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Dino Briglio Nigro e Antonello Canonico

La Calabria enoica sta raccogliendo quello che merita? Se vogliamo fermarci solo  agli esiti delle principali guide di settore si nota una certa costipazione nel concedere riconoscimenti, eccetto che per Vini Buoni d’Italia che in questo senso è sicuramente più generosa. Eppure c’è grande fermento in tutta la regione ed è indubbio che nel corso degli ultimi anni la qualità del vino calabrese sia cresciuta in maniera esponenziale. Tra gli esempi più folgoranti,  si perdoni il ricorso all’enfasi, c’è la cantina L’Acino Vini a San Marco Argentano in provincia di Cosenza, siamo nella Piana di Sibari, tra lo Jonio e il Tirreno, tra il Pollino e la Sila. Chora Bianco (Mantonico, Guarnaccia bianca, Greco), Chora Rosso (Magliocco, Guarnaccia nera e Greco nero), il macerato MantonicOZ (Mantonico 100%), Toccomagliocco (Magliocco 100%.), senza dimenticare il nuovo nato Asor  un rosè  da uve Magliocco 100%, sono vini che non lasciano indifferenti. Per saperne di più e anche per parlare di vini calabresi andando oltre la retorica degli antichi fasti della Magna Grecia, ho rivolto qualche domanda a Dino Briglio Nigro, che assieme a Antonello Canonico e Emilio Di Cianni gestisce la Società Agricola L’Acino.

Mantonico a 600 metri di altitudine sul Pollino per il MantonicOZ

Dino, dimmi tutto de L’Acino Vini, chi siete, cosa portate e quanti siete, giuro che poi non ti chiedo un fiorino

Siamo tre soci, facevamo altro nella vita fino al 2006.

La prima vendemmia è stata il 2007, e ci siamo lanciati in questa attività senza fare o commissionare business plan, siamo sempre stati poco “calcolatori”, per formazione e per indole, e non dico che questo sia un pregio.

Pensavamo che potesse esserci altri rispetto al panorama dei vini della provincia di Cosenza, non per forza dei vini migliori ma certamente diversi, bisogna dire che ne 2007 c’era davvero poco in provincia di Cosenza, poi più o meno in contemporanea con la nostra cantina ne nascono tante, in genere piccole ma a volte con la profusione di mezzi ingenti, o comunque  con mezzi finanziari ben più cospicui dei nostri ( e ci vuole poco ).

Attualmente in provincia di Cosenza saranno più di 60 le aziende vitivinicole che imbottigliano.

Senza scomodare la Questione Meridionale ma, anzi, restando sul prosaico, sono arrivato in Calabria un po’ prevenuto, salvo per poi rendermi conto che su alcuni aspetti, legati alla progettualità in ambito enogastronomico ad esempio, siete molto forti, anzi direi avanti. Ho come l’impressione però che voi calabresi facciate un po’ fatica a godere delle vostre meraviglie e a valorizzarle, mi sbaglio?

In Calabria dici che siamo avanti o forse siamo, in maniera sana, arretrati, come ibernati , in alcuni territori in particolare fermi a qualche decennio fa.

 Il “progresso” non è sempre positivo, quando è voluto essere improvviso e calato dall’alto, ha creato danni enormi, si potrebbe fare un viaggio anche solo per vedere la fabbrica- mostro sul mare, bellissimo in tutta la zona, della Liquichimica di Saline Joniche, con annesso porticciolo, mai entrata in funzione, magari andarci anche per vedere le distese di bergamotti nelle fiumare o le icone nelle chiesette bizantine.

La mia impressione è che ci sia un regresso economico ed anche culturale, lento e continuo, certamente è tutta l’ Italia ad essere da qualche anno sempre meno una Nazione dinamica e in decadenza, la Calabria però è stata una regione dinamica, ed in parte lo è, più di quanto si pensi, in posti impensati trovi esempi di “ archeologia industriale”, aziende che hanno funzionato davvero, fondate coi soldi di imprenditori e non dello Stato, appena esci dalla Basilicata il Pastificio D’ Alessandro a Mormanno, piccolo paese del Pollino, chiuso nel 1980, per andare più indietro nel tempo il militante anarchico Bruno Misefari, geologo, fondò negli anni Venti una “ Società Vetraria Calabrese” con caratteri innovativi, fu arrestato e inviato al confino e la fabbrica chiuse dopo pochi anni, tra gli anni Venti e Trenta funzionò, per dieci anni, a Locri una fabbrica metalmeccanica che fabbricò alcune parti del Transatlantico Rex e poi motociclette, chiuse dopo dieci anni.

Il fondatore su arrestato per reati finanziari e poi definitivamente assolto da ogni accusa, ma intanto la fabbrica, con 200 operai era chiusa.

 Cito a caso entità “recenti” per evitare un pianto neobornonico, che ha pure elementi di verità.

Trovo fastidioso, anche quando si parla di vino, non trovare di meglio che citare un passato lontano, quello della Magna Grecia, come se poi non fosse esistito altro.

C’erano cantina che a fine Ottocento o distribuivano i loro vini in altri posti in Italia, li esportavano in America, produttori che inviavano i loro vini all’ Expo di Parigi .

 Tutto questo è stato spazzato via, dalla modernità…dalle banche o da altro…

E’ rimasto un tessuto vitale, anche e soprattutto in campo agricolo, ma è l’ infinitamente piccolo, le microproduzioni, che è difficile si possano fare arriva a centinaia di chilometri dal luogo di produzione, se parliamo di cose che hai mangiato in qualche giorno di vacanza.

 Definiamo cosa è o non è artigianale, non c’è gourmet che a Natale non compri ad un prezzo importante un panettone artigianale, qualche giorno fa leggevo di una protesta di Fiasconaro, che minaccia, denunciando la burocrazia del proprio comune delle Madonie, di trasferire la propria attività in Piemonte, leggo di un milione di panettoni prodotti e di 120 dipendenti, mi chiedo se i suoi panettoni, ottimi tra l’altro, possano definirsi artigianali.

 Il vino rispetto ad altri prodotti, da consumare freschi o più difficili da fare viaggiare, anche se di produzioni limitate, può circolare, altre cose vanno consumare in Calabria.

Mi sembra grottesco in qualche fiera di vini naturali, trovare il banchetto in cui qualcuno porta pagnotte, proponendo un salto indietro nel tempo, facendo assaggiare un pane fatto con il lievito madre come qualcosa di mistico.

In provincia di Cosenza, su 155 comuni, saranno 50 i forni che fanno in pane con il lievito madre ( una minoranza comunque ) e restano 10 o 15 mulini che macinano a pietra, mangiare del pane buono e pagarlo al massimo 3 euro al chilo è la normalità.

MantonicOZ 2011

 Come sai vivo non lontano da una terra che ha grande tradizione per i macerati, vini non facilissimi e che spesso hanno la tendenza ad essere un po’ tutti uguali, salvo poi bere le bottiglie di Skerlj, Skerk,  Zidarich, Gravner,  Radikon  e Podversic,  in grado di farti innamorare perdutamente di questa tipologia. Gioia di bere e vitalità che ho ritrovato anche nel vostro Montonicoz 2011, uno dei macerati più buoni che mi sia capitato di assaggiare negli ultimi tempi. Raccontami di lui, da dove arriva l’idea di fare un vino così?

Citi i nomi di produttori di vini che amiamo molto, non sono mai stati per noi modelli da imitare, semplicemente perché non abbiamo modelli, purtroppo.

Mi spiego meglio, abbiamo iniziato a vinificare quel Mantonico il 2008, c’erano un altro paio di esempi  di vino da Mantonico in purezza in Calabria, ma molto diversi, per via dell’ altitudine, del clone di Mantonico e molto altro.

Abbiamo iniziato con grande curiosità e anche grandi aspettative, un po’ di anni prima Veronelli aveva scritto grandi cose su questo vitigno, aveva raccomandato ai produttori italiani di piantarlo per fermare l’ avanzata dello Chardonnay in tutta Italia, probabilmente se ne erano già dimenticati quasi tutti di questi articoli, Veronelli è diventato per molti l’ icona, da citare per un paio di frasi ad effetto.

 Dietro il Mantonicoz non c’è il protocollo di un enologo, c’è la voglia di sperimentare, per questo in una futura piccola verticale troverai delle piccole differenze tra un ‘ annata e l’ altra, del resto è un lavoro in cui non  può esistere la  ” serialità ” dell’ industria.

 Speravamo in un vino decisamente longevo, cosa che sosteneva Veronelli, ma il principale obiettivo è sempre stato un vino sano, autentico, diverso dagli altri.

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di Irene Graziotto

Un evento, quello del Soave Versus, che ha saputo affinare la propria formula, diventando appuntamento di successo, soprattutto nella capacità di avvicinare il grande pubblico al  vino bianco veronese con ben 4 mila presenze registrate.
Tre giorni al Palazzo della Gran Guardia che grazie alla sua posizione centrale riesce a catturare non solo enoappassionati locali ma anche turisti che sono in città e che, al prezzo di 15 euro, si concedono una giornata di assaggio. Girando fra i banchetti sono tanti gli accenti stranieri che si sentono, per lo più anglofoni, ma anche qualche tedesco e qualche asiatico.
Capita infatti che a vincere il contest #SoaveForYou lanciato da Ais su Instagram sia una coppia americana di San Diego confermando così la vitalità del Soave anche sui social grazie ai quali si sta avvicinando al pubblico dei Millennials – caso più unico che raro di denominazione in Italia che abbia intrapreso un intenso percorso di promozione in tal direzione.
La formula funziona grazie anche al connubio gastronomico, con la presenza di grandi firme della cucina oltre a volti noti della televisione, da Giancarlo Perbellini a Debora Vena, da Renato Bosco a Francesca Marsetti a Alessandro Scorsone.
Stimoli interessanti sono arrivati dall’incontro di apertura sul  valore del territorio per il Soave. E se da un lato l’onorevole Massimo Fiorio, vicepresidente della Commissione Agricoltura della Camera dei deputati, sottolinea come nel Testo Unico il primo articolo tratti di territorio e il secondo di autoctoni, Luciano Ferraro del Corriere della Sera porta l’attenzione sui piccoli vignaioli, gli “angeli matti” come li definiva Veronelli, e la necessità di tutelarli. (L’intero intervento di Ferraro si può vedere a questo link).

Begli assaggi, temperature di servizio ottime pur con il caldo ancora importante e il grande afflusso di gente; fattori non secondari per la riuscita di un evento, e qui un plauso va a tutto il personale che ha lavorato per la riuscita della manifestazione. Non ultima, sopresa tra le soprese, anche la capacità dei vignaioli di gestire la freschezza anche in un’annata calda come la 2015.
Nel frattempo, il Consorzio ha fatto il punto della situazione sulla vendemmia imminente.
L’annata 2016 si distingue per l’assenza di fenomeni grandinigeni, l’elevata sanità delle uve, l’equilibrio vegetativo delle viti, le produzioni non esuberanti, un quadro compositivo delle uve nella media delle ultime annate per zuccheri e acidità, ma con ottime opportunità qualitative per gli altri componenti.
Il quadro analitico delle uve in vinificazione ci porta ad attendere vini più “classici” e quindi probabilmente più sapidi e floreali. In tale quadro stagionale si è inserita la decisione del Consorzio, condivisa dal consiglio e dalla base sociale, di limitare le rese per il Soave ed il Soave Classico, a tutela del valore oggi percepito della produzione.
Ad oggi la denominazione conta 5.600 ettari di vigneto di cui 4.400 a Soave DOC e 1.200 a Soave Classico per un totale di 430.000 ettolitri di vino a fronte di circa 55 milioni di bottiglie che racconteranno in tutto il mondo la qualità di questa annata.

A seguire l’andamento vegetativo in dettaglio: l’inverno 2015/2016 non è stato particolarmente ricco di piogge, escluso il mese di febbraio, con temperature al di sopra della media storica. La stagione ha fatto registrare un avvio ottimale della fase vegetativa per la garganega, il vitigno a madre del Soave, con un germogliamento in anticipo di qualche giorno. Anche nel mese di maggio la situazione meteorologica si è mantenuta ottimale. La fioritura in giugno ha invece risentito delle temperature al di sotto della media e dell’elevata piovosità nei primi 15 giorni del mese, causando acinellature che hanno influenzato la conformazione dei futuri grappoli. Dal punto di vista sanitario alcuni areali hanno presentato problemi di oidio e peronospora, superati però con l’andamento del mese di luglio che è stato caratterizzato da temperature non eccessivamente elevate, ma anche da un’assenza completa di piogge. Le precipitazioni si sono manifestate con buona regolarità dai primi di agosto, accompagnando il vigneto verso una maturazione completa e ottimale.
L’annata 2016 si potrebbe definire come una sintesi delle due stagioni che l’hanno preceduta: da un lato l’ottimale gestione delle emergenze sanitarie, con trattamenti quasi ai limiti storici, sulla scia di quanto fatto nel 2015; dall’altro le abbondanti piogge di giugno e di agosto che hanno agevolato la normale attività fotosintetica e vegetativa della garganega.
Ottime anche le escursioni termiche tra il giorno e la notte, nel periodo finale di maturazione della garganega, che favoriscono la formazione di interessanti bouquet floreali.

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di Irene Graziotto

Capita talvolta che i risultati più interessanti non siano quelli voluti e intenzionali ma quelli che emergono a margine di una ricerca, di un progetto, di un lavoro.

Succede così che uno studio dell’UCLA riguardante vini che provengono da realtà certificate in materia biologica e biodinamica faccia parlare di sé non tanto (o, meglio, non solo) per le conclusioni centrali quanto per uno schema che compare a pagina 9 della ricerca stessa.

Lo schema in questione, sommerso nei 26 fogli i cui consta lo studio, rileva infatti strane tendenze nei punteggi di alcune delle più rinomate guide americane. Oltre che interessanti meccanismi psicologici.

Ritenendo interessante i risultati emersi, vi volevo proporre l’articolo in merito uscito su Wine Searcher. Per chi volesse la versione originale era qui: http://www.wine-searcher.com/m/2016/08/90-points-the-new-average-for-wine-advocate. Dico era e non è perché tale articolo è sparito, vuoi per il venir meno dell’acrimonia dell’autore di Wine Searcher, vuoi per fattori che muovono il sole e l’altre stelle.

Tuttavia, siccome la sindrome da 1984 (con il suo Doublethink e il Newspeak)  è sempre presente e per fugare dubbi eventuali, a provare che tale articolo esisteva sono gli snippet di alcune testate (le trovate googlando: 90-points-the-new-average-for-wine-advocate) e qualche tweet che ne riporta il titolo. Arrivando al dunque, a seguire la traduzione integrale dello stesso.

“90 punti non sono niente di che. Di fatto, è semplicemente la media per un vino californiano, stando ai punteggi di Wine Advocate”.

Questa curiosa circostanza emerge da un articolo dell’UCLA (Università della California Los Angeles, ndt) pubblicato questa settimana e riguardante vini prodotti da uve con la certificazione biologica o biodinamica. Non è il fulcro della ricerca – di fatto, tale circostanza è “nascosta” in una tabella a pagina 9 delle 26 di cui consta la ricerca.

Tre ricercatori hanno monitorato tutti i punteggi dei vini californiani su varie testate dal 1998 al 2009, per un totale di oltre 74 mila vini.

La media dei punteggi su Wine Advocate è risultata essere di 90.005, su Wine Enthusiast di 87.427 e su Wine Spectator di 86.388.

“Tendono (quelli di Wine Advocate) a essere molto generosi nei loro voti” è la dichiarazione rilasciata a Wine Searcher dal Professore di economia ambientale Magali A. Delmas, autore principale dello studio.

Wine Advocate registra inoltre la minore deviazione standard. Questo può essere dovuto al fatto che il limite superiore per tutte e tre le pubblicazioni sono i 100 punti  e quindi i vini da 100 punti semplicemente non erano così tanto sopra la media per Wine Advocate rispetto alle altre due.

Wine Enthusiast e Wine Spectator possono anche essere meno generosi nel complesso rispetto a Wine Advocate, ma sono magnanimi nei confronti dei vini che si avvicinano ai 90 punti.

Lo studio riporta: “Curiosamente, sembra esserci un effetto di arrotondamento per eccesso per il quale punteggi di 89 diventano 90. Ci sono meno vini che totalizzano 89 punti (5153 vini) di quanti ne totalizzino 88 (7584 vini) o 90 (6989 vini). Questo sembra essere una tendenza che riguarda soprattutto Wine Enthusiast e, in misura minore, Wine Spectator.

Wine Advocate ha recensito un numero nettamente inferiore di vini californiani rispetto alle altre due pubblicazioni: 14.243 in 12 anni, rispetto ai 22,544 di Wine Spectator e i 37,361 di Wine Enthusiast.

Wine Enthusiast ha l’escursione più ridotta in quanto il punteggio più basso che ha dato a questi 37.361 vini è stato 80. Il punteggio più basso dato da Wine Spectator è 55 mentre per Wine Advocate si parla di 64.

Nella guida pubblicata da Wine Advocate in merito ai propri punteggi si legge che i vini che ottengono punteggi fra il 90 e il 95 sono “eccezionali; di straordinaria complessità e carattere”. Vale la pena notare che nella ricerca sono stati inclusi sono vini californiani. Forse, secondo Wine Advocate, la media del vino californiano è semplicemente straordinaria comparata col resto del mondo.

La foto è tratta da living.corriere.it

 

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Come prima cosa Alessandro volevo ringraziarti per il tempo che stai dedicando alla Stanza del Vino. Qualche giorno fa ho avuto il privilegio di far parte della giuria  che assegna il premio ideato da Vinibuoni d’Italia “Oggi le Corone le decido io”. In sostanza, ad affiancare il lavoro dei coordinatori regionali della Guida, che assegnano i massimi riconoscimenti ai vini d’eccellenza, ovvero le Corone, si aggiunge una giuria composta da giornalisti di settore, sommelier e wine lovers che degusta in contemporanea gli stessi vini, ed esprime poi il proprio giudizio. Al netto di ogni considerazione sulla notevole qualità complessiva dei vini arrivati in finale,  ho  trovato davvero superlativa la selezione dei Metodo Classico. Conferma su grandi livelli per il Trentodoc; Franciacorta in grande spolvero e poi gli spumanti da uve autoctone con tratti davvero unici. A conferma di ciò, sono state 65 le Corone assegnate dalla commissione ufficiale su circa un’ottantina di campioni. Visto che tu sei il curatore nazionale della Guida per la categoria “Perlage Italia Metodo Classico”, come prima cosa  ti chiedo se puoi raccontare qualcosa di più sulla selezione di quest’anno, qualche approfondimento e se ti va qualche aneddoto. In seconda battuta mi viene da dire che  possiamo dirci orgogliosi della qualità raggiunta dai nostri spumanti  e senza fare nessun paragone insensato, ma rivendicando un po’ di sano sciovinismo, ti chiedo: possiamo affermare che è giunto il momento di smetterla con una certa sudditanza psicologica? Sono forse troppo euforico?

 

Mio caro Michelangelo, grazie anzitutto per la stima e per l’affetto che ogni volta mi riservi.

Che dirti? Partiamo dal l’emozione che ho avuto prima da te e dagli altri componenti del tuo panel dove, oltre a farmi i complimenti, avete sottolineato il vostro divertimento che é la cosa che maggiormente cerco nel vino, a seguire, sono arrivati i colleghi commissari che hanno certificato ed amplificato la qualità delle scelte portate in finale è la piacevolezza nello scoprire cose nuove e davvero ben fatte. Quindi il primo grazie va a voi tutti.  Permettimi un altro grazie di cuore ad una grande Collega, Paola Gambini, che si é sacrificata in tutti i sensi, negli assaggi presso i Consorzi di Franciacorta e Trento nonché con tutti gli altri campioni che sono arrivati a Roma per poi andare a chiudere il resto d’Italia a Canale. Insomma, una vera maratona di Bollicine Italiane di gran pregio che sono state assaggiate con dovizia e serietà anche con altri componenti saltuari dei vari Panel. A Paola va il merito di aver saputo tenere duro lungo tutto l’arco dei mesi in cui sono stati degustati i campioni in tutte le sedi istituzionali presso i Consorzi. Come spesso sottolineo, bere Bollicine é una specializzazione e bisogna avere il senso del gusto  sempre allenato per poter percepire al meglio tutti i messaggi palatali che servono a certificare la qualità dei vari prodotti. Sicuramente abbiamo verificato un innalzamento verso l’alto delle zone più importanti, la Franciacorta ci ha stupito favorevolmente con i Dosaggio Zero, segno evidente di un grande lavoro in vigna con in mente ben chiara la finalizzazione del progetto. Il Trento Doc si é rivelato con continuità e coerenza, il vero antagonista nel mondo delle bollicine: l’acidità, oltre le escursioni termiche conferite da quei territori, riescono ad essere il vero perno centrale  che permette un grande sviluppo dei prodotti anche con interessanti evoluzioni nel tempo, che legati alle grandi sapidità minerali del territorio, ne fanno vini veramente eleganti. Altro territorio in continua crescita con gli spumanti, si é rivelato il Friuli Venezia Giulia, con prodotti davvero stuzzicanti e di straordinaria freschezza ed eleganza. Come non menzionare poi gli autoctoni che, spesso, hanno fatto saltare tutti gli schemi andando a cogliere corone in entrambe le commissioni, altro segno evidente di certificata qualità sia da parte dei produttori che dei degustare in giuria finale. Sugli aneddoti, mi riservo di raccontarti a voce alcune cose davvero interessanti e che potrebbero essere spunto per approfondimenti sulle tue pagine. Infine, a proposito di sudditanza, credo che tu abbia ragione; oggi si beve troppo fotografando, pensando più al brand piuttosto che alla qualità intrinseca. Come ben sai, io bevo molti Champagne, sia per piacere che per dovere di editore della Guida Grandi Champagne ma onestamente devo dirti che non faccio mai comparazioni. Così come non ne faccio nella vita, non le faccio nemmeno nel vino. Ogni prodotto é figlio della sua terra e del pensiero filosofico dell’uomo. Sono le mani che lavorano la vigna la vera emozione e quando la si  cerca nel calice, non dobbiamo mai guardarne la bandiera. Come hai potuto constatare, Vini Buoni d’Italia, degusta rigorosamente in anonimo, poco importa il nome, ciò che cerchiamo é una riconoscibile qualità ed una cosa ancora più importante: la bevibilità. Il mio consiglio?  Beviamo con maggior leggerezza, evitiamo di pensare troppo e cerchiamo quel sorriso che a volte é smorzato dalle tante bruttezze con le quali il mondo oggi ci avvolge. Il compito delle Bollicine é donare brio e portare gioia in tutti quei luoghi dove si decide di stappare gioiosamente una bottiglia di Metodo Classico e quest’anno  per far scoccare scintille e scatenare sorrisi, i  nostri Produttori  Italiani hanno preparato tante splendide bottiglie che attendono solo di esser condivise.

Buone Bollicine a tutti

Alessandro Scorsone

Dal 1991 è in servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri a Palazzo Chigi con mansioni di coordinatore del personale addetto all’Appartamento, di responsabile delle attività e della gestione amministrativa della sede di rappresentanza e della gestione degli eventi conviviali. Si diploma come Sommelier arricchendo lo studio con il Master in analisi sensoriale. Docente per l’AIS di Roma per tecnica di servizio, di degustazione e di abbinamento, è inoltre degustatore per varie guide e coordinatore nazionale per la Guida Vini Buoni Italia della sezione Perlage Italia Metodo Classico. Partecipa, in qualità di esperto tecnico alla trasmissione “La Prova del Cuoco”. È stato insignito del Premio Internazionale del Vino 2008 come Miglior Sommelier Italiano.

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Gino Marino e Pasquale Vulcano

Chiedilo a Gino Marino che in località Biscardi di Cropalati, sulla strada statale 177 Silana di Rossano, al Km 55.700, gestisce un agriturismo, ristorante, bed & breakfast, dove propone esclusivamente le antiche tradizioni culinarie della Sila Greca Calabrese. Chiedilo a Sergio Franco che da più di trent’anni (lui ne ha quaranta) si sveglia tutte le mattine alle quattro per produrre formaggi e latticini di capra e mucca seguendo rigorosamente l’antica arte casearia della sua terra. Oppure chiedilo a Vincenzo Brunetti che a Paludi di Rossano alleva vacche di razza podolica calabrese, bovini a rischio di estinzione, i cui costi di allevamento sono più alti rispetto a quelli di razze più conosciute e dove gli allevatori seguono un  disciplinare rigidissimo. Oppure chiedilo a Emilio Simone e ai suoi “Vins du Garage”, che dimostrano che non solo a Cirò, ma anche sulle colline della Pre-Sila, si possono fare vini molto interessanti, spigolosi e affascinanti come la terra da cui provengono (su tutti il Nerello Cappuccio 2013 che in alcuni aspetti ricorda il Terrano). Chiedilo a Dino Briglio Nigro che a San Marco Argentano, tra il Pollino e la Sila, assieme a due amici fraterni, guidato dalla forza delle radici e da un pizzico di sana pazzia, fa vini naturali di straordinaria personalità. Chiedilo a Pasquale Vulcano che da qualche anno ha aperto a Mirto Crosia (9.486 abitanti), in pratica a ridosso della Strada Statale 106 Jonica, una bottiglieria/enoteca con l’obiettivo di promuovere le eccellenze della sua amata Calabria, vini di piccoli produttori sconosciuti ai più.

Vista dal Santuario di Santa Maria delle Armi – Cerchiara di Calabria

Mi perdonerà la Chiesa Cattolica se prendo a prestito lo slogan di una riuscitissima campagna pubblicitaria e non sembri blasfemo il paragone, perché tutti i ragazzi che ho citato sono benefattori di anime, in senso laico e gastronomicamente parlando naturalmente. Persone che amano e credono in maniera viscerale nella loro terra e nel suo rilancio, nel suo riscatto. Una terra durissima, a tratti degradata, aspra; almeno questa è la sensazione che ti rimane dentro percorrendo quel tratto di Calabria che passa per la Piana di Sibari lungo la costa Jonica. Poi però quando smetti di essere turista e divieni viaggiatore, ogni luogo si fa intimamente tuo, in una sorta di comunanza antropologica. Qualche esempio? Cerchiara di Calabria, il Santuario di Santa Maria delle Armi, la Grotta delle Ninfe Lusiadi, Rossano e il suo Codex Purpureus, il Parco della Sila, il Lago Cecita che sembra di essere in Oregon. Posti di ancestrale bellezza. Ancora una volta di più, e so di scoprire l’acqua calda, visitando questo trattato di Calabria, ho capito che per avvicinare le persone al vino, ma anche per farle ritornare ad assaporare un cibo autentico e sano, bisogna incontrare contadini, vignaioli, casari, ristoratori, autentici. Conoscere le loro storie, il loro lavoro, per poi raccontarlo. Basta perdersi in tecnicismi inutili, in deliranti descrizioni tecniche, in giaculatorie che servono solo ad allontanare le persone che nel vino (e nel cibo) cercano esclusivamente piacere e convivialità; spesso ho la sensazione che molti addetti ai lavori, per lo più malati di protagonismo, ci sia più la perversa volontà di escludere, quando, invece, il vino, ma lo ripeto anche il cibo, sono strumenti d’inclusione straordinaria.

Lago Cecita – Parco Nazionale della Sila

Ecco, questo è proprio quello che fa Gino Marino nel suo agriturismo, include, aggrega, anzi è un collettore per tutte le eccellenze del suo territorio (carne di vacca podolica, maiale nero di Calabria, formaggi e latticini di capra e di vacca, carne di cinghiale, ortaggi e verdure, marmellate tradizionali e ovviamente vino) e non siamo nel centro di Milano, ma in Località Biscardi di Cropalati a 400 metri sul livello del mare, che per arrivarci devi percorrere strade di mezza montagna. Da oggi  in poi, quando incontrerò un lavoratore del settore enogastronomico annoiato, privo di amore e passione, o peggio maleducato, gli parlerò di Gino Marino, un ragazzo di quarant’anni che fa il proprio mestiere, andando ben oltre a ciò che dovrebbe essere la sacrosanta attenzione al cliente: per lui si tratta di una sorta di Xenia, secondo il concetto di sacralità dell’ospite del mondo greco antico, e non poteva essere diversamente visto che la Sila Greca, lembo occidentale dell’altipiano silano, gli ha dato i natali.

Grazie a Sara Carbone per avermi fatto conoscere tutta questa bellezza.

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Emanuele Giannone per La stanza del vino

Ripasso telegrafico: storia di alcune bottiglie austriache, dono di Helmut Knall: scrittore, giornalista, consulente enogastronomico e genius dietro wine-times.com, italofilo e amante del vino – Amarone su tutti – nonché di antipasti, cicheti e primi. Knall, il suo cognome, equivale in italiano a botto e il composto Knallbonbon significa petardo. I primi due petardi sono già scoppiati (qui il link 1 e qui il link 2). Accendiamo la miccia del terzo.

Wiener Trilogie 2009 Wieninger.

Dici “Trilogia Viennese” e pensi, che so, a un estratto dalla produzione sinfonica di Mozart, o a Klimt, Kokoschka e Schiele secessionisti, o ancora al formidabile attacco a tre punte, Berg-Schönberg-Webern, della formazione degli atonali. E invece no: la Trilogia è un vino di Fritz Wieninger, vignaniolo con 45 ettari di vigneto (e una veduta favolosa) sui due colli del Bisamberg e del Nuβberg sopra Vienna. Più rossi che bianchi, vinificazioni separate per assecondare la diversa vocazione delle diverse parcelle, conduzione biodinamica dal 2006, anno successivo a quello in cui, come spiega lo stesso produttore, “… avevo affrontato condizioni meteorologiche avverse con il ricorso abbondante a fitofarmaci, ma con scarso successo. Decisi quindi di adoperarmi per sviluppare le capacità naturali di autodifesa delle viti, comprendendo infine che la chiave è il suolo. Per cominciare, adottai la policoltura in luogo della monocoltura della vite, dando vita a un ecosistema funzionante […] Al centro della nuova ispirazione non sono le alte rese ma la salute e le difese naturali delle viti, così come la qualità deIle uve e dei vini. Biodinamica significa in buona sostanza compresenza di più specie e varietà, quindi ecosistema complesso e in equilibrio; e ricchezza di humus e microorganismi nel terreno… “.

Le uve della Trilogia Viennese provengono dal Bisamberg, collina che digrada verso il Danubio a Nord della città. Il suolo in löss, sabbioso e quindi molto sciolto, sovrastante un massiccio calcareo, è ideale per vini freschi e fini, dai sentori spiccati di frutto e connotati da acidità salienti. La 2009 è un taglio di Zweigelt (70%), Merlot e Cabernet Sauvignon (15% entrambi). La raccolta delle diverse varietà si estende dalla metà di settembre alla fine di ottobre. Esaurite le fermentazioni separate in fusti di rovere e acciaio a seconda delle varietà, i singoli vini maturano in barrique (20% nuove) per circa 20 mesi e vengono assemblati per un ultimo, breve passaggio prima dell’imbottigliamento.

La vivacità aromatica dello zweigelt, specie nel ricco corredo vegetale, con un quid di sostanza e profondità in più conferito da merlot e cabernet sauvignon. Il ventaglio olfattivo è molto ampio e variegato, con una cornucopia piccoli frutti rossi freschi insieme a muschio, peperone, felce, erbe amare, alloro e rose. Al palato i tratti distintivi sono la succosa pienezza del frutto, con amarena e ribes nero in evidenza, e la freschezza che assicura tensione e slancio. Il vino è dinamico, coinvolge per il passo leggiadro e il corpo proporzionato, essenziale; la dentelle di tannini piccoli e morbidi cadenza lo sviluppo e contribuisce  all’agilità della beva. Lungo e freschissimo il finale con il frutto ancora in evidenza e un elegante ornato di erbe e fiori. Il legno è completamente riassorbito e si ricorda forse solo nelle note fievolissime di legno di rosa e chiodo di garofano. Alcol 13%. Cifra di grazia, definizione aromatica e naturale finezza.

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Dieci anni di Mare e Vitovska in Morje, nessuno lo avrebbe mai immaginato. Anche l’edizione del 2016 ha lasciato una traccia rilevante: forse per l’importante convegno “Carso marchi di qualità. A chi servono le doc?”, sicuramente per il luogo fiabesco in cui si è svolta la manifestazione che è il Castello di Duino, storica dimora della famiglia Torre e Tasso ma, più di ogni altra cosa, continuo a pensare, che a lasciare un ricordo indelebile siano il Carso, i suoi viticoltori, i vini e i cibi. Per fare qualche esempio di prelibatezza gastronomica viene subito in mente il prosciutto crudo di Bajta Fattoria Carsica, ottenuto da maiali allevati allo stato brado nell’abitato tra Sales e Sgonico, il paragone con il Pata Negra si può fare, me ne assumo tutta la responsabilità.  Terra unica il Carso che ti rapisce l’anima ed è per sempre, ne sanno qualcosa gli scrittori James Joyce e Veit Heinichen e molto più prosaicamente lo sanno tutti quelli che non si stancano mai di cercare nel vino la gioia di scoprire, la gioia di bere. La Vitovska in questo senso è fedele compagna, perché è uva indigena per eccellenza, non esistono tracce di altre varietà con cui identificarsi in altre regioni del Mediterraneo e poi la sua storia antichissima e la sua tenacia nel sopportare le scudisciate della Bora. Anche se bevibilissima d’annata è un vino d’attesa, che non ama la fretta e non potrebbe essere diversamente vista l’affascinante immutabilità del territorio carsico. Capita così di bere Vitovska con 10 anni sulle spalle mature, certo, ma anche aspre e profonde. Una nota particolare sull’abbinamento cibo-vino, di cui oggi, per bizzarria del mondo enogastronomico, si fa sempre più fatica a parlarne. Mi è capitato di recente, complice anche la grande cucina di Antonia Klugmann, di scoprire che l’abbinamento perfetto c’è, esiste ed è tra noi; non saprei come altro definire gli gnocchetti di semola di cacao, ragout di capriolo e alloro abbinati alla Vitovska 2011 di Sandi Skerk o il coniglio nel lardo e cavolfiore agrodolce abbinato alla Vitovska 2007 di Beniamino Zidarich.

Matej Skerlj nel vigneto di Vitovska a Sales – Carso

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di Irene Graziotto

6.12.18. Non si tratta di ripasso delle tabelline ma della formula scelta da Le Morette per parlare di varietà, longevità e mineralità. 6 territori, 12 vini, 18 addetti ai lavori si sono incontrati a Peschiera del Garda giovedì scorso per confrontarsi e riflettere sulle potenzialità del Lugana.

Il Lugana è oggi una delle denominazioni che gode di maggiore salute, con l’uva che sfiora i due euro al chilo. Ma non è sempre stato così. Sicuramente non era così 25 anni fa quando il Lugana era contraddistinto da un’acidità potentissima, motivata anche dal rischio di fermentazioni indesiderate. Poi le cose sono cambiare, grazie alle nuove tecnologie ma soprattutto a decisioni importanti e coese da parte di tutti i produttori.

Si è potuto vendemmiare così a stagione più avanzata, quando l’acidità era ottimale e – racconta Carlo Veronese, direttore del Consorzio – “si è inoltre scelto di propendere più per uno stile mitteleuropeo dei vini, che per uno mediterraneo lasciando un leggero residuo zuccherino così da bilanciare maggiormente la forte acidità che caratterizza l’uva Turbiana, alla base del Lugana.” Si è poi riusciti ad accordarsi per una messa in vendita dopo il 15 gennaio dell’anno successivo alla vendemmia, riuscendo così a proporre al consumatore un vino che fosse perlomeno pronto -“un passo importante per l’intera denominazione” sottolinea Fabio Zenato, figlio del fondatore Gino e alla guida attuale de Le Morette con il fratello Paolo.

La degustazione ha tuttavia rivelato come il Lugana sia un ottimo prodotto non solo da giovane ma anche sul lungo tempo. Il confronto poi con il Fiano di Avellino, Chablis, Grüner Veltliner, Pinot Bianco e Verdicchio dei Castelli di Jesi, di produttori importanti, è stata una prova riuscita per mostrare da un lato il buon rapporto qualità-prezzo del Lugana – un fattore oggi sempre più determinante – e dall’altra la stoffa che lo contraddistingue.

Lugana DOC Mandolara 2015 Le Morette 

Giallo paglierino, fiore primaverile di campo, fragranza e melone bianco. Sorso intenso e giovanissimo, vena citrica e leggera sapidità. Vino per l’estate a bordo lago o per un degno aperitivo. Da uve Turbiana 100%, vendemmia manuale, vinificazione in acciaio a temperatura controllata e affinamento per almeno un mese in bottiglia.

Lugana DOC Benedictus 2010 Le Morette 

Un passo indietro lungo un lustro. Al naso maggiociondolo e caprifoglio, un leggerissimo ricordo di burro fuso, bocca ampia e ancora giovane, notevole freschezza, finale ammandorlato. Da riassaggiare fra qualche anno forse un lustro o più.  Da uve Turbiana 100% che provengono dal vigneto storico, anche qui vendemmia manuale nella terza decade di ottobre. Breve macerazione e vinificazione in acciaio a 16°C. Una parte conlude la fermentazione in tonneau di rovere. Affinamento per 6 mesi in tonneau di rovere.

 

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L’infinitezza del vino: territori, vitigni, vignaioli, quante volte se ne parla, spesso in maniera retorica, eppure è una verità inconfutabile; ne ho avuta l’ennesima conferma visitando la DOC Gambellara. Una zona poco conosciuta o peggio snobbata, troppo vicina a Soave, ed è facile auto convincersi che quando si parla di vini bianchi da uve Garganega proprio lì sia già stato detto tutto. Errore madornale, a Gambellara, Montorso Vicentino, Montebello Vicentino e Zermeghedo, nei poco più di ottocento ettari coltivati, la Garganega arriva a vette inaspettate, tra l’altro con bottiglie vendute a prezzi imbarazzanti. Una piccola isola del tesoro, da arrivare con un furgone e portarsi via un bel po’ di referenze, come ad esempio il Creari 2010 dell’Azienda Agricola Cavazza, il Capitel Vicenzi 2013 di Virgilio Vignato o il Rivalonga 2014 di Menti, per non parlare del loro Vin Santo Historia 2010. Proprio a Michela Menti, che assieme a suo fratello Nicola gestisce omonima cantina,  ho fatto qualche domanda per meglio contestualizzare questa inaspettata DOC Gambellara:

Michela, confesso, non avrei mai immaginato che il Gambellara Classico e il Vin Santo, almeno tra quelli che ho assaggiato al recente Garganica, potessero essere vini di tal eccellenza, sicuramente ignoranza e snobismo da parte mia, ma non è che in giro vi conoscono poco?

Gambellara è oggi una piccola Doc con un territorio poco esteso e con un numero contenuto di aziende. I suoi vini sono molto interessanti sia per l’uva tipica, la Garganega sia per le peculiarità della terra vulcanica che donano loro grande struttura e note caratteristiche di pietra focaia, zolfo e di mandorla. Sono molto apprezzati da che chi ha la possibilità di assaggiarli. Purtroppo è una realtà vitivinicola ancora poco conosciuta e probabilmente questo è uno dei pochi punti di debolezza della nostra zona.  Gambellara ha una lunghissima storia alle spalle. I suoi vini erano molto famosi e ricercati nel  corso del XIX secolo e nei primi anni del XX.  Negli ultimi trent’anni in zona si è continuato a produrre vini, ma il mercato chiedeva principalmente vini sfusi, di facile bevibilità. Così i produttori di Gambellara si sono limitati a produrre vini semplici. In quegli anni si è anche quasi abbandonata la produzione del Vin Santo di Gambellara, perla enologica di massima eccellenza che è stata riscoperta e ripresa solo recentemente con un Progetto di sperimentazione in collaborazione con il Consorzio di Gambellara e l’Università di Verona. In quegli anni si è perduta così la storica fama di Gambellara e dei suoi vini. Tuttavia, il mercato oggi ricerca denominazioni nuove e interessanti. In un prossimo futuro, questo può forse rappresentare un punto di forza per  Gambellara. Abbiamo tutte le carte in regola per poter produrre vini di grande spessore, estremamente tipici e farci conoscere in giro!

Parlando con i produttori che ho incontrato a Garganica, tutti giovani e pieni di entusiasmo, ho percepito una gran voglia di svoltare, di pensare in grande. Qualcuno mi ha detto che c’è voglia di affrancarsi rispetto alla generazione dei loro nonni, ma anche padri, che vinificavano spesso solo per lo sfuso. In questo senso ti chiedo cosa è stato fatto e cosa c’è ancora da fare per il vostro territorio.

Negli ultimi anni a Gambellara c’è stato un importante cambio generazionale tra i produttori. I giovani entrati in azienda sono ragazzi che sono cresciuti sul territorio, hanno studiato e a volte hanno anche girato il mondo vivendo esperienze di lavoro presso altre realtà. Sono quindi tornati alle proprie radici, con nuova consapevolezza, con uno spirito innovativo e con nuove idee che spesso entrano in contrasto con la “storicità” dei padri o dei nonni. Tuttavia questa aria nuova non può che essere positiva per un territorio come quello di Gambellara dove nel recente passato non si è saputo esprimere tutte le enormi potenzialità di questa terra. La consapevolezza di poter fare bene di questi giovani non è che un primo passo, ora si deve rimanere uniti e lavorare per valorizzare i nostri prodotti. Oggi si possono già assaggiare grandi vini che ben rappresentano quanto qui ho sintetizzato. Credo possiamo in breve tempo riportare a Gambellara quella fama che la rese una celebre terra di vino nei secoli passati.

Tu e tuo fratello Nicola siete due persone con grande carisma, quando incontro vignaioli come voi mi vengono sempre in mente le parole di Mario Mariani: “Il vino è una malattia dell’anima: nessun carattere tiepido può occuparsene, otterrebbe solo bottiglie senza personalità”, cosa che poi si conferma regolarmente assaggiando i vini, mi racconti qualcosa in più di voi, le vostre prospettive nel mondo del vino?

Io e Nicola abbiamo iniziato a lavorare in azienda qualche anno fa. In breve tempo ci siamo appassionati e il vino prodotto è diventato per noi il frutto del nostro lavoro. La nostra filosofia è  “Nel bicchiere non c’è solo vino, ma l’arte, la tradizione e la storia della nostra terra!” In un semplice bicchiere di vino noi raccontiamo  quello che siamo, da dove veniamo e ciò che facciamo con il nostro lavoro. Parliamo della tradizione di della famiglia Menti di coltivare la vite e produrre vino nel territorio vulcanico di Gambellara e lo facciamo con quello spirito innovativo e quella consapevolezza di poter fare bene di cui si parlava prima. Lavoriamo soprattutto la Garganega, l’uva tipica del Gambellara, in varie interpretazioni, con un tocco sia classico che moderno, con l’aiuto della tecnologia e dell’innovazione, ma sempre elegante e minerale: questo è il marchio di fuoco della terra di Gambellara. Abbiamo ripreso la produzione del Vin Santo di Gambellara senza solfiti aggiunti e fermentazione con lieviti indigena, proprio come si faceva una volta. Stiamo ottenendo ottimi risultati dalla critica, a conferma del fatto che a Gambellara ci sono grandi possibilità per poter essere ricordati e apprezzati. Siamo convinti che ci sia ancora molto lavoro da fare per poter migliorare ancora e soprattutto per poter valorizzare questo territorio meraviglioso.

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di Irene Graziotto

La Soave Preview 2015 ha infatti confermato il mordente della denominazione veronese che veleggia col vento in poppa sia per le annate giovani che per le annate agée. L’evento ha presentato non solo l’annata in corso, ma anche una verticale, che ha dimostrato la stoffa del Soave sul lungo tempo, e una transfrontaliera che ha spaziato dai territori vulcanici di Somloi nell’Ungheria a quelli della Sardegna (ebbene sì, esistono vulcani anche in Sardegna!), dalla Mosella a Santorini, dalle Alture del Golan ai Monti Lessini. Ma andiamo con ordine. L’annata 2015 non è stata certamente delle più facili, con luglio e agosto “caratterizzati da temperature sistematicamente al di sopra della media, con ondate di calore ben oltre i dati storici e quasi totale assenza di precipitazioni” che hanno raggiunto talvolta veri e propri valori termici da record e stress idrici. E se questo ha permesso di avere uve molto sane, d’altra parte ha portato a lenti incrementi in zucchero e calo acido. La pergola, tradizionale sistema di allevamento locale, ha certamente aiutato a limitare l’effetto del caldo che traspare dai campioni in assaggio. Importante sensazione calda e morbidezza hanno infatti contraddistinto tanti assaggi fatti alla cieca. I migliori sono però riusciti a tenere a bada questo corredo alcolico e proporre un naso floreale giallo, frutta esotica, erbe aromatiche e bocca affabile dove la nota morbida è ravvivata da sapidità e freschezza, grazie forse anche a percentuali di Trebbiano di Soave che rispetto alla Garganega regge meglio le estati siccitose. E se l’equilibrio era un punto importante, altrettanto lo è stata la riconoscibilità territoriale che ha espresso in maniera lapalissiana la forza di alcuni Soave da Garganega in purezza rispetto ad altri, magari anche fatti bene, ma dove era preminente la nota di idrocarburo (Riesling? Incrocio Manzoni?) o Sauvignon.

Gli assaggi che hanno lasciato il segno

Latium Soave Doc 2015: al naso agrumi, soprattutto pompelmo, e bocca calda ma ben gestita

Corte Moschina Soave Doc Roncathe 2015: al naso elleboro, pino, agrume; sorso intenso, chiusura ammandorlata

Tinazzi Soave Doc Cà de’ Rocchi 2015: al naso anche qui polpa di pompelmo rosa, bocca fresca in linea col naso dove scorre anche un’importante nota alcolica

Pieropan Soave Doc Classico 2015: al naso nota floreale e frutta a polpa gialla, bocca calda ma equilibrata

Montetondo Soave Doc Classico 2015: naso dove la nota di zolfo si intreccia al fiore bianco, bocca agrumata e sapida

I Stefanini Soave Superiore Docg Classico Monte di Fice 2015: colore giallo intenso carico, al naso fiore giallo, carnoso, maggiociondolo, sapore intenso, pieno.

Ad aver colpito nel segno anche la verticale con assaggi di vecchie annate come il “Contrada Selvarenza” 2005 di Gini – colore giallo paglierino, al naso idrocarburo, fieno e nespola e sorso d’impatto e di importante sapidità – o come il 2006 Soave Doc Classico di Suavia – un entry level (!) dal corredo di fiori gialli e camomilla e la beva intensa, dove le note setose erano rinvigorite da una bella nota minerale – o il 2007 “Monte Ceriani” di Sant’Antonio dove alle note saline e di idrocarburo si affiancava la freschezza del kumquat e una beva di grande godibilità che virava sull’agrume, nella fattispecie pompelmo rosa. Fra i più “giovani” (si fa per dire) va citato il Soave Doc “Sereole” 2009 di Bertani – suolo calcareo e corredo aromatico di frutta esotica e a polpa gialla, mango in particolare, intrecciata ad una leggerissima nota ossidativa mentre in bocca si declinava sulla cremosità – e il 2010 Soave Doc “Danieli” di Fattori che azzarda (vincente) un tappo a vite, con beneficio del colore che conserva una verve giallo paglierino intenso, naso floreale con qualche ricordo di pane, sorso di grande pulizia e freschezza.

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