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Chiara Soldati

Chiara Soldati

Fino a una decina di anni fa, ma la memoria potrebbe  ingannarmi ed essere qualcuno in più, nella sontuosa Villa dei Cedri di Valdobbiadene, si teneva con cadenza annuale la Mostra Nazionale degli Spumanti. A quel tempo, nonostante tutto un’era geologica fa, non c’era l’ossessione compulsiva nell’organizzare manifestazioni sul vino e  Valdobbiadene era l’occasione per assaggiare quelle che per noi appassionati erano delle vere e proprie rarità, ovvero gli spumanti Metodo Classico ottenuti da uve autoctone. È così che ho scoperto le bolle da uve Asprinio di Aversa, da Verdicchio, da Durella e soprattutto da uve Cortese di Gavi. Rimasi letteralmente folgorato dal Brut millesimato D’Antan La Scolca della famiglia Soldati che produceva questo spumante solo nelle annate migliori e che metteva in commercio almeno dopo 10 anni di invecchiamento in bottiglia. Un vino di grande ricchezza e dalle molteplici sfaccettature capace di farti innamorare perdutamente ma anche di dividere, in poche parole un vino di grande sentimento. Nel 2019 La Scolca festeggia cento anni di passione enologica, era infatti il 1919 quando il bisnonno di Giorgio Soldati acquistava l’azienda. Da grande estimatore della cantina piemontese non potevo non partecipare alla festa ed ho approfittato dell’occasione per rivolgere a Chiara Soldati alcune domande che sono un po’ la sintesi della loro storia passata, presente e futura.

D’antan, il tempo che fu ricordato con nostalgia. Questo l’etimo, ma D’Antan è il nome di uno spumante riserva, prodotto dalla famiglia Soldati, che insieme a poche altre etichette è il vanto del metodo classico italiano nel mondo. Ho sempre trovato romantico, non mi vengono altre parole, questa ricerca spasmodica dell’attesa, almeno 10 anni di invecchiamento in bottiglia prima di essere messo in commercio. Una concezione del vino totalmente in controtendenza con il tempo avido di oggi che vuole tutto e subito, ma d’altronde non poteva che essere così visto che il nome della tenuta della famiglia Soldati deriva dall’antico toponimo Sfurca ovvero “Guardare lontano”. Partiamo da qui Chiara, che significato ha l’attesa in un tempo che pare non sappia più coglierne il senso profondo?

In un mondo che fa della velocità e della globalizzazione un must, noi abbiamo saputo cogliere l’importanza del valore del tempo, dell’attesa e  la consapevolezza che certi risultati si ottengono solo con una grande ricerca dell’eccellenza e con molto tempo.

Sono vini delle origini, vini del tempo perduto, vini che fanno riemergere sentori e profumi della memoria. Hanno l’anima del fanciullo ma il cuore da adulto, con una forte personalità e con grande carattere, stile  ed eleganza.

Il vino è passione, attesa , cura dei dettagli  e per questo motivo solo nelle annate migliori, dopo almeno 10 anni di invecchiamento nella nostra cantina, può cominciare il cammino di vini straordinari come La Scolca D’Antan e La Scolca Spumante Riserva D’Antan. Vini che emozionano, che stupiscono, perché al profumo delicato contrappongono un carattere forte, una grande personalità: sono prodotti unici. L’obiettivo principale della mia cantina è quello di emozionare attraverso i suoi vini, di non limitarsi a presentare un prodotto, ma di far entrare in un mondo pieno di fascino. La mia La Scolca ha trasformato i chicchi d’uva Cortese in vere e proprie pepite d’oro di un territorio povero e aspro che la famiglia Soldati, da quattro generazioni, ha saputo rendere unico e generoso, grazie ad intuizioni che nel tempo hanno premiato un approccio imprenditoriale che pareva visionario: dalla scelta del Cortese, al continuo investimento nell’acquisto di boschi e vigneti, quasi tutti di proprietà, che garantiscono l’eccellenza del prodotto, l’equilibrio biodinamico e la salute dell’ambiente.

50889877_10215774740275177_3818530452210188288_nChiara il tuo ruolo nell’azienda di famiglia è portare il nome de La Scolca e dei Soldati nel mondo. Non passa giorno che non ti veda in qualche parte del pianeta a raccontare dei tuoi vini, sei una sorta di globetrotter instancabile. Un lavoro durissimo ma che immagino renda tutta l’immane la fatica che fai. Non mi riferisco al solo fatto commerciale ovviamente ma al fattore umano fatto di incontri che penso siano in definitiva lo stimolo più grande per portare il nome dei Soldati in giro per il globo.

Riferendomi alla domanda precedente, il tempo nella mia famiglia ha un grande valore ed ha un grande valore l’uso che se ne fa nella vita. Mi è sempre stato insegnato da mio padre Giorgio a non sprecare giorno e non sprecare occasioni. Le mie settimane sono divise con teutonica organizzazione in Azienda e nel coltivare i rapporti esterni. Viviamo in un mondo digitale , in un mondo sempre più astratto, ma conta sempre moltissimo il valore di un business che non prescinda dai rapporti umani e dal poter essere ambasciatori di quello che io considero sì un lavoro, ma in primis da 4 generazioni una grande passione di famiglia. Il successo di La Scolca nasce indubbiamente dalle doti che abbiamo dimostrato in questi primi 100 anni, ma anche dall’impegno dei nostri ambassador in giro per il mondo che da anni credono in noi e che crederanno in noi come testimoni di un territorio , di una denominazione e di una storia che si ripete con rinnovato entusiasmo ogni millesimo. Il segreto di questo successo? Non essere mai stanchi dei traguardi raggiunti, voler raggiungere sempre nuove frontiere di eccellenza e soprattutto non essere mai stanchi di stupirsi, di essere curiosi. Ogni grande impresa è iniziata con un primo passo . Ogni scalata è fatta di impegno, sacrificio e dedizione. Ecco, questo , ritengo sia il motore per guardare lontano.

51116837_10215774740115173_6431136462544044032_nNel 2019 La Scolca compie cento anni, un traguardo eccezionale. Tempo di bilanci e di festeggiamenti, mi racconti tutte le attività che avete in programma e naturalmente anche desideri e sogni che vuoi vedere realizzati?

Per noi è un traguardo importante , ma soprattutto un punto di partenza per guardare al futuro. La Scolca in dialetto significa proprio “ Guardare Lontano”.

Abbiamo ultimato la nuova cantina, un’area interamente dedicata alla didattica aperta ai consumatori ed ai professionisti, una Lounge tra i vigneti sponsorizzata da UNOPIU’, una nuova proposta di packaging innovativi , un progetto di un nuovo sito web moderno ed interattivo, un programma di degustazioni verticali ed eventi a carattere internazionale, ed una nuova energia con cui guardare al futuro, ma con una solida esperienza e tradizione a fare da guida. La Scolca festeggia i suoi 100 anni di storia, e sceglie di farlo con i partner con cui condivide valori, passioni ed aspirazioni – Ferretti Group, Giorgetti, Maserati, Unopiù, Cova solo per citarne alcuni – con gli importatori e i distributori, i sommelier  e i tanti consumatori che hanno creduto e contribuito negli anni al successo del brand in Italia e nel mondo. Mio padre Giorgio ed io , oggi insieme alla guida dell’azienda, siamo le voci di questa storia fatta di tante emozioni che si mescolano  fra loro: entusiasmo, energia, innovazione, magia, caparbietà, tenacia  e soprattutto tanto amore per la propria terra. E’  mio padre che vuole con forza la  Doc nel 1974 e la Docg nel 1998, fonda il Consorzio del Gavi e ne è il primo presidente. La Scolca registra nel 1969 il marchio Gavi dei Gavi diventato ora un must in tutto il mondo.

Il 1995 rappresenta un’altra tappa importante, il mio ingresso in azienda che segna il passo con una visione innovativa e volta al futuro, pronta a cogliere tutte le opportunità delle nuove tecnologie e della comunicazione digitale, in una fase storica di cambiamenti epocali e grandi trasformazioni del mercato globale.

Oggi La Scolca è un’azienda di fama internazionale, in continua crescita ed evoluzione, presente in quasi 40 paesi e vicina al milione di bottiglie prodotte. E lasciami dire con un pizzico di orgoglio che sono davvero tanti i personaggi famosi che negli anni hanno scelto il Gavi Etichetta Nera per brindare in occasioni importanti, innamorandosene, dal premio Oscar Colin Firth, Sofia Loren, ma anche Elton John, Giorgio Armani e importanti capi di stato – tra cui la Regina Elisabetta e, fra gli ultimi, Barack Obama. Come vedo il mondo del vino guardando al futuro? Il mercato internazionale è sempre più in una fase di grandi cambiamenti, per cui i produttori di vini autoctoni come  La Scolca, dovranno ancor più ritagliarsi la loro nicchia di eccellenza. Ed è proprio questa la forza del made in Italy, creare valore per una nicchia.

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Bardolino

Bardolino

Può esistere l’Anteprima dell’Anteprima? Certo, se la sono inventata Angelo Peretti, Franco Cristoforetti e il Consorzio di Tutela di Chiaretto e Bardolino, ed è una sorta di prequel dell’Anteprima del Chiaretto vera e propria che si svolgerà invece a Lazise a marzo 2019. In una Bardolino inedita, resa ancora più affascinante dal clima natalizio, è stato possibile farsi un’idea dell’annata 2018 del Chiaretto. Ben 46 campioni, per la maggior parte prelevati da vasca, hanno certificato che il millesimo 2018, per ottima maturazione del frutto, freschezza e sapidità, regalerà un bel po’ di soddisfazioni sia ai produttori del Consorzio che ai consumatori, specialmente a chi avrà la pazienza di aspettare il Chiaretto qualche anno in bottiglia.

Chiaretto vs Rosè francesi

Chiaretto vs Rosè francesi

Questo vino infatti, grazie  alla Rosè Revolution iniziata nel 2014, ha belle prospettive di durata, ed è soprattutto lasciandolo per qualche anno in bottiglia  che riesce a raggiungere picchi di qualità del tutto simili ai più blasonati rosè di Francia.

Qualcuno leggendo questa affermazione potrà pensare ad una forzatura o peggio ad un atto di piaggeria nei confronti del Consorzio, in realtà non è altro che il risultato emerso dalla Masterclasss “Chiaretto vs Rosè”, organizzata in seno alla pre-Anteprima, dove  3 Chiaretto 2017, degustati alla cieca assieme a 6 Rosè francesi di pari annata, premiatissimi e dal costo nettamente superiore, non solo non hanno sfigurato ma hanno saputo tenere il passo. Direi di più, visto che la  Corvina veronese tende a dare il suo meglio con il passare del tempo, qualcuno di quei Chiaretto, se rifacessimo la stessa degustazione tra un paio di anni, potrebbe tranquillamente superare qualche cugino francese.

 

Angelo Peretti

Angelo Peretti

Il Chiaretto

Il Chiaretto di Bardolino o Chiaretto, ottenuto da uve Corvina Veronese utilizzata fino al 95% nell’uvaggio, fatta salva una quota minima del 5% di Rondinella, è un rosè chiaro prodotto sulle rive del Lago di Garda. Secondo la tradizione, le origini di questo vitigno risalgono al XIX secolo quando Pompeo Molmenti, avvocato e scrittore che aveva un vigneto sul lago di Garda, iniziò a produrlo. Era il 1896. Tuttavia, il più antico documento locale che menzionava la parola “Chiaretto” legata al vino è il vocabolario “Crusca Veronese” stampato a Verona 90 anni prima, nel 1806. Nel 1968 il bardolino Chiaretto fu tra le prime denominazioni in Italia a ricevere la DOC. Dalla vendemmia 2014, i viticoltori del Chiaretto hanno messo in atto la Rosè Revolution, conferendo al vino un colore rosa molto pallido, note più aromatiche e floreali ed una precisa identità, rivoluzione che è stata ampiamente premiata dal mercato internazionale.

Nel 2018 l’Assemblea dei Soci del Consorzio di tutela ha richiesto il riconoscimento di una doc autonoma per il Chiaretto di Bardolino, staccandolo dalla doc Bardolino, della quale faceva parte sin dall’approvazione del primo disciplinare, nel 1968.

 I numeri del Chiaretto

Soci del Consorzio Tutela del Chiaretto e del Bardolino. 1029 (795 viticoltori, 120 vinificatori, 114 imbottigliatori)

Estensione del vigneto della Doc: 2576 ettari, di cui 1000 ettari di Chiaretto

Bottiglie di Chiaretto prodotte nel 2017: 9,5 milioni (+12% rispetto al 2016)

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46051529_10215235149465744_259307396365549568_oIl Merano Wine Festival è giunto alla 27^ edizione, come da tradizione ormai consolidata è stato un successo indiscutibile, al punto che è uno dei rari casi in cui la parola evento coglie l’essenza del suo significato vero senza essere usata a sproposito come spesso accade. Qualcuno, volendo fare un parallelismo con il mondo del cinema, ha definito il Merano Wine Festival come la Cannes dell’enogastronomia e forse il paragone è davvero azzeccato perché, grazie anche alla bellezza della città Merano, la manifestazione si fonde perfettamente con tutti quegli elementi molto vicini alla mondanità, attori e attrici compresi. Ovviamente, come tutto ciò che ha successo in Italia, e la cittadina tirolese è in Italia, il Festival attira a se anche qualche antipatia. Le critiche ormai prevedibili, anche se non del tutto infondate, sono sempre le stesse: il senso di degustare in mezzo alla bolgia del Kurhaus, il ritorno economico per i produttori, ecc. Per l’appassionato di vino e anche per il professionista, il senso dell’esserci e dell’imperdibile delle giornate meranesi, non va ricercato necessariamente nelle sale del Kurhaus, ma in tutti gli eventi collaterali che sono davvero tanti, spesso unici e irripetibili. Qualche esempio? Le degustazioni guidate all’Hotel Therme, il focus sui vini rosè con Rosè – Vino in futuro, ma soprattutto la novità del fuori salone The Circle – People, Lands, Experiences e la seconda edizione di Naturae&Purae, il convegno curato e ideato da Helmuth Köcher e Angelo Carrillo ai Giardini di Castel Trauttmansdorff.  46018126_10215235171266289_5695276722128158720_oA Naturae&Purae si è parlato delle nuove tendenze che puntano al ritorno alla radice della vitivinicoltura e dell’alimentazione, in particolare, per quanto riguarda l’aspetto vino, attraverso le esperienze di due grandi esperti come Andrea Paternoster,  apicoltore della Val di Non, che ha raccontato la più antica bevanda fermentata dall’uomo, l’Idromele, ottenuto dalla fermentazione di miele e acqua, e Mario Pojer, tra i più maggiori vignaioli italiani, produttore di Zero Infinito, vino allo “stato puro”, si è cercato di andare alla radice della cultura “del vino” inteso come fermentato alcolico. Uno sguardo sulle fermentazioni ancestrali, da quelle preistoriche, l’Idromele, a quelle contadine dei vini “ardenti” e rifermentati come il Prosecco e il Lambrusco dei secoli passati. Partenza con il botto invece per The Circle – People, Lands, Experiences. Un’idea davvero vincente questa dell’area relax, che permette di prenderti una pausa dal frastuono del Kurhaus senza farti perdere il focus della manifestazione. Uno spazio di 450 mq in Piazza della Rena, che per tutta la durata del festival è stato teatro di degustazioni, incontri con piccoli produttori di tipicità, vignaioli e chef, con lo scopo di esplorare i territori da cui provengono e conoscere le storie di uomini e delle loro esperienze nel campo food&wine. Arrivederci quindi, facendo tutti gli scongiuri del caso, alla prossima edizione, la 28^, dall’8 al 12 novembre 2019.

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44903689_10215128194751943_5814731341861748736_nMolte volte le cose essenziali sono invisibile agli occhi, e per noi la durella è stata per molto tempo un vitigno poco considerato, forse perché mai espresso nella sua pienezza, soprattutto come spumante. Dopo anni di sperimentazioni ho capito di avere tra le mani un tesoro immenso, dove la Lessinia, con il suo terreno vulcanico, dà origine a un vino che per acidità, versatilità e longevità è unico nel suo panorama.

Le parole sono di Federico Zambon che in quel di Roncà ha deciso di dedicare anima e corpo alla produzione dello spumante da uve durella e descrivono, con forza, tutto il potenziale di questo vino comunemente conosciuto come Durello. Stiamo parlando di una micro produzione, ha infatti superato da poco il milione di bottiglie ma che a tutti gli effetti è la quinta DOC spumantistica italiana. Naturalmente l’idea di aumentare la massa critica c’è tutta, tanto è vero che nel 2017 sono state piantate un cospicuo numero di barbatelle che andrà a triplicare la produzione di bottiglie. Se avete la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con il mitico ingegner Renato Cecchin, proprietario di Casa Cecchin, per chi non lo sapesse, uno dei padri del Metodo Classico ottenuto da uve durella, capirete che questi numeri sono destinati a crescere ulteriormente. L’ingegnere, cartina alla mano, vi farà vedere con dovizia quali sono i terreni tra Verona e Vicenza più vocati da destinare a durella. Non precorriamo troppo i tempi però, questo è un ragionamento che merita di essere approfondito in una monografia dedicata al profeta del Durello.

44932961_10215128198672041_2901012587518885888_nIl presente parla di 366 ettari coltivati a durella sulle colline veronesi e 107 ettari su quelle vicentine. Sono 428 i viticoltori che coltivano quest’uva autoctona e, ad oggi, le aziende socie del Consorzio Tutela Vini Lessini Durello sono 32. Il presente racconta anche di una sofferta ma importante decisione, approvata all’unanimità dall’assemblea dei soci del Consorzio, di modificare i disciplinari di produzione, andando a distinguere in maniera netta il metodo italiano (Martinotti-Charmat) dal metodo classico. Con la dicitura “Lessini Durello” verrà indicato solo lo spumante prodotto in autoclave con metodo italiano, mentre la denominazione “Monti Lessini”, finora dedicata ai vini fermi, diviene solo esclusiva per lo spumante ottenuto con rifermentazione in bottiglia. Scelta intelligente, oculata e lungimirante perché permette di legare il Metodo Classico ad un territorio bene preciso, come del resto avviene per Franciacorta, Trento DOC, Oltrepò Pavese e Alta Langa, visto che è proprio nella produzione di metodo classico che la bollicina berico scaligera esprime tutta la sua classe. Certo poi ci sono le ragioni del mercato ed è lapalissiano che, al traino del Prosecco, oggi si venda con più facilità la bottiglia ottenuta con metodo Charmat.  43628307_10215128165951223_5730945179980922880_nL’auspicio/atto di coraggio è che i produttori del Consorzio non vadano a replicare, nel contenuto delle loro bottiglie, il famosissimo sparkling wine Veneto ma cerchino percorsi del tutto personali, visto che hanno la fortuna di avere tra le mani un’uva di notevole acidità come la durella che ben si presta ad essere spumantizzata con uno Charmat lungo. A titolo di esempio chiedere, anzi assaggiare, il Lessini Durello di Zambon, Cavazza e Dal Maso. Come del resto è incontrovertibile che per il Metodo Classico, pur trovando prodotti di ottima fattura tra quelli che sostano 36 mesi sui lieviti, i veri giganti di questa denominazione hanno riposato sui lieviti dai 60 agli 84 mesi, vedi la Riserva di Fongaro, il 60 e 120 mesi di Gianni Tessari, o la Riserva di Casa Cecchin, tanto per fare qualche nome. Un progetto in continua evoluzione quello degli spumanti da uve durella che si arricchirà prossimamente anche della versione Crèmant. Non è finita, nel 2019 potremo assaggiare anche il primo Metodo Classico di Federico Zambon e di Nicola Dal Maso; chi ha avuto la fortuna di degustarli in anteprima ne parla un gran bene. Monti Lessini rulez!

Il mio Durello, la parola ai produttori

Roberta Cecchin – Casa Cecchin

In quest’epoca di grande cambiamento climatico la Durella rappresenta per me una certezza, un punto fermo della nostra produzione. Il carattere minerale e la sua freschezza la rendono un’uva straordinaria capace di esprimere tutto il suo potenziale con la rifermentazione in bottiglia. Ci vogliono almeno 4 anni di cui 3 sui lieviti per ottenere un buon Metodo Classico. E il terreno vulcanico è quello che fa la differenza. Vorrei riuscire a fare apprezzare il Durello Metodo Classico agli esperti di vino, a chi è convinto che i grandi spumanti si facciano da un’altra parte.

Nicola Dal Maso – Dal Maso Società Agricola

La nostra famiglia vanta antiche radici nella zona Doc del Gambellara dove siamo nati e cresciuti con la Garganega. Quaranta anni fa è iniziata l’acquisizione di nuovi terreni sui Colli Berici, zona altamente vocata alla produzione di grandi vini rossi. Ora, Nicola Silvia ed Anna, la quarta generazione di vignaioli della nostra famiglia ha un nuovo importante progetto tutto incentrato attorno all’uva durella. Questo meraviglioso vitigno autoctono e storico delle nostre colline vulcaniche ha enormi potenzialità soprattutto se coltivato e vinificato nella versione spumante. Da 5 anni ormai siamo entrati in possesso di una tenuta nella sommità delle colline del comune di Roncà , vicino alla vetta del Monte Calvarina a circa 500 metri di altitudine. Qui abbiamo 4 meravigliosi ettari di viti durella di quasi 40 anni di età che ci danno la possibilità di ottenere un eccellente vino base che perfettamente si presta alla spumantizzazione con il metodo classico. Siamo orgogliosi di avere questa grande opportunità con questo nostro vitigno perché finalmente andremo a produrre un grande spumante da rifermentazione in bottiglia con un vitigno tutto nostro, storico ed autoctono, finalmente diverso dai tanti e blasonati “champenoise” da uve “francesi”. Questo è il primo motivo di vanto ed inoltre, cosa che a me piace sempre ricordare, questa nobile uva ci da la possibilità di raccoglierla in autunno inoltrato mantenendo ed anzi esaltando tutte le proprie caratteristiche di succosità, solidità e tipicità donandoci però ancora una meravigliosa acidità e freschezza. Quando tante uve in Agosto sono già in cantina la nostra durella è ancora a metà del suo percorso di maturazione e un mese e mezzo in più sulla pianta vuole dire molto se non quasi tutto. Dopo che la vendemmia è avvenuta, per noi la prima è stata nel 2015, la vinificazione del vino base è stata molto affascinante. Produrre una base per un vino spumante è qualcosa di molto diverso rispetto alla vinificazione di un vino “normale”. Per non parlare poi di tutto quello che è il rito della seconda fermentazione in bottiglia, del modo in cui il vino viene lasciato riposare sui propri lieviti, del processo del remuage, della sboccatura, dei continui assaggi delle bottiglie in affinamento per arrivare poi a capire la giusta formula della liquer e del dosaggio degli zuccheri. Insomma penso si capisca tutta la nostra eccitazione per questo nuovo nascituro della famiglia Dal Maso. Tutto nuovo e tutto molto stimolante. Pensare di produrre un vino bianco che ha le caratteristiche e la possibilità di invecchiare meglio e di più di un rosso è un obbiettivo davvero molto ambizioso. Inoltre la nostra azienda vuole dare una nuova impronta a quello che sarà il Metodo Classico nuovo dei Monti Lessini. Vogliamo produrre un nostro nobile spumante che si stacchi dai gusti fino ad ora conosciuti per segnare un nuovo solco che vada verso quello che è la tendenza dei grandi del mondo, con maggior freschezza e bevibilità ma nel contempo grande solidità e mineralità per dare quel tocco in più a questa meravigliosa uva per potersi confrontare con i grandi “champenoise “di tutto il mondo.

Matteo Franchetto – Gianni Tessari Wine

Produrre spumante metodo classico con l’uva Durella è un po’ come usare il cacao per fare un cioccolatino o il latte per fare un gelato. È una cosa “naturale” quasi ovvia, non servono compromessi o espedienti per ricavare la materia prima ideale. Ovviamente ogni produttore la interpreta poi alla sua maniera, noi per esempio abbiamo scelto di lasciare che questo spumante si prenda il tempo che gli serve per raggiungere l’armonia e l’equilibrio necessario. Quindi almeno 3 anni, ma anche 5 o 10 sui lieviti per consentire al prodotto di esprimere le sensazioni e le emozioni che lo caratterizzano. Caratteristiche che non dimentichiamo provengono sia da un’uva che da un territorio come i Monti Lessini con caratteristiche uniche ed esclusive. Per questo dal loro matrimonio deriva un prodotto che definirei “prezioso”.

 

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44119789_10215055646378279_9109666368285835264_nSfogliando le pagine delle principali guide enoiche italiane in uscita e cercando in particolare alla voce “Vini premiati con il massimo riconoscimento” (sole, faccine, chiocciole, ecc.), dei Colli Berici non vi è quasi traccia. Solo il Gambero Rosso assegna quest’anno i celeberrimi Tre bicchieri al Colli Berici Merlot Casara Roveri 2015 dell’Azienda Agricola Dal Maso. Più frequento questo lembo di Veneto è più continuo a pensare che la critica italiana abbia qualche problema. Tempo fa pensavo fosse una questione di snobismo, oggi sono convinto che si tratti di pigrizia. Ed è un vero peccato perché nei Colli Berici, fatta salva la necessità per alcune cantine di un passaggio generazionale rivelatore, si fanno vini rossi straordinari. La così detta “pistola fumante” l’ha portata il Direttore del Consorzio Vini Colli Berici Giovanni Ponchia, organizzando, all’interno della manifestazione “Gustus 2018”, la degustazione denominata “Colli Berici tra i grandi del mondo”.

Giovanni Ponchia, Gianni Fabrizio, Nicola Frasson

Giovanni Ponchia, Gianni Fabrizio, Nicola Frasson

Un’interessante confronto alla cieca, condotto da Nicola Frasson e Gianni Fabrizio curatori della Guida Vini Gambero Rosso, tra i vini dei Colli Berici e quelli dei territori internazionali più blasonati: Napa Valley, Cile, Châteauneuf-du-pape e Toscana. Per il grandi del mondo sono scesi in campo: Châteauneuf-du-pape “La Crau Ouest” 2015 Domaine Santa Duc (prezzo medio 54 euro), Igt Toscana merlot “Messorio” 2015 Le Macchiole (prezzo medio 160 euro), Carmenère Block 27 D.O. peumo “Terrunyo” 2014 – Concha Y Toro (prezzo medio 34 euro), Cabernet Sauvignon Napa Valley “SLV” 2013 Stag’s Leaps Cellar (prezzo medio 125 euro). Per i Colli Berici: Tai Rosso “Thovara” 2015 Piovene Porto Godi (prezzo medio 27 euro), Merlot “Casara Roveri” 2015 Dal Maso (prezzo medio euro 19,90), Carmenère riserva “Oratorio di san Lorenzo” 2013 Inama (prezzo medi euro 31,80), Cabernet Sauvignon “Cicogna” 2015 Cavazza (prezzo medio 15 euro). 44126911_10215055561416155_5661239183616770048_nUn bel rischio si è preso il Giovanni perché visto il rango dei vini presentati, stando alla vulgata dominante della critica italiana, c’era il rischio che i vini dei Colli Berici ne uscissero con le ossa rotte. Non solo nulla di ciò è accaduto ma in alcuni casi la bottiglia dei Colli Berici era nettamente superiore e con una differenza di prezzo davvero importante, creando non poco imbarazzo tra i presenti. Il Consorzio con Giovanni Ponchia sta facendo un grande lavoro, presto uscirà anche un libro di approfondimento sul territorio e nonostante la strada da fare sia ancora in salita, è necessario che tutti ci credano di più, dai produttori alla stampa specializzata, perché questo territorio potrebbe davvero essere la prossima grande cosa, the next big thing per darsi un tono British, dei vini rossi italiani.

44336845_10215055649298352_5653215231225102336_nPer approfondire

Il Consorzio Tutela vini Colli Berici e Vicenza riunisce cantine, produttori e aziende vinicole del territorio. Fino al 2011 erano due le realtà presenti: il Consorzio Tutela Vini Colli Berici D.O.C. e il Consorzio Tutela Vini Vicenza D.O.C.. Ognuno autonomo nella promozione della propria denominazione. Poi la scelta di fondersi in un unico consorzio riconosciuto dal MiPAA. Un’unione importante per raccontare e valorizzare la qualità dei vini di una grande terra. Insieme per dare voce al 50% dei produttori e dei viticoltori vicentini. Un lavoro che mette in primo piano l’identità dei vini dei Colli Berici e Vicenza. I soci sono 30 aziende (27 privati e 3 cantine cooperative e rappresentano il 91,3% della produzione totale di uve a DOC Colli Berici e il 75,07% della produzione totale di uve a DOC Vicenza.

Il TAI Rosso

Il vitigno autoctono dei Colli Berici. La natura genetica è quella del Cannonau sardo, del Grenache francese e della Garnacha spagnola, ma nel vicentino ha trovato una sua specifica identità e tipicità.  Colore rosso rubino e bouquet ampio con note di ciliegia, lampone, viola e spezie. In bocca tannini delicati ed un elegante retrogusto di mandorle e rosa canina. Perfetto nel tradizionale abbinamento con la Soprèssa Vicentina D.O.P. e con il baccalà alla vicentina.

L’uva si presta ad essere vinificata sia per una versione del vino più fresca e immediata, che a una più robusta e strutturata. Proprio la valorizzazione di questa vocazione più intensa è frutto del progetto del Consorzio di tutela Colli Berici e Vicenza Tai Rosso Riserva. Il Tai Rosso che nella tradizione si è sempre consumato giovane, ha dimostrato nel tempo di affinamento finezza e eleganza. Molte aziende hanno aderito a questo progetto e dalla vendemmia 2009 Tai Rosso Riserva è stato inserito nel nuovo disciplinare di produzione.

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44044638_10215042785056754_1237459169800355840_oSe la Franciacorta, ma come altre importanti zone vinicole d’Italia, praticasse un po’ di più una sorta di utopia sostenibile, potremmo deliziare i nostri palati con bottiglie dalla classe immensa. Utopia sostenibile vorrebbe dire non essere solamente dipendenti dalle logiche di mercato ma vorrebbe anche dire essere capaci di guardare lontano, di avere la pazienza dell’attesa, per poi vendere il vino nel suo tempo migliore. Dico questo perché, grazie ad una bellissima e inusuale degustazione organizzata da Michele Bozza, proprietario delle Tenute “La Montina”, ho avuto la possibilità di assaggiare delle vere e proprie perle che purtroppo sono a vendita limitata; costituiscono infatti  la riserva di famiglia, ed è un vero peccato visto che in quelle bottiglie c’è tutta la potenza di fuoco della Franciacorta, territorio tutto sommato giovane ma dalle grandi prospettive. Prospettive che sono uscite tutte fuori grazie ad una partita a carte scoperte che Michele Bozza, coadiuvato da quell’asso della sommellerie che è Nicola Bonera,  gioca ormai da qualche tempo, ovvero presentare alla stampa specializzata vecchie annate dei suoi Franciacorta con due sboccature diverse, una fatta dopo qualche anno dalla vendemmia e una fatta nell’anno corrente.44108520_10215042782336686_2440084501267742720_o Ecco così messi a confronto un Satèn 2002 con sboccatura novembre 2005 e giugno 2018, un Satèn 2004 con sboccatura ottobre 2007 e giugno 2018, un millesimato 2002 brut con sboccatura aprile 2007 e giugno 2018, un millesimato 2004 brut con sboccatura febbraio 2008 e giugno 2018. Per una sorta di pigrizia mentale, verrebbe facile pensare che i vini con sboccatura 2018 abbiano avuto vittoria facile, invece gli esiti sono stati sorprendenti, come nel caso del Satèn 2004 con sboccatura 2007, un Franciacorta infinito per gusto e profondità che ha entusiasmato gran parte dei degustatoti e non stiamo parlando di gente di primo pelo a conferma che il tempo migliore esiste davvero. Per l’occasione Michele Bozza ha presentato anche il nuovo Franciacorta “Quor 2910” dove quor è dovuto ad un errore ortografico contenuto in una vecchia lettera d’amore ritrovata di nonno Fiore, padre dei tre fratelli Vittorio, Giancarlo e Alberto Bozza fondatori de La Montina, mentre 2910 sta ad indicare i giorni di affinamento sui lieviti. Un viaggio nel tempo, per un vino unico prodotto in sole 10.000 bottiglie.

 Un po’ di storia delle Tanute La Montina

44028276_10215042783296710_6994760489607626752_oLa cantina si trova a Monticelli Brusati, lembo estremo nord-orientale della Franciacorta, a ridosso del bosco della valle Mugnina. I fratelli Bozza, sono una delle più antiche e radicate famiglie di quella che è una delle zone vinicole italiane tra le più importanti. Vittorio, Gian Carlo e Alberto Bozza hanno con la Franciacorta un legame particolare e autentico, non sono, tanto per intenderci, la classica famiglia di ricchi industriali che ha deciso di fare affari nel mondo del vino ma veri e propri contadini. Negli anni ottanta, quando il fenomeno Franciacorta era agli albori, decisero di ridare vita ad alcune tenute che nel 1620 erano di proprietà di benedetto Montini, avo di papa Paolo VI, da cui derivò poi il toponimo de “La Montina” ma, che sul finire degli anni ‘70, versavano in grave stato di abbandono. I Bozza acquistarono la proprietà delle monache Dorotee in Contrada Baiana; 12 ettari fra bosco e vigne con cascina e convento con l’obiettivo di fare il Franciacorta. Si estirparono le vecchie viti per piantare Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco (i vitigni base del Franciacorta) e contemporaneamente si costruì la nuova cantina, completamente interrata nella collina, dove, sul modello delle Cave della Champagne, vennero scavate le gallerie di affinamento (attualmente si estendono per 7.450 m² sotterranei), la sala vinificazione, la barricaia. Ai primi terreni se ne aggiunsero altri, fino a raggiungere i 72 ettari attuali, dislocati in 7 Comuni della Franciacorta.

Oggi La Montina è un’azienda di grande spessore che non fa “solo” Franciacorta, ma è sede d’importanti iniziative artistiche e culturali; non a caso all’interno delle tenute, a Villa Baiana, è ospitato un museo di Arte Contemporanea che vanta ben 400 opere esposte a rotazione.

 

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42799939_10214944291034465_1489527493277777920_oLo sapevate che a Boardolino nel 1825, ben trent’anni prima della Classificazione di Bordeaux, i commercianti di vino ragionavano per sottozone e ne avevano individuate tre? Fu poi Giovanni Battista Perez nel 1900, nel volume “La Provincia di Verona ed i suoi vini”, ad identificarle anche geomorfologicamente.  Ma non è finita, sempre verso la fine dell’800 il Bardolino veniva servito nel Gran Hotel svizzeri al pari dei vini di Borgogna e del Beaujolais. Purtroppo però, nel corso del 900, con l’enorme afflusso di turisti verso il lago di Garda, il Bardolino diviene  vino da battaglia, senza più nessuna velleità di qualità, atto solo a placare esclusivamente la sete dei viandanti.  Basti pensare che, ancora fino al 2008, il Bardolino si vendeva a 42 centesimi al litro. Nel 2009 la svolta. Il Consorzio di Tutela affida a Angelo Peretti il progetto di risanamento con l’obiettivo di riportare il Bardolino ai fasti di un tempo. Angelo, lavorando duramente con l’aiuto dei produttori, fa il miracolo. Dapprima, dopo che era quasi scomparso dalla geografia del vino italiano, fa diventare il Chiaretto il rosato più importante e venduto d’Italia, siamo arrivati a 12 milioni di bottiglie; poi, getta le basi del progetto Bardolino Cru-Village.42819212_10214944290314447_6146618986835476480_o Sostanzialmente si è lavorato nell’ottica di mettere sul mercato un grande Bardolino, prodotto esclusivamente nelle tre sottozone La Rocca Bardolino (per la zona centrale lungo la riviera del lago) Montebaldo Bardolino (per la zona settentrionale pedemontana) e Sommacampagna Bardolino (per le colline moreniche meridionali). Le bottiglie verranno identificate da un bolino con la figura di San Zeno, patrono di Verona, e amico dei vignaioli, scrisse anche un sermone su di loro. Attualmente sono 14 le aziende, per un totale di 49 vini, che hanno superato l’esame di un comitato volontario, costituito in seno al Consorzio di tutela dagli stessi produttori e che potranno fregiarsi della menzione della sottozona. Il progetto Bardolino Cru-Village  prevede che i produttori si impongano canoni più restrittivi rispetto a quelli consentiti dalla denominazione, ovvero: scelta di vigneti di almeno 7 anni, resa massima di 100 quintali/ettaro, scelta della Corvina nella massima misura consentita (80% fino ad oggi, 95% con il nuovo disciplinare), nessun appassimento, uso ragionato del legno (solo legni grandi o barrique dal secondo passaggio) ed immissione nel mercato non prima di un anno dalla vendemmia.42919051_10214944286634355_6946151432730968064_o L’attuazione del progetto Bardolino Cru-Village andrà a dimostrare, ancora con più concretezza, l’errata concezione che il Bardolino sia vino d’annata, da bersi giovane, niente di più falso. In generale parliamo di vini che hanno un potenziale di affinamento come minimo di 5 anni e prova concreta ne è stata una degustazione verticale per festeggiare il 50° anno di attività del Consorzio Bardolino. Il Bardolino SP 2011 di Albino Piona, il Bardolino Classico Tacchetto 2010 di Guerrieri Rizzardi o il Bardolino 2007 di Le Fraghe nel bicchiere hanno dimostrato tutta la loro grandezza. Come la mettiamo però poi con gli assaggi che sono seguiti? Il Bardolino 1956 di Masi, assolutamente ancora bevibile e dall’acidità sferzante, il Bardolino Bertani 1968 che metterei ancora oggi, senza alcun tipo di problema, a tavola. Temo che quel potenziale di affinamento di minimo 5 anni sia alquanto sottostimato, e quindi bentornato Bardolino!

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Settimo Pizzolato - Padiglione Italia Arsenale

Settimo Pizzolato – Padiglione Italia Arsenale

Fare vino per tutti, questa la scelta di vita di Settimo Pizzolato, proprietario dell’omonima cantina di Villorba, situata nella campagna trevigiana. Attenzione però perché quel “Per tutti” non vuol dire banalità o peggio vini di qualità scadente, ma semplicemente vuole dire applicare ricarichi civili. Magari non del tutto corretti; infatti ogni bottiglia di Settimo potrebbe costare come minimo il doppio e non ci sarebbe nulla da ridire, ma il nostro è un orgoglioso contadino d’altri tempi è cambiare questa sua filosofia di vita vorrebbe dire tradire clientela e amici che di lui si fidano da sempre. È uno modo di pensare a me molto caro perché credo nel vino come elemento di inclusione e di aggregazione, mentre, spesso, c’è la tendenza a farne feticcio ed elemento escludente, destinato solo ad una nicchia di privilegiati. Spero solo che Settimo, strada facendo, non si faccia incantare da qualche pifferaio magico che lo porti a snaturare il suo pensiero, convincendolo che solo con l’aiuto di qualche consulente di grido si possa fare il salto nel bel mondo.

Il Barbarossa Malanotte Docg

Il Barba Rossa Malanotte Docg

Questo non vuol dire che non ci debbano essere spazi di miglioramento e di crescita, anzi, ma la squadra, faticosamente costruita nel corso degli anni, c’è ed è ampiamente pronta a giocare in serie A ad alti livelli, ne sono un esempio pratico gli ottimi  Manzoni Bianco Doc Piave,  il Raboso Malanotte del Piave Docg  “Il Barbarossa”, il passito bianco “Alba Chiara”da uve Glera e Manzoni bianco e un sorprendente Metodo Classico Brut Nature da uve Chardonnay e Manzoni Bianco con prospettive davvero notevoli.  C’è poi un aspetto ulteriore che gioca a favore della credibilità e del talento di Settimo che è quello di essere stato tra i primissimi in Italia a seguire la via del biologico, la certificazione è del 1991.

Un lungo percorso di ricerca di uno stile di vita, e di lavoro, il più possibile in armonia con la natura che nel 2016 porta all’inaugurazione della nuova cantina realizzata secondo il concetto dello “Sviluppo sostenibile” da intendersi non come uno stato o una visione immutabile, ma piuttosto come un processo continuo, che richiama la necessità di coniugare le tre dimensioni fondamentali e inscindibili dello sviluppo: Ambientale, Economica e Sociale. Il progetto della nuova cantina, curato dagli architetti Michela De Poli e Adriano Marangon dello Studio Made associati di Treviso è talmente ben riuscito che è stato selezionato tra oltre 500 progetti italiani per essere presentato all’interno della 16° Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Un progetto complesso e ricercato, che ha dato vita ad una struttura estremamente contemporanea nella sua linearità.

Cantina Pizzolato - Villorba (TV)

Cantina Pizzolato – Villorba (TV)

L’edificio ha una “pelle” costituita da un rivestimento-filtro in listoni di legno posti in senso verticale, la cui ossidazione contribuirà, nel tempo, all’integrazione della struttura nel paesaggio, riprendendo le costruzioni rustiche tradizionali della campagna trevigiana. La cantina ha inoltre numerosi punti di contatto con l’esterno: alcune superfici in erba fanno da transizione tra la zona del parcheggio e l’edificio, mentre una piazzetta in legno dà continuità all’interno. Lo spazio esterno pavimentato viene usato in occasione di manifestazioni culturali (teatro, cinema). Il legno utilizzato nell’intero progetto è il faggio prodotto da ITLAS, un’altra bella realtà imprenditoriale della provincia di Treviso. Il legno, certificato Pefc, proviene solamente dalla Foresta controllata del Cansiglio attraverso un processo di selezione attuato in accordo con Veneto Agricoltura. Un prodotto locale, poiché la Foresta del Cansiglio è situata a soli venticinque chilometri dalla sede produttiva di Itlas.  Una realtà la Cantina Pizzolato che si fonde con il territorio circostante, in quel continuo dialogo tra conoscenza, rispetto e benessere che sono i principi dello stile di vita biologico, di cui Settimo è stato pioniere.

 

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By Irene Graziotto

What we discuss today is rosé. Thanks to Elizabeth Gabay MW, we dive into an extensive insight on rosé wine. Considered amongst the world main experts for the rosé wine category, Elizabeth Gabay MW has released her book on rosé wines last January. Rosé: Understanding the Pink Wine Revolution (see pink.wine for details) can be considered the most comprehensive book ever written on rosé wine. Today, she helps us understanding a little bit more of this world, which is far from being a cohesive monoblock.

Elizabeth Gabay MW

Elizabeth Gabay MW

When has the rosè trend started exacty? According to you, there has been something in particular that has set rosè wine on fire?

EG: The fashion for rosé has come and gone – after the war and in the 1950’s then back in fashion starting in the mid 1990s. The big difference for this latest fashion trend has been a bigger focus on research and development in quality through the rosé research centre in Vidauban, and in the past 10 years marketing especially using social media. 2007 seems to have been a key date with many wineries around the world suddenly starting to think of rosé wine.

Which are success factors of rosé? 

EG: Most people claim that one of the biggest reasons for success is that it is pretty and uncomplicated – anyone and of any age can appreciate the wine without great wine knowledge.

Amongst the biggest changes concerning rosè from all over the world, there has been certainly a shift towards paler rosè wines. In “The pale and uninteresting problem with rose” on Wine Searcher you have stated that  picking graes too early is leading to wines that “Many wineries – some in Provence and many elsewhere – are picking grapes too soon. It doesn’t make the wines more pale, but it does make these pale wines unpleasant to drink“. Do you think once consumers will get bored with these flavourless wines and go back to darker (more flavoured) rosè wines?

EG: I think the consumer profile will change for sure. Pale, neutral rosé drunk icy cold will always be good by the pool or on the beach, made into cocktails, served with ice. The perfect light summer wine. The problem also with these lighter wines is they fail to do well in competitions – and in a market where medals and points are important these wines will fail to capture the serious market, and yes, get left behind.
Another important shift has been the one from sweet rosè wines towards dry ones. Do you think the amount of sugar is a key factor for a rosè? 

EG: As with all wine styles, sweeter wines are looked down upon – maybe because with drink driving, we now rarely allow ourselves the opportunity to enjoy sweeter wines during a meal? It is not the sugar that is important but the sugar: acid balance in rosé. Fine rosés from Anjou can be as beautiful as many classy sweet white wines, and beautiful with fruit, tomatoes, cheese, hams…. Because they have wonderful acidity.

What other big changes, if any, have shaped the rosè world in the last 10 years?
EG: The financial success of Provence rosé cannot be underestimated. It gave rosé producers the confidence to think that rosé could maybe more than a wine for two months a year. It encouraged people like Sacha Lichine to announce he was making the most expensive rosé in the world at 80 euros a bottle – and sell out every year. This success led to winemakers experimenting with oak and amphora, in their winemaking. In many way this is nothing extraordinary, but for many producers, just ‘thinking’ they could make more serious rosé if they wanted to was a big mental leap.

Rosè wine is without any doubt, the most instagrammed type of wine, always surrounded by pools, sea, party moments, etc. People buy rosè because it is a rosè, more than for the fact it comes from one region of the world or another. Would you agree?

EG: Yes – but I also think this emphasis on the Instagram rosé is showing a divide in the world of rosé – the beach rosé and the serious rosé. The big problem is whether the Instagram image makes it difficult for serious rosé to become appreciated.

Single-Vineyard Rosés in Napa and Sonoma are Bringing Focus to Terroir” was the title of an article on Wine Enthusiast published last Autumn. Do you think we will ever get to a terroir-driven production/communication also for rosè wines, maybe from cru?

EG: Definitely and this is already starting. Provence has highlighted four different soils – limestone, schist, volcanic and mixed gravel and these are showing very interesting diversity. Beaujolais rosé on granite soils, Sicily on Volcanic etc. Many producers are still thinking ‘neutral rosé’ but it is fast growing trend. Also altitude.

Italian rosè: there is not much talk about them. Is there any particular reason?

EG: Lack of confidence? Cheap bulk rosé or Pinot Grigio has been seen as the money spinner, and high quality rosés are still a secret for a small number of people. However, a long history and traditions and some amazingly diverse styles suggest that this is about to change. As long as quality and diversity are strongly protected.

Were you an Italian rosè producer, where would you export your wine to? Which is to say, which markets are particularly attracted by rosè?

EG: America especially the east coast is a big rosé market and there is an enormous growth in curiosity in wine. But, the market is quite saturated, and many producers say it can only take small quantities. Australia is a massively growing and interested rosé market – possibly the fastest growing right now. Scandinavia is also a good market – but again, with the monopolies, limited range. And central Europe. It is easy to forget, but Central Europe is a fast growing market too

Could you name 5 iconic rosè?

EG: Bodegas Lopez de Heredia Tondonia in Rioja; Garrus from Chateau d’Esclans in Provence ; Domaine Tempier in Bandol; Olivier Horiot, Rosé de Riceys; Pink Champagne.

And 5 lesser known rosè that deserve to become iconic?

EG: Impossible to say – regions to look out for Oregon (Pinot Noir rosés); volcanic roses from Sicily and the Azores; Greece – lovely indigenous varieties with good acidity and ripe fruit; Austria – fruit and acidity and some serious winemaking going on; California – varietal character, terroir character, interesting varieties and blends and a curiosity to try new styles.

Any forecasts on how the rosè world will change in the next 10 years? Are there already some minor changes moving forward?  

EG: Winemakers are learning how to make the most of the rosé style and going one step further.

Interesting varieties – many indigenous varieties were forgotten because they did not produce big red wines – but many are perfect for rosé. Others produce bug course tannic alcoholic reds – harvested a little earlier and they produce good rosé. Petit Verdot does not make the finest of reds – but is gorgeous and fruity as a rosé. Terroir. Limestone can give broader creamy acidity, volcanic soils more minerality, altitude gives acidity and ripeness of fruit. Greater recognition of historic traditions and appreciation of regional styles. Tavel, Cerasuolo, Clairet – all have a tradition of darker, fruitier rosés. This tradition is in danger of being lost as many producers feel the wines have to be pale to sell. Will the trend to like darker rosés succeed? Still a question mark – but I think maybe yes. Experimenting with winemaking – fermenting and/or ageing in oak – this is difficult because oak can dominate the wine. Use of amphora or cement – gives lovely weight and texture; Extra skin contact, especially if with some white varieties and blended in – again gives good weight without changing the essential rosé style. Biggest trend – discovering rosés can age. You do not have to drink them within the first year or two.

Elizabeth Gabay MW – Biography

Originally from the UK, and now based in south-eastern France, I passed the Master of Wine exams in 1998. I started working with wine in the mid-1980s, representing vineyards and selling their wines in the UK, specialising in the wines of south eastern France, before the rosés of Provence became the success story of today. Since then, my work has extended to freelance consultancy and education which includes conducting masterclasses at trade shows, for press and to promote regional wine bodies such as Anjou, Provence, Szekszárd in Hungary etc. I also write about wine. My focus is on the wines of the Mediterranean and Central Europe, regions with a plethora of indigenous varieties and unique styles. This involves frequent travels across southern France, northern Italy, the Balkans and Hungary and Central Europe, which have led to me greatly appreciating their wines. I have also been able to observe the evolution of rosé through the rosés of Languedoc and Provence, the chiaretti and cerasuoli of Italy and the schillers of central Europe – a great wealth of diversity. Research, articles and lectures have culminated in the publication of my book Rosé: Understanding the Pink Wine Revolution (in January 2018) see pink.wine for details, the most comprehensive book ever written on rosé wine. With rosé wine such a fast-moving and dynamic area, the reseach and discovery is never ending… Watch this space for the next big rosé project!

Versione in italiano dell’articolo a questo link

https://aleanewscafe.com/2018/07/18/la-vita-in-rosa/

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Nuova generazione Parovel

Nuova generazione Parovel

Poco prima di arrivare a Bagnoli della Rosandra si passa davanti alla ex “Grandi Motori Trieste”, la fabbrica di motori per navi più grande d’Europa. 530.000 m² di stabilimento, un gigante di cemento impressionante. Sembra che l’antico luogo natio della principessa Rosandra sia stato inghiottito da quell’orrida architettura industriale, rovinando per sempre quel lembo di Carso così ricco di suggestione. Inevitabilmente sale un po’ di sconforto ma è questione di un attimo perché ti basta pensare che a pochi chilometri di distanza ti aspetta la famiglia Parovel e subito l’animo si rasserena.

Una famiglia di grande cultura vinicola e olearia quella dei Parovel, addirittura tra i pionieri dell’attività agrituristica.  Nel 1898 Pietro Parovel  iniziò la sua attività assieme alla moglie Ana e i loro sei figli partendo dal piccolo borgo di Caresana Mačkolje, frazione del comune di San Dorligo della Valle, in provincia di Trieste; a Caresana, tutt’ora il cuore pulsante della famiglia, iniziò anche la loro attività di ospitalità nella tipica “Osmiza”. Sarà poi Zoran Parovel, assieme alla moglie Cvetka, negli anni settanta del secolo scorso, a gettare le basi per la creazione dell’attuale azienda che oggi vanta una storia lunga 120 anni. Infine toccherà ai fratelli Elena ed Euro, figli di Zoran e Cvetka, completare l’opera, facendo in modo che il nome Parovel venga riconosciuto nel mondo non solo per il vino ma anche per la produzione dell’olio Tergeste D.O.P.

La casa della famiglia Parovel a Caresana

La casa della famiglia Parovel a Caresana

Elena, bellezza e brio tutto carsolino, si occupa dell’area commerciale e delle relazioni esterne, mentre Euro, tipo davvero unico (conoscerlo di persona vale il viaggio) è l’enologo di casa. Vitovska e Terrano sono i figli naturali di queste terre, ma la famiglia Parovel ha una predilezione particolare per la Malvasia Istriana, amore che parte da lontano e che ha trovato terreno fertile nella passione di papà Zoran, per questo vitigno, quando ancora non era di moda.
Zoran ha avuto anche il merito e l’intuito commerciale, assieme a  Danilo Lupinc viticoltore di Prepotto, di essere fra il primo a commercializzare i vini in bottiglia sul Carso e a Trieste, puntando su un’enologia che garantisse la pulizia e la qualità, utilizzando per le fermentazioni cemento e poi acciaio. La famiglia Parovel, con lo spirito di innovazione che l’ha sempre contraddistinta, ha fondato anche il primo frantoio privato in provincia di Trieste nella vicina zona artigianale di Dolina, ora sede di tutta la loro produzione olivicola.

L’azienda Parovel, è anche molta attenta alla promozione culturale: spesso in cantina, oltre alle degustazioni e alle cene a tema, si organizzano spettacoli teatrali, concerti, mostre d’arte.  Trovo sempre molto affascinante e rasserenante questo connubio tra arte e vino, questo amore smisurato per la terra e per i suoi frutti, questo amore per un mondo rurale ancora possibile.

36188451_10214270865679252_1043267867098742784_nDue parole sui vini Parovel

Vitovska, Terrano, Refosco o l’uvaggio di Malvasia istriana e Glera sono sempre un gran bel bere, ma sono due i vini di Parovel che annovero tra i miei bianchi del cuore, la Malvasia Poje Barde e il Matos Nonet Barde. Per la Malvasia, ho avuto il privilegio di assaggiare l’annata 2015 sorseggiandola con i piedi a mollo dentro il torrente Rosandra. Un assaggio indimenticabile per una Malvasia unica che nella Val Rosandra acquisisce particolari note fumè e saline che la  rendono immediatamente riconoscibile. E poi c’è il Matos Nonet Barde, attualmente disponibile nell’annata 2013, uvaggio da vitigni Malvasia Istriana (60%), Sauvignon (30%), Semillon (10%). Questo vino originariamente si chiamava solo Matos, perché voleva essere un vino un po’ particolare, un po’ matto. L’idea in realtà, richiamava un modello di lavoro antico, legato alle tradizioni e alla cultura del vino che si faceva da queste parti. Diventò poi Matos  Nonet perché alla presentazione della prima annata suonò all’evento il “nonetto” del paese in cui ha origine la famiglia Parovel. La festa riuscì benissimo e la musica fu talmente piacevole che si decise di legare il nome del vino a quel gruppo di musicisti  del paese. La macerazione sulle bucce qui è davvero usata da Euro con sapiente maestria, tanto da allontanarlo dagli stereotipi del genere; completa l’opera quel 10% di uva Semillon, attaccata da muffe nobili come la Botrytis Cinerea, in grado regalare uno dei vini più intensi e romantici che arrivano dall’area giuliana.

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