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23669034_10212631776623050_5963817877843767737_oAlla domanda quali siano le denominazioni più vocate in Italia per la produzione di spumante metodo classico, la risposta, in parte scontata, sarebbe Franciacorta e Trentodoc. Di seguito verrebbero aggiunti Oltrepò Pavese, Alta Langa e i più audaci inserirebbero nella lista Lessini Durello. Calma, fermiamo le bocce. Siamo sicuri che il Lessini Durello debba essere messo così in secondo piano? Non saranno certo il milione di bottiglie prodotte attualmente dalla Doc Lessini Durello a scompaginare le economie della spumantistica italiana ma un dato e certo, da quella terra, a cavallo tra le province di Verona e Vicenza, provengono eccellenze assolute, in grado di scombinare le carte anche al degustatore più esperto. Non solo, da lì arrivano anche idee e progetti che, uniti a un sapiente marketing territoriale, potrebbero consentire a una zona collinare, a volte aspra, di fare il grande salto di qualità e diventare importante meta del turismo enogastronomico, avendo come fulcro proprio le bottiglie di metodo classico berico-scaligero. In questo senso un progetto importante è il Volcanic Wine Park che intende offrire al turista una proposta esperienziale a stretto contatto con l’ambiente, basata su qualità dei servizi, professionalità nell’accoglienza, attività ed eventi caratteristici. Il filo conduttore è esporare la natura incontaminata che le “terre dei vulcani” sono in grado di offrire. Gli itinerari tematici saranno legati alla stagionalità e proporranno workshop sui processi produttivi locali come la vendemmia o la pigiatura. All’interno del progetto, centrali saranno i momenti dedicati alla scoperta dell’enogastronomia, con banchi di assaggio e degustazioni. 23675066_10212631776303042_2732880999165957246_oA tutto ciò va aggiunto che nella Val d’Alpone c’è il più grande giacimento fossilifero del mondo. Una peculiarità questa che vede la Valle in corsa per entrare tra i siti candidati a Patrimonio UNESCO. Infatti, sotto il profilo scientifico, la Valle d’Alpone è sede di rocce vulcaniche e sedimentarie marine che racchiudono numerosi giacimenti paleontologici dell’Eocene, tra cui quelli importantissimi di Bolca. Tornado al vino possiamo affermare con certezza che La Lessinia è terra baciata dalla fortuna perché l’uva Durella è uva tosta, dalla buccia spessa, la cui spiccata acidità vede nella spumantizzazione la sua vocazione naturale, ma non solo, proprio grazie a quella spiccata acidità, il Disciplinare prevede che il metodo classico permanga sui lievi come minimo per 36 mesi, ottenendo così uno spumante di bella complessità . La denominazione del Lessini Durello ha compiuto proprio in questi giorni i suoi “primi” 30 anni.  Era il 1987, infatti, quando grazie al lavoro fatto dall’allora sindaco di Roncà, Giamberto Bochese, nacque il Consorzio di Tutela al quale aderirono inizialmente sette aziende: Cantina dei Colli Vicentini, Cantina di Montecchia, di Monteforte, di Gambellara, Fongaro, Marcato, Cecchin e proprio le ultime tre sono ancora oggi sono tra i punti di rifermento assoluti della denominazione.

 Spunti di riflessione sulla denominazione

23737563_10212631773142963_5224400340297347101_oLa denominazione prevede da disciplinare anche la produzione di Lessini Durello spumante ottenuto da metodo Charmat. Su quest’aspetto molti giornalisti presenti al recente “Durello & Friends 2017” sono stati piuttosto critici ritenendo solo la produzione di metodo classico il vero valore aggiunto della bollicina berico – scaligera. Sono abbastanza d’accordo, mi è capitato di assaggiare degli charmat che erano in tutto e per tutto simili al Prosecco, che senso ha tutto questo? Non conviene piantare direttamente Glera? 23736087_10212631787783329_4404373275526760739_oPer contro invece, alcuni produttori valorizzano appieno la Durella ottenendo degli Charmat davvero personali, mi riferisco in particolare a Nicola Dal Maso, a Cavazza, a Zambon. Resta il fatto che dopo aver assaggiato le super riserve di Gianni Tessari, Fongaro, Franchetto, Montecrocetta, Casa Cecchin, che riposano sui lieviti dai 60 agli 84 mesi, capisci che sono spumanti di livello assoluto, in grado di rivaleggiare alla cieca con i nomi più blasonati della spumantistica internazionale.

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23467069_10212578800098670_1238015261889246607_oIl vino, segno della civiltà dell’uomo, che con la sua cultura si tramanda di generazione in generazione e spesso nel mondo si lega ai nomi di grandi famiglie. L’Italia ovviamente non fa eccezione, da Nord a Sud, da Est a Ovest: storia, tradizione e stile per vini unici e inconfondibili. Non sfugge a questa regola la Famiglia Endrici; siamo in località Masetto a San Michele all’Adige in Trentino.  La cantina Endrizzi (derivazione dal dialetto di Endrici) ha più di 130 anni di storia. L’azienda venne fondata dai Fratelli Angelo e Francesco Endrici che scesero in Piana Rotaliana da Don, un piccolo paesino in Valle di Non, nel 1885 quando il Trentino faceva parte dell’allora Impero Asburgico, guidato dall’Imperatore Francesco Giuseppe. Oggi l’azienda è condotta da Paolo Endrici, da sua moglie Christine, nata a Reutlingen nei pressi di Stoccarda, e dai figli Daniele e Lisa Maria. Da Endrizzi lavora anche un gruppo di professionisti di grandissimo livello: l’enologo Vito Piffer, che collabora a stretto contatto con Tiziana Piffer e Nicola Butterini; coadiuvato dal 2008, in qualità di consulente esterno, dal grande enologo altoatesino Hartmann Donà, già responsabile della Cantina di Terlano. Alla realizzazione degli spumanti metodo classico di Endrizzi collabora invece Paolo Inama, creatore di alcuni dei più importanti spumanti di Franciacorta e TrentoDOC.

Il Gran Masetto

 Nei primi anni del 2000, la famiglia Endrizzi, che già produceva una versione tradizionale del Teroldego, intuisce tutte le potenzialità del Cru Masetto e decide di realizzare a una riserva vinificata con parziale appassimento dell’uva. I più scettici pensarono a un’imitazione dell’Amarone in territorio trentino, ma presto dovettero ricredersi, ritrovando nel bicchiere i descrittori del Teroldego senza che l’appassimento ne avesse stravolta la natura. Masetto è anche il toponimo dove sorse la cantina nel 1885. La prima annata del Teroldego Gran Masetto proposta sul mercato da Endrizzi è stata il 2003, mentre l’ultima annata in commercio è la 2012 (il 1° gennaio 2018 uscirà la 2013). L’appassimento dura circa tre mesi per una perdita del volume di circa il 30 – 35% dopodiché le uve raggiungono un loro equilibrio con un’ottimale concentrazione degli zuccheri. Un appassimento lento e a bassa temperatura che permette una disidratazione lenta e una continua maturazione fenolica. Questo processo mantiene inalterate il più possibile le caratteristiche di franchezza del vitigno. Il mosto proveniente dalle uve in appassimento subisce una fermentazione di 10 giorni e poi il prodotto prosegue l’affinamento in barriques di rovere francese per 20 mesi. Ulteriori sei mesi di bottiglia migliorano l’affinamento complessivo delle componenti strutturali.

23843598_10212662372907938_835459082707316337_nLa verticale di Gran Masetto

La degustazione ha proposto cinque annate sulle dieci prodotte, scelte secondo un criterio di varietà di andamento stagionale, questo l’ordine di servizio: 2010-2009-2007-2006 e 2005 e 2012.

 Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2010

Dopo la spiegazione dell’andamento climatico dell’annata curato da Vito Piffer, la parola passa a Paolo Endrici che dovrebbe raccontare il vino, ma Paolo ha le parole strozzate in gola per i ricordi e fa fatica a parlare; a me tutto questo fa già stare bene ma c’è anche il vino: grande frutto e struttura che lo condurranno a una sicura e importante evoluzione, iniziamo davvero alla grande.

Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2009

Vito Piffer dice che la 2009 è stata l’annata ideale per avere un vino importante in trentino, io questa cosa la sento tutta e in controtendenza con altri degustatori/giornalisti presenti ritengo che questo millesimo darà alla famiglia Endrizzi grandi soddisfazioni. Meno d’impatto il naso rispetto al 2010, leggermente più esile in bocca ma la profondità e la  prospettiva sono tutte dalla sua parte.

Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2007

Annata calda e precoce la 2007 e questa caratteristiche si sentono tutte. Il frutto è opulento, l’alcol è una presenza importante, sicuramente è meno pronto del 2009, deve ancora trovare la sua strada.

Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2006

Vito Piffer narra la 2006 come la classica annata trentina, con la vendemmia giusta ed equilibrata. Il vino in bocca è rotondo ma una leggera surmaturazione non me lo fa amare particolarmente, tanto che in questo caso un po’ si perde l’identità del vitigno.

 23415490_10212578797418603_3530784435577322486_oEndrizzi Teroldego Gran Masetto 2005

Nell’annata 2005 non perfetta, calda con un agosto piovoso l’alcol è presente ma stemperato prevale il frutto su tutto. Qui il tempo comincia a farsi sentire e nonostante anche in questo caso sia presente una leggera nota surmatura lo preferisco al 2006.

 Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2012

È l’annata attualmente in commercio, un cavallo di razza da domare, ancora qualche spigolosità ma si farà, eccome se si farà.

In fine un plauso alla famiglia Endrizzi per la scelta di aver affidato la preparazione e servizio del pranzo agli allievi della Scuola Alberghiera di Rovereto; 25 ragazzi del 4° anno sala e cucina hanno ideato, insieme al coordinatore Antonio Garofolin e sotto l’attenta guida dei loro insegnanti di cucina chef Michele Bavuso e di sala maître Pasquale Cimmino, il menu abbinato ai Trentodoc di Endrizzi: Piancastello Riserva, Piancastello Rosé e Masetto Privé, Masetto Dulcis. A chiamare gli chef stellati sono capaci tutti.

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Pare che l’undici di novembre 2017 venga acceso l’albero di Natale più alto della Sicilia, ma francamente è già dalla fine di ottobre che nei centri commerciali ha iniziato a fare capolino, se pur timidamente, la mercanzia natalizia. Ormai il Natale arriva sempre prima e di conseguenza anche la fine dell’anno con le sue classifiche e i suoi resoconti; mi adeguo quindi a questa corsa all’anticipo e propongo i 10 vini che ho amato di più nel 2017. Perché proprio 10? Credo la spiegazione abbia qualcosa a che fare con quel fatto che accade secoli orsono sul Monte Sinai, da lì in poi, ogni classifica, elenco o play list che si rispetti, è fatta seguendo quella regola aurea.

23157095_10212526405308833_1422161840358253559_o Simbiotico Villa Crespia Franciacorta Brut

Pur conoscendo bene il progetto “Simbiotico” di Michela Muratori e Francesco Iacono, ho cercato di accostarmi a questo spumante senza stare a pensarci troppo su, anzi quasi dimenticandomene; un giorno ho aperto la bottiglia scegliendo a caso tra gli altri Franciacorta di Michela ed è stata una grande giornata. Grazie a questo vino mi sono ricordato perché sette anni fa iniziai con il blog. C’erano quell’ambizione e malcelata speranza di raccontare vini diversi, cercando di evitare, come la peste, l’enofighettismo ma anche la democristianità di certe guide che tendono a rischiare poco premiando sempre gli stessi vini. Un Franciacorta Brut (100% Chardonnay) senza solfiti aggiunti, solo acciaio, ottenuto da uve che derivano da un unico vigneto, la fermentazione è spontanea e per la sboccatura devono passare almeno 30 mesi dalla vendemmia. Spesso altri vini della stessa tipologia che ho bevuto, tendevano a virare verso note ossidative, condizionando in toto l’assaggio, nel Simbiotico nulla di ciò succede, la parola d’ordine qui è raffinatezza dal primo all’ultimo sorso.

 Kom’è 2016 – Cote di Franze

La Calabria è una terra che m’ha stregato per molte ragioni, naturalmente cibo e vino sono parte integrante dell’incantesimo. Il potenziale dei vini Calabresi è enorme e la mia conoscenza delle zone vitivinicole purtroppo (e per fortuna) è ancora limitata: Cirò ai piedi della Sila Greca, con i vigneti collinari e la Sila cosentina e del Pollino con i vigneti pedemontani. Proprio a Cirò, per la precisione nella Piana di Franze, ho conosciuto Vincenzo Scilanga che, con suo fratello Francesco ha dato vita alla cantina Cote di Franze. Il nome dell’azienda deriva dal luogo dove ha sede la cantina, la Piana di Franze per l’appunto, e da “Cota” che in dialetto cirotano indica un appezzamento pari a un ettaro di vigneto. Il termine nasce in seguito alla Riforma agraria, anche a simboleggiare la precisa volontà, da parte dei contadini, di rivendicare orgogliosamente la proprietà della terra. Se pur strepitoso il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva 2012, ho perso la testa per il loro Kom’è da uve Greco bianco in purezza e macerazione di 12 ore sulle bucce.

 Kikè 2016 – Cantine Fina

Lasciando Marsala qualche estate fa sono stato colto dal “Mal di Sicilia” e non mi sono più ripreso. Qui, nel 2005, in contrada Bausa, dopo aver lavorato per anni a fianco del leggendario Giacomo Tachis, Bruno Fina, compra le terre, impianta i vigneti e realizza il suo sogno, le Cantine Fina. Bruno non si accontenta degli autoctoni e in un piccolo lembo di terra, nel versante nord del monte Erice a 550 m sul mare, scommette sul Traminer aromatico, vitigno originario dell’Alto Adige. I risultati sono sorprendenti ne esce questa meraviglia di delicatezza e intensità che è il Kikè 2016 (90% Traminer aromatico e 10% Sauvignon Blanc), il cui nome deriva dal vezzeggiativo con cui è chiamata Federica, figlia di Bruno, che assieme ai fratelli Marco e Sergio danno una mano nella conduzione di questa splendente cantina marsalese.

 20376080_10211813504966770_3080682869732153710_nManca del Rosso 2016 – Masseria Perugini

Vale il discorso fatto per Cote di Franze, ecco un’altra perla della Calabria, siamo tra il Pollino e la Sila, per la precisone a San Marco Argentano.  Daniela De Marco, Giampiero Ventura e Pasquale Perugini, oltre a gestire quel luogo d’incanto che è la Masseria Perugini, fanno anche vino, e che vino. La delicatezza di questo rosato da Magliocco in purezza (forse un filare di Greco nero) e sorprendente, così come la leggerezza, intesa proprio come eliminazione del peso delle vicende umane e la bottiglia finisce in un lampo.

Rebula Ivanka 2015 – Uou Marinko Pintar

Il Consorzio UOU, dove UOU in sloveno significa bue, è stato costituito grazie alla sensibilità di alcuni vignaioli, tra cui Marinko Pintar, con l’obiettivo di salvare vigneti in stato di abbandono. La Rebula (Ribolla) Ivanka arriva dalla frazione di Solkan, siamo nel comune di Nova Gorica. Che la BRDA (Collio sloveno), assieme al Collio goriziano siano in paradiso terrestre è cosa risaputa, ma non tutti i macerati che vengono da lì hanno questa personalità e intensità. Sarà il fascino dell’abbandono recuperato e la malia che ne deriva, ma in questo bicchiere ci sono le radici e le tradizioni di una terra da prima martoriata e poi rinata a suggestioni che arrivano dritte al cuore.

OrgosaCannonau di Sardegna Cantina Orgosa Riserva 2014

Giuseppe Musina, partito da Orgosolo, è stato navigante fra l’Europa e le Americhe per ritornare al paese d’origine a fare Cannonau piantando un vigneto nel terreno ereditato dal padre a Lucuriò, di fronte al monte Locoe, dove un tempo sorgeva un paese del quale non è rimasta traccia.  La sua cantina è un locale attrezzato con botti e recipienti di vinificazione, dove l’energia elettrica è fornita da un gruppo elettrogeno che alimenta le pompe e la pigiadiraspatrice. Niente barrique e anche con il rovere non si scherza, solo un passaggio non superiore ai tre mesi, si vendemmia in autunno e s’imbottiglia in aprile. Giuseppe Musina non ha mai usato l’anidride solforosa, è convinto che l’alcol sia uno dei migliori conservanti, almeno per piccole quantità e il suo vino fa 15,5 gradi. Cannonau figlio della Barbagia, nel bicchiere la Sardegna più aspra. Un vino che ti si tatua nell’animo, sorso dopo sorso, e non lo dimentichi più.

Arnione Bolgheri Doc Superiore 2013 – Campo alla Sughera

Si può bere un grande Bolgheri Doc Superiore senza svenarsi? La risposta è Arnione Bolgheri Doc Superiore 2013 di Campo alla Sughera, cantina di proprietà della famiglia d’industriali tedeschi Knauf. Da uve Cabernet Sauvignon (40%), Cabernet Franc (20%), Merlot (20%), e Petit Verdot (20%), un vino di grande stoffa e, naturalmente, dalle notevoli capacità evolutive, come è giusto che sia per un vino di rango.

23270481_10212526405108828_593445417019278941_oFieramonte  Allegrini Amarone Classico Riserva 2011

La rinascita è questione assai profonda e spesso complessa, porta con sé la consapevolezza e tutte le esperienze fatte dopo la nascita, può essere quindi momento di sublime creatività. In sintesi questo è l’Amarone Classico Riserva Fieramonte 2011. L’ultima annata in commercio era del 1985 oggi ritorna in una produzione limitata di circa 5mila bottiglie. L’ Amarone Classico Riserva D.O.C.G. Fieramonte di Allegrini, vino prodotto con uve Corvina (45%), Corvinone (45%), Rondinella (5%) e Oseleta (5%) provenienti dall’omonimo vigneto a Mazzurega di Fumane di Valpolicella (VR).  Il vigneto si trova a circa 400 metri d’altezza, sulla collina che guarda Villa Della Torre. Un grande ritorno, un Amarone di cui si parlerà moltissimo nei prossimi anni.

Terrano Hodì 2007 Cantina Parovel

Non credo esista un vitigno che si possa definire più autoctono di altri, però una cosa è certa, nel Terrano la bora la senti tutta, è in quell’acidità sferzante che è tipica del vino carsolino.  Il Terrano (Teran), con il suo carattere così deciso, e per nulla facile, nasce come vino d’annata compagno di bevute e mangiate nelle Osmize. Con il passare degli anni, grazie alla lungimiranza e al talento di alcuni produttori del Carso, è diventato uno straordinario vino da invecchiamento. Con il tempo smussa gli angoli dell’acidità e diventa profondo e romantico come nel caso dell’Hodì 2007 di Parovel, il cui nome deriva dal termine sloveno “On hodi” che significa “lui cammina” e appellativo non fu mai più appropriato.

Castello di Monsanto Il Poggio 1999

Un vino che ha quasi vent’anni sulle spalle, una volta versato nel bicchiere, ha bisogno di tempo per raccontarsi. Certo poi quella narrazione potrà prendere più strade: comunicarti che è arrivato definitivamente al capolinea, oppure che ha ancora frecce al suo arco, che è ancora vivo insomma, ma quando è un grande vino, può addirittura farti riscoprire il valore dell’attesa, piacere che abbiamo quasi dimenticato nella frenesia del tutto subito. È successo con il Chianti Classico Riserva Docg Il Poggio 1999 Castello di Monsanto. Dopo versato nel bicchiere si è espresso con grande lentezza, l’ho atteso con pazienza fino a che d’improvviso è successo l’inaspettato, una scossa, il colpo di fulmine. Passate più di due ore da quando era stato versato nel bicchiere, era ancora in movimento, in crescita, un vino infinito, il Sangiovese in tutta la sua magnificenza. Il pensiero di quel vino non mi ha abbandonato per giorni, avevo bevuto uno dei vini più buoni di sempre.

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Il vino capovolto è quel libro necessario. Un libro di riconciliazione con la bellezza del vino e con la leggerezza che dovrebbe esserci nell’approccio al liquido odoroso, liberandosi il più possibile da rigidi schematismi, anche se, come dice Sandro Sangiorgi, e lo spiega nell’intervista, il vino, nonostante tutto, è bevanda elitaria. Sandro Sangiorgi e Jachy Rigaux, inconsapevolmente nei loro scritti e nell’attività di divulgazione hanno fatto lo stesso percorso ovvero, portare le persone a rinunciare alla liturgia e ritrovare il sentimento più intimo e sincero verso il vino. Esempio concreto in questo senso è l’attenzione posta alla centralità dell’esame gustativo, la bocca come centro nevralgico della sensibilità, spesso soppiantata dall’ossessione del riconoscimento di mille profumi improbabili. Naturalmente il vino capovolto è molto altro, e pertanto lascio al lettore scoprirne l’importanza pagina dopo pagina, mi premeva, come per L’invenzione della gioia,  lasciare spazio alle suggestioni che gli scritti di Sandro, contenute nell’introduzione e nella seconda parte de Il Vino capovolto, hanno provocato, ne è nata questa audio intervista.

Parte prima

Sandro ne “Il vino capovolto”, già nella tua introduzione c’è un concetto a me molto caro che è quello della necessità a un nuovo approccio al vino. Scrivi: “ … il mio interlocutore è la persona che assaggia e beve vino, il cittadino consumatore che appare, e spesso vuole sentirsi, l’anello debole della catena e che invece ha un potere eccezionale per cambiare le cose, cominciando a pretendere sempre più vini interessanti e che lasciano un senso di benessere”. Volevo focalizzare l’attenzione proprio sul cittadino consumatore che tu dici appare e spesso vuole sentirsi l’anello debole. Sono altresì convinto che, spesso, siano proprio gli addetti ai lavori ad avere nei confronti di quel cittadino consumatore un atteggiamento di esclusione che lo allontana dal mondo del vino invece che attrarlo; snaturando l’essenza del vino stesso che, per sua natura, dovrebbe portare alla convivialità, alla condivisione. Non saprei come altro definire, se non escludente, il ricorso esasperato a tecnicismi, il dogmatismo e lo snobismo di taluni. Che ne pensi?

Parte seconda

Sono passati sei anni da L’invenzione della gioia; il mondo del vino è cambiato, forse più che altro in maniera gattopardesca, certe posizioni di rendita rimangono immutabili, ma non è questo il focus della domanda, m’interessa di più sapere invece com’è cambiato nel frattempo il tuo mondo del vino, quello di Sandro Sangiorgi.

Parte terza

Che cosa ritieni davvero che in questo momento storico stia mostrando la corda: le guide, le troppe manifestazioni enogastronomiche, gli innumerevoli corsi per sommelier organizzati in lungo e in largo per la Penisola? Poiché sei divulgatore tra i più appassionati e seguiti, quale ritieni sia l’approccio più corretto, o meno traumatico, per il neofita, quello che poi lo porti davvero a innamorarsi del vino e al contempo a renderlo un consumatore consapevole?

copertina_capovolto_piatto_minIl Vino capovolto

Autori: Jackie Rigaux e Sandro Sangiorgi

Data Pubblicazione: 2017

Pagine: 140

Editore: Porthos Edizioni

Lingua: Italiano

Per approfondimenti

Le foto dell’introduzione e della prima parte sono tratte dalla pagine Facebook di Porthos Edizioni

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Umberto Cosmo è vignaiolo coraggioso, da sempre. È stato il primo a elaborare il prosecco superiore con il metodo classico; adesso, sempre con la stessa audacia che lo contraddistingue, non solo prende una posizione netta sulle guide vinicole che usciranno nei prossimi giorni, ma amplia il discorso auspicando la necessità di un cambiamento sensibile della critica enologica in generale. Qualcuno obietterà che questi sono discorsi che puntualmente, alla vigilia della pubblicazione delle guide, qualcuno riprende e che alla fine hanno la stessa valenza dell’aria fritta. Bollare la posizione di Umberto Cosmo in questo senso non sarebbe intelligente, anzi sarebbe miopia allo stato puro, cosa che gli addetti ai lavori, in questo preciso momento storico, non possono permettersi. Di seguito la lettera aperta.

Umberto Cosmo

Umberto Cosmo

È sempre molto difficile affrontare il tema della cosiddetta critica enologica o, molto più chiaramente, dei giudizi che, in particolare le guide enologiche, danno ai nostri vini. Qualsiasi cosa si dica rischia in qualche misura di essere interpretata nella maniera sbagliata. Ma il timore di essere male interpretato non mi ha mai frenato, nella convinzione che sia sempre prioritario essere sé stessi, autentici e per questo ho sempre scelto la via del non nascondermi mai anche su temi “spinosi” come quello, appunto, della critica enologica. 

Ritengo che oggi sia quanto mai opportuno affrontare, con coraggio e trasparenza, il tema di come costruire insieme un nuovo approccio alla critica enologica nel nostro Paese.
E scrivo insieme perché ritengo che non si possa delegare in toto ai responsabili delle guide, ad esempio, la costruzione di un modello di critica enologica più adeguato da un lato a far conoscere la straordinaria biodiversità viti-enologica del nostro Paese e dall’altro di individuare le eccellenze nel mare incredibile dei nostri innumerevoli terroir vitivinicoli. 

Per questa ragione non voglio assolutamente sfuggire al giudizio, anche se non mi riconosco nel modello attuale, ma voglio provare a dare il mio punto di vista e, senza nessuna presunzione, dare un contributo per modificare modelli che hanno fatto il loro tempo. 

Ritengo che le modalità attuali con cui si arriva a formulare un giudizio sui vini italiani siano una liturgia vecchia e stantia, essendo basata sul modello della degustazione comparata che, a mio parere, è da considerare obsoleto. 

È inattuale il confrontare più prodotti in una sorta di linea di montaggio del giudizio, ove  il momento metafisico della comparazione crea inevitabilmente un modello ideale che costringe sia chi produce che chi giudica in una gabbia innaturale di schemi e preconcetti, slegati dal fondamentale fatto che il vino dipende dalla natura e dall’uomo insieme, quell’uomo-produttore che agisce non più in base a dettami enologici codificati ma in una libertà data finalmente dalla sua comprensione che il vino deve essere espressione della modernità, ove la modernità è intesa come la coscienza di essere parte di un sistema in divenire continuo.

Oggi che il vino si sta liberando da prigioni mentali, oggi che i produttori hanno preso coscienza che essi stessi sono e devono essere in costante evoluzione a causa del mutare continuo della materia prima che essi trasformano e che mai è uguale, oggi che la stessa uva può avere destini diversi a seconda di chi ci metta mano: oggi è il momento di dire basta all’obsoleta liturgia delle guide basate sulla comparazione. Batterie di decine e decine di vini che costringono i degustatori a tour de force inevitabilmente privi di significato, con proclami in copertina in cui si dichiarano millemila vini degustati per giungere a dichiarare corone, bottiglie, tralci, bicchieri. Non ci si accorge che il fruitore di queste pubblicazioni pieni di sapere enologico è oramai una razza in via di estinzione? Non ci si è resi conto quanto nel frattempo siano cambiati i consumatori, a partire dagli stessi appassionati e come siano finite, fortunatamente, le tendenze dominanti e vi sia un approccio da parte di tutti molto più laico e libero da dogmi. 

Anche dal nostro osservatorio di produttori ci rendiamo sempre più conto come i nostri clienti attuano le loro scelte in una modalità molto diversa rispetto al passato senza più quella dipendenza dalle cosiddette “guide”. Le fonti di informazioni ora sono molto più vaste e disparate. Essi vanno direttamente alla fonte, seguono il passaparola, vengono ai banchi di assaggio aperti al pubblico, vengono sempre più spesso in cantina. Sì, perché oggi le cantine più sagge e avvedute, non sono più luoghi misteriosi ove è vietato entrare: i “misteri” non sono più tali poiché noi stessi artefici del vino siamo cambiati e siamo aperti, desiderosi di condividere i nostri supposti segreti.

Questo però, sia chiaro, non significa che non sia più utile la critica enologica, tutt’altro ma per essere credibile, autorevole e attuale deve mettersi inevitabilmente in discussione confrontandosi con trasparenza e coraggio anche con il mondo dei produttori e anche, soprattutto, con i consumatori finali, magari coinvolgendo di più dei panel di giovani o sfruttando la dinamicità della rete per raccogliere le opinioni più disparate. Non credo che questo andrebbe a minare l’autorevolezza di coloro che riteniamo critici preparati, ma forse farebbe pulizia di quella pletora di pseudo-guru, non conoscenti e pieni di sé, che mina alla base ogni possibilità di corretta informazione. 

Ecco perché, a mio parere, bisogna avere finalmente il coraggio di cambiare, e questo non solo per il bene di chi realizza, con fatica innegabile, le guide attuali, ma per il bene di tutta la nostra filiera, compreso il consumatore finale.

Umberto Cosmo

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20156016_10159240148590529_3474841204453516410_nFederico, “Bottiglie Aperte” giunge alla sesta edizione, un tempo sufficientemente ampio per fare un bilancio

Quando ho iniziato questo percorso nel 2012 nessuno immaginava che sei anni dopo saremmo stati ancora qui a parlare di bottiglie aperte. In sei anni possiamo dire di avere centrato l’obiettivo di riportare a Milano una manifestazione credibile sul mondo del vino, che ogni anno acquisisce sempre più audience e prestigio. A testimoniarlo le numeriche crescenti e l’alto livello dei produttori coinvolti, l’aumento di appuntamenti in palinsesto condotti da alcuni tra i più  autorevoli esponenti del giornalismo e della critica vinicola ed enogastronomica italiana, la presenza di un pubblico sempre più qualificato, di operatori del mondo Horeca e del retail settoriale che affluiscono non più solo da Milano e dalla Lombardia ma da gran parte della penisola.

Puntualmente dopo ogni Vinitaly c’è qualcuno, tra gli addetti ai lavori, che vorrebbe trasferire la fiera veronese a Milano, indicando la città meneghina come luogo più idoneo a ospitare una manifestazione di tale portata. Mi pare di capire che è un pensiero che non condividi, vuoi spiegarmene le ragioni e quali proposte ritieni eventualmente più adatte per una città come Milano?

Ritengo non sia produttivo immaginare una nuova Fiera del Vino a Milano: il mondo del Vino italiano ha, da più di cinquant’anni, una grande Fiera come Vinitaly nella quale riconoscersi. Il ruolo che Milano può recitare nel mondo vinicolo è quello di capitale della comunicazione, del retail e dell’innovazione di settore: un obiettivo per la cui raggiungibilità è a nostro avviso indispensabile la costruzione di una manifestazione annuale di sistema. Una kermesse che viva in città caratterizzata da un palinsesto che dia spazio alle varie anime del mondo del vino: da un evento di alto profilo dedicato verticalmente al mondo business a una serie di eventi e contenuti collaterali focalizzati sul pubblico consumatore che coinvolgano il retail, i locali di somministrazione e le location più attrattive della città sul modello dei grandi Fuori-Salone che già dedichiamo al mondo del design e del food. Bottiglie Aperte vuole essere il centro di questo futuro palinsesto.

Possiamo dare qualche anticipazione sul programma 2017, in particolare su master class, degustazioni e seminari?

La squadra di lavoro sarà molto importante: alle collaborazioni ormai consolidate come quelle con Andrea Grignaffini, Pierluigi Gorgoni, Orazio Vagnozzi e Alessandro Rossi si aggiungeranno quest’anno nuove, importantissime collaborazioni come quelle con Daniele Cernilli e Cristiana Lauro. Anche quest’anno tutte le nostre master class destineranno tutto il ricavato alla ricostruzione di una casa famiglia per i minori disabili che frequentano l’Istituto Alberghiero di Amatrice, causa che seguiamo l’anno scorso e che viene portata operativamente con il CISOM (Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta).

Il fitto calendario delle Masterclass (saranno più di 15 nella due giorni) sarà disponibile dal 20 settembre  sul nostro sito e sulle pagine social. Per quanto riguarda i workshop, quest’anno ospiteremo due grandi momenti: il primo, che si terrà domenica 8 ottobre in apertura di manifestazione sarà dedicato agli influssi negativi del clima sulla vendemmia e farà il punto, alla presenza di alcuni dei più importanti esperti e rappresentanti del settore vinicolo, su una situazione che – in particolare dopo una vendemmia come quella del 2017- non può più essere trascurata e sulla quale ferve un grande dibattito alla ricerca delle migliori risoluzioni. Il secondo, invece, sarà dedicato al rapporto tra vino e finanza e farà il punto sui principali investimenti dei fondi nel mondo vinicolo internazionale e sulle prospettive future, soprattutto quelle legate agli investimenti nel nostro Paese.

Un parallelo tra il vino e una grande eccellenza milanese, come la community finanziaria, che rende ancora di più forte la relazione tra la manifestazione e i settori più importanti della città che la ospita.

Federico Gordini

Laureato presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM, classe 1981, Gordini dal 2006 al 2008 ha ricoperto la carica di presidente del Comitato Milan Expo. Nel 2009 ha fondato Milano Food Week, festival culinario di Milano, mentre nel 2012 ha creato ‘Bottiglie Aperte’ con l’idea di portare a Milano un annuale wine festival nazionale, vincendo nello stesso anno il premio come ‘Giovane Imprenditore dell’anno’ di Confcommercio.

Dal 2013 è vice presidente del Gruppo Giovani Imprenditori Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza e nel 2015 ha realizzato ‘The Tank’, villaggio commerciale costruito con container marittimi e riempito con piccole imprese locali nella vecchia stazione ferroviaria abbandonata con ristoranti e intrattenimento da offrire a tutta la comunità. Recentemente è stato nominato presidente dell’Associazione Zona Tortona Savona.

Bottiglie Aperte – Sesta edizione

Domenica 8 e Lunedì 9 Ottobre

Palazzo delle Stelline, corso Magenta 61 Milano

Orari: dalle 11 alle 19

Ingresso per operatori gratuito previa registrazione sul sito www.bottiglieaperte.it

Ingresso per gli appassionati 40 €, biglietteria online attiva da inizio settembre

Contatti

info@bottiglieaperte.it

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La prima  vendemmia del Brunello Roberto Cipresso Vigna Poggio al Sole, correva l’anno 2017.

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Roberto Felluga

Roberto Felluga

Qualche giorno fa sulla stampa locale friulana, Roberto Felluga, vignaiolo che non ha bisogno di presentazioni, in questo caso in veste di presidente della sezione economica viticoltura di Confagricoltura, ha lanciato un accorato grido d’allarme in merito alla tutela della Ribolla gialla; storico vitigno autoctono che rischia però di perdere questa sua peculiarità e appartenenza visto che si è iniziato a piantarlo anche fuori dal Friuli. Si veda l’esempio della Sicilia dove, alle pendici dell’Etna, è in atto un progetto sperimentale di coltivazione del vitigno. Va da se che molti viticoltori sono davvero preoccupati anche perché, non avendo incluso a tempo debito la Ribolla nel disciplinare della DOC Friuli, adesso si corrono guai seri. Per rilanciare la tematica, alquanto delicata, ho rivolto a Roberto Felluga alcune domande in merito.

Roberto, dopo un percorso condiviso tra gli operatori della filiera sulla regolamentazione relativa alla coltivazione e vinificazione della Ribolla gialla, stiamo assistendo ad una pericolosa fase di arresto, cosa sta succedendo e che implicazioni potrebbe avere questo impasse relativamente alla tutela della Ribolla?

Come hai letto sul Messaggero, sì, c’è un momento di stand-by, ma voglio sottolineare una cosa: abbiamo la fortuna di avere la disponibilità della Regione, in particolare dell’Assessore Cristiano Shaurli ad aiutarci in questa ricerca del nostro percorso di tutela della Ribolla Gialla e di questo dobbiamo “approfittare”. Quello che ho denunciato è che una parte del mondo produttivo se ne sta disinteressando, contrariamente a quanto erano gli accordi previsti tra tutta la filiera a inizio anno.

Qualcuno obietta che sarà difficile tutelare la Ribolla anche perché non è semplice dimostrare che si tratta di un autoctono del Friuli, che ne pensi? Quali invece potrebbero essere le prove a supporto di questa tesi?

Non metto in dubbio: tutelare la Ribolla Gialla non sarà semplice però non bisogna non provare. Se valutiamo la questione sotto l’aspetto di vitigno autoctono nessun luogo è tale e l’unica zona deputata è la Georgia dove la storia dice sia stata scoperta la vite. Però parlando di Ribolla in Friuli, si parla di 800 anni e con questo nome è stata registrata solamente in Croazia, ma mai lì rivendicata. I paesi di cui sono a conoscenza dove la Ribolla sia stata classificata tale, anche se con nomi diversi, sono la Grecia, in particolare Cefalonia, la Croazia anche con il nome in italiano Ribolla, la Slovenia con Rebula e noi in FVG. A livello Nordest, su mia proposta, all’interno dei colloquio tra FVG, Veneto e Trentino per arrivare alla DOC del Pinto Grigio delle Venezie con l’aiuto dell’Assessore Shaurli, abbiamo trovato un accordo politico per impedire l’inserimento nei vari disciplinari del Veneto e del Trentino del vitigno Ribolla Gialla. Allo stesso modo noi in FVG non potremo decidere di coltivare il Teregoldo o altre varietà tipiche del Veneto.

Ci sono diversi percorsi più o meno facili e più o meno percorribili, non ultimo quello di un possibile accordo con la Croazia per mantenere il nome Ribolla sul vino e cambiare il nome della barbatella. Però, come ti ho accennato, più il tempo passa meno possibilità di tutele avremo anche perché come ho già avuto modo di dire, a breve entreranno 800 ettari nella parte occidentale della nostra regione che limiteranno di molto il nostro potere decisionale, in particolare quello della collina, su questo vitigno.

Visto che la Ribolla si coltiva anche in Slovenia dov’è conosciuta con il nome di Rebula, secondo te ha senso l’ipotesi di una Doc transfrontaliera come si sta facendo per il Terrano? Aiuterebbe nella tutela?

Non vedo percorribile una DOC transfrontaliera per diversi motivi e te ne posso citare almeno due: il primo perché il Made in Italy è un valore. Il secondo perché anche se Italia e Slovenia sono entrambe nella Unione Europea, hanno legislazioni vinicole diverse. Ci potrebbe invece essere un percorso congiunto tra Italia, Slovenia e Croazia volto a sollecitare l’UE  sulla tutela di questo vitigno in queste 3 aree e che darebbe maggiore forza alle nostre istanze, mantenendo però, secondo me, ben distinte le varie identità.

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Di Irene Graziotto

MasterclassLa curva di sviluppo della Puglia è in netta ascesa. La regione è infatti fra le realtà che più si sono trasformate nell’ultimo decennio. Il salto qualitativo che la Puglia ha saputo fare a livello enologico la rende infatti oggi una delle mete più interessanti per l’enoturista – non è un caso che nel 2013 sia entrata fra le Top 10 wine destinations di Wine Enthusiast. Le masserie proliferano, la conduzione delle stesse è svolta da personale preparato e da un gruppo manageriale che si forma spesso al nord e che è perfettamente consapevole dei punti di forza del territorio, vino incluso – ricordo fra gli altri la bella esperienza a Masseria Bagnara con una cantina di livello e uno sguardo lungimirante nella gestione dell’offerta.

A questo si aggiunge la bellezza del territorio e l’ampia scelta enogastronomica che ha portato il National Geographic a decretarla, nel 2016, la più bella regione al mondo. E ad essere scelta da vip come Ivanka Trump, e non solo, come meta turistica – qualcosa che solo dieci anni fa sarebbe parsa inimmaginabile.

Ebbene la Puglia si muove. Ne avevo già parlato due anni fa in occasione di una visita nella regione e ne sono sempre più convinta. Le manifestazioni si moltiplicano e si fanno internazionali, grazie alla presenza di figure di rilievo (vedi Radici del Sud), gli articoli delle testate estere che contano si duplicano, gli investimenti raddoppiano – sono tantissime le aziende site in altre zone d’Italia che hanno iniziato a produrre anche in zona (Antinori con la Tormaresca, Tinazzi con Feudo Croce e Cantine san Giorgio) –  l’interesse dei mercati si fa vivo, soprattutto quelli dell’Europa Centrale come testimoniato anche da anche Othmar Kiem durante Vinibus Terrae.

Vinibus Terrae è una nuova vetrina del vino pugliese pensata e ideata lo scorso luglio dal Consorzio  Discovery, un altro esempio virtuoso di sensibilità imprenditoriale regionale. Virtuoso in primis perché parte da una consapevolezza e successiva volontà di fare sistema fra comparti anche molto diversi. Il Consorzio nasce infatti da una quadruplice alleanza fra Teo Titi, presidente sezione Turismo Confindustria di Brindisi, da Pierangelo Argentieri, vice presidente della Federalberghi di Puglia, da Giuseppe Danese, alla guida del distretto nautica pugliese e Luigi Rubino alla guida di Tenute Rubino. Virtuoso in secundis perché inteso a sviluppare anche quelle zone meno battute della Puglia, nell’ottica che una ricchezza a spot non giovi a nessuno nel secondo tempo.

Il Lungomare di Brindisi

Il Lungomare di Brindisi

Parte da qui la volontà di rilanciare Brindisi, dotata già di qualche anno di una passeggiata lungomare di grande piacevolezza che ha ridato alla città un proprio spazio, a servizio della comunità – un fattore non secondario, questo della bellezza, chiaro a Peppino Impastato che infatti sosteneva come se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà” ma ben presente anche a personalità come William Bratton e Rudoplh Giuliani che negli anni Novanta fecero di tutto per arginare gli effetti “finestre rotte”.

Vinibus Terrae ha saputo smuovere ulteriormente le acque (è il caso di dirlo) di Brindisi, una città che altrimenti passa inosservata, “un po’ come Vicenza, stretta fra Verona e Venezia” ha commentato Gianfranco Vissani durante la conferenza di apertura. Obiettivo dell’evento: “creare una destinazione” nuova, affermano gli organizzatori, rafforzando quel legame col vino che è già esistente ma poco comunicato. La prima Doc della Puglia è appunto la Doc Brindisi.

I dati emersi durante la conferenza di apertura di Vinibus Terrae, che ha visto la partecipazione via video del ministro De Castro e de visu di Dario Stefano, sono impressionanti: se nel 2009 l’imbottigliato di qualità coprova solo il 19%  della produzione, nel 2014 tali cifre si aggiravano giù sul 70%. Se fino a due decenni fa nei depliant della Puglia si vedevano piscine anonime, cocktail e avvenenti figurini femminili, oggi la promozione pubblicitaria punta su alberelli, ulivi, scorci riconoscibili.

L’evento di giugno ha saputo coinvolgere e aprirsi anche alla città: non capita spesso di vedere negozio dopo negozio l’insegna di un evento legato al vino. Presente tutta la filiera: dalle 30 aziende vinicole disposte sul lungomare al consumatore finale (con una forte presenza giovanile, grazie anche ad una ricetta spigliata) passando dal consumatore esperto ai giornalisti ai sommelier che hanno partecipato alle tre Masterclass di livello organizzate da AIS Puglia e guidate da Giuseppe Baldessarre. Tre i focus: Puglia del Nord e Daunia, Murgia e terra di Messapia e, infine, Salento, dove ha trovato posto anche l’intervento dei vari produttori – un modo lungimirante di dare voce ai protagonisti di questa piccola rivoluzione enologica chiamata Puglia che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante.

 

 

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VivavìCalabria incantata e selvaggia, terra del ritorno necessario per il viaggiatore, giacimento di tesori enogastronomici inestimabili. Come altro definire Il Biscardino di Gino Marino a Cropalati, la Tavernetta dell’istrionico Pietro Lecce a Camigliatello? Poi il vino, antico e moderno al tempo stesso. Si va dal garagista pre silano Emilio Simone, ai cirotani Cataldo Calabretta, Francesco e Vincenzo Scilanga (Cote di Franze), passando per quel collettore di anime che è Dino Briglio Nigro e il suo l’Acino Vini. Dino condivide, a San Marco Argentano, cantina e sogni con Daniela De Marco e Giampiero Ventura e il loro nuovo progetto vitivinicolo Vinovì. Naturalmente cito solo persone e luoghi che ho visitato in viaggi recenti, consapevole che la Calabria è tanto altro. Arriva poi la nostalgia, conseguenza del rientro dal viaggio, che può essere smorzata attraverso la lettura di libri che alimentano i ricordi; capita così di imbattersi nel leggendario “Old Calabria” di Norman Douglas, ma, soprattutto, in “Lettere meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria” di Francesco Bevilacqua. Testo che ha in se vari passaggi rivelatori, anzi direi rivoluzionari, come ad esempio questo sul “Pensiero meridiano” che riporto integralmente: La felice espressione «pensiero meridiano» fu coniata da Albert Camus all’inizio degli anni Cinquanta, allorché nel capitolo conclusivo del suo L’uomo in rivolta, sotto un titolo siffatto, lo scrittore invocava un modo di pensare al quale il mondo contemporaneo non avrebbe potuto rinunciare ancora per molto. Modo di pensare che, richiamandosi allo spirito greco antico, pone al centro della riflessione il rapporto originario e profondo tra uomo e natura. Si intravede qui una contrapposizione tra due distinte concezioni del mondo: una nord europea, basata sulla rimozione del rapporto con il sacro e con la natura; l’altra sud europea, che propugna, invece, un intreccio armonico tra umano, divino e naturale. «Al nichilismo europeo, avvolto nelle tenebre dell’assolutismo storicista, Camus oppone dunque lo spirito mediterraneo, coi suoi richiami alla sacralità del mondo e della vita». In sostanza «il pensiero meridiano è la riscoperta di questo sud rimosso e il suo collegamento a una forma di vita non ostaggio della tecnica, capace di una misura». Intorno alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, alcuni studiosi, tra cui Franco Cassano, Mario Alcaro, Piero Bevilacqua, Franco Piperno, si ritrovano nello sviluppare le tesi di Camus e propugnano un pensiero del «Sud che pensi il Sud». Il Sud diviene soggetto di pensiero proprio e dismette gli abiti dell’oggetto di pensiero altrui. È una rivendicazione di autonomia culturale, etica, spirituale innanzitutto e poi anche politica. Anche se non v’è traccia dei fumosi progetti separatisti e autonomisti che circolano nel Mezzogiorno d’Italia da alcuni anni.vigneti Vivavì Il Pensiero meridiano ripudia il fondamentalismo economico e i processi di omologazione che accompagnano la globalizzazione, in favore di una ritrovata peculiarità locale del Sud, nella cultura, nella politica, nella ricerca di una identità. Bisogna smettere con il pensare che il Sud sia un non-ancora dello sviluppo, sostiene Franco Cassano, «occorre smettere di vedere le sue patologie solo come la conseguenza di un difetto di modernità. Bisogna rovesciare l’ottica e iniziare a pensare che probabilmente nel Sud d’Italia la modernità non è estranea alle patologie di cui ancora oggi molti credono che essa sia la cura». È necessario, invece, contrapporre, alla omologazione e allo sviluppo etero diretto, la rivitalizzazione delle culture locali, la reinvenzione delle radici storiche comuni, la riaffermazione delle proprie identità collettive. Insomma, l’idea è quella di creare per il Sud un percorso alternativo che punti su strategie di cooperazione regionale, beni comuni, risorse ambientali, specificità territoriali. Una rinascita in piena regola del «locale» in una relazione più equa con il globale. Per far questo, i fautori del Pensiero meridiano decostruiscono alcuni capisaldi della Questione meridionale.

Masseria Perugini

Masseria Perugini

La prima decostruzione riguarda il cosiddetto paradigma emulativo, per cui il Sud deve emulare il Nord ed essere oggetto, quindi, di uno sviluppo etero-diretto e assistito. Il Sud, viceversa, deve semplicemente chiedersi quale possa essere una strategia per migliorarsi a partire dalle ricchezze di cui già dispone. La seconda decostruzione concerne il paradigma della modernizzazione, che parte dal dogma dell’arretratezza economica e culturale del Sud. Il Sud non è «arretrato», ma solo non sviluppato secondo i canoni del Nord. È, invece, diverso, soprattutto perché ha saltato a piè pari tutto il lungo periodo della industrializzazione e conserva luoghi, valori, culture che quel processo, se ci fosse stato, avrebbe spazzato via.
Il Pensiero meridiano resta, sino a ora, l’unica originale e innovativa proposta di ripensare il Sud (e con esso la Calabria) e i suoi problemi a partire dal Sud stesso, di favorire un’assunzione di responsabilità diretta dei meridionali, per contrapporre alle fallimentari panacee industrialiste e sviluppiste, che hanno avuto il Sud come cavia, strategie che partano da forze e ricchezze endogene. E, quel che più conta, abiurando una buona volta ogni progetto etero diretto e assistito.

Ecco questo “Pensiero meridiano” mi è parso di sentirlo forte e vivo in tutte le persone che si occupano di vino e cibo e che ho avuto la fortuna di conoscere in queste due ultime estati in Calabria. Per rafforzare ancora di più il concetto e per continuare con gli approfondimenti, dopo l’articolo su Gino Marino e l’intervista a Dino Briglio Nigro, ho rivolto alcune domande a Daniela De Marco di Vinovì che, vista la sua storia di vita e i suoi studi, credo sia perfetta per continuare questa discussione.

Daniela De Marco

Daniela De Marco

Daniela tu sei un’antropologa che da Roma, per motivi familiari, è dovuta ritornare in Calabria. Trovo molto romantico che un’antropologa si metta a fare vino: storia del vino e storia dell’uomo, a livello sociale, culturale ma anche simbolico e filosofico, sono intrecciate indissolubilmente.  Tu come arrivi al vino? Raccontami la storia di Vivavì e del sodalizio con Pasquale Perugini e Giampiero Ventura.

Si, l’ambito tematico dei miei studi è stato quello dell’antropologia culturale, percorso che ho intrapreso all’università Sapienza di Roma. A Roma ho vissuto per 5 anni dopo i quali sono tornata in Calabria per stare vicino alla mia famiglia che stava attraversando un periodo di difficoltà. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in alcune cantine, questo primo contatto diretto con il mondo vitivinicolo, che si può definire la “mia esperienza sul campo” tanto cara a noi antropologi, ha fatto nascere e crescere in me il desiderio di fare vino. Il cibo e il vino riflettono la peculiarità dei luoghi e delle loro coltivazioni, per me è importantissimo che le produzioni facciano emergere queste diversità territoriali e di cultura, questo è un atteggiamento da antropologo, l’antropologia è strettamente legata al concetto di diversità. Ed è per questo che ho deciso di vinificare da vitigni, come il Mantonico e il Magliocco, che appartengono alla Calabria. Questo modo di fare agricoltura è il trait d’union che unisce me e le altre due persone con cui ho intrapreso questo progetto, il mio compagno Giampiero Ventura e Pasquale Perugini, proprietario della Masseria Perugini, splendida persona che conoscevamo da tempo.

La Masseria Perugini è un luogo incantevole, ha un’aura particolare, si respirano creatività e bellezza, si fa dell’ottimo vino, ma è anche un’azienda agrituristica; infatti producete olio, pasta, allevate pecore e tanto altro. Parlando con te ho poi scoperto che Dario Brunori (Brunori Sas) ha registrato proprio qui il suo quarto disco “A casa tutto bene”. Alla fine penso che ci sia sempre filo conduttore, nemmeno tanto sottile, che lega idee, creatività, luoghi, anime, che ne pensi?

 La storia della Calabria, proprio per il fenomeno di cui tu parli, ossia aver saltato la fase dell’industrializzazione, è una storia fatta perlopiù da agricoltori, da persone che hanno coltivato la terra, e che grazie alla loro esperienza hanno una comprensione profonda dei cicli della natura. È grazie al loro aiuto e ai loro racconti che ora sto, anzi stiamo, imparando sempre di più su questo mondo; ad esempio a capire qual è il periodo giusto per seminare il grano o per raccogliere le olive, perché come hai detto giustamente tu in Masseria produciamo anche olio e pasta (La Masseria è anche ristorante e b&b il che rende possibile assaggiare i nostri prodotti direttamente in loco). Per me il coltivare è da intendersi come pratica di produzione ma anche e soprattutto come qualcosa che crea cultura e senso di collettività, il cibo e il vino si definiscono importanti fattori di aggregazione sociale. Mi piace pensare alla Masseria come ad una comunità sempre mutevole di persone, che pur vivendo temporaneamente da noi, attraverso le proprie azioni, il proprio apporto culturale definisce un nuovo senso del luogo. E spero che sempre di più riesca ad essere un posto capace di generare e supportare processi legati al fare cultura. Un luogo dove anime affini possono trovare rifugio. E infatti siamo stati felicissimi quando la Brunori SAS ha deciso di incidere da noi il suo ultimo album “A casa tutto bene”, di quel periodo ricordiamo giornate vive durante le quali i musicisti, i tecnici, i fotografi hanno animato il nostro piccolo borgo. Io e Giampiero conosciamo Dario da tantissimi anni; è un’amicizia  che proviene da lontano, Dario e Giampiero erano compagni di stanza durante gli anni universitari a Siena.

Una domanda sulla Calabria non poteva mancare. Terra aspra e oltraggiata, luogo antropologicamente e socialmente molto complesso e immagino che su questo, visti i tuoi studi, potresti farne un trattato. Più mi ci addentro, più conosco questa terra, più vedo che si sta seminando moltissimo, c’è grande fermento, energie positive e voglia di rinascita, naturalmente non solo in ambito enogastronomico. L’impressione e che si stia andando sempre di più nella direzione di quel “pensiero meridiano” di cui parla Francesco Bevilacqua, sono troppo ottimista?

Si concordo con te. Accanto ad una visione di crescita economica, ancora legata ad una volontà di sfruttamento intensivo del territorio, pian piano ne sta nascendo un’altra che abbraccia un’idea di sviluppo che passa attraverso la valorizzazione delle risorse già presenti. E non parlo solo ovviamente di elementi materiali ma anche immateriali: la riscoperta della ricchezza della nostra cultura, dei nostri rituali indissolubilmente legati ai nostri paesaggi, il nostro essere popolo meticcio, infatti a pochi chilometri dalla Masseria Perugini vi sono i paesi Arbëreshë, io provengo in parte da lì, la bellezza aspra e ruvida di quella Calabria che non compare nelle comuni guide turistiche e sfugge al vocabolario corrente. Ecco vivendo qua ho avvertito la volontà diffusa di ripartire da tutto questo, di far emergere geografie per molto tempo silenti.

Fonti:  “Lettere meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria” di Francesco Bevilacqua

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