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Alessio Durazzi

Parlando di Toscana, ma anche di grandi vini rossi italiani in generale, trovo che il Morellino sia un vino sottovalutato; interessante in giovinezza, ma che si esprime al meglio nel medio lungo invecchiamento. Approfittando delle quattro chiacchiere che abbiamo fatto a Vinitaly, giusto per approfondire alcuni aspetti, ho voluto rivolgere qualche altra domanda a Alessio Durazzi, il neo direttore del Consorzio tutela Morellino di Scansano.

Alessio, quello appena trascorso è stato il tuo primo Vinitaly come direttore del Consorzio tutela Morellino di Scansano, visto che hai assunto l’incarico a fine dicembre 2016, ovviamente ti chiedo subito un bilancio.

Il bilancio è sicuramente positivo, sia in termini di presenze al nostro stand, che ha visto un afflusso costante e numeroso di visitatori durante l’intera durata della manifestazione, sia in termini di soddisfazione delle aziende partecipanti, che hanno riscontrato un grande interesse da parte degli operatori per il Morellino di Scansano e per il territorio che rappresentiamo. È  stata una bellissima esperienza, che mi ha permesso di incontrare soci, operatori, giornalisti e colleghi, un momento di grande importanza dal punto di vista relazionale e progettuale. Credo moltissimo nel Morellino di Scansano e nei suoi produttori, insieme nessun obiettivo è troppo ambizioso.

Sei esperto di marketing con esperienza decennale nell’export management di aziende agroalimentari, com’è stato il tuo approccio con il mondo del vino e quale ritieni, viste le tue competenze, possa essere il valore aggiunto che puoi portare in consorzio.

Credo di poter proporre un approccio “non convenzionale”, orientato al risultato e non legato alle consuetudini. Ritengo necessario distaccarsi dalla routine che spesso nel mondo del vino tende ad essere autoreferenziale, per ricercare invece di intercettare i trend e le attività che possano realmente portare valore aggiunto ai produttori e, più in generale, alla Denominazione ed al territorio che rappresentiamo.

Il turismo enogastronomico è indubbiamente un settore strategico trainante per l’intera economia della Toscana, in particolare, a Vinitaly, parlavamo delle potenzialità Maremma, puoi approfondire meglio quali sono i progetti che intendete realizzare in questo senso?

Il successo del Morellino, così come di qualunque altra Denominazione, è legato in modo indissolubile al successo del proprio territorio. Abbiamo la grande fortuna di essere nella Maremma Toscana, un tesoro di inestimabile valore che ancora non è stato pienamente valorizzato. L’obiettivo è quello di creare sinergie nel territorio, legare la realtà vitivinicola alle altre eccellenze della nostra terra, presentare al mondo degli enoturisti (e non solo) un territorio pronto ad ospitarli ed offrire le proprie  meraviglie affinché il vino possa rappresentare un’esperienza a 360°, dove il ricordo del territorio si sposi alla grande qualità del Morellino di Scansano.

Alessio Durazzi

Laureato in Economia e Commercio all’Università di Firenze, 38 anni, esperto di marketing con esperienza decennale nell’export management di aziende agroalimentari, e alle spalle anche un importante contributo, come direttore per due anni, allo sviluppo del Consorzio di tutela Montecucco. Da dicembre 2016 è il nuovo direttore del Consorzio tutela Morellino di Scansano Docg.

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Tanti solo gli elementi che identificano il concetto d’italianità, ma ce ne sono alcuni più immediati di altri, come ad esempio i grandi eventi di massa che vengono organizzati nel nostro Paese. Qualche esempio? Il Festival di Sanremo: una settimana di polemiche, a tratti anche feroci, tra pensiero debole e snobismo, ma poi la media di ascolti parla di dodici milioni di persone davanti al televisore. Fatte le debite proporzioni, Vinitaly non è molto differente dal Festival di Sanremo; una fiera di settore che rappresenta a pieno l’italianità, quel marchio impresso a fuoco che, nel bene e nel male, ci caratterizza nel mondo. Polemiche infinite da anni, diventate ormai litania da recitare a ogni edizione, ma, poi, se vai a snocciolare i dati che divulga l’Ente Fiera veronese, c’è da rimanere basiti. Per l’edizione appena conclusa si parla di 128 mila presenze, provenienti da 142 nazioni. Oltre 30 mila i compratori stranieri (+8% rispetto al 2016). Operatori esteri in netta crescita rispetto al 2016 da Stati Uniti (+6%), Germania (+3%), Regno Unito (+4%), Cina (+12%), Russia (+42%), Giappone (+2%), Paesi del Nord Europa (+2%), Olanda e Belgio (+6%) e Brasile (+29%). Debuttano buyer da Panama e Senegal. A Veronafiere le aziende espositrici sono state 4.270 provenienti da 30 paesi, aumentate nel complesso del 4%, in particolare quelle estere, del 74 per cento. Numeri enormi che certificano l’imprescindibilità della manifestazione a livello mondiale. In effetti, la 51enesima edizione, a livello organizzativo, è sicuramente la più riuscita dell’ultimo decennio. Tutto va ben madama la marchesa quindi? Certo che no, c’è da lavorare di fino, l’eccellenza è una meta alla quale qualunque organizzazione seria deve ambire, senza dimenticare che Vinitaly sarà sempre una manifestazione monstre, con tutte le contraddizioni del caso. Vinitaly è la festa popolare del vino italiano, quel mix perfetto tra sagra paesana e luogo dove si fanno ottimi affari. Si lamentano in tanti, poi, però, ci vanno quasi tutti, proprio come Sanremo che lo guardano in 12 milioni. Comunque, alla fine, se proprio non ti piace, puoi andare altrove, le alternative non mancano, un po’ come cambiare canale se Sanremo ti da noia.

Non mi sottraggo, naturalmente, al compendio dei vini (e persone) che più mi sono rimasti impressi in questa edizione 2017:
Tutti i vini di Tenuta Lenzini di Michele Guarino. Ho conosciuto Michele e i suoi vini nel 2013, bravo era bravo, adesso è un fuoriclasse assoluto.

L’Aivè Moscato Secco 2012 di Oscar Bosio. Oscar lo seguo dal 2012, si riconferma sempre per bravura e umiltà.

I vini e la famiglia Fina di Marsala. Un giorno qualcuno ha detto: “Il vino è una malattia dell’anima: nessun carattere tiepido può occuparsene, otterrebbe solo bottiglie senza personalità”. Credo stesse pensando a Bruno Fina e ai suoi figli Federica, Sergio, Marco. Makisè 2016 frizzante naturale (100% Grillo), Kebrilla 2016 (100% Grillo), Kikè 2016 (spettacolare Traminer aromatico con un saldo di Sauvignon Blanc), Taif 2016 (100% Zibibbo), un paradiso per noi bianchisti.

Tutti i Marsala di Francesco Intorcia (Heritage), ma anche il vino perpetuo da uve Grillo e da uve Nero d’Avola, ancora Sicilia, ancora Marsala, ancora bellezza. Poi ci sono i Marsala di Francesco che finiscono nei cocktails creati da Roberto Tranchida e qui c’è da farsi male sul serio.

Il Verticchio di Matelica. Degustazione di 5 aziende (Collestefano Vitivinicola, Borgo Paglianetto, La Monacesca, Cantine Bellisario, Bisci) e di 5 annate (2012,2011, 2010, 2009 e 2006), con il Verdicchio di Matelica DOC Riserva “Cambrugiano” 2009 di Cantine Bellisario, summa della grandezza del Verdicchio di Matelica e delle sue potenzialità d’invecchiamento.

Il delicatissimo Fior d’Arancio Colli Euganei Docg di Quota 101. Le uve arrivano dal Parco Naturale dei Colli Euganei.

Diol Raboso Metodo Classico Brut di Umberto Cosmo (Bellenda). Il figliol prodigo. Da come ne parla Umberto, si percepisce che anche se questo vino lo fa un po’ dannare poi ritorna sempre a casa.  Un metodo classico che ho amato tantissimo. Ogni tanto un vino così ci vuole per smuovere le acque del mare della tranquillità.

Tutti gli Champagne di Roger Coulon. Quel francese mi fa impazzire.

SoloSole Pagus Camilla 2015 di Poggio al TesoroAllegrini (100% Vermentino). I cloni vengono dalla Corsica, Bolgheri fa il suo, per uno dei Vermentino più interessanti di Toscana.

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Di Irene Graziotto

Chianti Classico

Denominazione a dir poco vivace che dimostra uno sviluppo tentacolare talvolta poco organico. Se da un lato avanza la proposta di zonazione di cui la denominazione non potrà che beneficiare, dall’altro la Gran Selezione continua a dividere. I campioni sono certamente ottimi e in costante crescita di anno in anno ma talvolta risultano privi di aggancio col territorio, fatti per il mercato estero, americano nello specifico. L’effetto complessivo che si percepisce è quello di un minore interesse per la Riserva, interesse attratto per l’appunto dalla Gran Selezione. Il “declassamento” della Riserva è però effetto che va arginato e forse la soluzione sarebbe quella di rendere la Gran Selezione una denominazione da Sangiovese in purezza, diversificando così il mercato di destinazione. Ecco qui alcune delle Gran Riserve che più mi sono piaciute: Vigna Bastignano 2014 e La Fornace 2014 entrambe di Villa Calcinaia, Bibbiano Vigna del Capannino 2013, Vigna Elisa 2013 della Famiglia Nunzi Conti, La Prima 2013 di Castello Vicchiomaggio, Stielle di Rocca di Castagnoli, Cellole 2013 di San Fabiano Calcinaia, Tenuta Cappellina 2013, Tenuta di Lilliano 2013, Millennio 2010 del Castello di Cacchiano, Montemaggio 2010 di Fattoria di Montemaggio.

Chianti Classico 2015: Aria Casa al Vino bio, Castagnoli, Castellare di Castellina, Casuccio Tarletti bio, Colle Bereto, Nunzi Conti, San Giusto a Rentennato, Montesecondo, Sicelle di Pasolini dall’Onda, Chielle di Podere l’Aja bio, Poggiopiano.

Chianti Classico Riserva 2013: Colle Bereto, Poggio Torselli

Chianti Classico Riserva 2014: Terrazze di Castagnoli (riprova che anche nella 2014 si possono fare interpretazioni profumate e lineari).

Vernaccia di San Gimignano

Questa piccola e graziosa cittadina si è rimboccata le maniche e dal prossimo anno avvierà un progetto multimediale per veicolare l’enoturismo, dove interagiranno museo e degustazioni nelle aziende. Il legame fra cittadina e territorio è per l’appunto al centro del recente volume Vernaccia di San Gimignano. Vino, Territorio, Memoria a cura di Armando Castagno, che si sofferma sul bagaglio culturale ma delinea anche il profilo di 28 unità territoriali omogenee a livello paesaggistico e geologico che permettono di meglio inquadrare la denominazione nell’ottica non tanto di una vera e propria zonazione ma di uno strumento di orientamento. La degustazione di mercoledì, guidata dalla Master of Wine Rosemary George, ha permesso di confrontare la Vernaccia di San Gimignano con La Clape e il vitigno Bourboulenc. Due i punti principali di contatto fra le due denominazioni: il non essere vitigni aromatici e la propensione al’invecchiamento. Che si dimostrano, anche nella degustazione della nuova annata, le strade da seguire per la valorizzazione della Vernaccia visto anche il bel nerbo minerale. L’aggiunta di Sauvignon e Chardonnay invece che rafforzare l’appeal di certi campioni sembra invece indebolirli quando l’aggiunta si aggira sul 10% e diviene quindi incisiva. Peccato, perché la stoffa per esprimersi, anche sul lungo tempo, la Vernaccia l’ha tutta come emerso dall’assaggio della Riserva Vigna ai Sassi 2010 di Tenuta Le Calcinaie (Chardonnay 5%) oppure l’Hydra 2009 de Il Palagione.

Nobile di Montepulciano

Anche qui siamo di fronte ad una denominazione che sta lavorando molto anche a livello di autoconsapevolezza. La nuova enoteca in Fortezza permette di valorizzare finalmente questa struttura architettonica di valore, da sempre simbolo del Nobile – speriamo gli orari di apertura siano idonei al flusso turistico. A questo si aggiunge il progetto sulla sostenibilità, che negli ultimi dieci anni ha portato ad un investimento di otto milioni di euro da parte delle aziende. L’annata 2014 mostra invece qualche dubbio: sicuramente non è un’annata facile e, in questo caso più che in altri, assaggiare campioni di botte che non sono ancora pronti non aiuta. L’impressione generale è quella di un legno usato in maniera soverchiante e in vini dal profilo un po’ troppo scontroso. Mi riservo di riassaggiarli a Vinitaly quando qualche mese di bottiglia li avrà resi più mansueti. La qualità sul lungo termine infatti non manca: lo provano vini come il Nocio 2011 di Boscarelli, ma anche il Carpineto 2009 Poggio Sant’Enrico, oltre ai campioni assaggiati nella verticale guidata da Gianni Fabrizio che si è spinta indietro sino al 1967. Fra gli approfondimenti quello alla cantina Il Molinaccio ha mostrato la stoffa che questa denominazione ha e che non deve dimenticare. Dieci mila bottiglie (è vero, sono poche) 3 ettari e mezzo, 3 diverse selezioni in vendemmia che si esprimono nel bellissimo Spinosa 2012: naso esuberante di frutta, con qualche richiamo ai toni maturi e zuccherini, bocca intensa, elegante, tannino che incede sicuro, mai banale e in grado invece di stupire tutti e sei i convenuti, inclusa una Master of Wine.

Brunello

Ammetto di non essere riuscita ad assaggiare molto: non avendo ricevuto il pass per venerdì mi sono dovuta accontentare della mattinata di sabato. Col poco tempo a disposizione ho preferito all’assaggio seriale (che mi avrebbe costretto ad una corsa contro il tempo, peraltro poco realistica) il confronto col produttore: quei 10-15 minuti di chiacchierata che si rivelano una chiosa sempre fondamentale per capire la logica delle bottiglie e del territorio e che ho sempre apprezzato durante le cene delle Anteprime, come ad esempio quella della Vernaccia che quest’anno ha saggiamente fissato i posti: così che allo stesso tavolo ci si trovava sì col collega ma si aveva anche l’occasione di avere il produttore e il suo bagaglio di storia che veniva a poco a poco dispiegato. Un valore aggiunto non da poco. Tornando ai produttori e all’annata, la 2012 darà grandi soddisfazioni, soprattutto sulla lunghezza: annata a 5 stelle, frutta rossa bagnata di rugiada (manca qui l’entrata in pompa magna che aveva caratterizzato il 2010 e che rende appunto la 2012 dotata di un’eleganza più fine, un 2010 Versace versus un 2012 Chanel), bocca polposa, tannini ben torniti anche se certamente giovani, balsamicità di chiusura.

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Di Irene Graziotto

È passato un po’ di tempo dalle Anteprime Toscana – se è per quello è passato anche il Prowein e Vinitaly è dietro l’angolo – ma per quest’anno ho voluto lasciare affinare le impressioni su queste Anteprime per fare un bilancio a mente fredda, non solo dell’evento in sé ma anche del lavoro svolto in tutti questi anni, visto che nel caso del Brunello siamo giunti alla 25esima edizione.

Montecucco e Maremma

Le mie Anteprime iniziano venerdì 10 febbraio, con una cena fra produttori di Montecucco e Maremma. Contesto intimo, buon rapporto giornalisti-produttori che favorisce la chiacchiera-confronto col vignaiolo e, finalmente, concretizza la volontà di fare squadra (non solo per le anteprime ma anche nella promozione estera dove i due consorzi agiranno congiuntamente anche col Morellino). Durante la cena, Montecucco e Maremma scendono in campo l’uno accanto all’altro, con un fair play che aiuta a farsi un’idea di quanto la Toscana del Sud possa offrire in questo momento. Se possiamo definire il Montecucco come “il sangiovese dell’Amiata”, polifonica è invece la Maremma: sono ben 37 le tipologie che gestisce e che valorizzano vitigni autoctoni  – sangiovese, colorino, aleatico – come pure internazionali – merlot, cabernet e syrah. Tuttavia, queste sono terre anche da bianchi: parlando con Edoardo Donato, Presidente della Doc Maremma, scopro, infatti, che oggi nella provincia di Grosseto ci sono 800 ettari di Vermentino, più che ad Oristano. Fra gli assaggi, spicca Enos I 2015, un sauvignon in purezza dell’azienda Montauto di Riccardo Lepri: frutta bianca matura al naso e vibrante nota sapida in bocca. Tra i rossi ritrovo il succulento Carandelle 2015 di Podere San Cristoforo di Lorenzo Zonin da sangiovese in purezza e mi imbatto nel Grotte Rosse Salustri 2013, ottenuto da un clone di sangiovese proprio dell’azienda e contraddistinto da una bocca intensa, morbida e sinuosa.

 I Consorzi cosiddetti “minori”

Chiamati minori, ma ci sarebbe bisogno di una nomenclatura diversa, non tanto per la stampa estera quanto piuttosto per la comunicazione sull’Italia. “L’altra Toscana” gioca compatta e questo le rende omaggio visto che a livello logistico il poter assaggiare prodotti di ben 11 differenti consorzi nella stessa giornata e nello stesso luogo non è cosa che capiti spesso e consente di farsi un riassunto della situazione con un dispendio minimo di energie. Sabato 11 febbraio in Fortezza da Basso sfilano così Morellino di Scansano, Montecucco, Maremma Toscana, Cortona, Carmignano, Valdarno di Sopra Doc, Bianco di Pitigliano e Sovana, Colline Lucchesi, Orcia, Val di Cornia, Isola d’Elba. Tra le conferme ci sono i Syrah di Cortona, che anche la stampa estera inizia ormai a rammentare, mentre tra i progetti innovativi si distingue il Valdarno di Sopra che punta a diventare la prima Doc interamente biologica già con la prossima vendemmia. Bella e presenziata da tanti colleghi esteri la degustazione guidata da Clizia Zuin che ha permesso di indagare in undici bicchieri tutte e undici le realtà consortili con interpretazioni come il “1968” Colle di Bordocheo da merlot e sangiovese delle Colline Lucchesi, il Tenuta di Capezzana 2007 – che ha dato voce al Carmignano – straripante di frutta rossa e con una dinamica di palato dove il tannino morbido era intessuto su una trama di importante freschezza, e il Cenerentola 2013 Cinelli Colombini che esprime un piccolo vitigno autoctono, il Foja Tonda, diffuso in solo due enclavi italiane: l’Orcia e il Valdadige TerradeiForti.

Il convegno di apertura

Sinceramente ci aspettavamo qualcosa di più. L’idea di partenza era valida: indagare la copertura mediatica della Toscana enoica all’estero. Sicuramente uno strumento di analisi utile per capire cosa potenziare e in quale modo farlo: quanto si parla di vino in chiave enoturistica o sono piuttosto articoli legati a recensioni di singole bottiglie? In contesto enologico Firenze continua a rivestire un ruolo fondamentale o piuttosto si parla di vino legandolo alle singole cittadine? Quali i termini più comuni? Quanto compare Chianti rispetto a Chianti Classico? Quanto il termine Chianti è riferito alla regione geografica e quanto invece alla specifica denominazione? Mi aspettavo anche un raffronto fra i vari media: cartaceo, portali, social. Invece sono tornata a casa con tutte le mie domande rimaste irrisolte. A ciò va aggiunto che le slide, peraltro in lingua italiana, erano di difficile lettura per un contesto quale una conferenza e che ad un certo punto il relatore è caduto nella solita autocelebrazione dell’Italia che produce più ettolitri della Francia… Direi che i margini di miglioramento ci sono, più o meno tanti quanti quelli che una bottiglia italiana deve fare per raggiungere il prezzo medio di una bottiglia francese…

Chianti Lovers

Tanto successo di pubblico grazie ad una formula giovane e scanzonata. Ecco qualche assaggio: Vigna delle Conchiglie, Chianti Riserva, 2013 di Poggiotondo che ricordo per la bella nota salina, il Chianti Riserva 2006 Ruschieto de La Salceta che si esprime con generosità e nitidezza di fattura come pure il fratello del Valdarno di Sopra, e il Nero su Bianco di Baldi Gianluca, un Sangiovese vinificato in bianco. Il termine Chianti rimane la prima denominazione che viene in mente ai consumatori US in riferimento al vino italiano secondo una recente indagine dell’americana WineOpinion e il fiasco rimane un elemento iconografico forte tanto che Ruffino ha rilanciato proprio quest’anno il suo Chianti Docg nella confezione storica. Qualche dato tecnico sulla produzione: 800 mila ettolitri, 87 milioni di bottiglie per un valore di 400 milioni di euro, +7% nella grande distribuzione italiana ma un po’ di crisi nell’export. Va letto partendo da questo dato il cedimento del Consorzio Chianti al compromesso dei mercati che chiedono un vino più dolce e che permetterà ai vini della denominazione di avere un residuo zuccherino fino 6-7 grammi/litro.

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Giovanni Ponchia

Il 23 gennaio 2017, scorrendo l’Home di Facebook, l’occhio cade inevitabilmente su questo post di Giovanni Ponchia: “Con le mie ultime degustazioni guidate, a Roma, si conclude nel miglior modo possibile un percorso iniziato dodici anni fa all’interno del Consorzio del Soave. Da questa settimana inizierà per me una nuova esperienza, nel Consorzio Vini Colli Berici e Vicenza di Lonigo, in qualità di direttore…”.  Una notizia del tutto inaspettata, anche perché il Ponchia e il Soave sembravano vivere in simbiosi.  Invece tutto scorre, vivaddio, e ritrovare un tipo sempre in fermento come Giovanni, in un territorio di enormi potenzialità come i Colli Berici, potrebbe essere la chiave di volta per la patria del Tai Rosso. Ovviamente non potevo esimermi dal fargli qualche domanda in merito.

Giovanni il tuo nuovo incarico come direttore del Consorzio Vini Colli Berici è stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Sei stato per 12 anni una delle anime del Consorzio di Soave, instancabile promotore e divulgatore di quella denominazione. Adesso non potrai più andare a lavorare a piedi o in bicicletta, sei costretto a prendere la macchina. Un cambio di prospettiva in tutti i sensi, pensando anche al fatto che da una terra di grandi bianchi, con l’autoctona è affermatissima Garganega a farla da padrona, ti ritrovi in una denominazione a matrice rossista, con un autoctono da far conoscere come il Tai Rosso e i vitigni internazionali, come il Carmenere, il Cabernet Sauvignon e il Merlot, che nei Colli Berici si esprimono al meglio e che meriterebbero maggiore attenzione da parte della stampa specializzata.  Una bella sfida, non c’è che dire. Raccontami il perché di questa scelta di cambiamento e quali sono le tue aspettative.

I dodici anni trascorsi a Soave sono stati importanti per capire molte dinamiche del mondo del vino da un punto di vista differente, direi privilegiato. E’ stata una grande scuola. Credo comunque che i cambiamenti siano sempre utili per trovare nuovi stimoli, allargare le proprie competenze (come in questo caso) e, perché no, imparare molte cose nuove. Chi mi ha preceduto qui a Lonigo ha fatto un buon lavoro, sta a me cercare di essere all’altezza. Le mie aspettative sono quelle di far conoscere di più e meglio questo territorio e questi vini soprattutto al di fuori dei confini provinciali e regionali. Il potenziale per produrre vini rossi di grande carattere mi sembra notevole, basti pensare ai Tai Rosso, ai Carmenere e a certi Merlot che ho avuto modo si assaggiare, anche se non mancano espressioni bianchiste di pregevole fattura.  

Come ti sei mosso e come ti stai muovendo in queste prime settimane dalla tua nomina? Quali saranno i tuoi obiettivi a breve, medio e lungo termine?

Dal punto di vista operativo, in questo primo periodo, sono stato impegnato nel concorso Grenaches du Monde che si è tenuto in Sardegna, dove ero invitato in qualità di commissario di giuria, oltre che come ambasciatore del Tai Rosso (che appartiene alla famiglia dei grenaches/garnacha/cannonau). Inoltre è fondamentale conoscere meglio le aziende, i vini e il territorio. Ora stiamo lavorando su due impegni promozionali ormai prossimi, ovvero la Fiera di Lonigo e il Vinitaly. La prima si terrà a fine marzo, la seconda a inizio aprile. Inoltre tra maggio e giugno verrà creata l’Enoteca dei Colli Berici presso la sede del Consorzio a Lonigo, un’importante novità che caratterizzerà in maniera importante le attività a partire dal secondo semestre di quest’anno. Per quanto riguarda gli obiettivi a medio-lungo termine, stiamo pianificando una serie di degustazioni tematiche dedicate ai Colli Berici, da tenere in diverse città del nord Italia. A livello di stampa specializzata, quest’anno ci muoveremo principalmente sul fronte inglese.

Giovanni i tuoi vini del cuore?

Per me la cosa più importante non è che cosa bevi ma dove e con chi lo bevi.

Non ti nascondo che dopo averti conosciuto, ormai qualche anno fa, ti  ho subito ribattezzato fratello Gallagher. Mi è sembrato di cogliere una certa sembianza sia con Liam che con Noel, forse dovuto anche a quel tuo modo di fare che ricorda più quello di una rock star che quello di un enologo; ti ritrovi in questa descrizione, un po’ ci ho preso? Che rapporto hai con la musica?

Caro Michelangelo, proprio ieri sera una produttrice di Soave con cui bevevo l’aperitivo mi ha confessato la stessa impressione, usando le tue stesse parole. Credo che ciò derivi dal fatto che ho suonato il basso per tantissimi anni con varie band, passando per generi che vanno dall’hardrock al punk-hardcore, e probabilmente questa attitudine affiora nell’estetica con cui mi pongo, talvolta. E’ stato un percorso molto utile soprattutto per superare certe timidezze di fronte a tante persone.  Poi, visto che citi gli Oasis, tempo fa una Master of Wine mi ha raccomandato di parlare in inglese più lentamente durante le presentazioni, perché le sembravo uno di Manchester (per coincidenza la città natale dei Gallagher). Non credo si trattasse di un complimento, in ogni caso.

 

Giovanni Ponchia è enologo dal 2001, ha lavorato in alcune aziende in Toscana, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Dal 2005 al 2016 ha lavorato presso il Consorzio Tutela Vini Soave, curando i rapporti con la stampa specializzata italiana e straniera, organizzando degustazioni e promuovendo studi e sperimentazioni di interesse per la denominazione. È autore del volume “I Grandi Cru del Soave” con Massimo Zanichelli (2008) è anche coautore in diverse altre pubblicazioni di carattere scientifico e divulgativo. Da gennaio 2017 ricopre l’incarico di Direttore del Consorzio Vini Colli Berici e Vicenza.

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Slawka G. Scarso

Con Slawka (Suafca) G. Scarso condivido uno dei  ricordi più belli legati a questa mia passione per il vino. Era il 2012 ed era di maggio. Davide Bonucci, coadiuvato dall’indimenticato e indimenticabile Simone Morosi, convoca un manipolo di blogger e giornalisti per approfondire le potenzialità della Vernaccia di San Gimignano confrontandola con alcuni vini bianchi italiani e non solo. Naturalmente si va oltre. L’incontro diventa happening ed infine  festa. Oltre ai paladini della Vernaccia di San Gimignano (Mattia Barzaghi, Alessio Logi, e altri) ci sono anche due  fuoriclasse assoluti come Walter Massa e Giovanna Maccario: Walter per raccontarci la sua idea di Timorasso e Giovanna perché, dopo tanti bianchi, i suoi magnifici Rossese erano il giusto corollario per quella memorabile giornata . Si beve, si discute, c’è amicizia e condivisione. Da allora con Suafca non ci siamo incontrati tanto spesso; Vinitaly e poche altre occasioni, comunque l’ho sempre seguita nelle sue fatiche letterarie non solo legate al vino. Alla vigilia dell’uscita della seconda edizione di Marketing del vino, la prima, che tanto successo ha avuto era del maggio 2014, mi sono reso conto che c’era l’urgenza di ritrovarla, cogliendo l’occasione  per rivolgerle alcune domande.

Sono passati quasi tre anni dalla prima edizione di Marketing del vino, adesso sta per arrivare la seconda: Com’è cambiato, nel frattempo, il mondo del vino?

Credo si stia manifestando una tendenza all’accorpamento. Una dozzina d’anni fa, quando mi sono affacciata per la prima volta a questo mondo, di gruppi del vino in Italia ce n’erano pochissimi, oggi è più comune. E capita anche che ci siano aziende magari straniere che investono in Italia. Anche tra le aziende di cui ho parlato nella prima edizione qualcuna è cambiata di proprietà. Segnale preoccupante? Non saprei, forse è più il segnale che anche in un settore come questo, legato alla terra che pretende ritmi lenti, si deve comunque stare attenti a come evolve il mondo attorno a noi. Nessuna azienda è un’isola a se stante. Tutti noi nel settore, aziende, professionisti, consulenti e blogger dobbiamo avere coscienza di ciò che c’è attorno. E i cambiamenti spesso sono più veloci di quanto la vigna non ci abbia abituato a pensare.  Al tempo stesso le piccole aziende credo siano più coscienti del loro ruolo di nicchia e stanno lavorando bene per valorizzarlo. Penso a progetti come FIVI, ad esempio. Speriamo solo non soffochino sotto il peso della burocrazia.

 Quali sono le principali novità della seconda edizione di Marketing del vino e, visto il successo della prima edizione, quali obiettivi ti sei data.

Rispetto alla prima edizione ho cercato di approfondire ulteriormente la prima parte, quella relativa al marketing “tradizionale”. Inoltre ho prestato maggiore attenzione all’e-commerce, che dalla prima edizione si è andato ulteriormente sviluppando, così come alle evoluzioni nei vari social network – incluso Vivino, che quando uscì il libro non aveva ancora la risonanza di oggi. Inoltre ho aggiornato tutti i casi aziendali. Alcuni sono gli stessi, con dati attuali, altri sono nuovi. Come nella precedente edizione ci sono aziende piccole e grandi, strade del vino che lavorano bene (un’eccezione, ahimè), consorzi di tutela virtuosi e anche progetti di e-commerce come Vinix.  La prima edizione mi ha dato grande soddisfazioni e una credibilità che da solo il blog non mi poteva dare. Oggi ad esempio se faccio parte del corpo docenti del master in Vini italiani e mercati mondiali al Sant’Anna di Pisa, è anche grazie a questo libro. Per il futuro… Spero si riesca a tradurre il volume. Tradurre un libro dall’italiano in altre lingue è complesso e per niente scontato, anche quando un libro va bene, ma insomma, incrociamo le dita.

 Qual è Slawka lo stato dell’arte dell’informazione enogastronomica italiana on line? In particolare mi interessano I blog (scusa per il termine obsoleto).  A me sembra che abbiano perso il dinamismo che avevano qualche anno fa o per lo meno quasi tutti i blogger (scusa ancora) storici non scrivono più o centellinano i loro interventi. Jacopo Cossater, ad esempio, ha scelto la strada della newsletter. Sinceramente non trovo confortante tutto ciò, perché sono assolutamente convinto che dei blogger (sono recidivo) seri e preparati il mondo del vino abbia maledettamente bisogno; naturalmente come facilitatori, senza nessuna velleità di influenzare chicchessia,  tu come la vedi?

Condivido la tua sensazione. E anzi mi includo nel gruppo di quelli che scrivono di meno anche se nel mio caso il motivo principale è dato dal fatto che sto scrivendo molto anche altrove. Credo che i blog abbiano subito il colpo dei social network che se da un lato aiutano a rendere più visibili i contenuti, dall’altro hanno spostato e disperso la conversazione: quando commenti un post, oggi, è più facile che tu lo faccia direttamente su Facebook, e non sul blog. Però, un po’ come il sito, credo che il blog resti un punto di riferimento. I contenuti che pubblichiamo sui social scorrono velocemente e si perdono. Quelli che pubblichiamo sul nostro blog saranno più fruibili anche in futuro. Anche quando questo o quel social network sarà passato di moda.  Di positivo c’è che alcuni italiani stanno iniziando a scrivere anche in inglese, a raccontare il vino italiano anche fuori dai nostri confini, ma da un punto di vista da “insider”. Anche blogger agli esordi. È la direzione che voglio prendere anch’io ora – e anzi lo scrivo proprio come scommessa con me stessa, perché ora dovrò onorare un proposito detto ad alta voce

Marketing del Vino – Seconda edizione

Quello del vino è uno dei settori trainanti del Made in Italy e dell’agroalimentare, un settore con grandi potenzialità di crescita che sta vivendo negli ultimi anni anche un’ulteriore evoluzione dell’offerta enoturistica. Se il mercato domestico è già maturo e richiede nuove strategie per emergere rispetto alla massa, soprattutto ora che le guide del vino influiscono meno sul mercato, i mercati internazionali, richiedono iniziative capaci di raggiungere consumatori e importatori anche molto distanti. Chi opera in questo settore deve quindi dotarsi di strumenti innovativi per affrontare il mercato nel modo più efficiente. In particolare, sfruttando i nuovi media oggi anche una piccola azienda vitivinicola può guadagnare visibilità per promuovere sia i propri prodotti sia i servizi di accoglienza. Questo libro è un compendio che, partendo dalla teoria, vuole andare oltre offrendo consigli pratici ai piccoli e grandi produttori, prendendo spunto da esperienze concrete per dare al lettore esempi utili da seguire e applicare alla propria realtà. Al tempo stesso il volume può essere uno strumento utile anche alle tante altre figure che oggi cercano di completare la propria preparazione nel settore: dagli agenti e rappresentanti agli enologi e agronomi, fino agli studenti dei corsi di marketing del vino e wine business.

Edizioni LSWR  – Pagine 300 – prezzo 34,90

Slawka (Suafca) G. Scarso

Consulente in comunicazione enogastronomica e delle arti e docente di marketing del vino e strategie online applicate al vino presso la LUISS Business School (corso di alta formazione in Food & Beverage Management), l’Università di Salerno (corso in Wine Business), la Fondazione Edmund Mach (Master in Wine Export Management) e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (Master in Vini Italiani e Mercati Mondiali). Ha collaborato a numerose testate specializzate tra cui BibendaDuemilaviniBargiornaleViniTigulliovino e tenuto docenze in vari corsi sul marketing del vino e del turismo, in Italia e all’estero. Dal 2005 cura il blog Marketingdelvino.it che si occupa di vino, agroalimentare e turismo e della loro comunicazione, online e offline. Nel 2010 ha pubblicato per Castelvecchi Editore il vino a Roma, guida alle migliori aziende vinicole del Lazio e ai locali dove bere bene nella capitale. A ottobre 2011 ha pubblicato, sempre per Castelvecchi Editore, Il vino in Italia, regione per regione guida narrata al turismo del vino. È una guida narrata, in cui si raccontano le storie di un centinaio di produttori visitati durante il 2011 in giro per l’Italia, scelti soprattutto tra aziende a conduzione familiare. Nel 2014 ha pubblicato il manuale Marketing del vino, Dalle etichette ai social network,la guida completa per promuovere il vino e il turismo enogastronomico per edizioni LSWR. Nel 2015 ha pubblicato Marketing del gusto, una sorta di spin off di Marketing del vino, scritto assieme a Luciana Squadrilli e uscito sempre per Edizioni LSWR. Scrive anche narrativa. Nel 2014 è uscita la racconta di racconti noir e umoristici Mani buone per impastare per Blonk. Tra il 2014 e il 2015 sono usciti anche tre brevi gialli nella collana di letture graduate Giallo all’Italiana di Difusiòn – Casa delle Lingue intitolati: Il drappo scomparso, Il kimono di Madame Butterfly e Barocco siciliano.

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Sabato 11 febbraio 2017 si è conclusa un’intesa edizione (la quinta) del concorso internazionale Grenaches du Monde, quest’anno svoltasi in Sardegna tra Alghero, Nuoro e Cagliari.

Il grenache affonda le sue radici nel Mediterraneo: Spagna (Garnacha o Garnatxa), Francia (Grenache) e Italia (Cannonau, Tai rosso) sono i paesi dove è maggiormente coltivato ma, secondo alcune recenti scoperte archeologiche, sarebbe stata proprio la Sardegna la culla di questo vitigno da noi noto come Cannonau. Pur con diversi nomi, è ormai conosciuto in tutto il mondo, come dimostra la partecipazione al concorso di produttori provenienti dalle lontane Australia e Sud Africa. Anche il numero dei Paesi coinvolti aumenta di anno in anno: la new entry di questa edizione è il Libano.

Il concorso internazionale organizzato dal Conseil Interprofessionnel des Vins du Roussillon (CIVR) e per questa edizione con la Regione Sardegna, attraverso l’Agenzia LAORE, e con la collaborazione (tra gli altri) di Unioncamere e dei Comuni di Cagliari, Alghero, Nuoro e Barumini, ha assegnato  213 medaglie. Nello specifico, i cento giurati del concorso hanno premiato 213 vini tra i 684 campioni analizzati provenienti da 8 diversi paesi. Tra i riconoscimenti, 104 sono state le medaglie d’oro, 87 quelle d’argento e 22 quelle di bronzo.  All’Italia, pari merito con la Francia, sono andate in tutto 51 medaglie, di cui 44 alla Sardegna. Alla Spagna sono invece state assegnate ben 108

In dettaglio:

 SPAGNA                      55 oro,   41 argento,   12 bronzo – per un totale di 108

FRANCIA                     28 oro,   22 argento,     1 bronzo – per un totale di 51

SARDEGNA                 18 oro,   21 argento,     5 bronzo – per un totale di 44

ALTRE ITALIA     3 oro,     3 argento,      1 bronzo – per un totale di 7

MACEDONIA                                         1 bronzo

AUSTRALIA                                           1 bronzo

SUD AFRICA                                          1 bronzo.

 Durante la serata finale è stato consegnato ufficialmente il testimone per l’organizzazione del concorso internazionale alla Catalogna, che si svolgerà ad aprile del 2018 nella Regione di Terra Alta, zona dove si coltiva il Grenaches bianco.

Per quanto riguarda l’Italia le medaglie d’oro sono state assegnate a:

Sardegna

  1. ALGHERO ROSATO – 2016 TENUTE SELLA & MOSCA Alghero Rosato – Rosé
  2. ARGEI – 2015 ARGEI LE FATTORIE RENOLIA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  3. CHUERRA – 2014 VITIVINICOLA NTICHI PODERI JERZU DOC Cannonau Di Sardegna Riserva JERZU – Rosso
  4. COSTERA – 2014 ARGIOLAS DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  5. DICCIOSU – 2015 CANTINA LILLIU DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  6. DOLIA – 2015 CANTINA SOCIALE DI DOLIANOVA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  7. FUDÒRA – 2015 Società agricola Pranu Tuvara DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  8. FUILI – 2012 Cantina Sociale Dorgali IGT Isola Dei Nuraghi – Rosso
  9. HORTOS – 2011 Cantina Sociale Dorgali IGT Isola Dei Nuraghi – Rosso
  10. IRILAI – 2013 CANTINA SOCIALE OLIENA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  11. LE SABBIE – 2013 MELONI VINI DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  12. NEALE – 2015 Cantine di Orgosolo DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  13. NOAH – 2013 Cantina di Monserrato DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  14. SENES – 2013 ARGIOLAS DOC Cannonau di Sardegna Riserva – Rosso
  15. TENUTE DELOGU – 2013 TENUTE DELOGU AGRICOLA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  16. VASCA50 – 2012 MELONI VINI IGT Isola Dei Nuraghi – Rosso
  17. VIGNARUJA – 2013 CANTINA SOCIALE IL NURAGHE DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso
  18. VIGNE RADA ALGHERO – 2015 VIGNE RADA ALGHERO DI CARDIN NADIA DOC Cannonau Di Sardegna – Rosso

Veneto

MONTEMITORIO DAL MASO – 2015 DAL MASO AZIENDA AGRICOLA Tai Rosso DOC Colli Berici – Rosso

Umbria

DIVINA VILLA RISERVA – 2014 – CANTINA DEL TRASIMENO – DOC Colli del Trasimeno – Rosso

Emilia Romagna

SPILLONE – 2014 – SOCIETÀ AGRICOLA BULZAGA – IGP Ravenna – Rosso

Elenco completo dei vincitori

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Il vino per tutti, un’idea che mi è molto cara. Lontano da degustazioni mirabolanti, roboanti e alla fine spesso sterili; che hanno il solo obiettivo di allontanare invece che di attrarre. Nessuna insidia quindi per chi vuole avvicinarsi al vino semplicemente per piacere, per necessità di scoperta di storie e di luoghi. Proprio questo il contesto che ha visto il Cheese Bar dei Perenzin, storica famiglia trevigiana di produttori e affinatori di formaggi, affollato, più che da sommelier, da appassionati desiderosi di conoscere vini e cibi de la Tuscia. Organizzava Lionella Genovese, instancabile promotrice in Veneto (e non solo) delle eccellenze enogastronomiche italiane. Naturalmente a raccontare la sua Tuscia per diritto di nascita Carlo Zucchetti. Ma cosa si è bevuto e quali cibi hanno sorpreso e deliziato palati? Forse prima è meglio contestualizzare quell’antica terra di Etruschi. La Tuscia era la denominazione attribuita all’Etruria dopo la fine del dominio etrusco, in uso dalla Tarda antichità e per tutto l’Alto Medioevo. Il termine Tuscia deriva dal latino tuscia (si pronuncia tuskia), il territorio abitato dai Tusci, cioè dagli Etruschi, plurale del latino tuscus, contrazione di etruscus. Da Tuscia, sinonimo di Etruria, derivano il nome della regione Toscana e il nome del comune di Tuscania in provincia di Viterbo. In epoca medievale, e fino a tutto l’Ottocento, Tuscia era usato come sinonimo, oltre che di Etruria, anche di Toscana. Nell’uso contemporaneo il nome Tuscia è anche utilizzato per indicare i territori dell’Alto Lazio e delle aree confinanti di Toscana e Umbria. Sappiamo quanta importanza avesse il vino nella vita degli Etruschi e pertanto la vite in queste zone è diffusa da millenni. E oggi? Questo territorio, grazie ad un crescente numero di produttori appassionati sta godendo di una sorta di rinascita con gli autoctoni a farla da padrona. L’area che va dal Lago di Bolsena a Civitella d’Agliano fino a orvieto è terra d’elezione del Grechetto e di straordinari muffati, vista l’influenza del clima umido dovuto per l’appunto al Lago di Bolsena e alla diga di Corbara. L’altra zona di grande interesse è situata attorno a Gradoli famosa per l’Aleatico. Ovviamente non possiamo dimenticare l’Est! Est! Est! Tra le prime Doc italiane (istituita nel 1966), situata nell’alta Tuscia, in particolare nei comuni di Montefiascone, Bolsena, San Lorenzo Nuovo, Grotte di Castro e Gradoli. Sempre nell’area dell’alta Tuscia si trovano vitigni a bacca bianca altrettanto interessanti come il Procanico (Trebbiano toscano), il Trebbiano giallo, la Malvasia e il Roscetto. Per i vitigni a bacca rossa abbiamo il Sangiovese, il Canaiolo, il Violone e l’internazionale Merlot. Per la degustazione Carlo Zucchetti ha preferito concentrare l’attenzione su una notevole selezione di vini bianchi, senza dimenticare ovviamente un grande muffato. Partendo dall’inatteso Brut Metodo Classico 2011 Decugnano dei Barbi (50% Chardonnay 50% e Pinot Nero 50%) che, oltre all’ottimo rapporto qualità prezzo, vanta anche la primogenitura per il Metodo Classico umbro. Passando poi al Procanico I.G.T. Lazio 2015 Trappolini (Procanico 100%), all’Est! Est! Est! Di Montefiascone Classico DOP Foltone 2015 Cantina Stefanoni (Roscetto 50%, Trebbiano 30%, Malvasia 20%); al grande Grechetto di Civitella D’Agliano IGT Poggio della Costa 2015 di Sergio Mottura (Grechetto 100%), il mio preferito della serata assieme all’Orvieto Classico Superiore DOC Terre Vineate 2015 di Palazzone (Procanico 50%, Grechetto 30%, Verdello, Drupeggio, Malvasia 20%).Passando anche per un affascinante Ferentano IGP Lazio Bianco 2013 di Falesco (Roscetto 100%). Una menzione a parte merita l’Orvieto Classico Superiore DOC Muffa Nobile Calcaia 2013 di Barberani (Grechetto 80%, Procanico 20%). I vigneti si trovano attorno al Lago di Corbara e per la raccolta delle uve sono necessarie almeno cinque o sei vendemmie successive, ripetute in tempi diversi, distribuite tra ottobre e dicembre. Il fine è di raccogliere solo le uve attaccate dalla muffa “Botrytis Cinerea” che, se si manifestano particolari condizioni atmosferiche si trasforma in “Muffa Nobile”. Nonostante esistano vini come il Calcaia continuiamo a vivere di sudditanza psicologica nei confronti del Sauternes. A testimonianza di quanto la Tuscia sia un giacimento enogastronomico inestimabile non posso esimermi dal citare i cibi che hanno accompagnato il nettare di bacco: in primis i formaggi dei fratelli Pira. I Pira sono una famiglia di sardi trapiantata nell’alto viterbese dagli anni cinquanta, che a Farnese ha messo su una fattoria di oltre 200 ettari dove si allevano dai maiali di cinta senese, alle pecore, alle capre, ai conigli. Ogni membro della famiglia ha un ruolo all’interno dell’azienda, che ricopre in modo impeccabile, a partire dal capo stipite che alla veneranda età di oltre ottant’anni, guida un gregge di pecore di circa 1000 capi. Per non parlare poi di quegli artisti della norcineria che sono i fratelli Stefanoni di Viterbo, produttori della Susianella di Viterbo salume di origine etrusca, dal sapore antico. È il caso di dire che il coppiere Martino nell’anno 1111 ci aveva visto davvero giusto: Est! Est! Est!

Fonti: http://www.meteomarta.altervista.org/portale/la-tuscia-e-lalta-tuscia

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di Irene Graziotto

Zachary Sussman

Italy is the first wine supplier for the USA market (followed by Chile) and even though 2016 seems not to have been as positive as predicted, still, there has been a +1,8% rise in Italian export value for the first 9 months of the year despite the decrease of 1% in volume (source: Wine and Food Institute).

According to Lucio Caputo, President of Italian Wine Food Institute, Italy needs a restyling of its image in order to increase the perceived value of national wines. We asked one of the most renowned writer over sea to understand which kind of perception, before even speaking of real value, USA drinkers have of Italian wines.

Zachary Sussman is a Brooklyn-based wine writer, educator, and consultant. He is the New York wine columnist for Punch, an independent, online magazine in collaboration with Ten Speed Press. His work appears in such publications as SaveurThe Wall Street Journal MagazineBon Appétit, Wine & Spirits MagazineBeverage MediaTasting Table, and Wine-Searcher.com, among many othersand has been mentioned in the “What We’re Reading” section of the New York Times Diner‘s Journal. He was selected as the 2016 Emerging Wine Writer of the Year at the Louis Roederer International Wine Writers’ Awards in London.

Wine trends: there is a lot of changes all over the world. Which ones do you consider to be the most relevant?

“This is a very broad question, but I think that in general the wine culture is shifting away from placing value on technological or “modern” winemaking (ie, wine as a luxury commodity) towards the embrace of “low fi” or more traditional practises (wine as an agricultural product expressive of place)  Another way to say this is that “artisanality”— the elevation of the pre-industrial, heirloom, indigenous, and hand-made— is evolving into the new form of luxury. We see this with the rise of interest in categories like grower Champagne and “natural” wine, as well as the reclamation of formerly neglected native varieties and pre-industrial styles like “col fondo” in Prosecco or skin-macerated “orange wine” from Fruili and Slovenia”.

How the image of Italy is changing in USA, if it is changing at all?:

“It’s hard to generalize about Italy as a whole, but one thing I’ve noticed is the overwhelming ascension  of Piemonte, which seems to have dethroned Tuscany in the minds of many sommeliers and industry professionals. This development relates back to the rise of the “artisanal” narrative I mentioned earlier. With its independent family-run estates and various micro-climates, Piemonte culturally aligns with our romantic conception of the winemaker as a rustic, terroir-conscious “farmer,” whereas Tuscany signals more of a slick corporate image. On a broader level, however, I think we’re finally learning to appreciate and understand all of Italy’s diverse viticultural heritage— not just a few key celebrated regions. Among many others, there’s now serious interest in exploring regional, terroir-expressive wines from Campania, Liguria, Alto Adige, Friuli, the Val d’Asote, Lombardy, Umbria, and (perhaps most of all) Sicily. To that end, Etna in particular has emerged as one of the most exciting discoveries of recent years, and has even acquired a cult following”.

USA is Italy hugest market even though we are pressed from above by France and from the bottom by Chile. It has been said that we miss an efficient positioning strategy. Would you agree with this statement? Or do you think we face other problems?

 “Again, it’s difficult to generalize about all of Italy; it’s also hard to make generalizations about the US market, as there really isn’t a single US market: there are several different markets operating within the United States. The answer to this really depends upon which segment of the market you’re trying to reach (the mass market? high end wine?). That said, while French wine might still be more popular or recognizable to the average American consumer, I believe that this is an extremely exciting time for Italian wine, as there is more room for it to grow. In that regard, at a time when American drinkers are more curious and willing to experiment than ever before, Italy’s diversity represents its biggest asset”.

The Prosecco wonder: how much the average NY person knows the difference between the Doc and the 2 Docg?

“I’ll be honest: the average American consumer– even in an extremely sophisticated market like in New York’s– knows absolutely nothing about the differences between the different appellations of Prosecco. The distinction is completely lost on most wine drinkers, as the overwhelming majority of them think of Prosecco as a style of wine, rather than an agricultural product that comes from a specific region in Italy. It’s almost as if Prosecco has become its own international brand, which is unfortunate, as the region offers so much more than the cheap, industrially-produced expressions that have transformed it into a global phenomenon”.

Wine Trends in New York: what’s cool right now?

 “We tend to cycle through wine trends so frantically in New York that the moment you define something as “cool,” the wine culture has already embraced the next “big thing.” First it was France’s Jura region, then “orange” wine, sherry, the “New California” movement, pétillant naturel and other ancestral method sparklers, and more recently wine from Georgia, Hungary, and others parts of Eastern Europe. On a “macro” level, I believe this speaks to a larger trend, which might be called the “hipster effect”: obscurity has become the new form of exclusivity, and everyone is eager to be the first to discover or reclaim a new trend. In many ways, it’s the same kind of “status seeking” that always informed the wine world, just transposed to a different set of values”.

Wine writing: how is it changing over the years?

 “My hope is that wine writing has become more ambitious and wider in scope. Rather than care about a generic tasting note or how many points a wine received, readers today want to be clued into a wine’s social and historical relevance: who made it, how it relates to culture of the place where it was grown, why it matters and what it has to say. My favorite wine writers are trying provide a context for some of those bigger questions. At the same time, now that there are so many blogs and online sources of information about wine, the field has become so much more open and democratic; the hierarchical era of the formal wine critic handing down his or her judgement to the masses is fortunately coming to an end. I don’t think that we’ll ever again see a single critic wield the same level of influence as Robert Parker did, for example, during the 1990’s and early 2000’s”.

Finally, your favourite wines?

 “Impossible to say! It entirely depends upon what I’m having for dinner. I will say, however, that I’ll never turn down a glass of Champagne or mature Nebbiolo. And France’s Loire valley, in general, is an ongoing obsession of mine”.

La traduzione dell’articolo in italiano è disponibile al seguente link:

intervista a Zachary Sussman

 

 

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All’ingresso della Cantina Visintini, a Corno di Rosazzo, c’è una sorta d’icona in ceramica con su scritto “In quest’azienda si produce Friulano”.  In quella piastrella attaccata al muro, è racchiuso tutto l’orgoglio dei Colli Orientali del Friuli: produciamo il nostro vino simbolo, il Friulano (Tocai per i romantici) e ne andiamo fieri. Le voci che dai Colli arrivavano in pianura raccontavano di espianti per questo mito dell’enologia friulana invece, nel biennio 2014/2015 c’è stato addirittura un aumento pari al 6% sulla superficie dichiarata, si è passati da 279 ha del 2014 a 296 del 2015, ma non è tutto. A Spessa di Cividale, nei vigneti de La Sclusa si sta compiendo un piccolo miracolo, una sorta di rinascita: nel 2012 sono stati piantati 12 biotipi di vecchie viti di Tocai e presto si etichetteranno le prime bottiglie. A chi ha avuto la fortuna di assaggiarlo in anteprima ha riportato alla memoria antiche suggestioni e soprattutto il ricordo di quel Tocai che si beveva nelle vecchie osterie di paese. I Colli Orientali del Friuli, ovviamente, sono anche tanto altro. Gli oltre 2000 ettari vitati di questo territorio sono stati ribattezzati “Parco della vite e del vino”, un progetto che mira a garantire alla vitivinicoltura il massimo dello sviluppo nell’ambito di una gestione integrata delle risorse economiche e ambientali, dove il turismo enogastronomico ha una parte fondamentale.
L’ambito territoriale della DOC Friuli Colli Orientali comprende la fascia collinare della provincia di Udine, ovvero, partendo da nord, i comuni di Tarcento, Nimis, Povoletto, Attimis, Faedis, la zona est di Cividale, San Pietro al Natisone, Prepotto, Premariacco, Buttrio, Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo. Anche se gli internazionali vengono qua coltivati da tempi immemorabili, sono gli autoctoni a farla da padrona, basti pensare che attualmente il disciplinare di produzione Friuli Colli Orientali annovera al suo interno il maggior numero di vitigni autoctoni in Italia. Malvasia, il Picolit, il Pignolo, il Refosco dal peduncolo rosso, la Ribolla gialla, lo Schioppettino che a Prepotto trova la sua terra d’elezione, il Tazzelenghe, il Tocai/Friulano e il Verduzzo friulano che è un vitigno decisamente da riscoprire anche nella sua versione secca. Il discorso sul“Parco delle vite e de vino” dei Colli Orientali del Friuli è talmente ampio che ci vorrebbero una serie di tomi voluminosi per trattarlo. Per chi volesse approfondire online, i riferimenti sono il sito istituzionale del Consorzio  e tutto l’importante  lavoro dell’agronomo, enologo e giornalista friulano Claudio Fabbro.  Meritano invece spazio immediato, vuoi perché poco conosciuti, oppure perché non più in ascesa come qualche tempo fa, alcuni progetti, vediamo quali:

 Il Ramandolo detto anche il Sauternes italiano

Queste semplificazioni sono sempre molto pericolose ma hanno il solo scopo di far capire il potenziale di un vino che meriterebbe di tornare alla ribalta. D’accordo, i vini dolci non hanno grande attrazione in questo momento, ma è anche vero che i viticoltori di Nimis e dintorni devono ritrovare un po’ di fiducia in se stessi perché ultimamente appaiono un po’ depressi ed è un vero peccato, visto l’oro che hanno tra le mani. Il Ramandolo è l’unico vino friulano che fin dall’antichità, porta il nome del toponimo e non quello del vitigno, come i più grandi vini del mondo.

 Il Refosco di Faedis

Nel 1998, alcuni produttori, per riscoprire e rilanciare questo vitigno autoctono, il “Refosco nostrano”, localmente detto anche “Refoscone” o “Refosco di Faedis” a rilevarne l’origine friulana, hanno deciso di costituirsi in associazione. Nel 2011 sono riusciti a ottenere il riconoscimento della sottozona “Refosco di Faedis” nella Doc “Colli orientali”. Oggi, dai 3 produttori attivi a metà anni novanta si è passati agli attuali 21 di cui 15 associati i quali imbottigliano il loro vino tutti con la stessa etichetta: nera, contraddistinta dal simbolo dell’associazione – un’aquila che vola davanti al merlo di un castello -, cambia solo il nome dell’azienda. Un grande esempio di come si possa fare squadra e non è un caso se recentemente, 30 esperti arrivati da tutto il mondo in Friuli per scoprire/approfondire i vitigni rossi autoctoni friulani se ne sono innamorati.

 Il Bio Distretto Gramogliano Friuli Colli Orientali

Un Bio-distretto è un’area geografica dove agricoltori, cittadini, operatori turistici, associazioni e pubbliche amministrazioni stringono un accordo per la gestione sostenibile delle risorse locali, partendo dal modello biologico di produzione e consumo (filiera corta, gruppi di acquisto, mense pubbliche bio). Nel Bio-distretto, la promozione dei prodotti biologici si coniuga indissolubilmente con la promozione del territorio e delle sue peculiarità, per raggiungere un pieno sviluppo delle potenzialità economiche, sociali e culturali. In località Gramogliano, nei Colli Orientali, è nato il primo Bio Distretto friulano.  Ciò che distingue ogni distretto è la propria omogeneità di offerta, coinvolgendo tutte le attività economiche e istituzionali, comprendendo quindi agricoltori, produttori, operatori turistici, strutture ricettive e amministrazioni sia pubbliche sia private, ove il modello biologico, con la sua filiera corta, si promuove e fa sistema.
La salute al primo posto, prodotti genuini – non trattati – frutti di una terra ancora sconosciuta ai più, ove metodologie di allevamento e coltivazione seguono ancora antiche tradizioni che in questa terra di confine non sono state erose dalla modernità e dalla coltura spinta.

I video approfondimenti

Germano Zorzettig (La Sclusa) racconta del Friulano (Tocai) ottenuto da antichi vigneti

Discutendo di Ramandolo con Ivan Monai, Sandro Vizzutti, Paolo Ianna e Michele Pavan

Marco Sara vignaiolo a Savorgnano del torre

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