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209558653_10222794331480570_6373761088011333846_nVenezia e il vino, un legame indissolubile e avvincente, dove storia e leggenda spesso convivono, regalando al viaggiatore una prospettiva nuova per scoprire i tesori enogastronomici della Serenissima e del suo entroterra.  Quantomeno curioso se pensiamo che i veneziani erano noti nel Medioevo in quanto gente che: “Non arat, non seminat, non vindemiat” come citava un anonimo nell’ Honorantie civitatis Papie pubblicato nell’XI secolo. Venezia però nel suo massimo splendore è regina nel commercio, possiede il monopolio negli scali marittimi più importanti del Mediterraneo orientale e proprio dal Peloponneso, dalla città portuale di Monemvasia, arrivò la Malvasia, il vino che fece la fortuna dei mercanti e degli osti veneziani. Con il nome di malvasie, infatti, erano conosciute le rivendite di vino straniero, molto più costoso alla mescita del vino locale. L’espansione della Repubblica in terraferma, tra il XIII e VX secolo farà da volano alla produzione vitivinicola veneta, che ancora oggi vanta il primato di regione più produttiva d’Italia.

Il Consorzio Vini Venezia che racchiude ben 5 denominazioni: DOC Venezia, DOC Lison-Pramaggiore, DOC Piave e le DOCG Lison e Malanotte del Piave, con un attento lavoro di valorizzazione, promozione e diffusione delle denominazioni da un lato, e un lavoro di valorizzazione del distretto d’area rurale e dei percorsi culturali, enoturistici ed enogastronomici corredata da un’intensa attività di editoria dall’altro, sta facendo rinascere l’attenzione per le terre di quella che fu la Repubblica della Serenissima e che vedono proprio nella città lagunare, patrimonio dell’umanità, il fulcro di tutto il progetto.

Il Giardino Mistico

Il Giardino Mistico

A testimonianza di ciò, negli ultimi anni è nata una manifestazione come Feelvenice che ha lo scopo di approfondire la conoscenza del patrimonio artistico inestimabile di Venezia legandolo ai percorsi enogastronomici e alle degustazioni organizzate in collaborazione con AIS Veneto. Visite a calli, campi, campielli, sottoporteghi e tutti quei luoghi che raccontano un legame indissolubile tra la Serenissima e il vino, che si concludono con una visita all’incantevole Giardino Mistico del convento dei Carmelitani Scalzi, adiacente alla stazione ferroviaria Santa Lucia. Dietro la chiesa dedicata a Santa Maria di Nazareth, è custodito un orto protetto da alte mura, dove i frati coltivano erbe e fiori dal profondo valore simbolico-religioso, come la Melissa moldavica, da cui sin dal 1710 si estrae il prezioso olio essenziale, ingrediente di molti preparati erboristici. Nel giardino rivivono anche alcune delle più antiche viti della Serenissima, varietà storiche presenti da centinaia di anni all’interno della laguna di Venezia, recentemente recuperate dal Consorzio vini Venezia per restituire alla città il suo patrimonio viticolo. Il Giardino Mistico è aperto al pubblico solo su prenotazione, con visita guidata (per info e prenotazioni info@giardinomistico.it)

Il Consorzio Vini Venezia (http://www.consorziovinivenezia.it/)

È nato nel settembre del 2011 dall’unione strutturale e d’intenti degli storici consorzi di tutela DOC Lison-Pramaggiore e Vini del Piave DOC.
Rappresenta più di 2 mila produttori delle province di Venezia, Treviso e Pordenone e tutela 47 vini DOC e DOCG.
Un’area che abbraccia la città di Venezia vocata alla viticoltura da secoli, i cui vini sono tradizionalmente e storicamente legati alla città lagunare.
Il Consorzio tutela cinque denominazioni: le due eccellenze Lison DOCG e Malanotte del Piave DOCG, la nuova DOC Venezia e le due DOC storiche Lison-Pramaggiore e Piave.

208406100_10222794353041109_6120139924157031777_nIl territorio ove opera il Consorzio Vini Venezia comprende una vasta area che racchiude i vigneti a denominazione di Origine Controllata e Garantita Lison e Malanotte del Piave e a Denominazione di Origine Controllata Venezia, Lison-Pramaggiore e Piave.
Una zona di produzione racchiusa entro i confini geografici di tre province: Treviso, Venezia e, per una piccola parte, Pordenone.

Una distesa pianeggiante, vocata alla viticoltura da secoli, scende dai piedi delle Dolomiti alla foce del fiume Piave, per allargarsi a est verso l’estremo confine orientale della provincia di Venezia, naturalmente definito dal fiume Tagliamento, e poi giù lungo l’entroterra veneziano, inoltrandosi nella laguna di Venezia e fino a lambire le coste che affacciano sul Mar Adriatico.

DOC Venezia

La DOC Venezia comprende tutto il territorio del Piave e la quasi totalità del Lison Pramaggiore, estendendosi dunque nelle province di Venezia e Treviso, dai colli di Conegliano alla laguna di Caorle. L’origine dei suoli della pianura veneta orientale si deve alla deposizione di materiali alluvionali derivanti principalmente dallo scioglimento dei ghiacciai alpini e prealpini e successivamente dall’azione del Piave e secondariamente del Livenza. I principali vini prodotti: Bianco frizzante, Bianco spumante, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carmènere, Chardonnay, Manzoni bianco, Merlot, Pinot grigio, Refosco dal peduncolo rosso, Sauvignon, Tai.

DOC Piave

l territorio della DOC Piave è racchiuso in una vasta pianura che si estende dai confini nordorientali delle provincia di Treviso con il Friuli fino alla foce del Piave, a Cortellazzo (VE); dalle colline di Conegliano e del Montello fino al primo entroterra della città di Venezia. Questa vasta area (che rappresenta una delle Doc più estese dell’Italia settentrionale) presenta una grande varietà di terreni e microclimi, che consente di ottenere vini particolarmente differenziati tra loro da numerosi diversi vitigni. I principali vini prodotti: Cabernet Sauvignon, Carmènere, Chardonnay, Manzoni bianco, Merlot, Raboso e Raboso passito, Tai, Verduzzo.

210656090_10222794352161087_6044765669439679459_nDOC Lison Pramaggiore

La zona a Denominazione di Origine Controllata Lison-Pramaggiore si estende tra le province di Pordenone, Treviso e Venezia i cui confini sono segnati a est dal fiume Tagliamento e ad ovest dal Livenza. La Denominazione prende il nome dai paesi di Lison, frazione di Portogruaro, e di Pramaggiore, che hanno una posizione centrale rispetto all’intera area di produzione. I principali vini prodotti:  Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carmènere, Chardonnay, Merlot, Pinot grigio, Malbech, Refosco dal peduncolo rosso, Sauvignon, Verduzzo e Verduzzzo passito.

DOCG Malanotte

L’area di produzione della DOCG Malanotte del Piave inizia dove il fiume Piave sfugge alla stretta delle montagne dolomitiche e si apre alla pianura trevigiana che sconfina poi nell’entroterra veneziano. Malanotte è il nome di un piccolo borgo medievale situato a Tezze di Piave (Vazzola) nel trevigiano, cuore della produzione del vino che ne porta il nome.

La zona di produzione della DOCG Malanotte del Piave ricade su un territorio di media-bassa pianura, lungo l’asse del fiume Piave, caratterizzata da un clima tipicamente temperato, con estati calde e inverni mai troppo freddi. Le correnti d’aria fresca provenienti da nord-est fanno sentire il loro effetto con escursioni termiche notte/giorno più accentuate nella parte a nord del comprensorio. I suoli, costituiti da depositi alluvionali rilasciati dai ghiacciai prima e dal fiume Piave poi, sono considerati “caldi” poiché caratterizzati da un’altapercentuale di scheletro, con elevata profondità esplorabile dalle radici, assenza di ristagni, poveri di sostanza organica, con contenuto in elementi minerali buono e ben equilibrato, in particolare di fosforo e magnesio. I principali vini prodotti: Malanotte del Piave DOCG.

DOCG Lison

L’area dei vini a denominazione DOCG Lison è situata nella pianura a pochi chilometri dal litorale veneziano, fra i fiumi Tagliamento e Livenza, da sempre testimone della coltivazione della vite a garanzia della tipicità e della peculiarità dei vini del territorio. Una vasta campagna costellata da antiche case coloniche, paesi circondati da mura medievali e piccole città ricche di testimonianze romane.

Qui il clima è “temperato” grazie alla vicinanza del mare, alla presenza di aree lagunari e alla giacitura pianeggiante che favorisce l’esposizione dei vigneti ai venti della zona. Da nord est spira la Bora, un vento fresco e asciutto, mentre da sud-est soffia spesso lo Scirocco, caldo e umido, caratteristico di tutti i periodi dell’anno. La presenza dei venti, prevalentemente serali, abbassa di notte le temperature, favorendo l’escursione termica tra notte e giorno. I suoli dell’area sono caratterizzati dalla presenza di un sottile strato di “caranto” (carbonato di calcio) e da uno più superficiale prevalentemente argilloso, entrambi di origine alluvionale grazie all’apporto di materiale detritico da parte dei vicini fiumi. Terreni che presentano una buona capacità di riserva idrica. Essi sono inoltre caratterizzati dalla presenza di alti contenuti di elementi minerali soprattutto potassio, calcio e magnesio e da un’equilibrata dotazione di sostanza organica. I principali vini prodotti: Lison DOCG.

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I produttori della Rete

I produttori della Rete

Nell’autunno 2019, parlando con Roberto Felluga e Alessandro Sandrin, rispettivamente proprietario e enologo di Russiz Superiore, azzardavo l’ipotesi che si facesse un gran parlare di Ribolla Gialla come “The next big thing”, per dirla in italiano “La prossima grande cosa” dell’enologia del Friuli Venezia Giulia, ma che Invece ritenevo che fosse il Pinot Bianco il vero outsider, vitigno che proprio nel Collio potesse regalare prospettive inedite, facendo mio il pensiero di uno degli uomini che ha fatto la storia dell’enologia italiana, ovvero Marco Felluga, che da tempo immemore aveva visto nel pinot bianco del Collio potenzialità enormi. Roberto e Alessandro erano d’accordo anche in quel contesto non si esposero più di tanto. Con molta probabilità la rete d’impresa era in fase embrionale e non era ancora il momento di rendere pubblica la cosa. Finalmente, nel mese di giugno 2021, rotti gli indugi, la “Rete d’impresa Pinot Bianco nel Collio” si è presentata ufficialmente a Ruttars nella sede dell’azienda Pascolo.

La rete d’impresa unisce in associazione sette storici produttori del Collio: Castello di Spessa, Livon, Pascolo, Russiz Superiore, Schiopetto, Toros e Venica & venica. La rete d’impresa Pinot Bianco vuole essere un progetto innovativo promosso da cantine che credono fermamente nel in questo vitigno capace di trovare proprio nel Collio una delle sue terre d’elezione.

Collio Pinot Bianco Russiz Superiore 2019

Collio Pinot Bianco Russiz Superiore 2019

Un assaggio – Collio Pinot Bianco Russiz Superiore 2019

Dopo la raccolta, le uve vengono separate dal raspo. Il succo e la polpa subiscono una macerazione a freddo, quindi una pressatura che consente la separazione delle bucce. Il mosto ottenuto viene posto a fermentare in contenitori di acciaio. Il vino riposa per circa sei mesi sui lieviti e poi in bottiglia.

Al naso ritroviamo note intense di mela, burro fuso, fiori bianchi. Al palato entra morbido ed è subito avvolgente, chiudendo con profondità. Da bere oggi, ma da ritrovare tra vent’anni.

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199788801_10222682361401388_6522926784993950362_nDagli assaggi dei 95 Pinot Nero dell’annata 2018, giunti da ogni parte d’Italia per partecipare alle Giornate del Pinot Nero 2021 di Egna e Montagna, emerge un dato inconfutabile,  in pratica la scoperta dell’acqua calda:  i migliori Pinot Nero sono altoatesini. Ciò a conferma che il terroir è elemento fondamentale per la valorizzazione delle produzioni agricole; come dice quel grande enologo che è Roberto Cipresso: Se il terroir dei propri vigneti – inteso come la particolare ed ogni volta unica interazione tra fattori climatici e proprietà dei suoli – possiede una buona potenza espressiva ed è in grado di trasmettere la sua fedele impronta nel vino, tutte le scelte agronomiche ed enologiche dovranno essere improntate a valorizzare la sua capacità di esprimersi, così da ottenere vini irripetibili, la cui degustazione non si limiti a dare soddisfazione sensoriale ma permetta di viaggiare nello spazio, e riportare chi assaggia ad un territorio ben determinato e ad una specifica filosofia di produzione.” Queste parole sono la chiave per comprendere la motivazione del perchè  il Pinot Nero altoatesino raggiunga vette difficilmente eguagliabili per altri areali italiani. Ciò non toglie, e per fortuna, che ci possano essere degli outsaider in grado di celebrare degnamente questo nobile e difficile vitigno.

Risultati Concorso Nazionale Pinot Nero – annata 2018:

199320876_10222682366921526_1483987646261074259_nPrima di addentrarci negli esiti del concorso è opportuno segnalare alcune note metodologiche. Spesso, alla pubblicazione della classifica, c’è sempre qualcuno che si lamenta dell’assenza di famosi  nomi dell’enologia altoatesina, a questo proposito va detto che la giuria valuta solamente i Pinot Nero inviati al concorso dai produttori, ovvero da coloro che manifestano la propria disponibilità al giudizio e al confronto. Il verdetto viene espresso da una giuria composta da 35 enologi provenienti da tutta Italia che hanno degustato e valutato tutti i vini alla cieca e in diverse sequenze. I 95 produttori di vino coinvolti complessivamente al Concorso 2021 provengono da 10 regioni (Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Abruzzo), un numero mai raggiunto prima.

Questa la classifica per l’edizione 2021:

POSIZIONE PUNTEGGIO AZIENDA VINICOLA VINO DENOMINAZIONE
1 90,2 Cantina St. Michael Eppan Pinot Nero Riserva “Sanct Valentin” Südt. – A. A. Doc
2 89,1 Tenuta Ignaz Niedrist Pinot Nero “Vom Kalk” Südt. – A. A. Doc
3 89,0 Cantina Andrian Pinot Nero Riserva “Anrar” Südt. – A. A. Doc
4 88,7 Tenuta Tiefenbrunner – Schlosskellerei Turmhof Pinot Nero Riserva “Linticlarus” Südt. – A. A. Doc
5 88,4 Cantina Terlan Pinot Nero Riserva “Monticol” Südt. – A. A. Doc
Cantina Girlan Pinot Nero Riserva “Trattmann” Südt. – A. A. Doc
7 88,2 Prackfolerhof Pinot Nero “Patrick Planers” Südt. – A. A. Doc
8 87,3 Cantina Bolzano Pinot Nero “Thalman” Südt. – A. A. Doc
9 87,2 Elena Walch Pinot Nero “Ludwig” Südt. – A. A. Doc
10 86,8 Manincor Pinot Nero “Mason” Südt. – A. A. Doc
Cave Gargantua Pinot Nero “Pierre” Valle d’Aosta Doc

A margine della degustazione, va segnalata l’ottima prova di alcuni Pinot Nero non altoatesini, in particolare: Cantina di Toblino Pinot Nero “Baticòr”, Maso Cantanghel Pinot Nero “Vigna Cantanghel”, Maso Poli Pinot Nero, Tenute Lunelli Tenuta Morgon Pinot Nero “Maso Montalto”, per il Trentino. Les Cretes Pinot Noir “Revei” per la Valle d’Aosta. Azienda Agricola Segni di Langa Pinot “Gian Luca Colombo”, per il Piemonte. Opificio del Pinot Nero, Pinot Nero “Marco Buvoli”. Frecciarossa Pinot Nero “Giorgio Odero” per la Lombardia. Castelsimoni Pinot Nero “Diamante Nero” per l’Abruzzo.

Ines Giovanett

Ines Giovanett

In fine ho chiesto a Ines Giovanett, Presidente dell’Associazione Pinot Nero Alto Adige, come vede la manifestazione in prospettiva e quali sono le novità per la prossima edizione.  

La nostra manifestazione si svolge più o meno nella stessa maniera da 23 anni, non ci sono ai stati grandi cambiamenti e quindi pensiamo sia giunto il momento di cambiare alcune cose. Abbiamo visto che la modalità di quest’anno (degustazione seduta) è stata molto apprezzata e quindi pensiamo di portarla avanti anche per il futuro, soprattutto chi vuole dedicarsi e concentrarsi sul assaggio del Pinot Nero ha apprezzato molto questa modalità. Penso questi due anni di pandemia ci abbiano dato il giusto spunto per il cambiamento e quindi abbiamo decido di raccogliere le nostre idee e incorporare i cambiamenti in piccoli step nei prossimi tre anni. 

Un punto cruciale sicuramente è il concorso, purtroppo è da anni che le critiche sul concorso sono diventate più forti in quanto vincono spesso vini altoatesini nonostante la giuria sia composta da enologi di tutte le regioni partecipanti in proporzione alla quantità di vini partecipanti. Su questo lavoreremo in modo più approfondito ma sappiamo anche che questa sarà la parte più difficile. Un concorso non può mai dare un risultato definitivo quindi ci sarà sempre una critica, noi cerchiamo di fare il meglio per avere più partecipanti e riuscire a dare un giudizio più oggettivo possibile.

 

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Robert Princic

Robert Princic

Robert, 7 anni fa pubblicavo su La stanza del vino l’inchiesta “Dialoghi sul Collio” che prendeva spunto dalle parole che Marco Felluga, allora past president del Consorzio Collio, aveva pronunciato durante il Premio Collio 2014. Marco, con grande rammarico,  faceva notare che i vini del vostro territorio da qualche tempo avevano perso fascino e appeal. Sono andato a rileggermi le tue parole a corollario di tutti gli interventi dei giornalisti/addetti ai lavori che, con grande interesse, si espressero su quelle affermazioni e mi sono rimbombate nella testa, in particolare queste che risultano essere davvero lungimiranti: “Potrei dire che il Collio da un mio punto di vista in passato era di moda, oggi continua ad essere un mito. Nelle migliori carte dei vini il Collio non manca mai. Molti altri territori che sono stati di moda, oggi sono scomparsi. Le mode devono essere una preoccupazione per tutte le zone dove c’è una grande vocazione viticola.” Non credo tu abbia doti divinatorie, ma con grande saggezza e orgoglio facevi notare, in poche parole, che non sarebbe certo stata una fase di stanca a far dimenticare ai mercati e agli appassionati di tutto il mondo un territorio unico e polarizzante come il Collio.  Oggi a distanza di 7 anni e dopo molti assaggi susseguitisi nel tempo, posso affermare con certezza che il Collio si sia ripreso, e con gli interessi, il posto che merita nell’olimpo dei viticoltura mondiale. Ti chiedo se sei d’accordo con questa mia affermazione e qual è la fase che stai/state vivendo voi vignaioli del Collio, quali sono i tuoi progetti e le tue speranze a medio lungo termine.

Mi fa piacere rileggere quanto detto anni fa, ovviamente non sono un veggente, anzi, ma queste erano parole che credevo e credo condivisibili da tutti i produttori che hanno modo di visitare ristoranti nelle varie aree del mondo. Il Collio, rispetto ad altri territori che sono stati di grande moda, ha un enorme vantaggio, quello di essere un territorio che, dal punto di vista di terroir e clima, ha un potenziale produttivo di eccellenza. Negli anni passati dal dialogo che hai citato molto è stato fatto per riportare il Collio sulla bocca dei giornalisti e nell’immaginario collettivo. Il lavoro svolto sino a qui non è però sufficiente, dobbiamo portare il grande pubblico a riconoscere nel Collio quella eccellenza a livello mondiale che, sia per storia che per qualità della produzione, sicuramente è. Continuo a credere che il Collio sia rimasto un punto di riferimento, un mito e che in realtà abbia il suo posto fisso nell’olimpo. Vero è che in passato era l’unico e oggi alcuni altri territori si sono proposti e si stanno proponendo come territori importanti nel panorama della produzione dei grandi bianchi in Italia. Sono però dell’idea che l’unicità e caratterizzata  da un intreccio  di situazioni climatiche, pedologiche ma anche culturali e storiche, che rendono ogni territorio unico ed in Collio, da un mio punto di vista, l’intreccio in questione, trova la sua massima espressione.

74423357_10217692176409882_4807432807959756800_nI vignaioli del Collio, dal mio punto di vista, hanno il pregio di essere innamorati del proprio lavoro, quasi fino a non considerarlo più un lavoro, bensì una missione che vogliono portare a termine a qualsiasi costo. Credo che questo sia uno dei ingredienti che rende unico il vino.

Per darti un idea, mi capita spesso che Collio venga erroneamente scambiato per Friuli. In che senso: chiedendo anche a degli addetti al settore che aziende del Collio conoscono, nell’elenco vengono inserite molte aziende che operano su territori diversi all’ interno della regione FVG. Un po’ come succede con il Prosecco che oggi è diventato sinonimo (in modo improprio) di spumante. Chiaramente questo è un problema, però può e deve essere visto come punto di forza  dal quale partire. Significa che bisogna essere ancora più incisivi nella comunicazione e attenti ad entrare nei dettagli. Il Collio è piccolo ed è unico e questo secondo me il messaggio che noi dobbiamo dare nel raccontarlo.

Per quel che riguarda me, potrei dirti che di progetti ne abbiamo tanti. Il percorso che ci ha portato e ci ha permesso di produrre vini sempre più puliti, salubri  e sostenibili (con il percorso Biologico) è stato raggiunto. L’obiettivo che mi sono posto anni fa di produrre vini sempre più importanti e longevi rimane sempre il focus. Chiaramente ogni anno e diverso e ogni anno si continua a crescere, nella maturità ma anche nella capacità di affrontare problematiche e sfide produttive sempre nuove. Uno degli obiettivi è quello del conoscere sempre meglio i nostri vigneti, studiarli, analizzarli sotto un profilo climatico, pedologico ma anche nel capire quali sono le piante e gli insetti che vivono in simbiosi con le viti, proprio per capire quel micro cosmo che rende unico ed irripetibile ogni singolo vigneto. Logicamente tutto quello che facciamo è giusto raccontarlo e magari anche farlo vivere a tutti coloro che si avvicinano ai nostri vini e vogliono vivere l’esperienza Gradis’ciutta. Sempre più importante è per noi sviluppare l’incoming turistico e proprio in quest’ottica stiamo concludendo i lavori di restauro di una villa di campagna dell’antica nobiltà locale. Il “palazzo” come in zona abbiamo sempre usato chiamarlo, era abbandonato da decenni ed oggi sta rinascendo come struttura ricettiva d’eccellenza (almeno questo è il mio intento), dotata di 12 stanze, tre sale degustazioni e focalizzata sull’accoglienza a 360 gradi. L’idea e promuovere i prodotti del nostro territorio e tutte le attività che si possono svolgere non solo nella nostra cantina, ma in tutta la zona.

Tutte le cose di cui ho parlato sino ad ora non potranno avere alcun successo se non sapremo porre sempre il territorio prima delle singole cantine. Anni fa, quando ero un produttore alle prime armi, parlando con il Conte Douglas Attems, fondatore, anima e pilastro del Consorzio per decenni, egli mi disse una frase che per me è stata un mantra: “finchè non scriveremo Collio in grande nelle nostre bottiglie, non avremo mai capito nulla, questo è il miglior modo per dare valore al nostro lavoro e alla nostra denominazione”. Per questo, quando nel 2009 ho lanciato il Collio Riserva, vino che nasce dalle 3 varietà autoctone di questa terra (Ribolla Friulano e Malvasia), ho scelto che la denominazione avesse un font molto più grande di  quello dell’nome azienda. Questo concetto, lo considero solo un punto intermedio, anche perché i progetti per questo vino sono ancora molti, come lo sono per il nostro territorio.

193261963_10222589194072263_2895815558841756735_nI vini Gradis’ciutta nell’annata 2019 e il Collio  Riserva 2016

L’annata 2019 in Collio, dopo una primavera piuttosto fredda, è stata attraversata da un’estate siccitosa con piogge cadenzate che hanno permesso di portare in cantina uve di grande qualità che hanno donato ai vini complessità, eleganza ed equilibrio, tutte qualità confermate dagli assaggi dei vini di Robert Princic. L’alcolicità è più bilanciata rispetto al passato e la salubrità è altro importante elemento distintivo nei vini di Gradis’ciutta. L’azienda, dall’annata 2018, dopo un percorso durato 10 anni, ha ottenuto la certificazione biologica.

Malvasia 2019 Collio DOC: da uve malvasia istriana. Vinificazione in acciaio, affinamento in acciaio e bottiglia. Naso di grande impatto: camomilla, fieno, agrumi, torroncino. In bocca il vino entra morbido, fresco, accompagnato da una delicata nota sapida. Malvasia del Collio tra le più rappresentative.

Sauvignon 2019: Vinificazione in acciaio, affinamento in acciaio e bottiglia. Notevole il bouquet, di rara eleganza: fieno, sambuco, menta, pistacchio. Bocca rotonda, acidità intensa e sorso lungo, immagino con gioia una verticale con vecchie annate. Marca in maniera netta lo stile aziendale, grande mano del vignaiolo.

Chardonnay 2019: pressatura soffice, 80% in vasche di acciaio e 20% in botti di legno grande. Affinamento in acciaio, botte e bottiglia. Al naso profumi molto eleganti: torroncino, leggera torrefazione, frutta cotta. La bocca riprende il naso espandendolo. Sorso pieno, rotondo, molto lungo. Chardonnay di grande eleganza e di notevole spessore, ancora un vino di prospettiva, da riassaggiare nel corso degli anni.

Pinot Grigio 2019: Vinificazione in acciaio, affinamento in acciaio e bottiglia . Leggere note ramate. Naso profondo: nocciola, burro di arachidi, frutta cotta, camomilla. Il sorso è pieno e avvolgente e chiude lungo. Il pinot grigio di grande eleganza, qui è il terroir a fare la differenza.

Friulano 2019: Vinificazione in acciaio, affinamento in acciaio e bottiglia. Naso d’effetto: nocciola, camomilla, fieno, poi arrivano delicate note di mela matura e dattero. Grande coerenza tra naso e bocca, delicata nota di mandorla sul finale, per un tocai intenso e romantico.

Collio Riserva 2016: Vinificazione in acciaio, affina poi un anno in botte grande, in acciaio per un anno e 6 mesi e successivamente in bottiglia. Da uve friulano, ribolla e malvasia istriana e da un’annata potente e equilibrata come la 2016, arriva nel bicchiere tutta la magnificenza del Collio. Naso delicato di fiori bianchi, torroncino, frutta matura. Sorso avvolgente, scattante e vitale, ancora in divenire.

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182628835_10222434636568422_5184785087422115655_nSi dice che la pandemia rivoluzionerà il mondo degli eventi del vino, probabilmente in maniera strutturale. Quali saranno le modalità e le implicazioni di questo cambiamento epocale lo scopriremo nei prossimi mesi/anni. Eppure, nonostante la realtà sia ben nota, un filo di ansia mi assale ogni qual volta sento questi discorsi e in cuor mio spero sempre che si tratti di una sorta di millenarismo diffuso. Non posso immaginare, ad esempio, che durante l’Anteprima del Chiaretto a Lazise non potrò più bermi un calice di vino rosa lungolago, scambiando impressioni con i colleghi mentre il sole va giù, in un tramonto mozzafiato di una primavera anticipata. Adesso, almeno per quest’anno, la dodicesima Anteprima è racchiusa tutta in una scatola contenente 50 campioni di Chiaretto di Bardolino ricondizionati da Vignon in bottigliette di vetro del contenuto di 5 cl, più o meno il quantitativo servito nelle degustazioni professionali. Il primo dubbio che potrebbe sorgere, prima di approcciarsi alla degustazione, sta nella tenuta del vino in questo micro-contenitore di vetro. In realtà il Consorzio non ha lasciato nulla al caso. Prima della spedizione dei campioni alla stampa nel formato Vignon, è stato avviato un percorso di sperimentazione iniziato nel mese di settembre 2020. Prove e assaggi incrociati tra i Chiaretto ricondizionati nelle bottigliette e lo stesso vino proveniente dalla bottiglia in formato classico da 0,75 l. Sono stati fatti confronti di assaggio con le bottiglie originali per due mesi, ovvero a distanza di una settimana, di quindi giorni, di un mese e di due mesi dal ricondizionamento. Alle prove d’assaggio hanno partecipato oltre alla struttura del Consorzio di Tutela, l’enologo dell’azienda che ha prodotto il vino e il produttore stesso. Nessuno del panel, in degustazione alla cieca, ha saputo riconoscere se il campione provenisse dalla Vignon oppure dalla bottiglia classica, ergo garanzia assoluta della qualità della campionatura.

La dodicesima edizione dell’anteprima Chiaretto non verrà ricordata solo per le Vignon, ma anche perché dal 12 aprile 2021, con l’approvazione del nuovo disciplinare, l’etichetta potrà contenere la dicitura Chiaretto di Bardolino. Non solo, il nuovo disciplinare diventa più stringente e introduce l’aggettivo “chiaro” per definire il colore del vino, che pertanto non sarà più solo rosa ma dovrà essere “rosa chiaro”. È evidente che il Consorzio dovrà dare un’interpretazione alla definizione di rosa chiaro anche perché l’obiettivo, come ha detto Angelo Peretti nella videoconferenza di presentazione dell’Anteprima, non è l’omologazione del Chiaretto ma la sua identità. Un crescente numero di aziende produttrici, infatti, ha iniziato a fare “selezioni” di vigneti o di lotti d’uva destinati a un più lungo affinamento in acciaio, anfora e cemento. Va da sé che bisognerà tenere in considerazione il fatto che l’affinamento prolungato produce effetti sulla tonalità colore.

182738546_10222434637448444_8395594877542849716_nCon il nuovo Disciplinare si compie quindi un progetto che ha avuto inizio con la prima anteprima nel 2009, passando per la vendemmia 2014 dove i viticoltori del Chiaretto hanno messo in atto la Rosé Revolution, conferendo al vino un colore rosa molto pallido, note più aromatiche e floreali ed una precisa identità, rivoluzione che è stata ampiamente premiata dai mercati internazionale. Adesso iniziata una nuova fase e il futuro dovrà essere per forza rosa, ne abbiamo bisogno tutti.

La degustazione

Le condizioni climatiche del 2020 hanno consentito un perfetto sviluppo delle componenti aromatiche fruttate delle uve, che per il Chiaretto si traducono in note di agrumi e piccoli frutti rossi. Freschezza e sapidità derivano invece dal microclima del Lago di Garda. Lo stile identitario del Chiaretto di Bardolino si ritrova in quasi tutti i 50 campioni 2020 degustati alla cieca, con in più la presenza di una acidità vibrante. In taluni casi ho trovato i campioni un po’ contratti, d’altronde sono stati messi in bottiglia da poco, ma miglioreranno sicuramente con ulteriore affinamento trovando maggiore equilibrio nei prossimi mesi.

Di seguito i campioni che al momento della degustazione ho trovato più compiuti:

  • Costadoro – Chiaretto di Bardolino Classico 2020
  • Villa Medici – Chiaretto di Bardolino 2020
  • Zenato – Chiaretto Bardolino 2020
  • Zeni 1870 – Chiaretto di Bardolino Classico Anfora 2019
  • Zeni 1870 – Chiaretto di bardolino Classico Vigne Alte 2020
  • Vitevis – Chiaretto di Bardolino Cà Vegar 2020

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lungo la livenzaIl Veneto Orientale è quell’area geografica dove Venezia si potrebbe definire al tempo stesso così vicina, ma anche così lontana. Vicina per ragioni di politica amministrativa e comunque di distanza chilometrica; lontana perché i paesi che rientrano nel mandamento hanno molti elementi di condivisione culturale e sociale più affini al trevigiano e al pordenonese, invece che al veneziano. Il Veneto Orientale deve la sua notorietà internazionale al turismo balneare, note ai più sono le spiagge di Bibione e Jesolo e Caorle, quest’ultima poi meriterebbe un discorso a parte perché con le sue calli e campielli è una sorta di Venezia in miniatura. Esiste però un microcosmo, non battuto dal turismo di massa, che si identifica con il Turismo del paesaggio culturale. Proprio in questo contesto nasce il progetto “GiraLivenza”, finalizzato alla realizzazione di un percorso verde incentrato sul fiume Livenza con la realizzazione di un sistema di itinerari localizzati nei Comuni di Torre di Mosto e Caorle. Tra gli obiettivi dichiarati anche la valorizzazione dell’entroterra integrato con l’offerta balneare e la sinergia tra gli operatori economici locali appartenenti al settore agricolo, del turismo e dei servizi. Va da sé che in tutti questi ragionamenti, per l’enogastronomia, c’è un potenziale di sviluppo enorme, perché il viaggiatore/turista brama di carpire i segreti più intimi del territorio in cui si trova, e cibo e vino sono alcuni degli argomenti migliori di cui disponiamo per cogliere l’essenza più profonda di un luogo. bisat ai ferri Ne è un esempio concreto l’anguilla, “bisàt” in dialetto, che trova il suo habitat naturale proprio nelle acque del fiume Livenza. Grazie a Slow Food Veneto Orientale, con il supporto delle amministrazioni del territorio e della rete dei ristoratori locali, è nata la Comunità del bisàt della Livenza”, con lo scopo di preservare e rilanciare l’antica pesca fluviale lungo questo fiume. Il bisàt, come per le altre comunità fluviali viciniori, come ad esempio il fiume Lemene, ha rappresentato una delle più importanti forme di sostentamento dei pescatori locali. Purtroppo, nel corso degli ultimi anni questa tradizione è quasi andata perduta a causa del calo della domanda e dell’inquinamento delle acque, tanto che oggi a custodire i segreti del mestiere sono rimasti solo due pescatori. Di bisàt pare ne fosse ghiotto Ernest Hemingway, che nel 1918 ebbe a soggiornare proprio in questa zona. Il grande scrittore era arrivato nel Veneto Orientale durante la Prima Guerra Mondiale, quando giovane soldato americano, rimase ferito e fu curato a Torre di Mosto, presso il municipio, trasformato nella sede della Croce Rossa degli Stati Uniti. Questi luoghi fecero anche da sfondo alla storia d’amore, divenuta leggenda, tra Ernest Hemingway e la giovane crocerossina Agnes von Kurowsky. Agnes successivamente ridimensionò la vicenda ad amore platonico, mentre lo scrittore sostenne sempre che la loro fu una vera e propria storia d’amore.vini doc lison Qualunque sia la verità è innegabile che i due si trovassero a Torre di Mosto contemporaneamente, magari, tra una chiacchiera e l’altra, deliziandosi con una anguilla ai ferri accompagnata da un ottimo vino torresano, ottenuto dai vigneti “maritati a gelso”, come in uso all’epoca e di cui è ancora possibile trovare qualche testimonianza in località S. Elena. Oggi la zona vitivinicola si identifica con la DOC Lison Pramaggiore la quale, grazie alle nuove generazioni di viticoltori esprime un crescente potenziale qualitativo, con gli autoctoni Lison Classico, refosco dal peduncolo rosso ma anche con gli internazionali merlot, cabernet e malbech, vini che tra l’altro, proprio nell’abbinamento con il cibo trovano la loro massima espressione. Da ricordare anche l’impegno che molte cantine del territorio stanno portando avanti nell’assunzione di pratiche sostenibili, sia in vigna che in cantina, con una trentina di aziende che si sono convertite o sono in fase di conversione al biologico, aderendo, a partire dal 2016, al progetto del Bio-distretto, con sede ad Annone Veneto.

«Sono un vecchio fanatico del Veneto ed è qui che lascerò il mio cuore». Ernest Hemingway 1948.

Per approfondimenti www.giralivenza.it

Le foto della Livenza e del bisat sono tratte dalla pagina Facebook di GiraLivenza

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Scorrendo la bacheca di Facebook, di un giorno nuovo mi è comparso questo post di Stefano Cinelli Colombini: “Il cielo sopra Montalcino, l’Amiata e le nuvole che corrono. Come corre tutto, ma nessuno sembra accorgersene. Qualcuno si è accorto che stiamo sopravvivendo ad un anno in cui molti dei nostri clienti abituali non hanno comprato? Mi incuriosisce che nessuno si domandi come abbiamo fatto. Mi sono sentito in colpa. In effetti l’argomento merita un approfondimento, ma chi meglio di Stefano Cinelli Colombini poteva raccontare la vicenda con dovizia di particolari? Ecco cosa mi ha scritto.

 

Stefano Cinelli Colombini

Stefano Cinelli Colombini

Cosa è successo nel mondo del vino in questo anno di Covid? Come ne stiamo uscendo? Dovrebbe essere la domanda numero uno per i media, ma non vedo grandi inchieste. E neppure articoli. Che la comunicazione sia una delle vittime della pandemia? La realtà è che il vino è sopravvissuto ad un anno di chiusura quasi totale di molti dei canali tradizionali, eppure è evidente che la larga maggioranza le cantine è in grado di andare avanti. Certo, la situazione è a chiazza di leopardo e qualcuno se la passa male, ma in generale si va. Come è possibile? Mancano dati certi, perché nessuno si preoccupa di mettere in piedi quel sistema affidabile di statistiche che ormai è la bussola ogni settore produttivo nel mondo, ma in un anno come il 2020 solo dei pazzi potevano “guidare alla cieca” una grande Denominazione per cui noi del Brunello ci siamo ingegnati di ottenere dagli enti di controllo dei dati affidabili sulle vendite. Si, perché c’è un tipico paradosso italiano: lo Stato ha smaterializzato i registri, per cui ogni documento di vendita, trasferimento o declassamento del vino si può fare solo se si scarica anche sul server pubblico, ma da lì escono solo dati certi a livello aziendale. Non di Denominazione. Per cui chi controlla può verificare al litro quello che accade nella mia fattoria, ma i dati di Cantina Italia sulle Denominazioni non tornano. E non di poco. Si sa da anni, ma nessuno rimedia e loro continuano a pubblicarli. Vabbé, sia come sia mentre altri Consorzi emettevano comunicati stampa apocalittici su un crollo delle vendite che non c’è stato, noi abbiamo monitorato la situazione mese per mese. E siamo rimasti sbalorditi: il flusso non si è mai fermato, nonostante il lock down nazionale e poi mondiale il vino si continuava a vendere. A marzo ed aprile ci sono stati cali significativi, poi è iniziata una ripresa che non si è arrestata fino a raggiungere quasi il livello normale. E non lo faceva solo il privilegiato e particolare Brunello, dalle notizie degli enti di controllo e degli altri consorzi abbiamo visto che (chi più e chi meno) quasi tutti si stavano riprendendo. Nella mia azienda dividiamo fatturato e volumi per settori commerciali, per zone geografiche e per mesi e li confrontiamo con gli anni precedenti, ma nel 2020 ho letto risultati strani. Quasi incredibili. Noi vendiamo tramite agenti in Italia da più di un secolo e abbiamo mantenuto un fortissimo mercato nazionale con clienti stabili e affezionati, eppure abbiamo perso tantissimo. Le enoteche sono passate da un 15% o 16% nell’ultimo decennio al 3%, lo stesso hanno fatto i ristoranti mentre i grossisti si sono dimezzati. Una voragine. 121143994_3659560267458061_973797139905981091_oEppure la perdita complessiva è stata scarsa, perché altri canali commerciali hanno avuto una crescita impressionante. Le vendite tramite i provvider internet sono aumentate del 500%, e i grossisti con consegna a privati hanno raddoppiato L’estero è passato in un solo anno da uno stabile 40% a oltre il 55%. Nel complesso abbiamo tenuto, ma il come lo abbiamo fatto merita una riflessione. Noi siamo da sempre tra le cantine più attente ai nuovi canali commerciali, e questo ha pagato. Sono canali che paiono più “sensibili” ad una immagine forte che a offerte sotto prezzo, e forse per questo la nostra strategia di comunicazione ha dato più vantaggi. Anche la cura molto attenta dei clienti esteri ha funzionato, quando abbiamo premuto per più vendite hanno risposto molto bene. Il mio è solo un caso aziendale, però come vicepresidente del Consorzio del Brunello ho potuto vedere che l’intera Denominazione ha avuto una reazione positiva alla crisi. Con nove milioni di fascette DOCG Brunello vendute abbiamo fatto +12% sul 2019, e siamo tornati al nostro livello standard. Da quello che sento sono state adottate le strategie più diverse, che evidentemente hanno funzionato. Qualcosa di analogo sento da tanti colleghi un po’ in tutta Italia, qualcuno ovviamente se la passa male ma tanti hanno trovato canali commerciali alternativi a quelli che si sono fermati. Non ho dati per fare una valutazione che vada oltre la mia zona, però ho la sensazione (convalidata da una certa esperienza) che il settore vino sia vitale e in grado di andare avanti. MontalcinoNon so se questo si possa dire anche di tanti nostri clienti storici, enoteche, ristoranti e piccoli negozi che ci hanno accompagnato nell’avventura di fare grande il vino italiano nell’ultimo mezzo secolo. E spesso anche per un periodo molto più lungo. Mi spiace tantissimo, stiamo parlando non solo di colleghi ma spesso anche di amici però non so, il danno è stato grande. E l’Italia che vedremo dopo il Covid sarà diversa. Non credo più dimessa o priva di prospettive ma diversa, e per molti sarà difficile trovare uno spazio. La vendita su internet o il “delivery” del vino non si ridurranno, per tanti clienti è stata una nuova comodità che non porta aggravi di costi e le novità con queste caratteristiche tendono a crescere. Per cui noi cantine non perderemo questi nuovi volumi che ci siamo conquistati, ma con ogni probabilità torneremo a fruire di buona parte dei vecchi: si riprenderà a mangiare al ristorante, e i turisti torneranno. Anche perché per anni le destinazioni esotiche non saranno così coperte dai vaccini come il vecchio mondo, per cui tanti le eviteranno. Secondo me, se sappiamo trovare il modo di usare al meglio i nuovi canali che sono cresciuti nella crisi e se i vecchi riprendono fiato, cose entrambe probabili, forse già dal 2021 e di certo dal 2022 il vino italiano può iniziare una nuova grande stagione.

Stefano Cinelli Colombini, Fattoria dei Barbi di Montalcino

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144691246_10221782116735834_7449215719802324015_o Nel variegato panorama vitivinicolo veneto, esiste un territorio che meno di altri gode dell’attenzione della stampa specializzata e degli appassionati; un’area che va dalla pedemontana veneta alle isole della laguna veneziana, coprendo una superficie di circa 4.939  Km² e sviluppandosi sulle due province di Treviso e Venezia, è l’area del Il Consorzio Vini Venezia che racchiude ben 5 denominazioni: DOC Venezia, DOC Lison-Pramaggiore, DOC Piave e le DOCG Lison e Malanotte del Piave. Certo, le ragioni di questa mancata affezione sono molteplici, non ultima quell’ostinazione delle vecchie generazioni a privilegiare la quantità alla qualità, spesso da queste parti si è badato più a sbrigare l’ordinario, concedendosi raramente qualche sogno, ma le cose da qualche anno a questa parte stanno cambiando, sia grazie alla nuova generazione di viticoltori sia per merito del Consorzio, che con un attento lavoro di valorizzazione, promozione e diffusione delle denominazioni da un lato, e un lavoro di valorizzazione del distretto d’area rurale e dei percorsi culturali, enoturistici ed enogastronomici corredata da un’intensa attività di editoria dall’altro, sta facendo rinascere l’attenzione per le terre di quella che fu la Repubblica della Serenissima. Autoctoni come raboso, incrocio Manzoni e Lison Classico (ex tocai), regalano spesso bottiglie appassionanti, ottime compagne per l’abbinamento con il cibo. 145005741_10221782115415801_9083521850932926774_oGiusto per ricordare quello che la storiografia ci racconta, il Lison Classico (ex tocai), contrariamente alla legenda che lo vorrebbe di origine friulana, parrebbe essere proprio della provincia di Venezia e che lì vi sia arrivato dalla Francia nella seconda metà dell’800, trovando nella piccola frazione di Lison il suo ambiente naturale per diffondersi, con grande successo, in tutto il Friuli Venezia Giulia e nel Trevigiano. La denominazione Tocai friulano sarebbe quindi dovuta ad una errata interpretazione di chi registrò il vitigno, considerando quel lembo di terra del Veneto Orientale ormai Friuli. Questa è solo una delle innumerevoli storie che si potrebbero raccontare sui vini delle terre veneziane e un tomo di mille pagine non basterebbe, ma per brevità di racconto, mi concentrerò sul raboso, in particolare è la Docg Malanotte del Piave.  Borgo Malanotte è un piccolissimo borgo medievale situato a Tezze di Piave, frazione di Vazzola (TV), terra in passato dominio della nobile famiglia dei Malenotti, che nel secolo scorso è stato la culla di una nuova interpretazione del raboso.

I vini degustati

144275268_10221782117095843_3376560282802044061_oIl raboso è caratterizzato da un elevato livello di acidità e tannicità che lo rende, ad un primo assaggio, molto particolare, con una caratteristica pungenza che ti invita a dedicargli del tempo, a cercare di capirlo. Forse è proprio per questa caratteristica che una delle due ipotesi sulla sua etimologia lo associa al termine dialettale “rabioso”, cioè rabbioso, spigoloso. Altra ipotesi, mai provata, è l’omonimia con il torrente che scorre nel Quantier del Piave, il pianoro delimitato a sud del fiume Piave e a nord dai rilievi collinari che caratterizzano la Marca Trevigiana. Sono convinto, assaggio dopo assaggio, che la prima ipotesi sia in assoluto la più veritiera. In vigna il raboso, grazie alla sua buccia abbastanza spessa, matura tardi, è una delle ultime uve ad essere raccolte, arrivando addirittura a novembre con un lento processo di disidratazione naturale in pianta. Un vino di terre spoglie, nebbia e bruma, dal grande fascino se lo si sa aspettare.

Il Malanotte del Piave invecchia nelle cantine dei produttori almeno tre anni, di cui dodici mesi in botte e quattro mesi in bottiglia, ma risultati più lusinghieri si raggiungono almeno dopo 5 anni di affinamento.

Affascinante non è solo il momento della raccolta del Raboso, ma anche il sistema tradizionale di allevamento (ora purtroppo in disuso) a cui si è legata la sua massima diffusione nel secolo passato. È alla fine del ‘700 che i fratelli Bellussi di Tezze di Piave hanno inventato un sistema di allevamento a raggi per le viti diffuse all’epoca, in seguito definito appunto “bellussera”. Questo sistema per cui la vite viene maritata ad una pianta di sostegno, solitamente il gelso, ha caratterizzato per lungo tempo la campagna trevigiana e ancora oggi in queste zone ne esistono alcuni esemplari centenari, principalmente legati alla produzione del Raboso.

De Stefani Malanotte del Piave Docg 2015

Il raboso è vendemmiato a fine ottobre con successivo appassimento di una parte delle uve. Il vino matura in barrique per 36 mesi e successivamente 18 mesi in bottiglia. Al naso l’impatto con il frutto è seducente, nitido nei profumi di ciliegia sotto spirito, viola appassita, confettura, cioccolato e tabacco. In bocca è potente, vibrante con un tannino ancora in cerca di equilibrio. Richiama l’abbinamento con la selvaggina in salsa peverada, come nella migliore tradizione locale.

 Ca di Rajo Notti di Luna Malanotte del Piave Docg 2013

Vendemmia a fine ottobre. Il 70% delle uve viene surmaturato in pianta e il 30% viene appassito in fruttaio per 40 giorni. Affina per 36 mesi in botti di legno da 12 hl per le uve surmature in pianta e 24 mesi in barriques per le uve passite in fruttaio, successivamente altri 6 mesi in bottiglia prima della vendita. Il tempo, come dicevo, dona al raboso più eleganza, infatti il frutto la naso è sì penetrante, ma più delicato. Le note sono di ciliegie sotto spirito, confettura, amarena, gelsomino, cioccolato, fa capolino una leggera speziatura (pepe). In bocca l’attacco è potente con un tannino importante, in questo caso però il legno è riuscito ad arrotondarne il gusto. Agnello dell’Alpago con polenta di mais sponcio e selvaggina molto speziata per l’abbinamento con il cibo. Piccola nota a margine, Ca di Rajo utilizza ancora come sistema di allevamento l’antica Bellussera.

Antonio Facchin “Unno” Malanotte del Piave Docg 2010

Vendemmia a fine ottobre, primi di novembre. Il 30% delle uve viene lasciato in appassimento sui graticci e pigiato a fine gennaio. 24 mesi di acciaio e poi 36 mesi in botte grande, 80% rovere Allier e 20% Slavonia. Affinamento ulteriore di 12 mesi in bottiglia. Rispetto ai due campioni precedenti, al naso le note di confettura di ciliege sono più intense, la speziatura è più netta, caffè e leggera vaniglia. In bocca pare entrare morbido ma poi il tannino è sempre lì, mai domo, anche se stemperato dall’invecchiamento, chiude molto lungo con una leggera nota acidula. Abbinamento con la cacciagione sempre ben speziata, ma si potrebbe tentare un azzardo con il cioccolato fondente al peperoncino.

 

La Storia della Bellussera

Per le foto e il video della Bellussera ringrazio il Consorzio Vini Venezia www.consorziovinivenezia.it

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Vignaioli Indipendenti Trevigiani

Vignaioli Indipendenti Trevigiani

Qualcuno ha detto che la catastrofe è ogni giorno in cui non accade nulla, sono d’accordo; pertanto quando capita qualcosa che ti distoglie dal torpore e dalla noia è una giornata felice, un regalo inaspettato in questi tempi plumbei. Così è stato con la degustazione in videoconferenza “Sfumature di verde”. Assaggi inattesi, in alcuni casi sbalorditivi, una vera goduria insomma. Il progetto “Sfumature di verde”, finanziato da Regione Veneto e Fondo Sociale Europeo, gestito da Forcoop Cora Venezia, ha visto coinvolti attivamente per un anno, una ventina di Vignaioli Indipendenti Trevigiani con l’obiettivo di divulgare, da un lato competenze tecniche legate alla sostenibilità della produzione e all’approccio ecologico e dall’altro, attraverso una serie di azioni integrate di comunicazione, la promozione del settore enoturistico, valorizzando un territorio ricco di sfumature come quello trevigiano. Proprio in quest’ottica si è tenuto il webinar condotto da Patrizia Laiola e Giampaolo Giacobbo, al quale ha aderito una delegazione di cinque cantine: Case Paolin, Loredan Gasparini, Moret Vini, Graziano Sanzovo, Bellese Vini. Entriamo nel merito della degustazione partendo dal Pietra Fine Asolo Prosecco Extra Brut di Case Paolin. Siamo a Possagno, le uve arrivano da un Cru nella frazione di Cavaso a circa 500 metri dal Tempio di Antonio Canova. Mirco Paolin, assaggiando la base ritenuta adatta per fare un vino a bassa grammatura di zuccheri, si è trovato di fronte ad un bivio: produrre un Metodo Classico o uno Charmat Lungo? Ha optato per questa seconda ipotesi con l’intento di fare un vino di maggiore complessità che amalgamasse la struttura e la florealità della glera con l’interazione del lievito. Il risultato ottenuto è notevole a conferma della distintività del Prosecco di Asolo con risultati, nelle migliori referenze, assolutamente equiparabili alle bottiglie più riuscite della DOCG Conegliano Valdobbiadene.

38898994_2248183692079276_1808756503830593536_oAttraversiamo il Piave per giungere a Bigolino di Valdobbiadene e assaggiamo il vino di Graziano Sanzovo. Il suo Codolà è un rifermentato in bottiglia con pochissimi zuccheri residui, balsamico e salino, di grande piacevolezza e autenticità.

È il turno di Moret Vini, siamo a San Pietro di Feletto. Marco Moret, vignaiolo dalla personalità vulcanica, spiazza tutti con un particolare Incrocio Manzoni 13.02.25, un rifermentato in bottiglia da uve Incrocio Manzoni 13.02.25 per l’appunto, ovvero Moscato d’Asbrurgo e Raboso Piave. La bottiglia di colore chiaro restituisce un vino con un colore aranciato improbabile, tant’è che prima di aprirla ho temuto davvero per il contenuto, poi invece ti ritrovi a bere un vino si sbarazzino, ma mai banale, che gioca sulle note di mandarino, pompelmo e petalo di rosa, davvero strepitoso, purtroppo solo 400 bottiglie.

136050611_10221611090860294_6873876189579205745_oEd eccoci al raboso frizzante di Bellese Vini, siamo ad Ormelle. Il raboso è il vitigno autoctono per eccellenza del Piave. Il sesto d’impianto è la mitica Bellussera trevigiana che purtroppo a causa di scelte miopi sta scomparendo ed è un vero attentato alla bellezza. Per fortuna alcuni vignaioli virtuosi come Bellesse ne preservano l’esistenza, ed è una ricchezza immensa sia dal punto di vista culturale che paesaggistico.  Il Raboso Bellese, spumantizzato con Metodo Martinotti, è davvero delizioso; fragoline di bosco, amarena, che gioca sul perfetto equilibro tra zuccheri, tannino e acidità, un vino che vorresti trovare ogni giorno a tavola.

E per ultimo ma non meno importante, è proprio il caso di dirlo, si finisce con la leggenda, Il Colli Trevigiani IGT “Venegazzu’ Rosso della Casa” di Loredan Gasparini è etichetta che nasce negli anni Cinquanta ed è un esempio lampante delle enormi potenzialità che il terroir del Montello può rappresentare. Qui nell’annata 2016, è ottenuto da uve cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e malbec, feticcio per coloro che amano i bordolesi italiani e non solo. Note intense di frutti di bosco, cioccolato, tabacco e spezie. Vino profondo e unico, senza tempo, degna conclusione di una giornata sottratta alla catastrofe.

Per informazioni Vignaioli Indipendenti Trevigiani FIVI (https://www.vignaiolitreviso.com/)

La foto del logo e la foto di gruppo sono tratte dalla pagina Facebook dei Vignaioli Indipendenti Trevigiani.

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Antonella Corda

Antonella Corda

Un periodo della nostra esistenza molto complicato ci sta privando del piacere del viaggio fisico e dell’incontro con i vignaioli nella loro terra, nella loro casa. Certo la bottiglia è un vettore e grazie l’assaggio, possiamo cogliere l’essenza del frutto di quelle vigne e del lavoro del viticoltore, ma per i luoghi, al momento, possiamo solo accontentarci del viaggio virtuale. Digitando Serdiana su Google, paese sardo dove ha sede la cantina di Antonella Corda, ho scoperto che a 4 km si trova un bacino di acque delicatamente salmastre denominato Su Stani Saliu. Le cronache narrano che, specialmente d’estate, per effetto dell’evaporazione, grazie al suo substrato argilloso, si assiste alla formazione di strati di sale. Non solo, le rive dello stagno sono ricche di tamerici, di giunchi e di erba corallina, tutti profumi che è facile ritrovare nei vini di Antonella e in particolare nel vermentino di Sardegna. Antonella Corda è figlia e nipote d’arte, suo nonno è quel gigante di Antonio Argiolas. Per tutta l’infanzia ha respirato mosto e pratiche di cantina e dopo la laurea in scienze e tecnologie agrarie presso l’Università degli Studi di Sassari, si specializza in Trentino-Alto Adige in gestione del sistema viti-vinicolo con un master presso la Fondazione Edmund Mach. Al suo ritorno in Sardegna, nel 2010, Antonella decide di mettere a frutto i suoi studi e le sue competenze iniziando a imbottigliare con il suo nome. In cantina si avvale della consulenza di un grande enologo che non ha certo bisogno di presentazioni, il toscano Luca D’Attoma.

Il vermentino di Sardegna di Antonella Corda – degustazione verticale

Si dice, e io sono pienamente d’accordo, che il miglior vermentino sardo sia proprio quello di Serdiana. I vini di Antonella vengono prodotti con uve derivanti dal cru vigneto Mitza Manna, vigneto prediletto del nonno di Antonella, Antonio Argiolas, che si estende per 6 ettari e si trova a 200 metri sopra il livello del mare. È caratterizzato da varietà di uva autoctona a bacca bianca quali vermentino e nuragus. Il terreno è sabbioso, argilloso e limoso. La forte presenza di calcare esalta in questi vini la loro naturale freschezza e florealità. L’altro cru aziendale è il vigneto Mitza S’ollastu, situato al confine con il comune di Ussana, è coltivato con uve autoctone di vermentino e cannonau. Gli elementi del suolo, sabbia, limo, argilla e la forte presenza di ciottoli, sono in perfetto equilibrio per donare a questi vini un carattere deciso e genuino.

vermentino in verticale

Ziru 2018

Ziru è un è un vino ottenuto da varietà locali a bacca bianca tra cui il vermentino e viene affinato in anfore di terracotta e prodotto in quantità davvero limitate, per l’annata 2018 solo 2000 bottiglie. I grappoli vengono raccolti manualmente a fine agosto e fatti macerare sulle bucce per venti giorni, per poi passare al successivo affinamento di 24 mesi in anfore di terracotta. Nessuna filtrazione prima dell’imbottigliamento.  Il nome Ziru è un antico termine sardo utilizzato per le anfore in ceramiche che servivano per conservare l’olio e il vino.

Il naso è di una complessità unica, frutta matura con note dolci di uva passa e marzapane in evidenza, poi litchi, biancospino e camomilla. In bocca gioca sugli equilibri, espressivo e intenso, ma nello stesso tempo molto delicato.

Vermentino di Sardegna 2019

È il vino della verticale che più di tutti ha reso vivido il pensiero di Su Stani Saliu di cui dicevo prima, proprio per la delicatezza salmastra. Al naso troviamo agrumi, fiori bianchi, una leggera nota di salvia. In bocca è caldo e avvolgente, di bella sapidità e con una freschezza incisiva.

Vermentino 2018

Il naso si fa più complesso rispetto all’annata 2019, virando su leggere note di idrocarburi accompagnate a frutta tropicale e zafferano.  In bocca però non ha la stessa espressività del naso, tuttavia è sorretto da una bellissima acidità.

Vermentino 2017

Eccolo il gioiello di Antonella, presenta quel tratto distintivo che accumuna i vermentino della verticale, ma in questo assaggio è tutto perfetto. Al naso anice stellato, finocchietto e agrumi, delicate note di idrocarburo. In bocca è pieno, elegante e persistente. Se proprio vogliamo cercare un paragone, di sicuro il Riesling è il vino al quale potremmo affidarci. Fulgido esempio di dove può arrivare il vermentino di Serdiana.

Vermentino 2016

La prima annata prodotta da Antonella Corda. Non ha la classe e la perfezione del 2017, ma permette di capire da dove è iniziato e dove potrà arrivare il percorso della vignaiola sarda. Al naso la frutta tropicale diviene più matura, poi camomilla e un sentore netto di idrocarburi. In bocca è grasso e salmastro ma mantiene una discreta acidità, vino di fascino.

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