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di Irene Graziotto

Capita talvolta che i risultati più interessanti non siano quelli voluti e intenzionali ma quelli che emergono a margine di una ricerca, di un progetto, di un lavoro.

Succede così che uno studio dell’UCLA riguardante vini che provengono da realtà certificate in materia biologica e biodinamica faccia parlare di sé non tanto (o, meglio, non solo) per le conclusioni centrali quanto per uno schema che compare a pagina 9 della ricerca stessa.

Lo schema in questione, sommerso nei 26 fogli i cui consta lo studio, rileva infatti strane tendenze nei punteggi di alcune delle più rinomate guide americane. Oltre che interessanti meccanismi psicologici.

Ritenendo interessante i risultati emersi, vi volevo proporre l’articolo in merito uscito su Wine Searcher. Per chi volesse la versione originale era qui: http://www.wine-searcher.com/m/2016/08/90-points-the-new-average-for-wine-advocate. Dico era e non è perché tale articolo è sparito, vuoi per il venir meno dell’acrimonia dell’autore di Wine Searcher, vuoi per fattori che muovono il sole e l’altre stelle.

Tuttavia, siccome la sindrome da 1984 (con il suo Doublethink e il Newspeak)  è sempre presente e per fugare dubbi eventuali, a provare che tale articolo esisteva sono gli snippet di alcune testate (le trovate googlando: 90-points-the-new-average-for-wine-advocate) e qualche tweet che ne riporta il titolo. Arrivando al dunque, a seguire la traduzione integrale dello stesso.

“90 punti non sono niente di che. Di fatto, è semplicemente la media per un vino californiano, stando ai punteggi di Wine Advocate”.

Questa curiosa circostanza emerge da un articolo dell’UCLA (Università della California Los Angeles, ndt) pubblicato questa settimana e riguardante vini prodotti da uve con la certificazione biologica o biodinamica. Non è il fulcro della ricerca – di fatto, tale circostanza è “nascosta” in una tabella a pagina 9 delle 26 di cui consta la ricerca.

Tre ricercatori hanno monitorato tutti i punteggi dei vini californiani su varie testate dal 1998 al 2009, per un totale di oltre 74 mila vini.

La media dei punteggi su Wine Advocate è risultata essere di 90.005, su Wine Enthusiast di 87.427 e su Wine Spectator di 86.388.

“Tendono (quelli di Wine Advocate) a essere molto generosi nei loro voti” è la dichiarazione rilasciata a Wine Searcher dal Professore di economia ambientale Magali A. Delmas, autore principale dello studio.

Wine Advocate registra inoltre la minore deviazione standard. Questo può essere dovuto al fatto che il limite superiore per tutte e tre le pubblicazioni sono i 100 punti  e quindi i vini da 100 punti semplicemente non erano così tanto sopra la media per Wine Advocate rispetto alle altre due.

Wine Enthusiast e Wine Spectator possono anche essere meno generosi nel complesso rispetto a Wine Advocate, ma sono magnanimi nei confronti dei vini che si avvicinano ai 90 punti.

Lo studio riporta: “Curiosamente, sembra esserci un effetto di arrotondamento per eccesso per il quale punteggi di 89 diventano 90. Ci sono meno vini che totalizzano 89 punti (5153 vini) di quanti ne totalizzino 88 (7584 vini) o 90 (6989 vini). Questo sembra essere una tendenza che riguarda soprattutto Wine Enthusiast e, in misura minore, Wine Spectator.

Wine Advocate ha recensito un numero nettamente inferiore di vini californiani rispetto alle altre due pubblicazioni: 14.243 in 12 anni, rispetto ai 22,544 di Wine Spectator e i 37,361 di Wine Enthusiast.

Wine Enthusiast ha l’escursione più ridotta in quanto il punteggio più basso che ha dato a questi 37.361 vini è stato 80. Il punteggio più basso dato da Wine Spectator è 55 mentre per Wine Advocate si parla di 64.

Nella guida pubblicata da Wine Advocate in merito ai propri punteggi si legge che i vini che ottengono punteggi fra il 90 e il 95 sono “eccezionali; di straordinaria complessità e carattere”. Vale la pena notare che nella ricerca sono stati inclusi sono vini californiani. Forse, secondo Wine Advocate, la media del vino californiano è semplicemente straordinaria comparata col resto del mondo.

La foto è tratta da living.corriere.it

 

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Come prima cosa Alessandro volevo ringraziarti per il tempo che stai dedicando alla Stanza del Vino. Qualche giorno fa ho avuto il privilegio di far parte della giuria  che assegna il premio ideato da Vinibuoni d’Italia “Oggi le Corone le decido io”. In sostanza, ad affiancare il lavoro dei coordinatori regionali della Guida, che assegnano i massimi riconoscimenti ai vini d’eccellenza, ovvero le Corone, si aggiunge una giuria composta da giornalisti di settore, sommelier e wine lovers che degusta in contemporanea gli stessi vini, ed esprime poi il proprio giudizio. Al netto di ogni considerazione sulla notevole qualità complessiva dei vini arrivati in finale,  ho  trovato davvero superlativa la selezione dei Metodo Classico. Conferma su grandi livelli per il Trentodoc; Franciacorta in grande spolvero e poi gli spumanti da uve autoctone con tratti davvero unici. A conferma di ciò, sono state 65 le Corone assegnate dalla commissione ufficiale su circa un’ottantina di campioni. Visto che tu sei il curatore nazionale della Guida per la categoria “Perlage Italia Metodo Classico”, come prima cosa  ti chiedo se puoi raccontare qualcosa di più sulla selezione di quest’anno, qualche approfondimento e se ti va qualche aneddoto. In seconda battuta mi viene da dire che  possiamo dirci orgogliosi della qualità raggiunta dai nostri spumanti  e senza fare nessun paragone insensato, ma rivendicando un po’ di sano sciovinismo, ti chiedo: possiamo affermare che è giunto il momento di smetterla con una certa sudditanza psicologica? Sono forse troppo euforico?

 

Mio caro Michelangelo, grazie anzitutto per la stima e per l’affetto che ogni volta mi riservi.

Che dirti? Partiamo dal l’emozione che ho avuto prima da te e dagli altri componenti del tuo panel dove, oltre a farmi i complimenti, avete sottolineato il vostro divertimento che é la cosa che maggiormente cerco nel vino, a seguire, sono arrivati i colleghi commissari che hanno certificato ed amplificato la qualità delle scelte portate in finale è la piacevolezza nello scoprire cose nuove e davvero ben fatte. Quindi il primo grazie va a voi tutti.  Permettimi un altro grazie di cuore ad una grande Collega, Paola Gambini, che si é sacrificata in tutti i sensi, negli assaggi presso i Consorzi di Franciacorta e Trento nonché con tutti gli altri campioni che sono arrivati a Roma per poi andare a chiudere il resto d’Italia a Canale. Insomma, una vera maratona di Bollicine Italiane di gran pregio che sono state assaggiate con dovizia e serietà anche con altri componenti saltuari dei vari Panel. A Paola va il merito di aver saputo tenere duro lungo tutto l’arco dei mesi in cui sono stati degustati i campioni in tutte le sedi istituzionali presso i Consorzi. Come spesso sottolineo, bere Bollicine é una specializzazione e bisogna avere il senso del gusto  sempre allenato per poter percepire al meglio tutti i messaggi palatali che servono a certificare la qualità dei vari prodotti. Sicuramente abbiamo verificato un innalzamento verso l’alto delle zone più importanti, la Franciacorta ci ha stupito favorevolmente con i Dosaggio Zero, segno evidente di un grande lavoro in vigna con in mente ben chiara la finalizzazione del progetto. Il Trento Doc si é rivelato con continuità e coerenza, il vero antagonista nel mondo delle bollicine: l’acidità, oltre le escursioni termiche conferite da quei territori, riescono ad essere il vero perno centrale  che permette un grande sviluppo dei prodotti anche con interessanti evoluzioni nel tempo, che legati alle grandi sapidità minerali del territorio, ne fanno vini veramente eleganti. Altro territorio in continua crescita con gli spumanti, si é rivelato il Friuli Venezia Giulia, con prodotti davvero stuzzicanti e di straordinaria freschezza ed eleganza. Come non menzionare poi gli autoctoni che, spesso, hanno fatto saltare tutti gli schemi andando a cogliere corone in entrambe le commissioni, altro segno evidente di certificata qualità sia da parte dei produttori che dei degustare in giuria finale. Sugli aneddoti, mi riservo di raccontarti a voce alcune cose davvero interessanti e che potrebbero essere spunto per approfondimenti sulle tue pagine. Infine, a proposito di sudditanza, credo che tu abbia ragione; oggi si beve troppo fotografando, pensando più al brand piuttosto che alla qualità intrinseca. Come ben sai, io bevo molti Champagne, sia per piacere che per dovere di editore della Guida Grandi Champagne ma onestamente devo dirti che non faccio mai comparazioni. Così come non ne faccio nella vita, non le faccio nemmeno nel vino. Ogni prodotto é figlio della sua terra e del pensiero filosofico dell’uomo. Sono le mani che lavorano la vigna la vera emozione e quando la si  cerca nel calice, non dobbiamo mai guardarne la bandiera. Come hai potuto constatare, Vini Buoni d’Italia, degusta rigorosamente in anonimo, poco importa il nome, ciò che cerchiamo é una riconoscibile qualità ed una cosa ancora più importante: la bevibilità. Il mio consiglio?  Beviamo con maggior leggerezza, evitiamo di pensare troppo e cerchiamo quel sorriso che a volte é smorzato dalle tante bruttezze con le quali il mondo oggi ci avvolge. Il compito delle Bollicine é donare brio e portare gioia in tutti quei luoghi dove si decide di stappare gioiosamente una bottiglia di Metodo Classico e quest’anno  per far scoccare scintille e scatenare sorrisi, i  nostri Produttori  Italiani hanno preparato tante splendide bottiglie che attendono solo di esser condivise.

Buone Bollicine a tutti

Alessandro Scorsone

Dal 1991 è in servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri a Palazzo Chigi con mansioni di coordinatore del personale addetto all’Appartamento, di responsabile delle attività e della gestione amministrativa della sede di rappresentanza e della gestione degli eventi conviviali. Si diploma come Sommelier arricchendo lo studio con il Master in analisi sensoriale. Docente per l’AIS di Roma per tecnica di servizio, di degustazione e di abbinamento, è inoltre degustatore per varie guide e coordinatore nazionale per la Guida Vini Buoni Italia della sezione Perlage Italia Metodo Classico. Partecipa, in qualità di esperto tecnico alla trasmissione “La Prova del Cuoco”. È stato insignito del Premio Internazionale del Vino 2008 come Miglior Sommelier Italiano.

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Gino Marino e Pasquale Vulcano

Chiedilo a Gino Marino che in località Biscardi di Cropalati, sulla strada statale 177 Silana di Rossano, al Km 55.700, gestisce un agriturismo, ristorante, bed & breakfast, dove propone esclusivamente le antiche tradizioni culinarie della Sila Greca Calabrese. Chiedilo a Sergio Franco che da più di trent’anni (lui ne ha quaranta) si sveglia tutte le mattine alle quattro per produrre formaggi e latticini di capra e mucca seguendo rigorosamente l’antica arte casearia della sua terra. Oppure chiedilo a Vincenzo Brunetti che a Paludi di Rossano alleva vacche di razza podolica calabrese, bovini a rischio di estinzione, i cui costi di allevamento sono più alti rispetto a quelli di razze più conosciute e dove gli allevatori seguono un  disciplinare rigidissimo. Oppure chiedilo a Emilio Simone e ai suoi “Vins du Garage”, che dimostrano che non solo a Cirò, ma anche sulle colline della Pre-Sila, si possono fare vini molto interessanti, spigolosi e affascinanti come la terra da cui provengono (su tutti il Nerello Cappuccio 2013 che in alcuni aspetti ricorda il Terrano). Chiedilo a Dino Briglio Nigro che a San Marco Argentano, tra il Pollino e la Sila, assieme a due amici fraterni, guidato dalla forza delle radici e da un pizzico di sana pazzia, fa vini naturali di straordinaria personalità. Chiedilo a Pasquale Vulcano che da qualche anno ha aperto a Mirto Crosia (9.486 abitanti), in pratica a ridosso della Strada Statale 106 Jonica, una bottiglieria/enoteca con l’obiettivo di promuovere le eccellenze della sua amata Calabria, vini di piccoli produttori sconosciuti ai più.

Vista dal Santuario di Santa Maria delle Armi – Cerchiara di Calabria

Mi perdonerà la Chiesa Cattolica se prendo a prestito lo slogan di una riuscitissima campagna pubblicitaria e non sembri blasfemo il paragone, perché tutti i ragazzi che ho citato sono benefattori di anime, in senso laico e gastronomicamente parlando naturalmente. Persone che amano e credono in maniera viscerale nella loro terra e nel suo rilancio, nel suo riscatto. Una terra durissima, a tratti degradata, aspra; almeno questa è la sensazione che ti rimane dentro percorrendo quel tratto di Calabria che passa per la Piana di Sibari lungo la costa Jonica. Poi però quando smetti di essere turista e divieni viaggiatore, ogni luogo si fa intimamente tuo, in una sorta di comunanza antropologica. Qualche esempio? Cerchiara di Calabria, il Santuario di Santa Maria delle Armi, la Grotta delle Ninfe Lusiadi, Rossano e il suo Codex Purpureus, il Parco della Sila, il Lago Cecita che sembra di essere in Oregon. Posti di ancestrale bellezza. Ancora una volta di più, e so di scoprire l’acqua calda, visitando questo trattato di Calabria, ho capito che per avvicinare le persone al vino, ma anche per farle ritornare ad assaporare un cibo autentico e sano, bisogna incontrare contadini, vignaioli, casari, ristoratori, autentici. Conoscere le loro storie, il loro lavoro, per poi raccontarlo. Basta perdersi in tecnicismi inutili, in deliranti descrizioni tecniche, in giaculatorie che servono solo ad allontanare le persone che nel vino (e nel cibo) cercano esclusivamente piacere e convivialità; spesso ho la sensazione che molti addetti ai lavori, per lo più malati di protagonismo, ci sia più la perversa volontà di escludere, quando, invece, il vino, ma lo ripeto anche il cibo, sono strumenti d’inclusione straordinaria.

Lago Cecita – Parco Nazionale della Sila

Ecco, questo è proprio quello che fa Gino Marino nel suo agriturismo, include, aggrega, anzi è un collettore per tutte le eccellenze del suo territorio (carne di vacca podolica, maiale nero di Calabria, formaggi e latticini di capra e di vacca, carne di cinghiale, ortaggi e verdure, marmellate tradizionali e ovviamente vino) e non siamo nel centro di Milano, ma in Località Biscardi di Cropalati a 400 metri sul livello del mare, che per arrivarci devi percorrere strade di mezza montagna. Da oggi  in poi, quando incontrerò un lavoratore del settore enogastronomico annoiato, privo di amore e passione, o peggio maleducato, gli parlerò di Gino Marino, un ragazzo di quarant’anni che fa il proprio mestiere, andando ben oltre a ciò che dovrebbe essere la sacrosanta attenzione al cliente: per lui si tratta di una sorta di Xenia, secondo il concetto di sacralità dell’ospite del mondo greco antico, e non poteva essere diversamente visto che la Sila Greca, lembo occidentale dell’altipiano silano, gli ha dato i natali.

Grazie a Sara Carbone per avermi fatto conoscere tutta questa bellezza.

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Emanuele Giannone per La stanza del vino

Ripasso telegrafico: storia di alcune bottiglie austriache, dono di Helmut Knall: scrittore, giornalista, consulente enogastronomico e genius dietro wine-times.com, italofilo e amante del vino – Amarone su tutti – nonché di antipasti, cicheti e primi. Knall, il suo cognome, equivale in italiano a botto e il composto Knallbonbon significa petardo. I primi due petardi sono già scoppiati (qui il link 1 e qui il link 2). Accendiamo la miccia del terzo.

Wiener Trilogie 2009 Wieninger.

Dici “Trilogia Viennese” e pensi, che so, a un estratto dalla produzione sinfonica di Mozart, o a Klimt, Kokoschka e Schiele secessionisti, o ancora al formidabile attacco a tre punte, Berg-Schönberg-Webern, della formazione degli atonali. E invece no: la Trilogia è un vino di Fritz Wieninger, vignaniolo con 45 ettari di vigneto (e una veduta favolosa) sui due colli del Bisamberg e del Nuβberg sopra Vienna. Più rossi che bianchi, vinificazioni separate per assecondare la diversa vocazione delle diverse parcelle, conduzione biodinamica dal 2006, anno successivo a quello in cui, come spiega lo stesso produttore, “… avevo affrontato condizioni meteorologiche avverse con il ricorso abbondante a fitofarmaci, ma con scarso successo. Decisi quindi di adoperarmi per sviluppare le capacità naturali di autodifesa delle viti, comprendendo infine che la chiave è il suolo. Per cominciare, adottai la policoltura in luogo della monocoltura della vite, dando vita a un ecosistema funzionante […] Al centro della nuova ispirazione non sono le alte rese ma la salute e le difese naturali delle viti, così come la qualità deIle uve e dei vini. Biodinamica significa in buona sostanza compresenza di più specie e varietà, quindi ecosistema complesso e in equilibrio; e ricchezza di humus e microorganismi nel terreno… “.

Le uve della Trilogia Viennese provengono dal Bisamberg, collina che digrada verso il Danubio a Nord della città. Il suolo in löss, sabbioso e quindi molto sciolto, sovrastante un massiccio calcareo, è ideale per vini freschi e fini, dai sentori spiccati di frutto e connotati da acidità salienti. La 2009 è un taglio di Zweigelt (70%), Merlot e Cabernet Sauvignon (15% entrambi). La raccolta delle diverse varietà si estende dalla metà di settembre alla fine di ottobre. Esaurite le fermentazioni separate in fusti di rovere e acciaio a seconda delle varietà, i singoli vini maturano in barrique (20% nuove) per circa 20 mesi e vengono assemblati per un ultimo, breve passaggio prima dell’imbottigliamento.

La vivacità aromatica dello zweigelt, specie nel ricco corredo vegetale, con un quid di sostanza e profondità in più conferito da merlot e cabernet sauvignon. Il ventaglio olfattivo è molto ampio e variegato, con una cornucopia piccoli frutti rossi freschi insieme a muschio, peperone, felce, erbe amare, alloro e rose. Al palato i tratti distintivi sono la succosa pienezza del frutto, con amarena e ribes nero in evidenza, e la freschezza che assicura tensione e slancio. Il vino è dinamico, coinvolge per il passo leggiadro e il corpo proporzionato, essenziale; la dentelle di tannini piccoli e morbidi cadenza lo sviluppo e contribuisce  all’agilità della beva. Lungo e freschissimo il finale con il frutto ancora in evidenza e un elegante ornato di erbe e fiori. Il legno è completamente riassorbito e si ricorda forse solo nelle note fievolissime di legno di rosa e chiodo di garofano. Alcol 13%. Cifra di grazia, definizione aromatica e naturale finezza.

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Dieci anni di Mare e Vitovska in Morje, nessuno lo avrebbe mai immaginato. Anche l’edizione del 2016 ha lasciato una traccia rilevante: forse per l’importante convegno “Carso marchi di qualità. A chi servono le doc?”, sicuramente per il luogo fiabesco in cui si è svolta la manifestazione che è il Castello di Duino, storica dimora della famiglia Torre e Tasso ma, più di ogni altra cosa, continuo a pensare, che a lasciare un ricordo indelebile siano il Carso, i suoi viticoltori, i vini e i cibi. Per fare qualche esempio di prelibatezza gastronomica viene subito in mente il prosciutto crudo di Bajta Fattoria Carsica, ottenuto da maiali allevati allo stato brado nell’abitato tra Sales e Sgonico, il paragone con il Pata Negra si può fare, me ne assumo tutta la responsabilità.  Terra unica il Carso che ti rapisce l’anima ed è per sempre, ne sanno qualcosa gli scrittori James Joyce e Veit Heinichen e molto più prosaicamente lo sanno tutti quelli che non si stancano mai di cercare nel vino la gioia di scoprire, la gioia di bere. La Vitovska in questo senso è fedele compagna, perché è uva indigena per eccellenza, non esistono tracce di altre varietà con cui identificarsi in altre regioni del Mediterraneo e poi la sua storia antichissima e la sua tenacia nel sopportare le scudisciate della Bora. Anche se bevibilissima d’annata è un vino d’attesa, che non ama la fretta e non potrebbe essere diversamente vista l’affascinante immutabilità del territorio carsico. Capita così di bere Vitovska con 10 anni sulle spalle mature, certo, ma anche aspre e profonde. Una nota particolare sull’abbinamento cibo-vino, di cui oggi, per bizzarria del mondo enogastronomico, si fa sempre più fatica a parlarne. Mi è capitato di recente, complice anche la grande cucina di Antonia Klugmann, di scoprire che l’abbinamento perfetto c’è, esiste ed è tra noi; non saprei come altro definire gli gnocchetti di semola di cacao, ragout di capriolo e alloro abbinati alla Vitovska 2011 di Sandi Skerk o il coniglio nel lardo e cavolfiore agrodolce abbinato alla Vitovska 2007 di Beniamino Zidarich.

Matej Skerlj nel vigneto di Vitovska a Sales – Carso

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di Irene Graziotto

6.12.18. Non si tratta di ripasso delle tabelline ma della formula scelta da Le Morette per parlare di varietà, longevità e mineralità. 6 territori, 12 vini, 18 addetti ai lavori si sono incontrati a Peschiera del Garda giovedì scorso per confrontarsi e riflettere sulle potenzialità del Lugana.

Il Lugana è oggi una delle denominazioni che gode di maggiore salute, con l’uva che sfiora i due euro al chilo. Ma non è sempre stato così. Sicuramente non era così 25 anni fa quando il Lugana era contraddistinto da un’acidità potentissima, motivata anche dal rischio di fermentazioni indesiderate. Poi le cose sono cambiare, grazie alle nuove tecnologie ma soprattutto a decisioni importanti e coese da parte di tutti i produttori.

Si è potuto vendemmiare così a stagione più avanzata, quando l’acidità era ottimale e – racconta Carlo Veronese, direttore del Consorzio – “si è inoltre scelto di propendere più per uno stile mitteleuropeo dei vini, che per uno mediterraneo lasciando un leggero residuo zuccherino così da bilanciare maggiormente la forte acidità che caratterizza l’uva Turbiana, alla base del Lugana.” Si è poi riusciti ad accordarsi per una messa in vendita dopo il 15 gennaio dell’anno successivo alla vendemmia, riuscendo così a proporre al consumatore un vino che fosse perlomeno pronto -“un passo importante per l’intera denominazione” sottolinea Fabio Zenato, figlio del fondatore Gino e alla guida attuale de Le Morette con il fratello Paolo.

La degustazione ha tuttavia rivelato come il Lugana sia un ottimo prodotto non solo da giovane ma anche sul lungo tempo. Il confronto poi con il Fiano di Avellino, Chablis, Grüner Veltliner, Pinot Bianco e Verdicchio dei Castelli di Jesi, di produttori importanti, è stata una prova riuscita per mostrare da un lato il buon rapporto qualità-prezzo del Lugana – un fattore oggi sempre più determinante – e dall’altra la stoffa che lo contraddistingue.

Lugana DOC Mandolara 2015 Le Morette 

Giallo paglierino, fiore primaverile di campo, fragranza e melone bianco. Sorso intenso e giovanissimo, vena citrica e leggera sapidità. Vino per l’estate a bordo lago o per un degno aperitivo. Da uve Turbiana 100%, vendemmia manuale, vinificazione in acciaio a temperatura controllata e affinamento per almeno un mese in bottiglia.

Lugana DOC Benedictus 2010 Le Morette 

Un passo indietro lungo un lustro. Al naso maggiociondolo e caprifoglio, un leggerissimo ricordo di burro fuso, bocca ampia e ancora giovane, notevole freschezza, finale ammandorlato. Da riassaggiare fra qualche anno forse un lustro o più.  Da uve Turbiana 100% che provengono dal vigneto storico, anche qui vendemmia manuale nella terza decade di ottobre. Breve macerazione e vinificazione in acciaio a 16°C. Una parte conlude la fermentazione in tonneau di rovere. Affinamento per 6 mesi in tonneau di rovere.

 

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L’infinitezza del vino: territori, vitigni, vignaioli, quante volte se ne parla, spesso in maniera retorica, eppure è una verità inconfutabile; ne ho avuta l’ennesima conferma visitando la DOC Gambellara. Una zona poco conosciuta o peggio snobbata, troppo vicina a Soave, ed è facile auto convincersi che quando si parla di vini bianchi da uve Garganega proprio lì sia già stato detto tutto. Errore madornale, a Gambellara, Montorso Vicentino, Montebello Vicentino e Zermeghedo, nei poco più di ottocento ettari coltivati, la Garganega arriva a vette inaspettate, tra l’altro con bottiglie vendute a prezzi imbarazzanti. Una piccola isola del tesoro, da arrivare con un furgone e portarsi via un bel po’ di referenze, come ad esempio il Creari 2010 dell’Azienda Agricola Cavazza, il Capitel Vicenzi 2013 di Virgilio Vignato o il Rivalonga 2014 di Menti, per non parlare del loro Vin Santo Historia 2010. Proprio a Michela Menti, che assieme a suo fratello Nicola gestisce omonima cantina,  ho fatto qualche domanda per meglio contestualizzare questa inaspettata DOC Gambellara:

Michela, confesso, non avrei mai immaginato che il Gambellara Classico e il Vin Santo, almeno tra quelli che ho assaggiato al recente Garganica, potessero essere vini di tal eccellenza, sicuramente ignoranza e snobismo da parte mia, ma non è che in giro vi conoscono poco?

Gambellara è oggi una piccola Doc con un territorio poco esteso e con un numero contenuto di aziende. I suoi vini sono molto interessanti sia per l’uva tipica, la Garganega sia per le peculiarità della terra vulcanica che donano loro grande struttura e note caratteristiche di pietra focaia, zolfo e di mandorla. Sono molto apprezzati da che chi ha la possibilità di assaggiarli. Purtroppo è una realtà vitivinicola ancora poco conosciuta e probabilmente questo è uno dei pochi punti di debolezza della nostra zona.  Gambellara ha una lunghissima storia alle spalle. I suoi vini erano molto famosi e ricercati nel  corso del XIX secolo e nei primi anni del XX.  Negli ultimi trent’anni in zona si è continuato a produrre vini, ma il mercato chiedeva principalmente vini sfusi, di facile bevibilità. Così i produttori di Gambellara si sono limitati a produrre vini semplici. In quegli anni si è anche quasi abbandonata la produzione del Vin Santo di Gambellara, perla enologica di massima eccellenza che è stata riscoperta e ripresa solo recentemente con un Progetto di sperimentazione in collaborazione con il Consorzio di Gambellara e l’Università di Verona. In quegli anni si è perduta così la storica fama di Gambellara e dei suoi vini. Tuttavia, il mercato oggi ricerca denominazioni nuove e interessanti. In un prossimo futuro, questo può forse rappresentare un punto di forza per  Gambellara. Abbiamo tutte le carte in regola per poter produrre vini di grande spessore, estremamente tipici e farci conoscere in giro!

Parlando con i produttori che ho incontrato a Garganica, tutti giovani e pieni di entusiasmo, ho percepito una gran voglia di svoltare, di pensare in grande. Qualcuno mi ha detto che c’è voglia di affrancarsi rispetto alla generazione dei loro nonni, ma anche padri, che vinificavano spesso solo per lo sfuso. In questo senso ti chiedo cosa è stato fatto e cosa c’è ancora da fare per il vostro territorio.

Negli ultimi anni a Gambellara c’è stato un importante cambio generazionale tra i produttori. I giovani entrati in azienda sono ragazzi che sono cresciuti sul territorio, hanno studiato e a volte hanno anche girato il mondo vivendo esperienze di lavoro presso altre realtà. Sono quindi tornati alle proprie radici, con nuova consapevolezza, con uno spirito innovativo e con nuove idee che spesso entrano in contrasto con la “storicità” dei padri o dei nonni. Tuttavia questa aria nuova non può che essere positiva per un territorio come quello di Gambellara dove nel recente passato non si è saputo esprimere tutte le enormi potenzialità di questa terra. La consapevolezza di poter fare bene di questi giovani non è che un primo passo, ora si deve rimanere uniti e lavorare per valorizzare i nostri prodotti. Oggi si possono già assaggiare grandi vini che ben rappresentano quanto qui ho sintetizzato. Credo possiamo in breve tempo riportare a Gambellara quella fama che la rese una celebre terra di vino nei secoli passati.

Tu e tuo fratello Nicola siete due persone con grande carisma, quando incontro vignaioli come voi mi vengono sempre in mente le parole di Mario Mariani: “Il vino è una malattia dell’anima: nessun carattere tiepido può occuparsene, otterrebbe solo bottiglie senza personalità”, cosa che poi si conferma regolarmente assaggiando i vini, mi racconti qualcosa in più di voi, le vostre prospettive nel mondo del vino?

Io e Nicola abbiamo iniziato a lavorare in azienda qualche anno fa. In breve tempo ci siamo appassionati e il vino prodotto è diventato per noi il frutto del nostro lavoro. La nostra filosofia è  “Nel bicchiere non c’è solo vino, ma l’arte, la tradizione e la storia della nostra terra!” In un semplice bicchiere di vino noi raccontiamo  quello che siamo, da dove veniamo e ciò che facciamo con il nostro lavoro. Parliamo della tradizione di della famiglia Menti di coltivare la vite e produrre vino nel territorio vulcanico di Gambellara e lo facciamo con quello spirito innovativo e quella consapevolezza di poter fare bene di cui si parlava prima. Lavoriamo soprattutto la Garganega, l’uva tipica del Gambellara, in varie interpretazioni, con un tocco sia classico che moderno, con l’aiuto della tecnologia e dell’innovazione, ma sempre elegante e minerale: questo è il marchio di fuoco della terra di Gambellara. Abbiamo ripreso la produzione del Vin Santo di Gambellara senza solfiti aggiunti e fermentazione con lieviti indigena, proprio come si faceva una volta. Stiamo ottenendo ottimi risultati dalla critica, a conferma del fatto che a Gambellara ci sono grandi possibilità per poter essere ricordati e apprezzati. Siamo convinti che ci sia ancora molto lavoro da fare per poter migliorare ancora e soprattutto per poter valorizzare questo territorio meraviglioso.

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di Irene Graziotto

La Soave Preview 2015 ha infatti confermato il mordente della denominazione veronese che veleggia col vento in poppa sia per le annate giovani che per le annate agée. L’evento ha presentato non solo l’annata in corso, ma anche una verticale, che ha dimostrato la stoffa del Soave sul lungo tempo, e una transfrontaliera che ha spaziato dai territori vulcanici di Somloi nell’Ungheria a quelli della Sardegna (ebbene sì, esistono vulcani anche in Sardegna!), dalla Mosella a Santorini, dalle Alture del Golan ai Monti Lessini. Ma andiamo con ordine. L’annata 2015 non è stata certamente delle più facili, con luglio e agosto “caratterizzati da temperature sistematicamente al di sopra della media, con ondate di calore ben oltre i dati storici e quasi totale assenza di precipitazioni” che hanno raggiunto talvolta veri e propri valori termici da record e stress idrici. E se questo ha permesso di avere uve molto sane, d’altra parte ha portato a lenti incrementi in zucchero e calo acido. La pergola, tradizionale sistema di allevamento locale, ha certamente aiutato a limitare l’effetto del caldo che traspare dai campioni in assaggio. Importante sensazione calda e morbidezza hanno infatti contraddistinto tanti assaggi fatti alla cieca. I migliori sono però riusciti a tenere a bada questo corredo alcolico e proporre un naso floreale giallo, frutta esotica, erbe aromatiche e bocca affabile dove la nota morbida è ravvivata da sapidità e freschezza, grazie forse anche a percentuali di Trebbiano di Soave che rispetto alla Garganega regge meglio le estati siccitose. E se l’equilibrio era un punto importante, altrettanto lo è stata la riconoscibilità territoriale che ha espresso in maniera lapalissiana la forza di alcuni Soave da Garganega in purezza rispetto ad altri, magari anche fatti bene, ma dove era preminente la nota di idrocarburo (Riesling? Incrocio Manzoni?) o Sauvignon.

Gli assaggi che hanno lasciato il segno

Latium Soave Doc 2015: al naso agrumi, soprattutto pompelmo, e bocca calda ma ben gestita

Corte Moschina Soave Doc Roncathe 2015: al naso elleboro, pino, agrume; sorso intenso, chiusura ammandorlata

Tinazzi Soave Doc Cà de’ Rocchi 2015: al naso anche qui polpa di pompelmo rosa, bocca fresca in linea col naso dove scorre anche un’importante nota alcolica

Pieropan Soave Doc Classico 2015: al naso nota floreale e frutta a polpa gialla, bocca calda ma equilibrata

Montetondo Soave Doc Classico 2015: naso dove la nota di zolfo si intreccia al fiore bianco, bocca agrumata e sapida

I Stefanini Soave Superiore Docg Classico Monte di Fice 2015: colore giallo intenso carico, al naso fiore giallo, carnoso, maggiociondolo, sapore intenso, pieno.

Ad aver colpito nel segno anche la verticale con assaggi di vecchie annate come il “Contrada Selvarenza” 2005 di Gini – colore giallo paglierino, al naso idrocarburo, fieno e nespola e sorso d’impatto e di importante sapidità – o come il 2006 Soave Doc Classico di Suavia – un entry level (!) dal corredo di fiori gialli e camomilla e la beva intensa, dove le note setose erano rinvigorite da una bella nota minerale – o il 2007 “Monte Ceriani” di Sant’Antonio dove alle note saline e di idrocarburo si affiancava la freschezza del kumquat e una beva di grande godibilità che virava sull’agrume, nella fattispecie pompelmo rosa. Fra i più “giovani” (si fa per dire) va citato il Soave Doc “Sereole” 2009 di Bertani – suolo calcareo e corredo aromatico di frutta esotica e a polpa gialla, mango in particolare, intrecciata ad una leggerissima nota ossidativa mentre in bocca si declinava sulla cremosità – e il 2010 Soave Doc “Danieli” di Fattori che azzarda (vincente) un tappo a vite, con beneficio del colore che conserva una verve giallo paglierino intenso, naso floreale con qualche ricordo di pane, sorso di grande pulizia e freschezza.

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Emanuele Giannone per La stanza del vino

Secondo appuntamento col botto. Breve ripasso: Helmut Knall[1] è il munifico enofilo che, auspici Georgescu-Roegen e Illich, mi inviò sotto Natale sei bottiglie dall’Austria a titolo di corrispettivo di una traduzione. L’equivalente italiano del suo cognome è letteralmente botto e il composto Knallbonbon significa castagnola (nel senso di petardo). Con un poco di fantasia, meglio se sbrigliata dopo fruttuosa stappatura, Knall-Bon-Bon riecheggia Est!Est!!Est!!! nel suo senso primigenio; e in effetti anche qui, come nella storia di Giovanni Defuk e del coppiere Martino, è di vino buono che si tratta. La prima bottiglia è andata tempo fa (knallbonbons #1). Ecco la seconda.

Kremstal Reserve “Urknall” Grüner Veltliner 2013 Zöhrer

Weinstadt Krems, si legge sull’etichetta. Krems è città del vino da oltre 1000 anni. Affacciata sul Danubio, dà il nome alla valle e alla denominazione. Qui la vite trova suoli antichi e commisti: terrazzamenti su löss, che è di per sé una centrifuga sedimentata di tanti ingredienti, molto idrossido di ferro e sali di varia sorta, con il carbonato di calcio a far da base; e su ardesie di varie gradazioni. Zöhrer vanta la proprietà di alcune parcelle da più di 400 anni e battezza Urknall – traducibile in toni da mandrakata come il superbotto – le sue Riserve in annate ritenute particolarmente favorevoli. Questa è da Grüner Veltliner, stesso vitigno del primo Knallbonbon. Rispetto a quello, peraltro, siamo nel grün dipinto di blu, c’è clorofilla per ogni dove e il giallo si è ridotto a un sole riflesso nei profumi molto contenuti di frutta gialla, semplici dettagli in un bouquet coeso e suggestivo: note vegetali in varietà e prevalentemente verdi, dal lime alla rucola alle erbe fini all’ortica, con in più la sorpresa della noce; speziatura elegante, di pepe e cardamomo; cenni terrosi e minerali molto nitidi. Naso coeso e profondo – e giusto in profondità fa capolino il giallo con una punta di frutta disidratata (mela) e zenzero. Verticale, fendente e di buon nerbo al palato, con sensazioni pseudo-piccanti immediate e spiccata freschezza ad aprire la strada a kiwi, cerfoglio, uva spina e mallo di noce. La progressione è ancora piuttosto contratta, un mare d’erba in cui il minerale calca il passo, articolato in sale, note terrose e ardesia. Il frutto resta sullo sfondo e si accoda nel finale al leitmotiv speziato-vegetale. Persistenza piuttosto lunga e connotata da freschezza molto vivace. Carattere e fermezza che lasciano presagire un futuro radioso – più solare? – per questo vino in erba. Intanto, è assodato: l’erba del Veltliner è sempre più verde.

[1] Helmut Knall è uno scrittore, giornalista, consulente enogastronomico e genius dietro wine-times.com. Mentre gestisce a Vienna una sorta di bacaro, inizia a scrivere negli anni ’80, incoraggiato dalla poca serietà dell’informazione mainstream sul vino. Italofilo da sempre, ha un debole per il vino – Amarone über alles – e per antipasti, cicheti e primi.

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Un territorio in grande spolvero quello della DOCG  Asolo Montello e gli assaggi fatti al recente Asolo Wine Tasting lo confermano.  Un  Prosecco che ha elementi distintivi abbastanza netti rispetto a Valdobbiadene: più esile quest’ultimo,  sentori  riconducibili più alla frutta matura invece che alla mela acerba  per Asolo. In poche parole, come ho avuto modo di dire altre volte, l’appassionato di Prosecco (vero), che approfondisca  il “gusto” Asolo rischia di innamorarsene perdutamente, ricordando anche che qui, e al momento solo qui, esiste la tipologia Extra Brut Superiore .  L’altro aspetto peculiare sono gli autoctoni:  la Recantina in primis che continua a essere un rosso di grandi prospettive e la Rabiosa ancora tutta da scoprire. Naturalmente non vanno dimenticati l’Incrocio Manzoni e i vini di derivazione Bordolese che continuano a regalare perle;  indimenticabile resta, ad ogni assaggio, soprattutto di vecchie annate, il leggendario Capo di stato di Loredan Gasperini.  Ultimo ma non meno importante il Colfòndo, che ad Asolo trova la sua terra d’elezione. Alla fine dell’Asolo Wine Tasting 2016 mi piaceva che un paio di argomenti,  già declinati durante la manifestazione, fossero meritori di un maggior approfondimento e per questo motivo ho chiesto lumi al presidente del Consorzio Vini Asolo Montello Armando Serena e a due giovani produttori, come Luca Ferraro e Francesco G. Siben, ecco quanto emerso:

 Volevo capire meglio la questione del Consorzio unico: è una strada percorribile? Immagino che commercialmente possa essere per voi una mossa vincente però, in una visione romantica, temo possa farvi perdere un’ identità ben definita che vi siete costruiti nel tempo con grande fatica, che ne pensate?

Armando Serena presidente Consorzio Vini Asolo Montello

In merito alla proposta del Consorzio Unico ritengo sicuramente valida l’idea che i tre Consorzi si propongano in team. Non vedo invece altrettanto percorribile l’ipotesi di disperdere le peculiarità dei tre territori.  Preliminarmente ci sarebbero comunque da appianare le seguenti differenze tra i Consorzi (forse non insuperabili ma parecchio impegnative):

  • Sulle denominazioni: il Consorzio Vini Asolo Montello, oltre all’Asolo Prosecco, tutela anche il Montello DOCG e le DOC (Recantina, Manzoni, ecc..). Sono tre disciplinarei in totale con più vitigni; gli altri due tutelano solo Prosecco.
  • Ci sono diversità anche nella gestione dei tributi da incamerare dai soci dovute a:
  • differenti aliquote sulle produzioni rivendicate
  • differenti modalità di riscossione
  • Non ultimo, le modalità contabili-amministrative che sono gestite diversamente uno dall’altro.

Esaminando con pragmatismo vantaggi e svantaggi:

  1. Riduzione dei costi.
  2. Mi sembra che i risparmi eventualmente ottenibili possano essere solo marginali: da quello che so i tre Presidenti e i CDA lavorano volontariamente e gratuitamente; inoltre le strutture attuali (specialmente per l’Asolo) credo siano difficilmente comprimibili.
  3. Protocolli viticoli e indirizzi fito-sanitari comuni.
  4. Sicuramente è una grande opportunità; le due DOCG li stanno già perseguendo assieme (qui si riducono i costi perché c’è una ricerca tecnica unica). Entro un lasso di tempo abbastanza limitato, poi lo dovranno fare tutti in Veneto (anche altre denominazioni) perché obbligati dalla Regione con l’effettiva entrata in vigore del PAN (vedi allegato)
  5. Ho notato (con piacevole sorpresa) come i viticoltori negli ultimi 5-6 anni siano diventati estremamente sensibili alle tematiche sulla sostenibilità! Ad esse si stanno allineando, con i necessari tempi tecnici,  per convinzione propria ma anche perché i consumatori (mercato) lo pretendono sempre più incessantemente.
  6. Promozione in comune.
  7. Ottima opportunità se prima di tutto venisse definito un marketing di base condiviso tra di noi che (pur mantenendo le proprie identità) porti ad evitare comunicazioni del tipo: “il mio Prosecco è virtuoso o più buono perché l’altro è di agricoltura industriale”. Queste distinzioni, a mio parere, fanno male a tutte le denominazione Prosecco; per valorizzare la propria DO si possono e si debbono utilizzare altri argomenti.
  8. Sarebbero da definire priorità e paesi obiettivo.
  9. Peso socio-economico-politico.
  10. E’ già ora molto grande ma l’unione dei tre lo accrescerebbe ancora di più. Non dimentichiamo che nel Prosecco hanno investito aziende Italiane (Ferrari per Bisol) e multinazionali Tedesche (Mionetto) Svizzere (Shenk), Russe (Contarini). Forse qualche altra sta arrivando; il nostro è un fenomeno planetario!
  11. A livello MIPAAF ed in misura forse maggiore al MISE, il Prosecco (la più grande denominazione mondiale) è certamente già considerata; l’unione ne darebbe un peso ancora maggiore.
  12. Così dicasi per Federdoc ed altri enti associativi e sindacali.
  13. Visibilità delle tre DOCG
  14. È il vero punto critico: c’è la possibilità che la parte del leone  vada a chi rappresenta 355 mil. di btg.
  15. Anche per questo riterrei opportuno mantenere separata l’identità dei tre Consorzi.

Voglio tirare in campo il “Sistema Prosecco”.

È una Società Consortile costituita nel 2014 tra i tre Consorzi che ha come oggetto sociale la difesa nel Mondo del nome Prosecco (vedi visura allegata).

  • nel 2015 ha fatto desistere (assistito da validi team legali) circa 140 tentativi di usurpazione (vado a memoria) di assonanze e/o imitazione del termine Prosecco nel mondo.
  • Il “Sistema” stato coinvolto dal Bundesministerium fur Emaehrung und Landwirtschaft (in Germania corrisponde al MIPAAF) di concerto col quello Italiano, per procedere col “Protocollo d’intesa per la cooperazione rafforzata Italia-Germania sulla protezione delle DOP italiane “Prosecco”. Quando e se andrà definito, il SISTEMA PROSECCO potrà agire direttamente in prima istanza contro le usurpazioni, evitando molti passaggi preliminari tra Italia-Germania e successive comunicazioni burocratiche.
  • Purtroppo queste notizie non sono ancora state divulgate in modo adeguato anche se ne abbiamo già parlato di farlo in un CDA del Sistema Prosecco.
  • Al Sistema Prosecco ci si incontra periodicamente con gli altri Presidenti e direttori per espletare diverse attività. Abbiamo così approfondito i legami tra di noi condividendo le tematiche più stringenti.

Concludendo l’argomento del Consorzio Unico.

“Il Sistema Prosecco”

  • per me può già oggi rappresentare una specie di Consorzio “Federale” in cui gli obiettivi comuni sono definiti e vengono sostenuti insieme ma si mantengono le individualità delle DOCG
  • il suo Oggetto Sociale può essere ampliato PER GRADI includendo gli obiettivi dal 2 al 5 o altri.
  • è già costituito e funzionante (l’attuale Presidente è Stefano Zanette)

Se dipendesse da me quindi non creerei altre nuove infrastrutture (sai quante carte, complicazioni e nuovi adempimenti) e, senza dover andare in cerca dei “Massimi Sistemi”, lavorerei invece su questo facendolo crescere “motu proprio” giorno dopo giorno.

Luca Ferraro – Bele Casel

Questa è una questione assai delicata, si parla di unione dei due consorzi dal tempo della nascita delle due Docg. Per quanto mi è possibile cerco sempre di scindere il romanticismo dalla concretezza e sono convinto che l’unione dei consorzi potrebbe risultare una scelta felice  se non addirittura obbligatoria alla luce di tutte le dinamiche che si stanno sviluppando e muovendo  nel mondo Prosecco.   Come pensare di voler far conoscere il mondo delle colline trevigiane se non uniamo le forze? Prendiamo la zona della Doc che conta  più di 400 milioni di bottiglie prodotte, aumentassero di un solo  centesimo a bottiglia la quota consortile potrebbero arrivare a guadagnare 4 milioni di euro per anno. Come potremmo noi a quel punto farci notare con una produzione che si aggira attorno ai  70/75 milioni di bottiglie?
Probabilmente la manovra inizialmente potrebbe procurare confusione e riscontrare trovare il favore di pochi produttori  ma ho come l’impressione che in questo momento la scelta più corretta sia quella di fare un consorzio unico che possa promuovere e tutelare in maniera decisiva le produzioni collinari e tutti i piccoli vignaioli che lavorano vigne in pendenze folli.
Più si tende a dividersi e più si rischia di perdere nei confronti di chi è economicamente più forte di noi. L’Unione non può essere concepita come perdita d’identità di un territorio basterà pensare di costituire una Docg con 3 Cru, Asolo, Conegliano e Valdobbiadene.

Francesco G. Siben – Cirotto Vini

La strada è difficile ma non impossibile, immaginare un consorzio unico del Prosecco che comprende i tre Consorzi, Asolo Docg , Conegliano-Valdobbiadene Docg e Doc allargata ,  con tre sottozone DOCG  ( Asolo, Valdo e Conegliano)  e relative microaree di eccellenza penso sia doveroso per mantenere distinte le peculiarità che ne emergono per natura. ( Monfumo per la zona di Asolo sta al Cartizze per Valdo). Questo per l’Asolo non significa perdere l’identità, ma unire le forze a tutto vantaggio di un territorio che acquisirebbe ulteriore valore agli occhi del mondo. Esempi intorno a noi di simili sinergie che funzionano ne abbiamo( vedi Franciacorta) , basterebbe riflettere, riorganizzare, “fare sistema” e prendere esempio da chi ha già attuato queste politiche. Qualche anno fa poteva essere vista come una “visione romantica” ma ora potrebbe essere un’ ipotesi realistica che passa attraverso un continuo racconto delle diverse zone di produzione partendo dal micro clima, passando per l’orografia dei terreni e la loro composizione , l’impatto dell’uomo sul vigneto e l’uso di vitigni antichi come la Bianchetta, la Bianchettona , la Perera e la Boschera ( Rabbiosa) che insieme alla Glera vanno a comporre il nostro Asolo Docg Superiore.

Negli incontri con la stampa che ci sono stati durante il recente Asolo Wine Tasting, il presidente del Consorzio Armando Serena ha spesso parlato di questo gruppo di giovani produttori che, se pur non formalmente costituito, ha all’interno del Consorzio  un’importante spinta propulsiva e di innovazione; in sostanza Serena ha fatto capire che la voglia di crescere passa da loro. Questo aspetto mi ha colpito molto, si è sentito un legame particolare anche tra generazioni diverse, tanto da farmi pensare che quella modalità di fare sistema che tanto invidiamo ai francesi qui si realizzi o si stia realizzando, mi sbaglio?

 Armando Serena presidente Consorzio Vini Asolo Montello

Alla mia elezione a presidente nel 2012 avevamo circa 22.000 €/anno di mezzi proprio da utilizzare per il Consorzio e quindi (come i precedenti presidenti) ho dovuto dedicarmi in prima persona (con l’ausilio saltuario di un’impegata di Montelvini e del CDA) alla sua gestione (tutto e per tutti come volontariato non retribuito).  Una delle prime necessità è stata quella di migliorare la comunicazione, con i Social in primis e, non avendo risorse, ho cominciato a chiedere informazioni ai Soci che sapevo essere più “smanettoni” di me.   Così abbiamo iniziato a sentirci principalmente con 3-4 persone, avendo dei feed-back da ciascuno di loro. Però era complicato ed ho pensato che sarebbe stato meglio che prima discutessero le rispettive istanze e che fosse uno solo di loro a riportarmi le proposte risultanti.  Per semplicità l’abbiamo cominciato ad identificarli come GRUPPO GIOVANI, che poteva venir (a loro scelta) integrato con l’apporto saltuario o definitivo anche di altri soci.  Tra di loro naturalmente ci sono degli enologi che hanno cominciato a parlare non solo di social ma anche di altre necessità per il Consorzio fornendomi così dei nuovi imput. Per merito del loro lavoro (si sono divisi autonomamente in sottogruppi) fra poco uscirà la prima bottiglia Istituzionale dell’Asolo Prosecco Superiore DOCG e verranno stese delle proposte di modifica dei disciplinari. Questo organismo non è previsto dal nostro Statuto e quindi non non ha validità decisorie ma, proprio per il suo essere informale, recepisce molti imput da tanti produttori, soci ed anche da non soci.  Quasi sempre però le loro istanze vengono sottoposte (e qui rientriamo nell’istituzionale) al vaglio del CDA (che pure apporta proprie idee nuove) e successivamente, se necessario, portate all’approvazione dell’assemblea. Concludendo sul GRUPPO GIOVANI io dico sempre che si è fatto di necessità virtù col risultato che la mancanza di risorse ha cementato il gruppo e mi riporta quello che la base ha da dire!

Luca Ferraro – Bele Casel

L’Asolo ha un vantaggio su tutti, siamo piccoli e veloci,  Armando Serena è una persona molto capace che ha saputo cogliere le potenzialità di un territorio e della gente che lo vive.
Avrebbe potuto fare affidamento solo sulla sua enorme esperienza e invece ha capito che i giovani sono una risorsa immensa se ben gestita. Ecco che 6 ragazzi 2.0 collaborano e si confrontano sui temi più disparati, dal marketing ai problemi in vigna, portando all’attenzione del consiglio proposte che vengono vagliate e attuate in tempi molto brevi., se ritenute condivisibili.
I risultati per esempio sono quelli di essere riusciti per primi ad ottenere la versione Extra Brut negli Asolo Docg e di organizzare un grande Asolo Wine Tasting con risorse limitatissime.

Francesco G. Siben – Cirotto Vini

Il “gruppo giovani” che raggruppa una manciata di viticoltori del consorzio Asolo Montello, si è costituito spontaneamente per portare idee nuove al Consorzio; è come una squadra di rugby che, con tutti i suoi giocatori ,  vuole creare quello spirito di affiatamento  che serve a proporre azioni nuove per raggiungere un obbiettivo comune cioè valorizzare i nostri vini e comunicare il nostro territorio, anche in collaborazione con realtà locali che contribuiscano ad aumentare la visibilità turistica della nostra splendida zona. Noi giovani vogliamo far tesoro dei valori e dell’esperienza delle vecchie generazioni e, col loro supporto, dare il nostro contributo di idee per valorizzare queste colline che hanno secoli di storia ( risale alla Serenissima repubblica di Venezia)  e sono un patrimonio che va conservato per il futuro nostro e dei nostri figli. Personalmente sono convinto che le nostre colline affacciate alle prealpi trevigiane  possono ancora  esprimere un potenziale viticolo notevole  che noi viticoltori stiamo scoprendo poco per volta, vendemmia dopo vendemmia, vinificando separatamente  vigneto per vigneto e valorizzando ogni singolo appezzamento.

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