anni e dopo ripetuti assaggi ed è chiaro che in tale contesto si stagliano radiose alcune delle più importanti cantine italiane per la produzione di spumante, Maso Martis è tra queste e Madame Martis, 70% Pinot Nero, 25% Chardonnay (in barrique dalla vendemmia fino al tiraggio) e 5% di Meunier, è una bottiglia di pregio assoluto. Non c’ero nel 2008 al Merano Wine Festival per il debutto ufficiale della Madame 1999 ma c’ero due anni dopo, sempre a Merano, per la mini verticale delle annate 1999/2000/2001. 56344481_2710647185628431_788236815050997760_nQuasi un decennio dopo riassaggio i millesimi 1999 e 2001 a Vinitaly e mi vengono i brividi perché tanta vita è passata ma la bellezza della Madame è ancora intatta; la sboccatura è ovviamente la stessa come lo era come per quel sabato 6 novembre 2010, ovvero maggio 2008 per il millesimo 1999 e giugno 2010 per il 2001, qui il tempo ha fatto un lavoro incantevole, dimostrando ancora una volta che la qualità di un grande vino è direttamente proporzionale alla sua durata negli anni, bottiglie queste della Madame che lasciano davvero stupefatti. Oltre ai millesimi citati presenti in degustazione anche le annate 2003, 2005, 2007, attenzione però che “anche” non è una mera congiunzione, ciascuno di quei millesimi serba assaggi memorabili e poi ultima, ma non meno importante, la presentazione in anteprima dell’annata 2009, che prevedo premiatissima dalle Guide di prossima pubblicazione. Non voglio risultare troppo agiografico nei confronti di Roberta Giuriali e di suo marito Antonio Stelzer e comunque se così fosse poco me ne importa, amo questi vignaioli di razza, queste persone visionarie pronte a rischiare tutto per portare avanti la propria idea di vino, in questo caso di Metodo Classico con così lunghi tempi di affinamento sui lieviti e nel 1990 quando tutto è iniziato a Martignano non era né così semplice né così scontato. Unico cruccio il numero di bottiglie prodotte; parliamo, anzi parlavamo perché adesso sono davvero ridotte al lumicino, di 500/1000 bottiglie per le annate dalla 1999 alla 2007, consoliamoci però perché per l’annata 2009 per fortuna ce n’è qualcuna in più, 2680.

La foto delle bottiglie è di Alvise Barsanti.

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55931110_10216186591891210_1100835512790286336_oPer dirla con Vinicio Capossela de “Il ballo di San Vito”: “Terra di sud, terra di sud, terra di confine, terra di dove finisce la terra” e spesso inizia il mare continuerei io. Non c’è terra senza patimenti al sud, non c’è bellezza senza contraddizione, ma senza contraddizione non c’è vita. Ed è sempre la vitalità che emerge prepotente al Sud, ogni volta che ci arrivi, vitalità che inchioda qualunque animo, appena sensibile, a quei luoghi per sempre. Il mio Sud in questo caso è la Campania dell’incanto struggente della Costiera Amalfitana, di Villa Rufolo a Ravello, dei Campi Flegrei, del Rione Terra a Pozzuoli recuperato a nuovo splendore, dell’entroterra irpino. In questi scenari strabilianti si è svolta l’edizione 2019 di Campania Stories, la manifestazione, organizzata da Miriade & Partners, che presenta agli operatori di settore le nuove annate dei vini campani. In realtà l’intento più profondo è quello di unire, attraverso un unico filo conduttore, lo sterminato patrimonio naturalistico, artistico, culturale ed enogastronomico della Campania Felix. Unica logica questa che permette di generare un sistema turistico vincente e lo straordinario vino di queste terre ne è degno corollario. 55875291_10216186636092315_3418813625681313792_oMa com’è allora nel bicchiere questo millesimo 2018 delle principali denominazioni campane? L’annata 2018 si è caratterizzata per condizioni molto complicate con un inverno mite nei primi mesi dell’anno e una quantità di piogge record concentrate nella stagione primaverile. Inusuali sono state le punte di caldo estremo alternate a forti precipitazioni che hanno creato condizioni di umidità molto elevata, segni evidenti di una “tropicalizzazione del clima”. Annata in definitiva non semplicissima, con qualità disomogenea e vendemmia più difficile per le uve rosse più tardive, rispetto alle uve a bacca bianca, aspetti che si sono rivelati poi anche negli assaggi. Per quanto riguarda i vini bianchi, l’annata 2018, nel complesso dei campioni degustati, si presenta di ragguardevole livello con importanti prospettive di invecchiamento, ho apprezzato particolarmente i bianchi del Vesuvio e i bianchi a base Falanghina, ma è per i bianchi a base Greco e per i Campi Flegrei che ho preso una vera e propria sbandata.55614104_10216186644092515_6975908018424643584_o Naturalmente la valutazione cresce esponenzialmente con assaggi di annate con qualche anno sulle spalle a riprova che i grandi vini bianchi dimostrano tutta la loro grandezza con il passare del tempo e in questo senso ho assaggiato dei vini davvero notevoli. Discorso diverso per i rossi, che nel complesso degli assaggi sono risultati meno impattanti dei bianchi, spesso in cerca di una identità precisa. A questo punto verrebbe facile pensare che la Campania sia terra d’elezione per i vini bianchi ma sarebbe un clamoroso errore di valutazione. Ci sono due straordinari vitigni, il Piedirosso e l’Aglianico che non si sono ancora espressi in tutta la loro potenzialità e per quanto possa sembrare strano, la viticultura di qualità in queste zone è di recente impostazione, pertanto nel corso dei prossimi anni sentiremo molto parlare dei vini rossi dell’area dei Campi Flegrei e del Vesuvio  per il Piedirosso e dell’Aglianico del Taburno (beneventano) e del Taurasi (Irpinia), come tra i più importanti d’Italia, vini che per altro, già oggi, e ci mancherebbe, possiamo apprezzare in bottiglie di grande pregio.

Gli assaggi

Gli assaggi si sono svolti rigorosamente alla cieca. Presenti per i vini bianchi 123 campioni: vini spumanti, bianchi mono varietali e blend misti, bianchi del Vesuvio, bianchi Costiera amalfitana, bianchi, bianchi a base di Falanghina, bianchi a base Fiano, bianchi a base Greco. Tra i migliori assaggi: Casa Setaro Caprettone Spumante Metodo Classico Pietrafumante 2015, Contrade di Taurasi Campania Bianco Grecomusc’ 2016, Bosco De’ Medici Pompeiano Bianco 2018, Villa Dora Lachryma Christi del Vesuvio Bianco Vigna del Vulcano 2014, Cuomo Marisa Costa d’Amalfi Furore Bianco Fiorduva 2017, Villa Matilde Falerno del Massico Bianco Vigna Caracci 2015, Torre a Oriente Falanghina del Sannio Biancuzita 2016, Agnanum Campi Flegrei Falanghina 2017, La Sibilla Campi Flegrei Falanghina Cruna de Lago 2016, Astroni Falanghina Campania Strione 2016, Tenuta Sarno 1860 Fiano di Avellino 2017, Petilia Fiano di Avellino APE 2016, Vigne Guadagno Fiano di Avellino Contrada Sant’Aniello 2015, Ferrara Benito Greco di tufo Vigna Cicogna 2017, I Favati Greco di Tufo Terrantica 2017 e Capolino Perlingeri Sannio Greco Vento 2014

55658689_10216186644972537_9104836114920767488_oPresenti per i vini rossi 114 campioni: vini spumanti e rosati fermi da Agianico, vini rosati e rossi frizzanti, rossi mono varietali e blend misti, rossi a base Piedirosso, blend rossi Vesuvio e Costiera amalfitana, rossi a base Casavecchia, rossi a basa Pallagrello nero, rossi a base Aglianico.  Tra i migliori assaggi: Martusciello Salvatore Penisola Sorrentina Gragnano Ottouve 2018, Astroni Campi Flegrei Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli 2015, Contrada Salandra Campi Flegrei Piedirosso 2015, Cuomo Marisa Costa d’Amalfi Furore Rosso Riserva 2015, Casa Setaro Lachryma Christi del Vesuvio Gelsonero 2014, Villa Dora Lachryma Christi del Vesuvio Forgiato 2011, Vigne Chigi Terre del Volturno Pallagrello Nero 2017, Nanni Copè Terre del Volturno Rosso R12 2012, Villa Matilde Falerno del Massico Rosso Riserva Vigna Camarato 2010, Torre a Oriente Aglianico del Taburno U barone 2012, Fontanavecchia Aglianico del Taburno Rosso Riserva Vigna Cataratte 2010, Di Meo Campania Rosso Don Generoso 2010, Antica Hirpinia Taurasi 2015, Petilia Taurasi 450V 2013, Il Cancelliere Taurasi Riserva Nero Né Riserva 201, Cobellis Massimo Aglianico Cilento Riserva Vigna dei Russi 2013, Viticoltori De Conciliis Paestum Aglianico 2001.

Rione Terra a Pozzuoli

56334708_10216186646412573_2592377843946094592_oLa Campania, si sa, è scrigno di tesori: paesaggistici, enogastronomici e non sto qui a scoprire l’acqua calda, ma tra questi c’è una vera meraviglia che credo non sia stata ancora portata all’attenzione che merita. Sicuramente Alberto Angela ne avrà già parlato in televisione, ma non in maniera così penetrante come è uso fare o forse mi è sfuggita la puntata, ad ogni modo andate tutti a visitare il Rione Terra a Pozzuoli, da solo vale il viaggio da dovunque veniate. ll Rione Terra di Pozzuoli è il cuore antico dei Campi Flegrei, non ha mai avuto nei secoli fasi di abbandono totali, è stato infatti occupato, dal 194 a.C. al 1970, anno in cui il Rione fu evacuato prima parzialmente e poi definitivamente a causa delle vicende del Bradisismo.

Il Rione è stato per lungo tempo oggetto di restauro e riqualificazione, insieme al percorso archeologico sottostante e, a partire dal 2014, è di nuovo aperto e visitabile.

Sotto la rocca di tufo sono celati i resti del primo nucleo abitativo della città, risalenti al II secolo a.C. Come spesso capita di vedere anche in alcune zone archeologiche di Napoli, al Rione Terra gli strati abitativi si sono sovrapposti nei secoli gli uni agli altri, formando un vero e proprio libro di storia.

Informazioni tratte dal sito:

https://www.napoli-turistica.com/rione-terra-pozzuoli/

 

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53643432_10216058670453254_3854222231735369728_nIl Chiaretto è l’antidoto al formalismo. Le parole sono di Mattia Vezzola, che oltre ad essere l’enologo di Bellavista è anche il titolare di Costaripa, azienda di Moniga del Garda che produce il Molmenti, incoronato nel 2018 dal Gambero Rosso come miglior Rosè d’Italia. Ho trovato folgorante questa definizione di Mattia Vezzola perché il Chiaretto, nelle sue definizioni migliori di Bardolino o Valtènesi, che sono molteplici, è soprattutto sostanza. Questo sicuramente emerge dagli assaggi di un’annata molto espressiva come la 2018, che ho avuto modo di testare alla recente Anteprima a Lazise, ma, soprattutto, dagli assaggi dei Chiaretto con qualche anno sulle spalle. Perché si, signori, non mi stancherò mai di ripeterlo, il Chiaretto non è propriamente un vino d’annata, da bersi subito, ma esprime tutta la sua forza dopo qualche anno di sosta in bottiglia. Ecco un altro luogo comune da sfatare; il Chiaretto, a patto che sia vendemmiato nel suo momento migliore, ovvero quando le uve hanno raggiunto la perfetta maturità fenolica, non è mai un vino facile dove per facile intendo banale, semplice, il famoso vino leggero per l’estate, il Chiaretto è tutt’altro. Si deve bere durante tutto l’anno ed è molto versatile negli abbinamenti, e smettiamola anche con la litania che il Chiaretto trova il suo abbinamento perfetto con la Pizza; sicuramente, ma questo vino non merita di essere banalizzato. Enotecari, ristoratori, liberiamoci dagli stereotipi e dalla noia, cominciamo a dare al vino rosa, termine più appropriato per definire il Chiaretto del Garda di rosato che invece a più senso in Puglia o in Calabria, il posto che merita nello scaffale e nelle carte dei vini, proponiamolo ai clienti al pari di un vino rosso o bianco. Non a caso la rivista statunitense Wine Enthusiast ha inserito, unica zona italiana, Il lago di Garda, la terra del Chiaretto e del Bardolino, tra le dieci destinazioni vinicole al mondo da vedere nel 2019. Risultato entusiasmate se si pensa che la Rosè Revolution è iniziata solo nel 2014.

 

Mattia Vezzola e Angelo Peretti

Mattia Vezzola e Angelo Peretti

Il Chiaretto di Bardolino 

Il Chiaretto di Bardolino o Chiaretto, ottenuto da uve Corvina Veronese utilizzata fino al 95% nell’uvaggio, fatta salva una quota minima del 5% di Rondinella, è un vino rosa chiaro prodotto sulle rive del Lago di Garda. Secondo la tradizione, le origini del Chiaretto risalgono al XIX secolo quando Pompeo Molmenti, avvocato e scrittore che aveva un vigneto sul lago di Garda, iniziò a produrlo. Era il 1896. Tuttavia, il più antico documento locale che menzionava la parola “Chiaretto” legata al vino è il vocabolario “Crusca Veronese” stampato a Verona 90 anni prima, nel 1806. Nel 1968 il bardolino Chiaretto fu tra le prime denominazioni in Italia a ricevere la DOC. Dalla vendemmia 2014, i viticoltori del Chiaretto hanno messo in atto la Rosè Revolution, conferendo al vino un colore rosa molto pallido, note più aromatiche e floreali ed una precisa identità, rivoluzione che è stata ampiamente premiata dal mercato internazionale.

Nel 2018 l’Assemblea dei Soci del Consorzio di tutela ha richiesto il riconoscimento di una doc autonoma per il Chiaretto di Bardolino, staccandolo dalla doc Bardolino, della quale faceva parte sin dall’approvazione del primo disciplinare, nel 1968.

  I numeri del Chiaretto di Bardolino

Soci del Consorzio Tutela del Chiaretto e del Bardolino. 1029 (795 viticoltori, 120 vinificatori, 114 imbottigliatori)

Estensione del vigneto della Doc: 2576 ettari, di cui 1000 ettari di Chiaretto

Bottiglie di Chiaretto prodotte nel 2018: 10 milioni

Resa per ettaro: 12 tonnellate

54436441_10216058668533206_3786682900343160832_nIl Chiaretto Valtènesi

Il Valtènesi Chiaretto, il cui vitigno principale è il Groppello con saldo, in ordine di importanza di marzemino, Barbera e Sangiovese è un autentico vino di territorio nato da una vocazione antica codificata nel 1986 dal senatore veneziano Pompeo Molmenti: poche ore di contatto tra il mosto e le bucce delle uve rosse seguito dal rito della svinatura notturna.

Il 14 febbraio di ogni anno, giorno di San Valentino, viene dedicato al dèblocage della nuova annata.

 I numeri del Chiaretto Valtènesi

Il Consorzio Valtènesi associa 96 produttori: due terzi dei quali sono imbottigliatori presenti sul mercato con proprio marchio, mentre un terzo della base sociale è composta da produttori di uva. La superficie vivata è di poco inferiore ai 1000 ettari di cui 800 destinati alla produzione di uve a bacca nera per la produzione di Chiaretto e rossi. La produzione complessiva di uva DOC è pari a circa 50 mila qli/anno, per una produzione di 32 mila ettolitri di vino. La capacità produttiva è pari a 4,6 milioni di bottiglie di cui attualmente sul mercato con la DOC arriviamo a 3,3 milioni. Alla produzione di vino rosa vengono destinati circa 25 mila quintali di uva, per un totale di 15 mila ettolitri di vino e circa 2 milioni di bottiglie in costante crescita.

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52006008_10215910436227491_4053857615938060288_oDi vitigni resistenti “italiani” se ne parla già da qualche anno e recentemente si è iniziato anche ad assaggiare qualcosa. Il Friuli Venezia Giulia, grazie alla lungimiranza dei Vivai Cooperativi Rauscedo, è terra d’elezione per questo importante progetto già a partire dal 1998 grazie ad un’attività di ricerca iniziata dall’Università di Udine. Nel 2006 entrano in gioco anche i Vivai Cooperativi Rauscedo (VCR) e l’Istituto di Genomica Applicata. L’obbiettivo era quello di creare nuove varietà resistenti alle più pericolose malattie della vite, permettendo così di ridurre drasticamente i trattamenti in vigna fino ad arrivare a 2/3 trattamenti al massimo per annata, con ricadute positive sia per l’ambiente che per il consumatore. Nel 2015 sono state iscritte al Catalogo Nazionale le prime 10 varietà italiane resistenti, di cui VCR è licenziatario esclusivo: Fleurtai, Soreli, Sauvignon Kretos, Sauvignon Nepis, Sauvignon Rytos, Cabernet Eidos, Cabernet Volos, Merlot Khorus, Merlot Kanthus, Julius, i primi 5 a bacca bianca, i secondi a bacca rossa. Al momento, i vini ottenuti da queste varietà possono essere messi in commercio solo in Friuli Venezia Giulia e in Veneto, prossimamente in Trentino e Lombardia, poi dovrebbero seguire anche le altre regioni. Avevo assaggiato mesi fa in cantina da Terre di Ger gli ottimi Limine 2017 da uve Fleurtai e Sauvignon Kretos e El masut un blend di Merlot Khantus e Merlot Khorus, senza però approfondire l’argomento. L’occasione di riprendere il discorso si è materializzata qualche giorno fa, grazie a Gianfranco e Giulia Bianchini, proprietari dell’azienda Forchir di Camino al Tagliamento, siamo nelle Grave del Friuli, per la presentazione alla stampa del loro primo vino ottenuto da vitigni resistenti. 52536793_10215910436187490_4601909315652026368_oÈthos è il nome del vino e deriva da un blend di Tocai Friulano (varietà Soreli e Fleurtai) e Sauvignon (varietà Kretos, Nepis e Rytos). Grazie agli interventi davvero illuminanti di Raffaele Testolin dell’Università di Udine e di Eugenio Sartori, Direttore dei Vivai Cooperativi Rauscedo, ho potuto, finalmente, mettere alcuni punti fermi sull’argomento, distinguendo chiaramente luci e ombre, vediamo quali:

  • La legislazione vigente non consente di produrre vini DOC utilizzando ibridi, ovvero i vini ottenuti da vitigni resistenti, motivo per cui l’iscrizione al Catalogo Nazionale è avvenuta con l’annotazione “Uve non utilizzabili per i vini a denominazione di origine”. C’è una speranza però che le cose possano cambiare in futuro, poiché il genoma delle nuove varietà è costituito per almeno il 90% da geni di Vitis Vinifera. Il legislatore potrebbe pertanto intervenire iscrivendo queste varietà senza annotazioni ostative, come avviene in Germania, Francia, Austria, Slovenia e altri paesi europei.
  • Le 10 varietà resistenti, per comprensibili ragioni di mercato, derivano principalmente da incroci con i vitigni internazionali: Sauvignon, Merlot, Cabernet Sauvignon, Pinot Nero e Pinot Bianco e, visto che ogni progetto di incrocio costa circa 500.000 euro, si può facilmente intuire che la sperimentazione sugli autoctoni resistenti non è di facile attuazione.
  • Quando si parla di viti resistenti si intende resistenti a peronospora e, in molti casi, ad oidio. L’Università di Udine, licenziando le sue 10 varietà resistenti, ha sempre detto che servono 2-3 trattamenti anticrittogamici, oltre ai trattamenti contro tignola ed altro. La resistenza non è per tutto e non è per sempre, è necessario continuare con lo studio e la sperimentazione dei vitigni resistenti cercando nuovi incroci.
  • l più grande vantaggio delle nuove varietà di viti è l’abbattimento dei costi della viticoltura, grazie al risparmio sui trattamenti. Quindi l’interesse per i produttori potrebbe essere enorme, non soltanto in Friuli Venezia Giulia, ma in tutta Italia, in Europa e negli altri Paesi a vocazione vitivinicola nel mondo. In viticoltura, infatti, i costi di produzione sono elevati a causa del numero elevato di interventi per la difesa dei vigneti e la disponibilità di varietà che non richiedono trattamenti è molto attraente.

Ma in definitiva com’è l’assaggio di Èthos di Forchir? Ricordiamo che è un blend di Tocai Friulano (varietà Soreli e Fleurtai) e Sauvignon (varietà Kretos, Nepis e Rytos); aspettandolo un po’ nel bicchiere sono i sentori di Sauvignon a prevalere, naturalmente parliamo di note delicate, nessun sentore vegetale esasperato. Vino davvero piacevole, duttile nell’abbinamento e dal prezzo franco cantina irresistibile. C’è un punto che accomuna, almeno fino ad oggi, i vini che ho assaggiato ottenuti da alcune delle 10 varietà resistenti italiane ed è la mancanza di una risoluzione finale, è come se mancasse un po’ di anima, qualcosa che non si è compiuto del tutto, ma è giusto ricordare che siamo solo all’inizio di questa affascinante storia.

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Chiara Soldati

Chiara Soldati

Fino a una decina di anni fa, ma la memoria potrebbe  ingannarmi ed essere qualcuno in più, nella sontuosa Villa dei Cedri di Valdobbiadene, si teneva con cadenza annuale la Mostra Nazionale degli Spumanti. A quel tempo, nonostante tutto un’era geologica fa, non c’era l’ossessione compulsiva nell’organizzare manifestazioni sul vino e  Valdobbiadene era l’occasione per assaggiare quelle che per noi appassionati erano delle vere e proprie rarità, ovvero gli spumanti Metodo Classico ottenuti da uve autoctone. È così che ho scoperto le bolle da uve Asprinio di Aversa, da Verdicchio, da Durella e soprattutto da uve Cortese di Gavi. Rimasi letteralmente folgorato dal Brut millesimato D’Antan La Scolca della famiglia Soldati che produceva questo spumante solo nelle annate migliori e che metteva in commercio almeno dopo 10 anni di invecchiamento in bottiglia. Un vino di grande ricchezza e dalle molteplici sfaccettature capace di farti innamorare perdutamente ma anche di dividere, in poche parole un vino di grande sentimento. Nel 2019 La Scolca festeggia cento anni di passione enologica, era infatti il 1919 quando il bisnonno di Giorgio Soldati acquistava l’azienda. Da grande estimatore della cantina piemontese non potevo non partecipare alla festa ed ho approfittato dell’occasione per rivolgere a Chiara Soldati alcune domande che sono un po’ la sintesi della loro storia passata, presente e futura.

D’antan, il tempo che fu, ricordato con nostalgia. Questo l’etimo, ma D’Antan è il nome di uno spumante riserva, prodotto dalla famiglia Soldati, che insieme a poche altre etichette è il vanto del metodo classico italiano nel mondo. Ho sempre trovato romantico, non mi vengono altre parole, questa ricerca spasmodica dell’attesa, almeno 10 anni di invecchiamento in bottiglia prima di essere messo in commercio. Una concezione del vino totalmente in controtendenza con il tempo avido di oggi che vuole tutto e subito, ma d’altronde non poteva che essere così visto che il nome della tenuta della famiglia Soldati deriva dall’antico toponimo Sfurca ovvero “Guardare lontano”. Partiamo da qui Chiara, che significato ha l’attesa in un tempo che pare non sappia più coglierne il senso profondo?

In un mondo che fa della velocità e della globalizzazione un must, noi abbiamo saputo cogliere l’importanza del valore del tempo, dell’attesa e  la consapevolezza che certi risultati si ottengono solo con una grande ricerca dell’eccellenza e con molto tempo.

Sono vini delle origini, vini del tempo perduto, vini che fanno riemergere sentori e profumi della memoria. Hanno l’anima del fanciullo ma il cuore da adulto, con una forte personalità e con grande carattere, stile  ed eleganza.

Il vino è passione, attesa , cura dei dettagli  e per questo motivo solo nelle annate migliori, dopo almeno 10 anni di invecchiamento nella nostra cantina, può cominciare il cammino di vini straordinari come La Scolca D’Antan e La Scolca Spumante Riserva D’Antan. Vini che emozionano, che stupiscono, perché al profumo delicato contrappongono un carattere forte, una grande personalità: sono prodotti unici. L’obiettivo principale della mia cantina è quello di emozionare attraverso i suoi vini, di non limitarsi a presentare un prodotto, ma di far entrare in un mondo pieno di fascino. La mia La Scolca ha trasformato i chicchi d’uva Cortese in vere e proprie pepite d’oro di un territorio povero e aspro che la famiglia Soldati, da quattro generazioni, ha saputo rendere unico e generoso, grazie ad intuizioni che nel tempo hanno premiato un approccio imprenditoriale che pareva visionario: dalla scelta del Cortese, al continuo investimento nell’acquisto di boschi e vigneti, quasi tutti di proprietà, che garantiscono l’eccellenza del prodotto, l’equilibrio biodinamico e la salute dell’ambiente.

50889877_10215774740275177_3818530452210188288_nChiara il tuo ruolo nell’azienda di famiglia è portare il nome de La Scolca e dei Soldati nel mondo. Non passa giorno che non ti veda in qualche parte del pianeta a raccontare dei tuoi vini, sei una sorta di globetrotter instancabile. Un lavoro durissimo ma che immagino renda tutta l’immane la fatica che fai. Non mi riferisco al solo fatto commerciale ovviamente ma al fattore umano fatto di incontri che penso siano in definitiva lo stimolo più grande per portare il nome dei Soldati in giro per il globo.

Riferendomi alla domanda precedente, il tempo nella mia famiglia ha un grande valore ed ha un grande valore l’uso che se ne fa nella vita. Mi è sempre stato insegnato da mio padre Giorgio a non sprecare giorno e non sprecare occasioni. Le mie settimane sono divise con teutonica organizzazione in Azienda e nel coltivare i rapporti esterni. Viviamo in un mondo digitale , in un mondo sempre più astratto, ma conta sempre moltissimo il valore di un business che non prescinda dai rapporti umani e dal poter essere ambasciatori di quello che io considero sì un lavoro, ma in primis da 4 generazioni una grande passione di famiglia. Il successo di La Scolca nasce indubbiamente dalle doti che abbiamo dimostrato in questi primi 100 anni, ma anche dall’impegno dei nostri ambassador in giro per il mondo che da anni credono in noi e che crederanno in noi come testimoni di un territorio , di una denominazione e di una storia che si ripete con rinnovato entusiasmo ogni millesimo. Il segreto di questo successo? Non essere mai stanchi dei traguardi raggiunti, voler raggiungere sempre nuove frontiere di eccellenza e soprattutto non essere mai stanchi di stupirsi, di essere curiosi. Ogni grande impresa è iniziata con un primo passo . Ogni scalata è fatta di impegno, sacrificio e dedizione. Ecco, questo , ritengo sia il motore per guardare lontano.

51116837_10215774740115173_6431136462544044032_nNel 2019 La Scolca compie cento anni, un traguardo eccezionale. Tempo di bilanci e di festeggiamenti, mi racconti tutte le attività che avete in programma e naturalmente anche desideri e sogni che vuoi vedere realizzati?

Per noi è un traguardo importante , ma soprattutto un punto di partenza per guardare al futuro. La Scolca in dialetto significa proprio “ Guardare Lontano”.

Abbiamo ultimato la nuova cantina, un’area interamente dedicata alla didattica aperta ai consumatori ed ai professionisti, una Lounge tra i vigneti sponsorizzata da UNOPIU’, una nuova proposta di packaging innovativi , un progetto di un nuovo sito web moderno ed interattivo, un programma di degustazioni verticali ed eventi a carattere internazionale, ed una nuova energia con cui guardare al futuro, ma con una solida esperienza e tradizione a fare da guida. La Scolca festeggia i suoi 100 anni di storia, e sceglie di farlo con i partner con cui condivide valori, passioni ed aspirazioni – Ferretti Group, Giorgetti, Maserati, Unopiù, Cova solo per citarne alcuni – con gli importatori e i distributori, i sommelier  e i tanti consumatori che hanno creduto e contribuito negli anni al successo del brand in Italia e nel mondo. Mio padre Giorgio ed io , oggi insieme alla guida dell’azienda, siamo le voci di questa storia fatta di tante emozioni che si mescolano  fra loro: entusiasmo, energia, innovazione, magia, caparbietà, tenacia  e soprattutto tanto amore per la propria terra. E’  mio padre che vuole con forza la  Doc nel 1974 e la Docg nel 1998, fonda il Consorzio del Gavi e ne è il primo presidente. La Scolca registra nel 1969 il marchio Gavi dei Gavi diventato ora un must in tutto il mondo.

Il 1995 rappresenta un’altra tappa importante, il mio ingresso in azienda che segna il passo con una visione innovativa e volta al futuro, pronta a cogliere tutte le opportunità delle nuove tecnologie e della comunicazione digitale, in una fase storica di cambiamenti epocali e grandi trasformazioni del mercato globale.

Oggi La Scolca è un’azienda di fama internazionale, in continua crescita ed evoluzione, presente in quasi 40 paesi e vicina al milione di bottiglie prodotte. E lasciami dire con un pizzico di orgoglio che sono davvero tanti i personaggi famosi che negli anni hanno scelto il Gavi Etichetta Nera per brindare in occasioni importanti, innamorandosene, dal premio Oscar Colin Firth, Sofia Loren, ma anche Elton John, Giorgio Armani e importanti capi di stato – tra cui la Regina Elisabetta e, fra gli ultimi, Barack Obama. Come vedo il mondo del vino guardando al futuro? Il mercato internazionale è sempre più in una fase di grandi cambiamenti, per cui i produttori di vini autoctoni come  La Scolca, dovranno ancor più ritagliarsi la loro nicchia di eccellenza. Ed è proprio questa la forza del made in Italy, creare valore per una nicchia.

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