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272181949_10223827499109115_3142638479867529828_nQualche anno fa usciva un libro nel quale la famiglia Vrinat, proprietaria del famosissimo e tristellato (almeno per un trentennio) ristorante parigino Taillevent, indicava i loro 100 vini da leggenda. Nella top hundred, accanto agli immortali Petrus, Chateau d’Yquem, Romanèe – Conti, Krug, Dom Perignon, Chateau Haut – Brion, solo pochi italiani presenti: Sassicaia, Brunello di Montalcino Biondi Santi, Sperss di Gaja e il Capo di Stato della cantina Conte Loredan Gasparini, il vino che dal 1964 ricorda col proprio nome il favore che gli concesse il presidente francese Charles de Gaulle. Il Venegazzù Riserva “Capo di Stato” nasce dallo storico cru, con vigne che hanno più di 60 anni, denominato delle “100 piante” e deriva da uve cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e malbec, qui nella sua versione “ Etichetta Lei” 2007. Al naso il frutto è notevole, prugna, sottobosco e viola ma anche note ferrose e spezie. In bocca è un equilibrio sottile e perfetto tra tannino e acidità ma è il finale che sorprende proprio perché non c’è finale, non finisce mai. Non è diffficile capire perché occupa un posto tra i 100 vini da leggenda della famiglia Vrinat.

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Grande successo per la 30° edizione del Merano WineFestival. La formula ridotta, a seguito dell’emergenza sanitaria, ha permesso a espositori, buyer e visitatori di vivere al meglio questa edizione speciale.

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Oltre 5.000 le presenze registrate nelle cinque giornate della storica manifestazione meranese dedicata alle eccellenze del settore enogastronomico selezionate da The WineHunter Helmuth Köcher. Grande è stata la partecipazione di un pubblico specializzato che conferma ancora una volta un target di qualità alla ricerca di novità che a Merano WineFestival anticipano da sempre le tendenze.
«ll tema di questa edizione è stato “Le ali della bellezza” per celebrare la bellezza che sovrana nel panorama enogastronomico» ha spiegato un Helmuth Köcher molto soddisfatto al termine del Festival. «Bellezza palpabile e ben visibile in queste giornate grazie all’alternanza dei produttori in due sessioni; la prima nelle giornate di venerdì 5 e sabato 6, la seconda nelle giornate di domenica 7 e lunedì 8 novembre, ha permesso di avere più spazio per il confronto con buyer e visitatori. Le restrizioni imposte prevedevano un tot di ingressi che i responsabili della sicurezza hanno gestito egregiamente e permesso di avere fruibilità e agilità in tutte le sale e spazi espositivi. Per queste ragioni prevedo non oltre 1.500 accessi al giorno per le prossime edizioni gestite con le stesse modalità di quest’anno»

Merano WineFestival ha ospitato oltre 600 produttori tra case vitivinicole, spirits e culinaria. Successo anche per la sezione Food-Spirits-Beer, Territorium e Consortium ospitata all’interno della GourmetArena che ha visto la partecipazione di un massimo di 100 produttori per volta, anch’essi suddivisi in due sessioni. Sempre in GourmetArena Territorium Campania Felix con una selezione di vini e delicatezze culinarie della regione Campania oltre agli showcooking che si sono svolti e che hanno visto protagonisti i pizzaioli Gino Sorbillo, Franco Pepe, il bartender Vincenzo Pagliara e lo chef stellato Umberto De Martino – tra gli chef che nel bel mezzo della pandemia, a ristoranti chiusi, preparavano pranzi e cene ai volontari della Coce Rossa Italiana di Bergamo. Particolare importanza è stata data quest’anno a Naturae et Purae bio&dinamica in esposizione in tutte le giornate della manifestazione, e all’area Spirits Emotion, in collaborazione con 5 Hats, “Itinerari Miscelati”, la Cocktail & Drink Competition con preparazione di cocktail e drink a base di vino e che ha premiato i Platinum come migliori bartender nella categoria “drink” Remy Vollmann e categoria “cocktail” Linda Gentilini, mentre miglior locale il Kubrik di Peschiera del Garda. Ricco programma di talk e convegni a tema con The WineHunter Talks, che ha contribuito a riempire di contenuti la manifestazione. A partire dalla presentazione del libro edito Slow Food “Custodi del Vino” della giornalista e The Italian Wine Girl Laura Donadoni, il focus sulla Georgia, la culla della viticoltura e le origini del vino, e i vini in anfora con Kweri Symposium e la presenza di Tina Kezeli, Head of Georgian Wine che ha donato a Helmuth Köcher un’anfora di 5 mila anni in esposizione durante la manifestazione.

253025163_10223464522514927_8613202747703430758_nE poi al Teatro Puccini il convegno di Noitech sul tema della sostenibilità in vitivinicoltura e in serata, in collaborazione con Colterenzio e la presentazione del suo Pinot Nero, la celebrazione della bellezza che salverà il mondo con la proiezione del film “L’Heure Esquire” di Carlo Guttadauro. Il sabato è toccato a Bisol e alla proiezione del suo film sulla bellezza come splendore del vero “Lightness that Inspires” sempre di Carlo Guttadauro. I convegni sul presente e futuro del vino con focus sulla Biodinamica e i vitigni resistenti (PIWI) e, durante l’Aperidinner “Beauty in The Wine”, la premiazione dei Platinum Awards e dei vincitori del premio Emergente Sala di Luigi Cremona e Lorenza Vitali e la sciabolata di 30 bottiglie per celebrare i 30 anni di Merano WineFestival. I prestigiosi premi come “Premio Godio” assegnato allo chef Rino De Candido dell’Alpin Hotel di San Vigilio di Marebbe e il Premio “Nel segno di Zierock”, in presenza di Theo Zierock, consegnato a Clemens Lageder per la vitivinicoltura in armonia con i principi di natura e il contributo nel preservare la memoria e l’opera di Rainer Zierock. Molto apprezzata dal pubblico The WineHunter Area, la preziosa collezione di oltre 450 etichette prodotte da più di 400 aziende diverse, sul podio della Kursaal che quest’anno ha raggiunto anche le lounge di alcuni hotel meranesi selezionati con The WineHunter Hotel Safari dove è stato possibile degustare vini appartenenti ad una specifica regione d’Italia.

Appuntamento dal 4 all’8 novembre 2022 per la 31^ edizione che vedrà l’affluenza di non oltre 1.500 persone al giorno puntando a un parterre di intenditori.

Helmuth Köcher e Tina Kezeli presentano la degustazione dei vini della Georgia al Merano Wine Festival 2021.

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261542510_10223587479628778_5984717500971952115_nGiuseppe Musina, partito da Orgosolo, è stato navigante fra l’Europa e le Americhe per ritornare al paese d’origine a fare Cannonau piantando un vigneto nel terreno ereditato dal padre a Lucuriò, di fronte al monte Locoe, dove un tempo sorgeva un paese del quale non è rimasta traccia. La sua cantina è un locale attrezzato con botti e recipienti di vinificazione, dove l’energia elettrica è fornita da un gruppo elettrogeno che alimenta le pompe e la pigiadiraspatrice. Niente barrique e anche con il rovere non si scherza, solo un passaggio non superiore ai tre mesi. Si vendemmia in autunno e s’imbottiglia in aprile. Giuseppe Musina non ha mai usato l’anidride solforosa, è convinto che l’alcol sia uno dei migliori conservanti, almeno per piccole quantità. Il suo vino fa 15,5 gradi. Cannonau figlio della Barbagia, nel bicchiere la Sardegna più aspra. Un vino che ti si tatua nell’anima, sorso dopo sorso, che non si dimentica più.

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Quando hai l’ossessione per il vino e capita di incontrare un produttore che ti fa letteralmente saltare sulla sedia all’assaggio di una sua bottiglia, il godimento arriva ai massimi livelli. Questa volta è successo con Salvatore Tamburello viticoltore in Poggioreale, provincia di Trapani. Il vino in questione è il suo “797 N”, catarratto biologico non filtrato 2019. 797 è la particella catastale su cui insiste il vigneto, N è la sua linea di vini non filtrati, non chiarificati e non stabilizzati. Al di là di ogni eccessiva enfasi, è uno dei vini che consiglierei a tutti quelli che vogliono trovare la Sicilia nel bicchiere. Visto l’incontro folgorante non potevo esimermi dal conoscere meglio Salvatore, per questo motivo gli ho rivolto qualche domanda.

Salvatore Tamburello

Salvatore Tamburello

Salvatore come arrivi al vino, qual è la tua storia?

L’azienda si tramanda da cinque generazioni, io me ne sono sempre occupato con grande passione sin da piccolo, ma ho preso la titolarità nel 2006 dopo la morte di mio padre.

Abbiamo iniziato a vinificare con la vendemmia 2014, prima di allora tutte le uve prodotte venivano vendute ad altre cantine. Avendo constatato che producevamo uve biologiche di altissimo livello qualitativo abbiamo voluto verificare che vini uscissero fuori dalla loro vinificazione.

Soddisfattissimi dei risultati è iniziato così il nostro viaggio nel mondo del vino e siamo sempre più incoraggiati in questa direzione.

Dal 2010 lavori in biologico, i tuoi vini hanno il marchio QS- Qualità Sicura Sicilia, che l’obiettivo di valorizzare i prodotti agroalimentari con un elevato standard qualitativo e di favorirne la diffusione con l’adesione a specifiche norme di produzione. I tuoi vini della linea “N” non sono filtrati, né chiarificati, né stabilizzati, verrebbe facile collocarti nell’alveo dei produttori di vini così detti “naturali”; come ti poni rispetto a questa affermazione e cosa ne pensi del movimento in generale.

La nostra filosofia è portare la vigna in bottiglia… I nostri vini “N” non filtrati, nascono dal fatto che ci siamo resi conto che i vini in vasca, prima delle fasi di chiarifica, stabilizzazione e filtrazione, erano ancora più ricchi di aromi, profumi e altre caratteristiche organolettiche importanti, così abbiamo deciso di voler proporre ai consumatori i nostri vini anche in versione integrale presi dalla vasca ed imbottigliati senza alcun altro processo enologico mantenendo il massimo della naturalezza. Così sono nati i vini della linea “N”.

 35050734_450016772116839_7107589632660865024_nRispetto alla tua domanda, ti dico sinceramente che spero tanto al più presto venga emanato un disciplinare che regolamenti in modo totalmente trasparente ed inequivocabile la produzione dei così detti “Vini Naturali” e che pertanto tutto il processo possa essere così certificato da un ente abilitato.

Troppo spesso vedo vini così detti “naturali” che non presentano nemmeno la certificazione in biologico (per me è il minimo indispensabile) e la cosa è alquanto “torbida…”;  mi chiedo come il consumatore si possa fidare di un vino il cui produttore non intende sottoporsi a verifica di eventuale utilizzo di prodotti chimici in tutte le fasi produttive…???

La Sicilia è indubbiamente terra di vino tra le più interessanti in Italia e non solo, ricca di mille sfaccettature e in grande evoluzione; quali sono secondo te i punti di forza del mondo del vino siciliano e quali invece le linee d’ombra, per le quali è necessario ancora crescere?

la Sicilia lo è sempre stata terra di vino; per fortuna da diversi anni ormai si sta crescendo molto nella giusta direzione, ovvero produrre qualità e non quantità nel pieno e totale rispetto dell’ambiente; il clima, il territorio e le condizioni uniche che si determinano nelle varie zone, ci consentono di esprimere vini davvero unici. Ancora c’è molto da fare ma sicuramente questa è la direzione giusta.

Dobbiamo ritenerci fortunati per essere nati in questa terra di Sicilia.

 

 

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Marko FonDice Marko Fon -perdonate il tono laudativo- che la malvasia istriana non è un vitigno facile, non è la vitovska, in vigna si fa presto a squilibrarla. Se si ha verso questa pianta un approccio rozzo i risultati sono scarsi, la malvasia ha bisogno di pace, ha bisogno di essere capita, è una signora delicata, non è un vitigno primitivo e chiede al viticoltore di adeguarsi. Succede la stessa cosa in cantina: è una signora imprevedibile, va spesso in riduzione, potrebbe ossidarsi, ogni assaggio fatto dalla vasca è sempre una sorpresa, per questo non è semplice individuare il momento giusto per imbottigliarla. Arriva un giorno in cui si libera, è lei da sola a dirti che vuole uscire dal buio della cantina e capisci che hai fatto bene a imbottigliarla, dice Marko. Questa malvasia 2015 è la summa del Marko lavoro e pensiero. Il colore è un dorato scintillante, il naso ti avvolge delicatamente con quelle note di succo di mela matura, agrume, spezie, tè e pino. Il sapore è vibrante grazie all’acidità, riprende le sensazioni marine del naso, regalando una tenue gusto di miele. Profonda, unica, preziosa.

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209558653_10222794331480570_6373761088011333846_nVenezia e il vino, un legame indissolubile e avvincente, dove storia e leggenda spesso convivono, regalando al viaggiatore una prospettiva nuova per scoprire i tesori enogastronomici della Serenissima e del suo entroterra.  Quantomeno curioso se pensiamo che i veneziani erano noti nel Medioevo in quanto gente che: “Non arat, non seminat, non vindemiat” come citava un anonimo nell’ Honorantie civitatis Papie pubblicato nell’XI secolo. Venezia però nel suo massimo splendore è regina nel commercio, possiede il monopolio negli scali marittimi più importanti del Mediterraneo orientale e proprio dal Peloponneso, dalla città portuale di Monemvasia, arrivò la Malvasia, il vino che fece la fortuna dei mercanti e degli osti veneziani. Con il nome di malvasie, infatti, erano conosciute le rivendite di vino straniero, molto più costoso alla mescita del vino locale. L’espansione della Repubblica in terraferma, tra il XIII e VX secolo farà da volano alla produzione vitivinicola veneta, che ancora oggi vanta il primato di regione più produttiva d’Italia.

Il Consorzio Vini Venezia che racchiude ben 5 denominazioni: DOC Venezia, DOC Lison-Pramaggiore, DOC Piave e le DOCG Lison e Malanotte del Piave, con un attento lavoro di valorizzazione, promozione e diffusione delle denominazioni da un lato, e un lavoro di valorizzazione del distretto d’area rurale e dei percorsi culturali, enoturistici ed enogastronomici corredata da un’intensa attività di editoria dall’altro, sta facendo rinascere l’attenzione per le terre di quella che fu la Repubblica della Serenissima e che vedono proprio nella città lagunare, patrimonio dell’umanità, il fulcro di tutto il progetto.

Il Giardino Mistico

Il Giardino Mistico

A testimonianza di ciò, negli ultimi anni è nata una manifestazione come Feelvenice che ha lo scopo di approfondire la conoscenza del patrimonio artistico inestimabile di Venezia legandolo ai percorsi enogastronomici e alle degustazioni organizzate in collaborazione con AIS Veneto. Visite a calli, campi, campielli, sottoporteghi e tutti quei luoghi che raccontano un legame indissolubile tra la Serenissima e il vino, che si concludono con una visita all’incantevole Giardino Mistico del convento dei Carmelitani Scalzi, adiacente alla stazione ferroviaria Santa Lucia. Dietro la chiesa dedicata a Santa Maria di Nazareth, è custodito un orto protetto da alte mura, dove i frati coltivano erbe e fiori dal profondo valore simbolico-religioso, come la Melissa moldavica, da cui sin dal 1710 si estrae il prezioso olio essenziale, ingrediente di molti preparati erboristici. Nel giardino rivivono anche alcune delle più antiche viti della Serenissima, varietà storiche presenti da centinaia di anni all’interno della laguna di Venezia, recentemente recuperate dal Consorzio vini Venezia per restituire alla città il suo patrimonio viticolo. Il Giardino Mistico è aperto al pubblico solo su prenotazione, con visita guidata (per info e prenotazioni info@giardinomistico.it)

Il Consorzio Vini Venezia (http://www.consorziovinivenezia.it/)

È nato nel settembre del 2011 dall’unione strutturale e d’intenti degli storici consorzi di tutela DOC Lison-Pramaggiore e Vini del Piave DOC.
Rappresenta più di 2 mila produttori delle province di Venezia, Treviso e Pordenone e tutela 47 vini DOC e DOCG.
Un’area che abbraccia la città di Venezia vocata alla viticoltura da secoli, i cui vini sono tradizionalmente e storicamente legati alla città lagunare.
Il Consorzio tutela cinque denominazioni: le due eccellenze Lison DOCG e Malanotte del Piave DOCG, la nuova DOC Venezia e le due DOC storiche Lison-Pramaggiore e Piave.

208406100_10222794353041109_6120139924157031777_nIl territorio ove opera il Consorzio Vini Venezia comprende una vasta area che racchiude i vigneti a denominazione di Origine Controllata e Garantita Lison e Malanotte del Piave e a Denominazione di Origine Controllata Venezia, Lison-Pramaggiore e Piave.
Una zona di produzione racchiusa entro i confini geografici di tre province: Treviso, Venezia e, per una piccola parte, Pordenone.

Una distesa pianeggiante, vocata alla viticoltura da secoli, scende dai piedi delle Dolomiti alla foce del fiume Piave, per allargarsi a est verso l’estremo confine orientale della provincia di Venezia, naturalmente definito dal fiume Tagliamento, e poi giù lungo l’entroterra veneziano, inoltrandosi nella laguna di Venezia e fino a lambire le coste che affacciano sul Mar Adriatico.

DOC Venezia

La DOC Venezia comprende tutto il territorio del Piave e la quasi totalità del Lison Pramaggiore, estendendosi dunque nelle province di Venezia e Treviso, dai colli di Conegliano alla laguna di Caorle. L’origine dei suoli della pianura veneta orientale si deve alla deposizione di materiali alluvionali derivanti principalmente dallo scioglimento dei ghiacciai alpini e prealpini e successivamente dall’azione del Piave e secondariamente del Livenza. I principali vini prodotti: Bianco frizzante, Bianco spumante, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carmènere, Chardonnay, Manzoni bianco, Merlot, Pinot grigio, Refosco dal peduncolo rosso, Sauvignon, Tai.

DOC Piave

l territorio della DOC Piave è racchiuso in una vasta pianura che si estende dai confini nordorientali delle provincia di Treviso con il Friuli fino alla foce del Piave, a Cortellazzo (VE); dalle colline di Conegliano e del Montello fino al primo entroterra della città di Venezia. Questa vasta area (che rappresenta una delle Doc più estese dell’Italia settentrionale) presenta una grande varietà di terreni e microclimi, che consente di ottenere vini particolarmente differenziati tra loro da numerosi diversi vitigni. I principali vini prodotti: Cabernet Sauvignon, Carmènere, Chardonnay, Manzoni bianco, Merlot, Raboso e Raboso passito, Tai, Verduzzo.

210656090_10222794352161087_6044765669439679459_nDOC Lison Pramaggiore

La zona a Denominazione di Origine Controllata Lison-Pramaggiore si estende tra le province di Pordenone, Treviso e Venezia i cui confini sono segnati a est dal fiume Tagliamento e ad ovest dal Livenza. La Denominazione prende il nome dai paesi di Lison, frazione di Portogruaro, e di Pramaggiore, che hanno una posizione centrale rispetto all’intera area di produzione. I principali vini prodotti:  Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carmènere, Chardonnay, Merlot, Pinot grigio, Malbech, Refosco dal peduncolo rosso, Sauvignon, Verduzzo e Verduzzzo passito.

DOCG Malanotte

L’area di produzione della DOCG Malanotte del Piave inizia dove il fiume Piave sfugge alla stretta delle montagne dolomitiche e si apre alla pianura trevigiana che sconfina poi nell’entroterra veneziano. Malanotte è il nome di un piccolo borgo medievale situato a Tezze di Piave (Vazzola) nel trevigiano, cuore della produzione del vino che ne porta il nome.

La zona di produzione della DOCG Malanotte del Piave ricade su un territorio di media-bassa pianura, lungo l’asse del fiume Piave, caratterizzata da un clima tipicamente temperato, con estati calde e inverni mai troppo freddi. Le correnti d’aria fresca provenienti da nord-est fanno sentire il loro effetto con escursioni termiche notte/giorno più accentuate nella parte a nord del comprensorio. I suoli, costituiti da depositi alluvionali rilasciati dai ghiacciai prima e dal fiume Piave poi, sono considerati “caldi” poiché caratterizzati da un’altapercentuale di scheletro, con elevata profondità esplorabile dalle radici, assenza di ristagni, poveri di sostanza organica, con contenuto in elementi minerali buono e ben equilibrato, in particolare di fosforo e magnesio. I principali vini prodotti: Malanotte del Piave DOCG.

DOCG Lison

L’area dei vini a denominazione DOCG Lison è situata nella pianura a pochi chilometri dal litorale veneziano, fra i fiumi Tagliamento e Livenza, da sempre testimone della coltivazione della vite a garanzia della tipicità e della peculiarità dei vini del territorio. Una vasta campagna costellata da antiche case coloniche, paesi circondati da mura medievali e piccole città ricche di testimonianze romane.

Qui il clima è “temperato” grazie alla vicinanza del mare, alla presenza di aree lagunari e alla giacitura pianeggiante che favorisce l’esposizione dei vigneti ai venti della zona. Da nord est spira la Bora, un vento fresco e asciutto, mentre da sud-est soffia spesso lo Scirocco, caldo e umido, caratteristico di tutti i periodi dell’anno. La presenza dei venti, prevalentemente serali, abbassa di notte le temperature, favorendo l’escursione termica tra notte e giorno. I suoli dell’area sono caratterizzati dalla presenza di un sottile strato di “caranto” (carbonato di calcio) e da uno più superficiale prevalentemente argilloso, entrambi di origine alluvionale grazie all’apporto di materiale detritico da parte dei vicini fiumi. Terreni che presentano una buona capacità di riserva idrica. Essi sono inoltre caratterizzati dalla presenza di alti contenuti di elementi minerali soprattutto potassio, calcio e magnesio e da un’equilibrata dotazione di sostanza organica. I principali vini prodotti: Lison DOCG.

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I produttori della Rete

I produttori della Rete

Nell’autunno 2019, parlando con Roberto Felluga e Alessandro Sandrin, rispettivamente proprietario e enologo di Russiz Superiore, azzardavo l’ipotesi che si facesse un gran parlare di Ribolla Gialla come “The next big thing”, per dirla in italiano “La prossima grande cosa” dell’enologia del Friuli Venezia Giulia, ma che Invece ritenevo che fosse il Pinot Bianco il vero outsider, vitigno che proprio nel Collio potesse regalare prospettive inedite, facendo mio il pensiero di uno degli uomini che ha fatto la storia dell’enologia italiana, ovvero Marco Felluga, che da tempo immemore aveva visto nel pinot bianco del Collio potenzialità enormi. Roberto e Alessandro erano d’accordo anche in quel contesto non si esposero più di tanto. Con molta probabilità la rete d’impresa era in fase embrionale e non era ancora il momento di rendere pubblica la cosa. Finalmente, nel mese di giugno 2021, rotti gli indugi, la “Rete d’impresa Pinot Bianco nel Collio” si è presentata ufficialmente a Ruttars nella sede dell’azienda Pascolo.

La rete d’impresa unisce in associazione sette storici produttori del Collio: Castello di Spessa, Livon, Pascolo, Russiz Superiore, Schiopetto, Toros e Venica & venica. La rete d’impresa Pinot Bianco vuole essere un progetto innovativo promosso da cantine che credono fermamente nel in questo vitigno capace di trovare proprio nel Collio una delle sue terre d’elezione.

Collio Pinot Bianco Russiz Superiore 2019

Collio Pinot Bianco Russiz Superiore 2019

Un assaggio – Collio Pinot Bianco Russiz Superiore 2019

Dopo la raccolta, le uve vengono separate dal raspo. Il succo e la polpa subiscono una macerazione a freddo, quindi una pressatura che consente la separazione delle bucce. Il mosto ottenuto viene posto a fermentare in contenitori di acciaio. Il vino riposa per circa sei mesi sui lieviti e poi in bottiglia.

Al naso ritroviamo note intense di mela, burro fuso, fiori bianchi. Al palato entra morbido ed è subito avvolgente, chiudendo con profondità. Da bere oggi, ma da ritrovare tra vent’anni.

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199788801_10222682361401388_6522926784993950362_nDagli assaggi dei 95 Pinot Nero dell’annata 2018, giunti da ogni parte d’Italia per partecipare alle Giornate del Pinot Nero 2021 di Egna e Montagna, emerge un dato inconfutabile,  in pratica la scoperta dell’acqua calda:  i migliori Pinot Nero sono altoatesini. Ciò a conferma che il terroir è elemento fondamentale per la valorizzazione delle produzioni agricole; come dice quel grande enologo che è Roberto Cipresso: Se il terroir dei propri vigneti – inteso come la particolare ed ogni volta unica interazione tra fattori climatici e proprietà dei suoli – possiede una buona potenza espressiva ed è in grado di trasmettere la sua fedele impronta nel vino, tutte le scelte agronomiche ed enologiche dovranno essere improntate a valorizzare la sua capacità di esprimersi, così da ottenere vini irripetibili, la cui degustazione non si limiti a dare soddisfazione sensoriale ma permetta di viaggiare nello spazio, e riportare chi assaggia ad un territorio ben determinato e ad una specifica filosofia di produzione.” Queste parole sono la chiave per comprendere la motivazione del perchè  il Pinot Nero altoatesino raggiunga vette difficilmente eguagliabili per altri areali italiani. Ciò non toglie, e per fortuna, che ci possano essere degli outsaider in grado di celebrare degnamente questo nobile e difficile vitigno.

Risultati Concorso Nazionale Pinot Nero – annata 2018:

199320876_10222682366921526_1483987646261074259_nPrima di addentrarci negli esiti del concorso è opportuno segnalare alcune note metodologiche. Spesso, alla pubblicazione della classifica, c’è sempre qualcuno che si lamenta dell’assenza di famosi  nomi dell’enologia altoatesina, a questo proposito va detto che la giuria valuta solamente i Pinot Nero inviati al concorso dai produttori, ovvero da coloro che manifestano la propria disponibilità al giudizio e al confronto. Il verdetto viene espresso da una giuria composta da 35 enologi provenienti da tutta Italia che hanno degustato e valutato tutti i vini alla cieca e in diverse sequenze. I 95 produttori di vino coinvolti complessivamente al Concorso 2021 provengono da 10 regioni (Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Abruzzo), un numero mai raggiunto prima.

Questa la classifica per l’edizione 2021:

POSIZIONE PUNTEGGIO AZIENDA VINICOLA VINO DENOMINAZIONE
1 90,2 Cantina St. Michael Eppan Pinot Nero Riserva “Sanct Valentin” Südt. – A. A. Doc
2 89,1 Tenuta Ignaz Niedrist Pinot Nero “Vom Kalk” Südt. – A. A. Doc
3 89,0 Cantina Andrian Pinot Nero Riserva “Anrar” Südt. – A. A. Doc
4 88,7 Tenuta Tiefenbrunner – Schlosskellerei Turmhof Pinot Nero Riserva “Linticlarus” Südt. – A. A. Doc
5 88,4 Cantina Terlan Pinot Nero Riserva “Monticol” Südt. – A. A. Doc
Cantina Girlan Pinot Nero Riserva “Trattmann” Südt. – A. A. Doc
7 88,2 Prackfolerhof Pinot Nero “Patrick Planers” Südt. – A. A. Doc
8 87,3 Cantina Bolzano Pinot Nero “Thalman” Südt. – A. A. Doc
9 87,2 Elena Walch Pinot Nero “Ludwig” Südt. – A. A. Doc
10 86,8 Manincor Pinot Nero “Mason” Südt. – A. A. Doc
Cave Gargantua Pinot Nero “Pierre” Valle d’Aosta Doc

A margine della degustazione, va segnalata l’ottima prova di alcuni Pinot Nero non altoatesini, in particolare: Cantina di Toblino Pinot Nero “Baticòr”, Maso Cantanghel Pinot Nero “Vigna Cantanghel”, Maso Poli Pinot Nero, Tenute Lunelli Tenuta Morgon Pinot Nero “Maso Montalto”, per il Trentino. Les Cretes Pinot Noir “Revei” per la Valle d’Aosta. Azienda Agricola Segni di Langa Pinot “Gian Luca Colombo”, per il Piemonte. Opificio del Pinot Nero, Pinot Nero “Marco Buvoli”. Frecciarossa Pinot Nero “Giorgio Odero” per la Lombardia. Castelsimoni Pinot Nero “Diamante Nero” per l’Abruzzo.

Ines Giovanett

Ines Giovanett

In fine ho chiesto a Ines Giovanett, Presidente dell’Associazione Pinot Nero Alto Adige, come vede la manifestazione in prospettiva e quali sono le novità per la prossima edizione.  

La nostra manifestazione si svolge più o meno nella stessa maniera da 23 anni, non ci sono ai stati grandi cambiamenti e quindi pensiamo sia giunto il momento di cambiare alcune cose. Abbiamo visto che la modalità di quest’anno (degustazione seduta) è stata molto apprezzata e quindi pensiamo di portarla avanti anche per il futuro, soprattutto chi vuole dedicarsi e concentrarsi sul assaggio del Pinot Nero ha apprezzato molto questa modalità. Penso questi due anni di pandemia ci abbiano dato il giusto spunto per il cambiamento e quindi abbiamo decido di raccogliere le nostre idee e incorporare i cambiamenti in piccoli step nei prossimi tre anni. 

Un punto cruciale sicuramente è il concorso, purtroppo è da anni che le critiche sul concorso sono diventate più forti in quanto vincono spesso vini altoatesini nonostante la giuria sia composta da enologi di tutte le regioni partecipanti in proporzione alla quantità di vini partecipanti. Su questo lavoreremo in modo più approfondito ma sappiamo anche che questa sarà la parte più difficile. Un concorso non può mai dare un risultato definitivo quindi ci sarà sempre una critica, noi cerchiamo di fare il meglio per avere più partecipanti e riuscire a dare un giudizio più oggettivo possibile.

 

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CulturaSi chiama PugliaGoodWorld la nuova sfida, tutta digitale, dell’Assessorato Regionale alle Risorse Agroalimentari della Puglia. Si articola in otto macro filiere produttive ed è iniziata con il vino, attraverso la presentazione del portale pugliawineworld.it ai produttori che si sono collegati in webinar con Donato Pentassuglia, assessore regionale alla Risorse Agroalimentari e con Rosa Fiore, dirigente Sezione Promozione Agroalimentare Regione Puglia. “La strategia mira a definire un’immagine distintiva del settore agroalimentare pugliese. Vogliamo attivare e coinvolgere gli operatori del settore agroalimentare pugliese, in modo da ‘fare rete’ – ha evidenziato l’assessore Pentassuglia – per offrire occasioni di visibilità e promozione in modo inclusivo, a tutte le realtà, indipendentemente dalla loro dimensione. Tutte le attività digitali, ci tengo a sottolinearlo, saranno a partecipazione gratuita per le aziende agroalimentari”.

Due i punti focali sui quali ha portato l’attenzione il moderatore Daniele Cernilli ovvero Doctorwine: la transizione verde già iniziata da anni nei vigneti in una Puglia sempre più orientata verso le produzioni bio, e la transizione digitale, che non è più rinviabile. In sintesi, come ha fatto notare Cernilli, si sentiva l’esigenza di avere una risposta chiara e unitaria a chi sul web cerca i vini pugliesi. Due anche gli step che ha previsto l’Assessorato alle Risorse Agroalimentari nella attuazione di questa articolata azione di branding della Puglia a tavola. “Sarà un marchio-ombrello unico del settore agroalimentare pugliese denominato PugliaGoodWorld. Svilupperemo più marchi per i singoli settori, secondo una linea di continuità e coerenza grafica e di naming ad iniziare dal vino, che è il portale pilota in corso di realizzazione”, ha illustrato la dirigente Rosa Fiore.

Alessandro Regoli, fondatore e direttore di Winenews.it, che è stato fra i primi in Italia a puntare sul mondo del vino nel web, ha elogiato la pianificazione della Regione Puglia di promuovere l’immagine del settore agroalimentare pugliese a livello anche internazionale attraverso canali digitali. Lo shopping digitale è oramai entrato a far parte delle abitudini di tutte le famiglie. “Il percorso che porta all’acquisto – ha fatto notare Robert Maggi, millenial con ampia esperienza di import del vino in tutto il mondo – è identico anche per i buyer professionali: si clicca sui motori di ricerca per saperne di più, quindi si sceglie di comprare”.

“Le dinamiche del commercio estero con l’impatto Covid 19 sul settore agroalimentare evidenziano un segno positivo, come evidenziato dal più recente report del Ministero delle Politiche Agricole. Per la Puglia si è registrato un +12,3% confermando un trend positivo per tutto il Mezzogiorno. L’impegno è consolidare e far crescere questi risultati commerciali facendo leva sul potente strumento del web, a supporto del brand Puglia – ha detto Antonella Millarte, digital wine expert, coordinatore per Kibrit & Calce delle strategie digitali”.

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Robert Princic

Robert Princic

Robert, 7 anni fa pubblicavo su La stanza del vino l’inchiesta “Dialoghi sul Collio” che prendeva spunto dalle parole che Marco Felluga, allora past president del Consorzio Collio, aveva pronunciato durante il Premio Collio 2014. Marco, con grande rammarico,  faceva notare che i vini del vostro territorio da qualche tempo avevano perso fascino e appeal. Sono andato a rileggermi le tue parole a corollario di tutti gli interventi dei giornalisti/addetti ai lavori che, con grande interesse, si espressero su quelle affermazioni e mi sono rimbombate nella testa, in particolare queste che risultano essere davvero lungimiranti: “Potrei dire che il Collio da un mio punto di vista in passato era di moda, oggi continua ad essere un mito. Nelle migliori carte dei vini il Collio non manca mai. Molti altri territori che sono stati di moda, oggi sono scomparsi. Le mode devono essere una preoccupazione per tutte le zone dove c’è una grande vocazione viticola.” Non credo tu abbia doti divinatorie, ma con grande saggezza e orgoglio facevi notare, in poche parole, che non sarebbe certo stata una fase di stanca a far dimenticare ai mercati e agli appassionati di tutto il mondo un territorio unico e polarizzante come il Collio.  Oggi a distanza di 7 anni e dopo molti assaggi susseguitisi nel tempo, posso affermare con certezza che il Collio si sia ripreso, e con gli interessi, il posto che merita nell’olimpo dei viticoltura mondiale. Ti chiedo se sei d’accordo con questa mia affermazione e qual è la fase che stai/state vivendo voi vignaioli del Collio, quali sono i tuoi progetti e le tue speranze a medio lungo termine.

Mi fa piacere rileggere quanto detto anni fa, ovviamente non sono un veggente, anzi, ma queste erano parole che credevo e credo condivisibili da tutti i produttori che hanno modo di visitare ristoranti nelle varie aree del mondo. Il Collio, rispetto ad altri territori che sono stati di grande moda, ha un enorme vantaggio, quello di essere un territorio che, dal punto di vista di terroir e clima, ha un potenziale produttivo di eccellenza. Negli anni passati dal dialogo che hai citato molto è stato fatto per riportare il Collio sulla bocca dei giornalisti e nell’immaginario collettivo. Il lavoro svolto sino a qui non è però sufficiente, dobbiamo portare il grande pubblico a riconoscere nel Collio quella eccellenza a livello mondiale che, sia per storia che per qualità della produzione, sicuramente è. Continuo a credere che il Collio sia rimasto un punto di riferimento, un mito e che in realtà abbia il suo posto fisso nell’olimpo. Vero è che in passato era l’unico e oggi alcuni altri territori si sono proposti e si stanno proponendo come territori importanti nel panorama della produzione dei grandi bianchi in Italia. Sono però dell’idea che l’unicità e caratterizzata  da un intreccio  di situazioni climatiche, pedologiche ma anche culturali e storiche, che rendono ogni territorio unico ed in Collio, da un mio punto di vista, l’intreccio in questione, trova la sua massima espressione.

74423357_10217692176409882_4807432807959756800_nI vignaioli del Collio, dal mio punto di vista, hanno il pregio di essere innamorati del proprio lavoro, quasi fino a non considerarlo più un lavoro, bensì una missione che vogliono portare a termine a qualsiasi costo. Credo che questo sia uno dei ingredienti che rende unico il vino.

Per darti un idea, mi capita spesso che Collio venga erroneamente scambiato per Friuli. In che senso: chiedendo anche a degli addetti al settore che aziende del Collio conoscono, nell’elenco vengono inserite molte aziende che operano su territori diversi all’ interno della regione FVG. Un po’ come succede con il Prosecco che oggi è diventato sinonimo (in modo improprio) di spumante. Chiaramente questo è un problema, però può e deve essere visto come punto di forza  dal quale partire. Significa che bisogna essere ancora più incisivi nella comunicazione e attenti ad entrare nei dettagli. Il Collio è piccolo ed è unico e questo secondo me il messaggio che noi dobbiamo dare nel raccontarlo.

Per quel che riguarda me, potrei dirti che di progetti ne abbiamo tanti. Il percorso che ci ha portato e ci ha permesso di produrre vini sempre più puliti, salubri  e sostenibili (con il percorso Biologico) è stato raggiunto. L’obiettivo che mi sono posto anni fa di produrre vini sempre più importanti e longevi rimane sempre il focus. Chiaramente ogni anno e diverso e ogni anno si continua a crescere, nella maturità ma anche nella capacità di affrontare problematiche e sfide produttive sempre nuove. Uno degli obiettivi è quello del conoscere sempre meglio i nostri vigneti, studiarli, analizzarli sotto un profilo climatico, pedologico ma anche nel capire quali sono le piante e gli insetti che vivono in simbiosi con le viti, proprio per capire quel micro cosmo che rende unico ed irripetibile ogni singolo vigneto. Logicamente tutto quello che facciamo è giusto raccontarlo e magari anche farlo vivere a tutti coloro che si avvicinano ai nostri vini e vogliono vivere l’esperienza Gradis’ciutta. Sempre più importante è per noi sviluppare l’incoming turistico e proprio in quest’ottica stiamo concludendo i lavori di restauro di una villa di campagna dell’antica nobiltà locale. Il “palazzo” come in zona abbiamo sempre usato chiamarlo, era abbandonato da decenni ed oggi sta rinascendo come struttura ricettiva d’eccellenza (almeno questo è il mio intento), dotata di 12 stanze, tre sale degustazioni e focalizzata sull’accoglienza a 360 gradi. L’idea e promuovere i prodotti del nostro territorio e tutte le attività che si possono svolgere non solo nella nostra cantina, ma in tutta la zona.

Tutte le cose di cui ho parlato sino ad ora non potranno avere alcun successo se non sapremo porre sempre il territorio prima delle singole cantine. Anni fa, quando ero un produttore alle prime armi, parlando con il Conte Douglas Attems, fondatore, anima e pilastro del Consorzio per decenni, egli mi disse una frase che per me è stata un mantra: “finchè non scriveremo Collio in grande nelle nostre bottiglie, non avremo mai capito nulla, questo è il miglior modo per dare valore al nostro lavoro e alla nostra denominazione”. Per questo, quando nel 2009 ho lanciato il Collio Riserva, vino che nasce dalle 3 varietà autoctone di questa terra (Ribolla Friulano e Malvasia), ho scelto che la denominazione avesse un font molto più grande di  quello dell’nome azienda. Questo concetto, lo considero solo un punto intermedio, anche perché i progetti per questo vino sono ancora molti, come lo sono per il nostro territorio.

193261963_10222589194072263_2895815558841756735_nI vini Gradis’ciutta nell’annata 2019 e il Collio  Riserva 2016

L’annata 2019 in Collio, dopo una primavera piuttosto fredda, è stata attraversata da un’estate siccitosa con piogge cadenzate che hanno permesso di portare in cantina uve di grande qualità che hanno donato ai vini complessità, eleganza ed equilibrio, tutte qualità confermate dagli assaggi dei vini di Robert Princic. L’alcolicità è più bilanciata rispetto al passato e la salubrità è altro importante elemento distintivo nei vini di Gradis’ciutta. L’azienda, dall’annata 2018, dopo un percorso durato 10 anni, ha ottenuto la certificazione biologica.

Malvasia 2019 Collio DOC: da uve malvasia istriana. Vinificazione in acciaio, affinamento in acciaio e bottiglia. Naso di grande impatto: camomilla, fieno, agrumi, torroncino. In bocca il vino entra morbido, fresco, accompagnato da una delicata nota sapida. Malvasia del Collio tra le più rappresentative.

Sauvignon 2019: Vinificazione in acciaio, affinamento in acciaio e bottiglia. Notevole il bouquet, di rara eleganza: fieno, sambuco, menta, pistacchio. Bocca rotonda, acidità intensa e sorso lungo, immagino con gioia una verticale con vecchie annate. Marca in maniera netta lo stile aziendale, grande mano del vignaiolo.

Chardonnay 2019: pressatura soffice, 80% in vasche di acciaio e 20% in botti di legno grande. Affinamento in acciaio, botte e bottiglia. Al naso profumi molto eleganti: torroncino, leggera torrefazione, frutta cotta. La bocca riprende il naso espandendolo. Sorso pieno, rotondo, molto lungo. Chardonnay di grande eleganza e di notevole spessore, ancora un vino di prospettiva, da riassaggiare nel corso degli anni.

Pinot Grigio 2019: Vinificazione in acciaio, affinamento in acciaio e bottiglia . Leggere note ramate. Naso profondo: nocciola, burro di arachidi, frutta cotta, camomilla. Il sorso è pieno e avvolgente e chiude lungo. Il pinot grigio di grande eleganza, qui è il terroir a fare la differenza.

Friulano 2019: Vinificazione in acciaio, affinamento in acciaio e bottiglia. Naso d’effetto: nocciola, camomilla, fieno, poi arrivano delicate note di mela matura e dattero. Grande coerenza tra naso e bocca, delicata nota di mandorla sul finale, per un tocai intenso e romantico.

Collio Riserva 2016: Vinificazione in acciaio, affina poi un anno in botte grande, in acciaio per un anno e 6 mesi e successivamente in bottiglia. Da uve friulano, ribolla e malvasia istriana e da un’annata potente e equilibrata come la 2016, arriva nel bicchiere tutta la magnificenza del Collio. Naso delicato di fiori bianchi, torroncino, frutta matura. Sorso avvolgente, scattante e vitale, ancora in divenire.

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