Feed on
Posts
Comments

Emanuele Giannone per La stanza del vino

Secondo appuntamento col botto. Breve ripasso: Helmut Knall[1] è il munifico enofilo che, auspici Georgescu-Roegen e Illich, mi inviò sotto Natale sei bottiglie dall’Austria a titolo di corrispettivo di una traduzione. L’equivalente italiano del suo cognome è letteralmente botto e il composto Knallbonbon significa castagnola (nel senso di petardo). Con un poco di fantasia, meglio se sbrigliata dopo fruttuosa stappatura, Knall-Bon-Bon riecheggia Est!Est!!Est!!! nel suo senso primigenio; e in effetti anche qui, come nella storia di Giovanni Defuk e del coppiere Martino, è di vino buono che si tratta. La prima bottiglia è andata tempo fa (knallbonbons #1). Ecco la seconda.

Kremstal Reserve “Urknall” Grüner Veltliner 2013 Zöhrer

Weinstadt Krems, si legge sull’etichetta. Krems è città del vino da oltre 1000 anni. Affacciata sul Danubio, dà il nome alla valle e alla denominazione. Qui la vite trova suoli antichi e commisti: terrazzamenti su löss, che è di per sé una centrifuga sedimentata di tanti ingredienti, molto idrossido di ferro e sali di varia sorta, con il carbonato di calcio a far da base; e su ardesie di varie gradazioni. Zöhrer vanta la proprietà di alcune parcelle da più di 400 anni e battezza Urknall – traducibile in toni da mandrakata come il superbotto – le sue Riserve in annate ritenute particolarmente favorevoli. Questa è da Grüner Veltliner, stesso vitigno del primo Knallbonbon. Rispetto a quello, peraltro, siamo nel grün dipinto di blu, c’è clorofilla per ogni dove e il giallo si è ridotto a un sole riflesso nei profumi molto contenuti di frutta gialla, semplici dettagli in un bouquet coeso e suggestivo: note vegetali in varietà e prevalentemente verdi, dal lime alla rucola alle erbe fini all’ortica, con in più la sorpresa della noce; speziatura elegante, di pepe e cardamomo; cenni terrosi e minerali molto nitidi. Naso coeso e profondo – e giusto in profondità fa capolino il giallo con una punta di frutta disidratata (mela) e zenzero. Verticale, fendente e di buon nerbo al palato, con sensazioni pseudo-piccanti immediate e spiccata freschezza ad aprire la strada a kiwi, cerfoglio, uva spina e mallo di noce. La progressione è ancora piuttosto contratta, un mare d’erba in cui il minerale calca il passo, articolato in sale, note terrose e ardesia. Il frutto resta sullo sfondo e si accoda nel finale al leitmotiv speziato-vegetale. Persistenza piuttosto lunga e connotata da freschezza molto vivace. Carattere e fermezza che lasciano presagire un futuro radioso – più solare? – per questo vino in erba. Intanto, è assodato: l’erba del Veltliner è sempre più verde.

[1] Helmut Knall è uno scrittore, giornalista, consulente enogastronomico e genius dietro wine-times.com. Mentre gestisce a Vienna una sorta di bacaro, inizia a scrivere negli anni ’80, incoraggiato dalla poca serietà dell’informazione mainstream sul vino. Italofilo da sempre, ha un debole per il vino – Amarone über alles – e per antipasti, cicheti e primi.

Tags: , , , ,

Un territorio in grande spolvero quello della DOCG  Asolo Montello e gli assaggi fatti al recente Asolo Wine Tasting lo confermano.  Un  Prosecco che ha elementi distintivi abbastanza netti rispetto a Valdobbiadene: più esile quest’ultimo,  sentori  riconducibili più alla frutta matura invece che alla mela acerba  per Asolo. In poche parole, come ho avuto modo di dire altre volte, l’appassionato di Prosecco (vero), che approfondisca  il “gusto” Asolo rischia di innamorarsene perdutamente, ricordando anche che qui, e al momento solo qui, esiste la tipologia Extra Brut Superiore .  L’altro aspetto peculiare sono gli autoctoni:  la Recantina in primis che continua a essere un rosso di grandi prospettive e la Rabiosa ancora tutta da scoprire. Naturalmente non vanno dimenticati l’Incrocio Manzoni e i vini di derivazione Bordolese che continuano a regalare perle;  indimenticabile resta, ad ogni assaggio, soprattutto di vecchie annate, il leggendario Capo di stato di Loredan Gasperini.  Ultimo ma non meno importante il Colfòndo, che ad Asolo trova la sua terra d’elezione. Alla fine dell’Asolo Wine Tasting 2016 mi piaceva che un paio di argomenti,  già declinati durante la manifestazione, fossero meritori di un maggior approfondimento e per questo motivo ho chiesto lumi al presidente del Consorzio Vini Asolo Montello Armando Serena e a due giovani produttori, come Luca Ferraro e Francesco G. Siben, ecco quanto emerso:

 Volevo capire meglio la questione del Consorzio unico: è una strada percorribile? Immagino che commercialmente possa essere per voi una mossa vincente però, in una visione romantica, temo possa farvi perdere un’ identità ben definita che vi siete costruiti nel tempo con grande fatica, che ne pensate?

Armando Serena presidente Consorzio Vini Asolo Montello

In merito alla proposta del Consorzio Unico ritengo sicuramente valida l’idea che i tre Consorzi si propongano in team. Non vedo invece altrettanto percorribile l’ipotesi di disperdere le peculiarità dei tre territori.  Preliminarmente ci sarebbero comunque da appianare le seguenti differenze tra i Consorzi (forse non insuperabili ma parecchio impegnative):

  • Sulle denominazioni: il Consorzio Vini Asolo Montello, oltre all’Asolo Prosecco, tutela anche il Montello DOCG e le DOC (Recantina, Manzoni, ecc..). Sono tre disciplinarei in totale con più vitigni; gli altri due tutelano solo Prosecco.
  • Ci sono diversità anche nella gestione dei tributi da incamerare dai soci dovute a:
  • differenti aliquote sulle produzioni rivendicate
  • differenti modalità di riscossione
  • Non ultimo, le modalità contabili-amministrative che sono gestite diversamente uno dall’altro.

Esaminando con pragmatismo vantaggi e svantaggi:

  1. Riduzione dei costi.
  2. Mi sembra che i risparmi eventualmente ottenibili possano essere solo marginali: da quello che so i tre Presidenti e i CDA lavorano volontariamente e gratuitamente; inoltre le strutture attuali (specialmente per l’Asolo) credo siano difficilmente comprimibili.
  3. Protocolli viticoli e indirizzi fito-sanitari comuni.
  4. Sicuramente è una grande opportunità; le due DOCG li stanno già perseguendo assieme (qui si riducono i costi perché c’è una ricerca tecnica unica). Entro un lasso di tempo abbastanza limitato, poi lo dovranno fare tutti in Veneto (anche altre denominazioni) perché obbligati dalla Regione con l’effettiva entrata in vigore del PAN (vedi allegato)
  5. Ho notato (con piacevole sorpresa) come i viticoltori negli ultimi 5-6 anni siano diventati estremamente sensibili alle tematiche sulla sostenibilità! Ad esse si stanno allineando, con i necessari tempi tecnici,  per convinzione propria ma anche perché i consumatori (mercato) lo pretendono sempre più incessantemente.
  6. Promozione in comune.
  7. Ottima opportunità se prima di tutto venisse definito un marketing di base condiviso tra di noi che (pur mantenendo le proprie identità) porti ad evitare comunicazioni del tipo: “il mio Prosecco è virtuoso o più buono perché l’altro è di agricoltura industriale”. Queste distinzioni, a mio parere, fanno male a tutte le denominazione Prosecco; per valorizzare la propria DO si possono e si debbono utilizzare altri argomenti.
  8. Sarebbero da definire priorità e paesi obiettivo.
  9. Peso socio-economico-politico.
  10. E’ già ora molto grande ma l’unione dei tre lo accrescerebbe ancora di più. Non dimentichiamo che nel Prosecco hanno investito aziende Italiane (Ferrari per Bisol) e multinazionali Tedesche (Mionetto) Svizzere (Shenk), Russe (Contarini). Forse qualche altra sta arrivando; il nostro è un fenomeno planetario!
  11. A livello MIPAAF ed in misura forse maggiore al MISE, il Prosecco (la più grande denominazione mondiale) è certamente già considerata; l’unione ne darebbe un peso ancora maggiore.
  12. Così dicasi per Federdoc ed altri enti associativi e sindacali.
  13. Visibilità delle tre DOCG
  14. È il vero punto critico: c’è la possibilità che la parte del leone  vada a chi rappresenta 355 mil. di btg.
  15. Anche per questo riterrei opportuno mantenere separata l’identità dei tre Consorzi.

Voglio tirare in campo il “Sistema Prosecco”.

È una Società Consortile costituita nel 2014 tra i tre Consorzi che ha come oggetto sociale la difesa nel Mondo del nome Prosecco (vedi visura allegata).

  • nel 2015 ha fatto desistere (assistito da validi team legali) circa 140 tentativi di usurpazione (vado a memoria) di assonanze e/o imitazione del termine Prosecco nel mondo.
  • Il “Sistema” stato coinvolto dal Bundesministerium fur Emaehrung und Landwirtschaft (in Germania corrisponde al MIPAAF) di concerto col quello Italiano, per procedere col “Protocollo d’intesa per la cooperazione rafforzata Italia-Germania sulla protezione delle DOP italiane “Prosecco”. Quando e se andrà definito, il SISTEMA PROSECCO potrà agire direttamente in prima istanza contro le usurpazioni, evitando molti passaggi preliminari tra Italia-Germania e successive comunicazioni burocratiche.
  • Purtroppo queste notizie non sono ancora state divulgate in modo adeguato anche se ne abbiamo già parlato di farlo in un CDA del Sistema Prosecco.
  • Al Sistema Prosecco ci si incontra periodicamente con gli altri Presidenti e direttori per espletare diverse attività. Abbiamo così approfondito i legami tra di noi condividendo le tematiche più stringenti.

Concludendo l’argomento del Consorzio Unico.

“Il Sistema Prosecco”

  • per me può già oggi rappresentare una specie di Consorzio “Federale” in cui gli obiettivi comuni sono definiti e vengono sostenuti insieme ma si mantengono le individualità delle DOCG
  • il suo Oggetto Sociale può essere ampliato PER GRADI includendo gli obiettivi dal 2 al 5 o altri.
  • è già costituito e funzionante (l’attuale Presidente è Stefano Zanette)

Se dipendesse da me quindi non creerei altre nuove infrastrutture (sai quante carte, complicazioni e nuovi adempimenti) e, senza dover andare in cerca dei “Massimi Sistemi”, lavorerei invece su questo facendolo crescere “motu proprio” giorno dopo giorno.

Luca Ferraro – Bele Casel

Questa è una questione assai delicata, si parla di unione dei due consorzi dal tempo della nascita delle due Docg. Per quanto mi è possibile cerco sempre di scindere il romanticismo dalla concretezza e sono convinto che l’unione dei consorzi potrebbe risultare una scelta felice  se non addirittura obbligatoria alla luce di tutte le dinamiche che si stanno sviluppando e muovendo  nel mondo Prosecco.   Come pensare di voler far conoscere il mondo delle colline trevigiane se non uniamo le forze? Prendiamo la zona della Doc che conta  più di 400 milioni di bottiglie prodotte, aumentassero di un solo  centesimo a bottiglia la quota consortile potrebbero arrivare a guadagnare 4 milioni di euro per anno. Come potremmo noi a quel punto farci notare con una produzione che si aggira attorno ai  70/75 milioni di bottiglie?
Probabilmente la manovra inizialmente potrebbe procurare confusione e riscontrare trovare il favore di pochi produttori  ma ho come l’impressione che in questo momento la scelta più corretta sia quella di fare un consorzio unico che possa promuovere e tutelare in maniera decisiva le produzioni collinari e tutti i piccoli vignaioli che lavorano vigne in pendenze folli.
Più si tende a dividersi e più si rischia di perdere nei confronti di chi è economicamente più forte di noi. L’Unione non può essere concepita come perdita d’identità di un territorio basterà pensare di costituire una Docg con 3 Cru, Asolo, Conegliano e Valdobbiadene.

Francesco G. Siben – Cirotto Vini

La strada è difficile ma non impossibile, immaginare un consorzio unico del Prosecco che comprende i tre Consorzi, Asolo Docg , Conegliano-Valdobbiadene Docg e Doc allargata ,  con tre sottozone DOCG  ( Asolo, Valdo e Conegliano)  e relative microaree di eccellenza penso sia doveroso per mantenere distinte le peculiarità che ne emergono per natura. ( Monfumo per la zona di Asolo sta al Cartizze per Valdo). Questo per l’Asolo non significa perdere l’identità, ma unire le forze a tutto vantaggio di un territorio che acquisirebbe ulteriore valore agli occhi del mondo. Esempi intorno a noi di simili sinergie che funzionano ne abbiamo( vedi Franciacorta) , basterebbe riflettere, riorganizzare, “fare sistema” e prendere esempio da chi ha già attuato queste politiche. Qualche anno fa poteva essere vista come una “visione romantica” ma ora potrebbe essere un’ ipotesi realistica che passa attraverso un continuo racconto delle diverse zone di produzione partendo dal micro clima, passando per l’orografia dei terreni e la loro composizione , l’impatto dell’uomo sul vigneto e l’uso di vitigni antichi come la Bianchetta, la Bianchettona , la Perera e la Boschera ( Rabbiosa) che insieme alla Glera vanno a comporre il nostro Asolo Docg Superiore.

Negli incontri con la stampa che ci sono stati durante il recente Asolo Wine Tasting, il presidente del Consorzio Armando Serena ha spesso parlato di questo gruppo di giovani produttori che, se pur non formalmente costituito, ha all’interno del Consorzio  un’importante spinta propulsiva e di innovazione; in sostanza Serena ha fatto capire che la voglia di crescere passa da loro. Questo aspetto mi ha colpito molto, si è sentito un legame particolare anche tra generazioni diverse, tanto da farmi pensare che quella modalità di fare sistema che tanto invidiamo ai francesi qui si realizzi o si stia realizzando, mi sbaglio?

 Armando Serena presidente Consorzio Vini Asolo Montello

Alla mia elezione a presidente nel 2012 avevamo circa 22.000 €/anno di mezzi proprio da utilizzare per il Consorzio e quindi (come i precedenti presidenti) ho dovuto dedicarmi in prima persona (con l’ausilio saltuario di un’impegata di Montelvini e del CDA) alla sua gestione (tutto e per tutti come volontariato non retribuito).  Una delle prime necessità è stata quella di migliorare la comunicazione, con i Social in primis e, non avendo risorse, ho cominciato a chiedere informazioni ai Soci che sapevo essere più “smanettoni” di me.   Così abbiamo iniziato a sentirci principalmente con 3-4 persone, avendo dei feed-back da ciascuno di loro. Però era complicato ed ho pensato che sarebbe stato meglio che prima discutessero le rispettive istanze e che fosse uno solo di loro a riportarmi le proposte risultanti.  Per semplicità l’abbiamo cominciato ad identificarli come GRUPPO GIOVANI, che poteva venir (a loro scelta) integrato con l’apporto saltuario o definitivo anche di altri soci.  Tra di loro naturalmente ci sono degli enologi che hanno cominciato a parlare non solo di social ma anche di altre necessità per il Consorzio fornendomi così dei nuovi imput. Per merito del loro lavoro (si sono divisi autonomamente in sottogruppi) fra poco uscirà la prima bottiglia Istituzionale dell’Asolo Prosecco Superiore DOCG e verranno stese delle proposte di modifica dei disciplinari. Questo organismo non è previsto dal nostro Statuto e quindi non non ha validità decisorie ma, proprio per il suo essere informale, recepisce molti imput da tanti produttori, soci ed anche da non soci.  Quasi sempre però le loro istanze vengono sottoposte (e qui rientriamo nell’istituzionale) al vaglio del CDA (che pure apporta proprie idee nuove) e successivamente, se necessario, portate all’approvazione dell’assemblea. Concludendo sul GRUPPO GIOVANI io dico sempre che si è fatto di necessità virtù col risultato che la mancanza di risorse ha cementato il gruppo e mi riporta quello che la base ha da dire!

Luca Ferraro – Bele Casel

L’Asolo ha un vantaggio su tutti, siamo piccoli e veloci,  Armando Serena è una persona molto capace che ha saputo cogliere le potenzialità di un territorio e della gente che lo vive.
Avrebbe potuto fare affidamento solo sulla sua enorme esperienza e invece ha capito che i giovani sono una risorsa immensa se ben gestita. Ecco che 6 ragazzi 2.0 collaborano e si confrontano sui temi più disparati, dal marketing ai problemi in vigna, portando all’attenzione del consiglio proposte che vengono vagliate e attuate in tempi molto brevi., se ritenute condivisibili.
I risultati per esempio sono quelli di essere riusciti per primi ad ottenere la versione Extra Brut negli Asolo Docg e di organizzare un grande Asolo Wine Tasting con risorse limitatissime.

Francesco G. Siben – Cirotto Vini

Il “gruppo giovani” che raggruppa una manciata di viticoltori del consorzio Asolo Montello, si è costituito spontaneamente per portare idee nuove al Consorzio; è come una squadra di rugby che, con tutti i suoi giocatori ,  vuole creare quello spirito di affiatamento  che serve a proporre azioni nuove per raggiungere un obbiettivo comune cioè valorizzare i nostri vini e comunicare il nostro territorio, anche in collaborazione con realtà locali che contribuiscano ad aumentare la visibilità turistica della nostra splendida zona. Noi giovani vogliamo far tesoro dei valori e dell’esperienza delle vecchie generazioni e, col loro supporto, dare il nostro contributo di idee per valorizzare queste colline che hanno secoli di storia ( risale alla Serenissima repubblica di Venezia)  e sono un patrimonio che va conservato per il futuro nostro e dei nostri figli. Personalmente sono convinto che le nostre colline affacciate alle prealpi trevigiane  possono ancora  esprimere un potenziale viticolo notevole  che noi viticoltori stiamo scoprendo poco per volta, vendemmia dopo vendemmia, vinificando separatamente  vigneto per vigneto e valorizzando ogni singolo appezzamento.

Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Irene Graziotto per la Stanza del vino

Il successo della bollicina mette in discussione le altre varietà del Vigneto Veneto. La domanda in continua crescita del Prosecco e il conseguente rialzo in valore dei vigneti di Glera – attualmente il valore medio della produzione annua vendibile è pari a 20.000 euro – fa gola a molti. Ma la tentazione di convertire i propri vigneti a Glera potrebbe avere i suoi risvolti negativi.

Se ne è parlato sabato scorso al convegno “Prosecco: un futuro di un miliardo di bottiglie o della ricerca della qualità?” che ha visto riuniti i Presidenti dei tre Consorzi Prosecco – Stefano Zanette, Innocente Nardi e Armando Serena – Matilde Poggi Presidente FIVI e il produttore Gianluca Bisol, che qualche mese fa aveva pronosticato il raggiungimento di un miliardo di bottiglie nel 2030. Proprio da questa forte dichiarazione è partito Davide Paolini, il Gastronauta di Radio 24 e Sole 24 Ore, che nel convegno tenutosi a Gourmandia ha voluto analizzare le possibili prospettive di sviluppo.

Si raggiungerà dunque la quota un miliardo visto l’attuale produzione totale che si aggira sul mezzo miliardo? “Con i prezzi correnti oggi difficilmente si potrà arrivare a questi quantitativi – risponde Bisol che raddrizza il tiro “ma la richiesta continuerà ad aumentare per un prodotto così piacevole ed invitante”. Una previsione su un così lungo tempo è infatti non solo difficilmente calcolabile – dichiara Zanette – ma anche dannosa in quanto “crea tensioni inopportune”. Il recente innalzamento del tetto di ulteriori 3 mila ettari di Glera – metà della Docg del Conegliano Valdobbiadene – non sarà inoltre immediatamente disponibile domani – sottolinea sempre Zanette. E questo è il primo punto da prendere in considerazione: per quanto durerà il fenomeno Prosecco? Ovvero vale oggi la pena di espiantare un vigneto, piantarlo a Glera ed averlo che entra in produzione tra cinque anni?

Se la risposta ad ora è sì, entra in gioco la seconda questione è: quanto lungimirante è una monocoltura di Glera? Sulla lungimiranza economica delle monocolture lascio la parola ai libri di storia e alla critica situazione attuale del Venezuela che ha basato la propria economia sul petrolio. A ciò va aggiunto, a mio parere, l’interesse della stampa estera, che e poi quella che guida il consumo futuro, e che sta tornando ad occuparsi di vitigni autoctoni. Vale dunque la pena espiantare un vigneto di Raboso in Veneto o Ribolla Gialla in Friuli, oggi non proprio sulla cresta dell’onda, per piantare Glera?

Sul rischio monocoltura si è espressa anche Matilde Poggi di FIVI che ha sottolineato inoltre la minore salute fitosanitaria delle vigne in pianura rispetto a quelle delle zone collinari dove esse esistono da secoli. Quanto alla soluzione del disequilibrio fra domanda e offerta, la Poggi propone di insistere sul prezzo, alzandolo.

Una proposta che sembra spaventare molti. Non è che forse c’è un po’ di paura nell’affermare che il Prosecco è buono e se lo vuoi lo devi pagare? Va bene, c’è il pericolo di finire fuori fascia di listino ma l’innalzamento medio di un euro non può avere effetti traumatici. E poi, se pensiamo che la chiave per vendere sia tenere il prezzo basso, c’è sempre la Cina dietro l’angolo. Se infatti i Cava sembrano in declino, il Paese del Dragone ha terra, know how e manodopera sottopagata a sufficienza per farci le suole. E se la Cina ancora latita, ci pensano nel frattempo Nuova Zelanda, Brasile – dove il Prosecco è un marchio registrato – e Australia, tutti Paesi dove l’italian sounding è in parte anche supportato da produttori di origine italiana.

La soluzione è quella allora di vendere un prodotto che si porti dietro un’immagine, un messaggio subliminale: prosecco, convivialità, colline venete pullulanti di arte e cultura. “Più arte e più cultura nel calice”: è questa la proposta di Armando Serena, del Consorzio Asolo Montello Docg, che nel recente Press Tour ad Asolo ha dato un assaggio più che stuzzicante di cosa significhi legare paesaggio e Prosecco. Della stessa opinione anche Innocente Nardi del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg il cui territorio è in lizza per il riconoscimento quale Patrimonio UNESCO – un riconoscimento importante visto che nei siti che entrano a far parte del World Heritage List si registra un aumento del 30% nei flussi turistici.

Ma se a parole, il progetto di un’immagine univoca da legare al termine “Prosecco” sembra se non facile almeno proponibile, nella realtà esistono tre consorzi differenti che lavorano su ben due regioni – non dimentichiamo il Friuli – e nove province. Vero è che un percorso di collaborazione è già stato intrapreso e sotto l’egida di “Sistema Prosecco” si occupa di lotta alla contraffazione – con già 140 tentativi silenziati da inizio anno – ma all’estero – quando non in Italia – tale presenza una e trina ancora spaesa.

Obiettivi per il futuro? Lavorare sempre più in sinergia e in gruppo, con studi di mercato alla mano, perché è solo in un’ottica collettiva che è possibile assicurare un successo quanto più longevo al Prosecco e un aumento anche nel prezzo – che fa comodo a tutti, Doc come Docg.

Solo collettivamente è inoltre possibile dare un senso alla lotta alla contraffazione – onde evitare di far sì che tra i tre litiganti il quarto goda.

E conquistare il mercato francese, che nelle parole di Davide Paolini, potrebbe rivelarsi un vero e proprio passpartout. E se già nella patria dello Champagne e a Parigi si consumano 7 milioni di bottiglie, forse la partita potrebbe finire in maniera prevedibile come il match Leicester-Barcellona.

Tags: , , , , , ,

Vinitaly, come sanno anche i sassi, è una delle fiere di settore più importanti del mondo.  Come di prassi, al termine dell’evento,  escono articoli su ogni argomento; naturalmente si parla di vino, ma anche di fatti di costume, molto gettonate sono le lamentele, spesso a sproposito e poi,  ogni anno, c’è qualcuno che regolarmente propone di spostare la fiera in un altra città che quella si, in termini di infrastrutture,  non ha rivali in Europa. Raramente capita di sentire la voce di tutti quei professionisti,  e in Italia ne abbiamo davvero di bravi e preparati,  che si occupano di comunicazione enogastronomica gestendo gli uffici stampa delle cantine. Niente di meglio quindi che andare direttamente alla fonte e intervistare alcuni operatori, chiedendo loro di raccontare  qual è lo sforzo organizzativo per preparare un evento di tale portata, tracciando anche un bilancio sull’ edizione 2016.

Michele Bertuzzo: nasce nel 1974 a Valdagno, tra botti e bottiglie dell’enoteca di famiglia. Da ragazzino gioca a fare il piccolo cantiniere. Si laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna, con tanto di pacchetta sulla spalla da Umberto Eco. Diventa editore di una radio commerciale, collabora con Tv e testate locali. Dal 2003 è giornalista. Un corso per Sommelier gli fa riscoprire la vocazione di famiglia: è la quadratura del cerchio. Nel 2007 fonda Studio Cru insieme a Davide Cocco a cui contende gli appellativi di enofighetto e gastrosborone.

 Vinitaly è LA fiera. È l’occasione in cui tutto il mondo del vino (italiano, ma non solo) si trova nello stesso momento, nello stesso luogo. La condizione ideale per lanciare un messaggio, chiedere ascolto, ottenere l’attenzione di giornalisti, blogger, influencer, opinion leader, stakeholders. Insomma, chiamateli come volete: quelli che fanno opinione che se dicono che il vino è buono è presumibile che lo sia davvero. Facile, ma solo in teoria. Perché a questo mastodontico evento partecipano 4100 aziende, ciascuna con novità, degustazioni, eventi. Una concorrenza enorme, in cui non si contano le occasioni di incontro, degustazione, esperienza, approfondimento pensate proprio per stampa e affini. Anche la più piccola cantina della provincia più sperduta anela un articolo, una citazione, un post. Fosse anche un tweet, va bene lo stesso. Ed ecco allora che i giornalisti sono richiesti, contesi, forse pure tirati per la giacchetta. Gli “uffici stampa” (una sineddoche, bisognerebbe dire “gli addetti stampa delle agenzie di comunicazione”) si appostano all’entrata della sala stampa, adocchiano la preda dal badge appeso al collo e con fare disinvolto la inseguono al bar. Attaccano bottone e tra un caffè e l’altro propongono la visita a questo stand o la partecipazione a quella verticale. I più corteggiati sono quelli buoni, quelli che scrivono per testate importanti. Ma ad un certo punto, stremati dalla caffeina, vanno bene anche gli altri e un post su Facebook corredato da galleria fotografica. Facciamo così anche noi? Può darsi. Ma se possibile anche no.  Preferiamo giocare d’anticipo. Con due o tre accorgimenti. Anzitutto cercando di avere buone notizie. O più semplicemente: delle notizie. Sono il pane del giornalismo, senza notizie non si va da nessuna parte. Cos’è notizia? Ad esempio una nuova azienda, se ha degli elementi davvero di originalità e unicità. Ad esempio era notizia il debutto di Roberta Moresco. L’hanno definita un’immaginatrice di vini. Lei di mestiere è selezionatrice, ma ad un certo punto della sua carriera si è accorta che non riusciva a trovare dei vini che nella sua testa esistevano. Pensava si potesse mettere insieme Corvina e Pinot Nero. Difficile anche da pensare, ma non per lei. Un giorno ha preso coraggio e bussato alla porta di Fausto Maculan e Luca Speri, selezionato le partite buone dei due vini base e creato il suo AzzardoRosso. Praticamente una rivincita. Oppure la storia di Carolina de’ Besi, veneta trapiantata a Saronno con una nostalgia della sua terra così grande da spingerla ad acquistare terreni sui Colli Berici. Qui ha stretto amicizia con Celestino Gaspari, enologo di grande sensibilità ed esperienza che si è fatto le ossa lavorando a fianco di Giuseppe Quintarelli, in Valpolicella. Carolina e Celestino stanno tirando fuori un carattere inaspettato da questi colli che finora sono stati ingiustamente nell’ombra e oggi emergono con uno stile che riporta alla mente i grandi Amarone, ma con varietà ed espressioni diverse. Secondo elemento: cerchiamo di dare un servizio ai giornalisti. Quindi prepariamo comunicati stampa chiari e semplici, corredati da immagini in alta definizione. Siamo di supporto per interviste o approfondimenti. Inviamo per tempo un programma degli eventi organizzati presso i nostri clienti giorno per giorno e invitiamo a fare un percorso di visita personalizzato, nel quale il giornalista è accompagnato e assistito. Non da ultimo, credo conti il rapporto consolidato negli anni tra giornalista e agenzia di stampa. Vinitaly diventa così un’occasione per vedersi e salutarsi. L’assaggio un piacere e se poi da questo esce una recensione o un articolo tanto meglio. Altrimenti altre occasioni non mancheranno.  Infine, ultima regola di un buon ufficio stampa è quella di sfruttare ogni occasione di visibilità per i propri clienti. Visto che ci sono riuscito anche qui?

 Cinzia Luxardo: Classe ’66, padovana di origine ma di madre mantovana e padre zaratino, esule in patria, tengo a dirlo. Formazione prettamente umanistica, dopo il liceo una laurea in Lingue Straniere e il sogno di diventare organizzatrice congressuale. Inizio a Milano per puro caso facendomi le ossa in un’agenzia di comunicazione integrata specializzata nel settore farmaceutico e la sera frequentando un corso intensivo di specializzazione in marketing in Bocconi. Tre anni nel team convegnistica medico-scientifica e poi una miriade di esperienze diversissime, dalla post produzione televisiva agli studi fotografici alle fondazioni culturali fino ad approdare nel favoloso e nuovissimo mondo della rete, negli anni del boom. Collaboro per 4 anni in una web agency dove nello staff di redazione imparo a scrivere per il web curando contenuti per portali verticali e communities. Solo dopo, nel 2005, mi avvicino all’attività di ufficio stampa per il wine&food prestando consulenza per due agenzie venete, specializzandomi nello sviluppo di eventi e relazioni con la stampa internazionale e, nell’ultimo periodo, affiancando anche consulenze private per aziende italiane del vino in diverse denominazioni vinicole italiane.      

 Sono in questo settore da 12 anni. Abbastanza credo, per aver accumulato il giusto grado di esperienza e di quella cosiddetta praticaccia, grande e insostituibile alleata che ti aiuta, a tratti, a ridimensionare le inevitabili ansie da prestazione… con in più qualche vantaggio. Quello di aver vissuto i miei Vinitaly con registri mai uguali, lavorando nel tempo per diverse agenzie nonché diverse tipologie di clienti, scanditi quindi da tempi e ritmi diversissimi quando non addirittura opposti, affiancando il mio ruolo di consulente per clienti privati, e infine vivendo questo evento prima e dopo l’avvento, affatto trascurabile, dei social network. Il lavoro maggiore, e chi fa il mio mestiere lo sa, si tratti di un grande salone internazionale, di un‘anteprima vini o di altro genere di evento è quasi sempre a monte e ogni volta modulato sullo specifico cliente che ha le sue caratteristiche, esigenze, aspettative, pregi e difetti. A Vinitaly poter organizzare un evento per la stampa allo stand mantiene sempre un buon appeal, ad esempio quando si gioca sugli abbinamenti food puntando su chef di spicco certo, ma che in primis siano in grado di cogliere la filosofia e l’anima di quella cantina interpretandola nel piatto. La formula ‘salotto’ resta vincente, permette ai giornalisti di trovare un momento di condivisione con i colleghi oltre a degustare quel o quei vini anche uniti a un sapiente abbinamento mirato ad esaltarne i sentori al palato. Uno stop ristoratore poi specie a Vinitaly, è sempre gradito . Se questo non è possibile si deve tener sempre presente che un vino, che in questo ambito resta il protagonista indiscusso, è insieme espressione di un territorio, una storia familiare, una filosofia di lavoro, un team di persone. Se poi hai la fortuna come è capitato a me, di lavorare per produttori dall’indole aperta e comunicativa, spigliati davanti a un microfono o a una telecamera ma soprattutto con vino di ragguardevole livello in bottiglia beh, sei a metà dell’opera. Ma ogni volta che offri un calice, devi saper trasmettere tutto il patrimonio che sta dietro a quel perlage  Noi addetti stampa poi lo sappiamo tutti, Vinitaly è ogni volta una rincorsa al giornalista, un po’ ce li contendiamo specie le firme migliori, in tempi tra l’altro in cui ormai difficilmente la categoria si ferma a Verona per quattro giorni, anzi se va bene almeno la metà e tra degustazioni da condurre, seminari o convegni da moderare di tempo a loro ne resta pochissimo. E’ qui che rientra in gioco il concetto del lavoro fatto a monte, nel tempo, la costruzione di un rapporto di reciproca stima e fiducia se non di amicizia coi giornalisti basato al di là degli inviti a conferenze stampa, cene o eventi su contatti frequenti, confronti di opinione, richieste di suggerimenti, a generare un flusso reciproco di comunicazione in divenire, utile i entrambi i sensi.  Posto che alla fine ogni addetto stampa ha il suo metodo, i suoi trucchi del mestiere, fondamentali e irrinunciabili sono a mio avviso queste basi: una buona (e costante) conoscenza del settore, curiosità, etica, pazienza, il giusto mix di astuzia  e diplomazia, intuito, tempismo, e tanta passione (che significa anche mai guardare l’orologio) Senza mai dimenticare che il nostro è fondamentalmente un ruolo cuscinetto tra azienda e media, siamo i portavoce dei nostri clienti, ma non dobbiamo sostituirci a loro. In apertura accennavo all’era dei social network, la nuova comunicazione da cui i consulenti come me non possono prescindere, elemento che se da un lato ha raddoppiato il lavoro dall’altro permette di integrare l’ufficio stampa tradizionale allineandolo su tempi più brevi e un bacino di pubblico più ampio, a vantaggio dell’immagine aziendale dei nostri clienti, più dinamica e aggiornata. Il bilancio del mio Vinitaly 2016? Più che positivo perché mi ha permesso di ricevere un notevole flusso di stampa accompagnandola in degustazioni approfondite, attente, talune molto tecniche e prolungate, sempre combinate con l’estrema disponibilità dei produttori o degli enologi a raccontare e raccontarsi. Non posso chiudere senza un doveroso grazie speciale a Michelangelo Tagliente per avermi offerto l’opportunità di dare voce a quello che faccio ogni giorno cercando di non perdere l’entusiasmo degli inizi.

 Sara Vitali: Dal 1985 mi occupo di comunicazione, dalla Coppa America in Australia ai cani da slitta attraverso le Alpi. A 30 anni ho aperto la mia agenzia di consulenza occupandomi di tanti progetti in settori diversi, turismo, cultura, agroalimentare. A 40 anni ho avuto una figlia, Emma. A 50 anni ho aperto la casa editrice Cinquesensi. Vivo a Lucca per scelta.

Caro Michelangelo, Vinitaly è una manifestazione che riempie di orgoglio chi opera nel settore. Una grande piazza dove incontrarsi, una volta all’anno. Una certezza. Parto dal fondo delle tue considerazioni: Verona resta il teatro ideale di questo incontro. Per storia, cultura specifica e, non ultimo, bellezza. Venendo alla comunicazione, negli anni ci siamo occupati di realtà imprenditoriali e di eventi diversi. L’approccio va quindi calibrato in base allo specifico da comunicare. Quando segui un grande evento, un’iniziativa istituzionale che coinvolge più realtà, è corretto programmare un appuntamento (non più una conferenza stampa!). Nel nostro caso attuale, la nostra consulenza riguarda due cantine italiane e la nostra casa editrice, realtà “piccole” e quindi fragili, da trattare con cura! Senza dimenticare che non amiamo rincorrere i nostri colleghi giornalisti alle prese appunto, con eventi istituzionali e comunque impegnitivi. In questo caso si lavora prima, organizzando, come nel caso di Pala, inviti in cantina, in Sardegna o, nel caso di Valle dell’Acate, presentando i vini in una colazione in casa. I tempi e i luoghi scelti sono più indicati alla presentazione e alla degustazione nei tempi e con il rispetto che un prodotto prezioso come il vino richiedono. Allora Vinitaly diventa l’occasione per incontrare chi non è riuscito ad essere presente, per scambiarsi opinioni, anche, perché no, riabbracciarsi. E poi, da qualche anno, ci sono gli appuntamenti “fuori Vinitaly”. Noi abbiamo scelto di aderire a un solo evento – God Save The Wine, con grande soddisfazione. E, dulcis in fundo, in libreria, abbiamo presentato il nostro ultimo libro, Opere di Gualtiero Marchesi. Vinitaly 2016 si è chiuso all’insegna di un ritrovato ottimismo, dopo anni non certo facili.

Tags: , , ,


Ci sono luoghi dove il cibo e il vino non vengono solo portati a tavola, ma vengono mediati, spiegati, resi più accessibili anche al pubblico non esperto. Un tassello imprescindibile se si vuole creare una vera cultura enogastronomica. “E non ce l’abbiamo già in Italia questa cultura?” chiederete voi.

Io sarei un po’ più scettica. È vero che abbiamo un ottimo potenziale ma la conoscenza dell’agroalimentare italiano è ben ristretta: qualche mese fa fece scalpore il caso degli olii di falso extravergine italiano. Ma come si fa a credere che un olio a tre euro possa essere un extravergine? A parte il prezzo ridicolo che non coprirebbe le spese di produzione – e che tuttavia potrebbe essere spiegato con una logica di grandi numeri e azioni di forza delle grandi catene sul piccolo produttore – ma l’aspetto organolettico? Colore, profumi, sapore? Sarebbe bastato quello per capire che i tali olii non potevano essere extravergine. Quindi o la gente non sa, oppure sa, chiude gli occhi e manda giù l’olio – di ricino, a questo punto. Oppure non vuole sapere (tesi comprovata anche dalle due ore di coda per il nuovo KFC di Arese per un pollo (quale pollo? allevato come?) fritto (in che olio? riscaldato quante volte?).

Qualora si trattasse invece della prima ipotesi, cioè di una conoscenza ristretta in materia di cibo e vino, ci sono luoghi dove si fa cultura. E la cultura del vino in un ristorante si fa in primis non con la carta dei vini ma con i vini al calice. Perché è dando la possibilità al consumatore di bersi un calice di un vino nuovo e sconosciuto – di cui non comprerebbe la bottiglia perché non la conosce – che si ampliano gli orizzonti.

Ecco perché trovarsi servito al calice un Damijan Podversic, Ribolla Gialla macerata 2011 è lungimiranza. Perché amplia gli orizzonti dei “non addetti ai lavori” e quindi, alla lunga, alza il livello medio della domanda, e non parlo solo di ventaglio di tipologie ma anche di qualità. Perché riporta alla mente i vini di una delle mostre migliori regioni enoiche, il Friuli, che in tanti in Italia sembrano aver dimenticato.

Se poi in carta dei vini oltre a grandi bottiglie di grandi produttori trovi anche grandi bottiglie di piccoli produttori (sbircio un Marko Fon giusto per fare il nome di uno che di bottiglie ne fa circa 5 mila l’anno) oltre ad una interessante presenza di denominazioni locali – dal Tai Rosso al Prosecco di qualità in un’epoca in cui tale bollicina va sì di moda ma è spesso anche sminuita – la lungimiranza trova conferma.

Ma qui la lungimiranza si trova anche sul piatto: non saprei definire altrimenti quel Ristorante a una Stella Michelin che offrisse un menù pranzo da due portate, bottiglia d’acqua, calice di vino, caffè e dolce a 20-25 euro. Perché l’accessibilità qui diventa anche economica. E con questo torniamo a Bomba, o meglio a Castelfranco Veneto, Ristorante Feva.

Irene Graziotto

Tags: , , , ,

Paolo Rivella

Capita di avere la buona sorte di assaggiare, grazie a Claudia Vincastri, Donna del Vino e titolare della bottiglieria Sfriso di Portogruaro, le nuove annate dei vini della Tenuta San Guido: Le Difese 2014, Guidalberto 2014 e naturalmente il mito Sassicaia, qui nel millesimo 2013, vini distribuiti storicamente dal Gruppo Meregalli. Nella stessa degustazione capita anche di scoprire che Meregalli, qualche anno fa, ha acquistato in Maremma la Tenuta Fertuna. Se poi quella degustazione la conduce Paolo Rivella, winemaker e amministratore delegato di Fertuna, l’occasione  pone l’obbligo di fargli qualche domanda per saperne di più su questo progetto.

Paolo come arrivi a Tenuta Fertuna? Come e perché nasce questo progetto assieme al Gruppo Meregalli.

La mia avventura a Tenuta Fertuna comincia fin dall’inizio dal 1997 , anno in cui il vino attraversava momenti di splendore . La ricerca di nuovi territori di Toscana pressoché “vergini” ci ha affascinato fin da subito . Fu così che lasciai il Chianti Classico per spostarmi in Maremma per seguire da subito la scoperta dell’areale perfetto . La famiglia Meregalli e la mia, cominciarono assieme questa avventura . Concettualmente erano due famiglie che assieme avrebbero potuto far molto , noi Rivella vignaioli ed enologi da sempre e i Meregalli grandissimi conoscitori di mercati enoici e di eccellenze . Così è nata Tenuta Fertuna , un’azienda di moderno concetto in un territorio dal grande potenziale.

Durante la degustazione ho molto apprezzato il Lodai 2012 (Cabernet Sauvignon) ma a destabilizzarmi, in senso positivo, è stato il il Messiio 2012; tra l’altro, nome non fu mai più azzeccato, perché “Colui che verrà” rappresenta a pieno questo vino, oggi scalpitante e in cerca di equilibrio ma sicuramente affascinate e di grande prospettiva, raccontami di lui.

 Messiio come tengo sempre a spiegare “il vino che verrà “ dall’assonanza con Messiah , è la nostra perla , il nostro cru . Nato nel 2003 da vitigni che si accingevano ai 5 anni di età , si è sempre dimostrato di gran carattere . All’inizio era un taglio complesso con molti vitigni , c’era il Merlot , il Cabernet Sauvignon il Sangiovese e il Syrah . Con il tempo il taglio è andato sempre più a privilegiare il Merlot che nel nostro territorio si esprime in maniera eccelsa . Messiio è sempre stato un vino di piccole tirature tra le 4000 e le 12000 bottiglie ed anche quello che ha ottenuto i migliori riconoscimenti .

 Dall’annata 2012 il Messiio diventa Merlot in purezza, ti chiedo il perché di questa scelta. Un vitigno che a Bolgheri ha dato risultati straordinari e vini di culto e nella Maremma Grossetana?

Messiio nel 2012 è divenuto DOC Maremma Toscana Merlot e con questa nuova appellazione si pregia di essere composto nella sua totalità da Merlot . Perché Merlot? Merlot in purezza perché il sole il clima e la sua astrazione a grande vino di fascino ci ha posseduto e ci ha spinto a credere che possa correre da solo . Questo uvaggio matura prestissimo nel nostro territorio e raggiunge una maturazione fenolica molto spinta. Il colore intenso il profumo profondo arricchito dalla sua completa vinificazione in legno lo rende un vino destinato al lungo periodo di invecchiamento . Vogliamo che Messiio sia un maratoneta per andare lontano e non uno sprinter , bisogna capire che il suo carattere piacione ed irruento ha bisogno di un po’ di saggezza .

Tags: , , , , , , ,

Irene Graziotto per la Stanza del vino

Vinitaly sì, Vinitaly no… per citare Elio e le Storie Tese. Perché la più grande fiera del vino italiano ha mostrato proprio in questo 50esimo anniversario potenzialità e limiti.

I numeri parlando chiaro e non temono a rendere noto una contrazione:  130 mila i visitatori registrati nei quattro giorni, circa 20 mila presenze in meno rispetto allo scorso anno. Mi accodo quindi alla schiera di colleghi che hanno evidenziato problematicità e abbozzato soluzioni nella speranza che il direttivo di VeronaFiere possa trarre da tali scritti spunti di miglioramento. Ecco la mia pagella.

Vinitaly sì:

perché la densità metro quadro-relazioni ha pari solo nei buchi neri

perché è una vetrina del vino che l’Italia non può lasciarsi scappare e che per questo credo in parte debba rivedere la sua formula, rendendola internazionale

perché il Padiglione 8 – dove era insediato il cuore green della fiera  con VinitalyBio, Vivit, FIVI – si è rivelato di grande appeal e stimolo

perché il tessuto fra fiera e Verona città si è ulteriormente irrobustito creando al contempo nuovi spazi, con 29 mila presenze registrate al Vinitaly and the City. Così i buyer si concentrano in fiera e i wine lover si godono la città

Vinitaly no:

perché la fiera del vino italiano non può presentarsi con un cibo a dir poco pénible (salvo rare eccezioni: Pizza e Chiaretto).

perché: ancora sti bagarini? Ne va non solo del versamento di bile di chi compra il biglietto regolare a 80 euro ma anche della credibilità della fiera. Non si potrebbero creare ad esempio dei biglietti con codici univoci, in modo da capire chi è che li bypassa ai bagarini?

Perché con un collega che si è sentito male abbiamo bussato a due autoambulanze, entrambe sfornite: senza operatori né dentro né nei dintorni . E così ci siamo diretti al Pronto Soccorso. Per fortuna non era nulla di grave ma lo fosse stato un tale servizio avrebbe rivelato in maniera scoperta le sue fallanze (annoto en passant che erano le 13, sia mai la pausa pranzo c’entri).  Ecco io cercherei altre maniere per conquistarmi la prima pagina sui giornali nazionali.

perché manca il personale di sicurezza in grado di buttare fuori chi assume comportamenti scorretti. E nella stampa estera i briachi – per quanto in netto calo quest’anno – sono ancora fra i temi più caldi.

Vinitaly bho

perché il traffico presenta ancora qualche problema sebbene sia migliorato già quest’anno grazie alle navette. L’assalto alle stesse però da parte dei visitatori apre scenari manzoniani da capitolo XII.

perché Internet quest’anno funzionava meglio (a detta dei colleghi esteri che usavano il wi-fi, personalmente non ho riscontrato problemi).

perché un posto con due cadreghe per riposare le stanche terga potrebbe essere alquanto d’aiuto, sia fisico che mentale.

perché, mi raccontavano alcuni produttori, non si può chiudere l’acqua delle lavastoviglie mezz’ora prima della fiera quando ancora ci sono degustazioni in corso e poi permettere sì agli stessi di entrare la mattina alle 7.30 per organizzarsi e apprestare tutto ma aprire nuovamente l’acqua solo alle 9.30.

 

Tags:

Knallbonbons #1

E’ con grande piacere, anzi con una punta di malcelato orgoglio, che la Stanza del vino ospita Emanuele Giannone, uomo del vino dalla smisurata competenza, ma soprattutto amico. Di seguito il primo racconto di una miniserie sui vini dell’Austria.

Knallbonbons: in tedesco sono le castagnole, quelle che fanno il botto (che in tedesco è Knall). Ma dietro la gaia scienza dei traduttori e dei segnali morfologici, Knall è anche Helmut[1], giornalista lockiano perché saggio sull’intelletto umano; e, con licenza, bon-bon è buono-buono. Venendo al dunque, qualche mese fa la fortuna mi ha locupletato del frutto di una traduzione estemporanea dal tedesco all’italiano. L’autore del testo originale, il nostro uomo del botto, l’ha trovata sensata e ha deciso di offrirmi un corso estemporaneo di vinopedia austriaca-applicata in sei campioni. Ve li racconto volentieri perché sono buoni, inusitati e rari. Jetzt geht’s los con la prima di sei puntate.

Wagram-Donauland Grüner Veltliner “Aurum” 2003 Josef Ehmoser

Tra gli alberi verdi di una corte ci si mostra il giallo. Helmut Knall ci introduce alla varietà favolistica del Gelber Veltliner, un’uva che non ha luogo: perché il Veltliner è notoriamente verde (grün) e non giallo (gelb). Ma questo lo è: schernisce gli ampelografi dall’alto dei suoi tredici anni e ostenta già nel nome la sua essenza gialla. Infatti si chiama Aurum e offre il suo oro in un trionfo di dorata solarità con camomilla, albicocca, agrumi dolci, mela golden, percoca e fieno; con la speziatura fine e composita che ricorda zenzero, curcuma e senape; più in fondo, con la punta grassa, carnosa e sapida di lupini, lardo e frutti di mare. Sorso di spessore, grasso ma senza gravami, anzi sapido e succoso, preciso nei richiami ad agrumi canditi e in confettura, profumato di artemisia, regine claudia e spezie dolci. Lo sostiene e raffresca un’acidità di bassa tensione, piana ma continua, che assicura una dinamica ordinata e piena di risvolti. Un ampio corredo fruttato-maturo si ripropone in chiusura con agrumi canditi, albicocca e ananas disidratati. Lunga persistenza piena, solare e calorosa.

NOTA: Wagram è dal 2007 la denominazione per l’area precedentemente indicata come Donauland. I Grüner Veltliner qui prodotti sono tendenzialmente potenti, corposi e ricchi. Questo 2003 li nobilita.

[1] Helmut Knall è uno scrittore, giornalista, consulente enogastronomico e genius dietro wine-times.com. Mentre gestisce a Vienna una sorta di bacaro, inizia a scrivere negli anni ’80, incoraggiato dalla poca serietà dell’informazione mainstream sul vino. Italofilo da sempre, ha un debole per il vino – Amarone über alles – e per antipasti, cicheti e primi.

Emanuele Giannone

Tags: , , ,

12976787_10207638491234036_6717306978832061838_oLa apro quella bottiglia di Au Contraire 2008 di Cavalleri? No, non la apro aspetto ancora qualche giorno. Poi i giorni diventano settimane e le settimane mesi.  Nel frattempo la consapevolezza che un ciclo si sia concluso, anzi, che sia terminato definitivamente un modo di approcciarsi al vino. Intanto esce anche il libro di Nicola Perullo “Epistenologia”, lettura illuminate, a tratti fulminante. Nelle parole di Perullo trovo quello che cercavo, un sostegno a un percorso intrapreso ma, giacché il bianco dei miei capelli non porta il titolo di dottore (cit.), cerco di semplificare il più possibile aggrappandomi a un concetto che mi pesa in testa come un macigno: “Il passaggio del sapere sul vino (essere esperto, avere competenze, avere cultura) al saper col vino, cioè a quel che facciamo col vino quando lo incontriamo: immagini, traiettorie, possibilità, creazione”. È arrivato il momento di aprire quella bottiglia di Au Contraire 2008.  Più vado avanti nella lettura di “Epistenologia” e più ho consapevolezza dell’esistenza di quel filo, per nulla sottile, intessuto di relazioni e corrispondenze, una sorta di macramè, che lega tutti i produttori che ho incontrato in questi anni e che ho amato (e amo), Cavalleri è in assoluto uno di questi. Assaggiare Au Contraire 2008 mi allontana nettamente dalle formalità; assaggiare Au Contraire 2008 è incontro totale con un vino e con chi quel vino l’ha creato, non ha bisogno di molte parole: mentre lo assaggi, capisci dove può arrivare la grandezza dell’Italia, della Franciacorta, di Cavalleri.

Tags: , , , ,

12928130_10207630749240491_6927826068291071183_nCi sono verticali che stupiscono. E che portano alla ribalta regioni silenziose. In questo caso il Friuli che ultimamente sconta – in maniera del tutto immeritata – un leggero oblio,  conseguenza anche di congiunture non proprio fortunate, dalla perdita del nome Tokai, alla recente Sauvignon Connection, fino all’imminente creazione della Doc interregionale Pinot Grigio delle Venezie che per le sproporzioni quantitative dei soggetti coinvolti – Friuli, Veneto e Trentino – rischia di fare alla regione friulana più male che bene.

Ma ci sono per fortuna verticali che tornano a ricordare perché non possiamo dimenticarci il Friuli. Siamo nell’azienda più a Nord-Est d’Italia, in una vallata che non solo a livello culturale, ma anche ampelografico, è un crogiolo fra influenze mediterranee, slave e germaniche: siamo a Ronchi di Cialla. L’azienda, fondata da Paolo e Dina Rapuzzi e oggi guidata dal figlio Ivan, ha operato veri e propri interventi di salvaguardia vinifera, credendo nelle uve locali e  salvando una varietà come lo Schiopettino di Prepotto che nel secondo dopoguerra rischiava l’estinzione.

Ma è sul Refosco dal Peduncolo Rosso – il clone più pregiato fra i Refoschi – che si concentra la verticale ospitata da Ferrowine a Castelfranco Veneto (TV). Il Refosco è testimoniato localmente già in alcuni documenti medievali – una circostanza la rende la varietà friulana più antica e il nome è di fatto la corruzione volgare di “racemus fuscus”, in latino “peduncolo rosso”. Il Refosco di Ronchi di Cialla proviene da una sottozona, un’area dove la valle si restringe quasi fosse il collo di una clessidra e dove di sera si registra un’inversione termica con conseguente presenza di un venticello costante che asciuga le vigne – un fattore non secondario visto che qui cadono 1500 mm di pioggia l’anno.

A guidare la degustazione, quasi intima e per nulla cattedratica, Alessandro Scorsone, Sommelier AIS e cerimoniere di Palazzo Chigi.

2010

Il “novello” della Ronchi di Cialla: l’azienda effettua infatti sei anni di invecchiamento minimo. Colore rubino  di grande luminosità, al naso ricordo “bagnato”, terra umida, sottobosco madido di pioggia, felci e licheni ma anche note fra il cioccolato e l’ematico. Sorso potente e pepato, tannino caparbio e sentori di tarassaco.

2004

Rubino scuro di più intensa carica cromatica rispetto al precedente, naso che si evolve e passa da un primo afflato di terziari a sentori comunque morbidi ma di prevalenza varietale, frutta rossa e, nello specifico, lamponi. Bocca carica, dove il tannino atleticamente muscoloso è al contempo morbido e il mirtillo fa bella mostra di sé.

1993

L’erta salita temporale non sembra spaventare per nulla questo Refosco. Granato aranciato, sentori di sherry amontillado e balsamico, mentolo, eucalipto ma anche curry. Attacco morbido e una bellissima spalla acida, quasi più intensa del 2004.

1984

Granato aranciato, aromi scuri all’olfatto, frutta nera, mallo di noce e vena ferrica, sorso che conserva dopo trent’anni e più una bellissima intensità aromatica, dove i tannini smussati non cedono all’età e lasciano in bocca la voglia di un secondo calice.

Irene Graziotto

La foto delle bottiglie di Ronchi di Cialla è di Aromi Creativi

Tags: ,

Older Posts »