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Gino Marino e Pasquale Vulcano

Chiedilo a Gino Marino che in località Biscardi di Cropalati, sulla strada statale 177 Silana di Rossano, al Km 55.700, gestisce un agriturismo, ristorante, bed & breakfast, dove propone esclusivamente le antiche tradizioni culinarie della Sila Greca Calabrese. Chiedilo a Sergio Franco che da più di trent’anni (lui ne ha quaranta) si sveglia tutte le mattine alle quattro per produrre formaggi e latticini di capra e mucca seguendo rigorosamente l’antica arte casearia della sua terra. Oppure chiedilo a Vincenzo Brunetti che a Paludi di Rossano alleva vacche di razza podolica calabrese, bovini a rischio di estinzione, i cui costi di allevamento sono più alti rispetto a quelli di razze più conosciute e dove gli allevatori seguono un  disciplinare rigidissimo. Oppure chiedilo a Emilio Simone e ai suoi “Vins du Garage”, che dimostrano che non solo a Cirò, ma anche sulle colline della Pre-Sila, si possono fare vini molto interessanti, spigolosi e affascinanti come la terra da cui provengono (su tutti il Nerello Cappuccio 2013 che in alcuni aspetti ricorda il Terrano). Chiedilo a Dino Briglio Nigro che a San Marco Argentano, tra il Pollino e la Sila, assieme a due amici fraterni, guidato dalla forza delle radici e da un pizzico di sana pazzia, fa vini naturali di straordinaria personalità. Chiedilo a Pasquale Vulcano che da qualche anno ha aperto a Mirto Crosia (9.486 abitanti), in pratica a ridosso della Strada Statale 106 Jonica, una bottiglieria/enoteca con l’obiettivo di promuovere le eccellenze della sua amata Calabria, vini di piccoli produttori sconosciuti ai più.

Vista dal Santuario di Santa Maria delle Armi – Cerchiara di Calabria

Mi perdonerà la Chiesa Cattolica se prendo a prestito lo slogan di una riuscitissima campagna pubblicitaria e non sembri blasfemo il paragone, perché tutti i ragazzi che ho citato sono benefattori di anime, in senso laico e gastronomicamente parlando naturalmente. Persone che amano e credono in maniera viscerale nella loro terra e nel suo rilancio, nel suo riscatto. Una terra durissima, a tratti degradata, aspra; almeno questa è la sensazione che ti rimane dentro percorrendo quel tratto di Calabria che passa per la Piana di Sibari lungo la costa Jonica. Poi però quando smetti di essere turista e divieni viaggiatore, ogni luogo si fa intimamente tuo, in una sorta di comunanza antropologica. Qualche esempio? Cerchiara di Calabria, il Santuario di Santa Maria delle Armi, la Grotta delle Ninfe Lusiadi, Rossano e il suo Codex Purpureus, il Parco della Sila, il Lago Cecita che sembra di essere in Oregon. Posti di ancestrale bellezza. Ancora una volta di più, e so di scoprire l’acqua calda, visitando questo trattato di Calabria, ho capito che per avvicinare le persone al vino, ma anche per farle ritornare ad assaporare un cibo autentico e sano, bisogna incontrare contadini, vignaioli, casari, ristoratori, autentici. Conoscere le loro storie, il loro lavoro, per poi raccontarlo. Basta perdersi in tecnicismi inutili, in deliranti descrizioni tecniche, in giaculatorie che servono solo ad allontanare le persone che nel vino (e nel cibo) cercano esclusivamente piacere e convivialità; spesso ho la sensazione che molti addetti ai lavori, per lo più malati di protagonismo, ci sia più la perversa volontà di escludere, quando, invece, il vino, ma lo ripeto anche il cibo, sono strumenti d’inclusione straordinaria.

Lago Cecita – Parco Nazionale della Sila

Ecco, questo è proprio quello che fa Gino Marino nel suo agriturismo, include, aggrega, anzi è un collettore per tutte le eccellenze del suo territorio (carne di vacca podolica, maiale nero di Calabria, formaggi e latticini di capra e di vacca, carne di cinghiale, ortaggi e verdure, marmellate tradizionali e ovviamente vino) e non siamo nel centro di Milano, ma in Località Biscardi di Cropalati a 400 metri sul livello del mare, che per arrivarci devi percorrere strade di mezza montagna. Da oggi  in poi, quando incontrerò un lavoratore del settore enogastronomico annoiato, privo di amore e passione, o peggio maleducato, gli parlerò di Gino Marino, un ragazzo di quarant’anni che fa il proprio mestiere, andando ben oltre a ciò che dovrebbe essere la sacrosanta attenzione al cliente: per lui si tratta di una sorta di Xenia, secondo il concetto di sacralità dell’ospite del mondo greco antico, e non poteva essere diversamente visto che la Sila Greca, lembo occidentale dell’altipiano silano, gli ha dato i natali.

Grazie a Sara Carbone per avermi fatto conoscere tutta questa bellezza.

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Emanuele Giannone per La stanza del vino

Ripasso telegrafico: storia di alcune bottiglie austriache, dono di Helmut Knall: scrittore, giornalista, consulente enogastronomico e genius dietro wine-times.com, italofilo e amante del vino – Amarone su tutti – nonché di antipasti, cicheti e primi. Knall, il suo cognome, equivale in italiano a botto e il composto Knallbonbon significa petardo. I primi due petardi sono già scoppiati (qui il link 1 e qui il link 2). Accendiamo la miccia del terzo.

Wiener Trilogie 2009 Wieninger.

Dici “Trilogia Viennese” e pensi, che so, a un estratto dalla produzione sinfonica di Mozart, o a Klimt, Kokoschka e Schiele secessionisti, o ancora al formidabile attacco a tre punte, Berg-Schönberg-Webern, della formazione degli atonali. E invece no: la Trilogia è un vino di Fritz Wieninger, vignaniolo con 45 ettari di vigneto (e una veduta favolosa) sui due colli del Bisamberg e del Nuβberg sopra Vienna. Più rossi che bianchi, vinificazioni separate per assecondare la diversa vocazione delle diverse parcelle, conduzione biodinamica dal 2006, anno successivo a quello in cui, come spiega lo stesso produttore, “… avevo affrontato condizioni meteorologiche avverse con il ricorso abbondante a fitofarmaci, ma con scarso successo. Decisi quindi di adoperarmi per sviluppare le capacità naturali di autodifesa delle viti, comprendendo infine che la chiave è il suolo. Per cominciare, adottai la policoltura in luogo della monocoltura della vite, dando vita a un ecosistema funzionante […] Al centro della nuova ispirazione non sono le alte rese ma la salute e le difese naturali delle viti, così come la qualità deIle uve e dei vini. Biodinamica significa in buona sostanza compresenza di più specie e varietà, quindi ecosistema complesso e in equilibrio; e ricchezza di humus e microorganismi nel terreno… “.

Le uve della Trilogia Viennese provengono dal Bisamberg, collina che digrada verso il Danubio a Nord della città. Il suolo in löss, sabbioso e quindi molto sciolto, sovrastante un massiccio calcareo, è ideale per vini freschi e fini, dai sentori spiccati di frutto e connotati da acidità salienti. La 2009 è un taglio di Zweigelt (70%), Merlot e Cabernet Sauvignon (15% entrambi). La raccolta delle diverse varietà si estende dalla metà di settembre alla fine di ottobre. Esaurite le fermentazioni separate in fusti di rovere e acciaio a seconda delle varietà, i singoli vini maturano in barrique (20% nuove) per circa 20 mesi e vengono assemblati per un ultimo, breve passaggio prima dell’imbottigliamento.

La vivacità aromatica dello zweigelt, specie nel ricco corredo vegetale, con un quid di sostanza e profondità in più conferito da merlot e cabernet sauvignon. Il ventaglio olfattivo è molto ampio e variegato, con una cornucopia piccoli frutti rossi freschi insieme a muschio, peperone, felce, erbe amare, alloro e rose. Al palato i tratti distintivi sono la succosa pienezza del frutto, con amarena e ribes nero in evidenza, e la freschezza che assicura tensione e slancio. Il vino è dinamico, coinvolge per il passo leggiadro e il corpo proporzionato, essenziale; la dentelle di tannini piccoli e morbidi cadenza lo sviluppo e contribuisce  all’agilità della beva. Lungo e freschissimo il finale con il frutto ancora in evidenza e un elegante ornato di erbe e fiori. Il legno è completamente riassorbito e si ricorda forse solo nelle note fievolissime di legno di rosa e chiodo di garofano. Alcol 13%. Cifra di grazia, definizione aromatica e naturale finezza.

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Dieci anni di Mare e Vitovska in Morje, nessuno lo avrebbe mai immaginato. Anche l’edizione del 2016 ha lasciato una traccia rilevante: forse per l’importante convegno “Carso marchi di qualità. A chi servono le doc?”, sicuramente per il luogo fiabesco in cui si è svolta la manifestazione che è il Castello di Duino, storica dimora della famiglia Torre e Tasso ma, più di ogni altra cosa, continuo a pensare, che a lasciare un ricordo indelebile siano il Carso, i suoi viticoltori, i vini e i cibi. Per fare qualche esempio di prelibatezza gastronomica viene subito in mente il prosciutto crudo di Bajta Fattoria Carsica, ottenuto da maiali allevati allo stato brado nell’abitato tra Sales e Sgonico, il paragone con il Pata Negra si può fare, me ne assumo tutta la responsabilità.  Terra unica il Carso che ti rapisce l’anima ed è per sempre, ne sanno qualcosa gli scrittori James Joyce e Veit Heinichen e molto più prosaicamente lo sanno tutti quelli che non si stancano mai di cercare nel vino la gioia di scoprire, la gioia di bere. La Vitovska in questo senso è fedele compagna, perché è uva indigena per eccellenza, non esistono tracce di altre varietà con cui identificarsi in altre regioni del Mediterraneo e poi la sua storia antichissima e la sua tenacia nel sopportare le scudisciate della Bora. Anche se bevibilissima d’annata è un vino d’attesa, che non ama la fretta e non potrebbe essere diversamente vista l’affascinante immutabilità del territorio carsico. Capita così di bere Vitovska con 10 anni sulle spalle mature, certo, ma anche aspre e profonde. Una nota particolare sull’abbinamento cibo-vino, di cui oggi, per bizzarria del mondo enogastronomico, si fa sempre più fatica a parlarne. Mi è capitato di recente, complice anche la grande cucina di Antonia Klugmann, di scoprire che l’abbinamento perfetto c’è, esiste ed è tra noi; non saprei come altro definire gli gnocchetti di semola di cacao, ragout di capriolo e alloro abbinati alla Vitovska 2011 di Sandi Skerk o il coniglio nel lardo e cavolfiore agrodolce abbinato alla Vitovska 2007 di Beniamino Zidarich.

Matej Skerlj nel vigneto di Vitovska a Sales – Carso

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Irene Graziotto per la stanza del vino

6.12.18. Non si tratta di ripasso delle tabelline ma della formula scelta da Le Morette per parlare di varietà, longevità e mineralità. 6 territori, 12 vini, 18 addetti ai lavori si sono incontrati a Peschiera del Garda giovedì scorso per confrontarsi e riflettere sulle potenzialità del Lugana.

Il Lugana è oggi una delle denominazioni che gode di maggiore salute, con l’uva che sfiora i due euro al chilo. Ma non è sempre stato così. Sicuramente non era così 25 anni fa quando il Lugana era contraddistinto da un’acidità potentissima, motivata anche dal rischio di fermentazioni indesiderate. Poi le cose sono cambiare, grazie alle nuove tecnologie ma soprattutto a decisioni importanti e coese da parte di tutti i produttori.

Si è potuto vendemmiare così a stagione più avanzata, quando l’acidità era ottimale e – racconta Carlo Veronese, direttore del Consorzio – “si è inoltre scelto di propendere più per uno stile mitteleuropeo dei vini, che per uno mediterraneo lasciando un leggero residuo zuccherino così da bilanciare maggiormente la forte acidità che caratterizza l’uva Turbiana, alla base del Lugana.” Si è poi riusciti ad accordarsi per una messa in vendita dopo il 15 gennaio dell’anno successivo alla vendemmia, riuscendo così a proporre al consumatore un vino che fosse perlomeno pronto -“un passo importante per l’intera denominazione” sottolinea Fabio Zenato, figlio del fondatore Gino e alla guida attuale de Le Morette con il fratello Paolo.

La degustazione ha tuttavia rivelato come il Lugana sia un ottimo prodotto non solo da giovane ma anche sul lungo tempo. Il confronto poi con il Fiano di Avellino, Chablis, Grüner Veltliner, Pinot Bianco e Verdicchio dei Castelli di Jesi, di produttori importanti, è stata una prova riuscita per mostrare da un lato il buon rapporto qualità-prezzo del Lugana – un fattore oggi sempre più determinante – e dall’altra la stoffa che lo contraddistingue.

Lugana DOC Mandolara 2015 Le Morette 

Giallo paglierino, fiore primaverile di campo, fragranza e melone bianco. Sorso intenso e giovanissimo, vena citrica e leggera sapidità. Vino per l’estate a bordo lago o per un degno aperitivo. Da uve Turbiana 100%, vendemmia manuale, vinificazione in acciaio a temperatura controllata e affinamento per almeno un mese in bottiglia.

Lugana DOC Benedictus 2010 Le Morette 

Un passo indietro lungo un lustro. Al naso maggiociondolo e caprifoglio, un leggerissimo ricordo di burro fuso, bocca ampia e ancora giovane, notevole freschezza, finale ammandorlato. Da riassaggiare fra qualche anno forse un lustro o più.  Da uve Turbiana 100% che provengono dal vigneto storico, anche qui vendemmia manuale nella terza decade di ottobre. Breve macerazione e vinificazione in acciaio a 16°C. Una parte conlude la fermentazione in tonneau di rovere. Affinamento per 6 mesi in tonneau di rovere.

 

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L’infinitezza del vino: territori, vitigni, vignaioli, quante volte se ne parla, spesso in maniera retorica, eppure è una verità inconfutabile; ne ho avuta l’ennesima conferma visitando la DOC Gambellara. Una zona poco conosciuta o peggio snobbata, troppo vicina a Soave, ed è facile auto convincersi che quando si parla di vini bianchi da uve Garganega proprio lì sia già stato detto tutto. Errore madornale, a Gambellara, Montorso Vicentino, Montebello Vicentino e Zermeghedo, nei poco più di ottocento ettari coltivati, la Garganega arriva a vette inaspettate, tra l’altro con bottiglie vendute a prezzi imbarazzanti. Una piccola isola del tesoro, da arrivare con un furgone e portarsi via un bel po’ di referenze, come ad esempio il Creari 2010 dell’Azienda Agricola Cavazza, il Capitel Vicenzi 2013 di Virgilio Vignato o il Rivalonga 2014 di Menti, per non parlare del loro Vin Santo Historia 2010. Proprio a Michela Menti, che assieme a suo fratello Nicola gestisce omonima cantina,  ho fatto qualche domanda per meglio contestualizzare questa inaspettata DOC Gambellara:

Michela, confesso, non avrei mai immaginato che il Gambellara Classico e il Vin Santo, almeno tra quelli che ho assaggiato al recente Garganica, potessero essere vini di tal eccellenza, sicuramente ignoranza e snobismo da parte mia, ma non è che in giro vi conoscono poco?

Gambellara è oggi una piccola Doc con un territorio poco esteso e con un numero contenuto di aziende. I suoi vini sono molto interessanti sia per l’uva tipica, la Garganega sia per le peculiarità della terra vulcanica che donano loro grande struttura e note caratteristiche di pietra focaia, zolfo e di mandorla. Sono molto apprezzati da che chi ha la possibilità di assaggiarli. Purtroppo è una realtà vitivinicola ancora poco conosciuta e probabilmente questo è uno dei pochi punti di debolezza della nostra zona.  Gambellara ha una lunghissima storia alle spalle. I suoi vini erano molto famosi e ricercati nel  corso del XIX secolo e nei primi anni del XX.  Negli ultimi trent’anni in zona si è continuato a produrre vini, ma il mercato chiedeva principalmente vini sfusi, di facile bevibilità. Così i produttori di Gambellara si sono limitati a produrre vini semplici. In quegli anni si è anche quasi abbandonata la produzione del Vin Santo di Gambellara, perla enologica di massima eccellenza che è stata riscoperta e ripresa solo recentemente con un Progetto di sperimentazione in collaborazione con il Consorzio di Gambellara e l’Università di Verona. In quegli anni si è perduta così la storica fama di Gambellara e dei suoi vini. Tuttavia, il mercato oggi ricerca denominazioni nuove e interessanti. In un prossimo futuro, questo può forse rappresentare un punto di forza per  Gambellara. Abbiamo tutte le carte in regola per poter produrre vini di grande spessore, estremamente tipici e farci conoscere in giro!

Parlando con i produttori che ho incontrato a Garganica, tutti giovani e pieni di entusiasmo, ho percepito una gran voglia di svoltare, di pensare in grande. Qualcuno mi ha detto che c’è voglia di affrancarsi rispetto alla generazione dei loro nonni, ma anche padri, che vinificavano spesso solo per lo sfuso. In questo senso ti chiedo cosa è stato fatto e cosa c’è ancora da fare per il vostro territorio.

Negli ultimi anni a Gambellara c’è stato un importante cambio generazionale tra i produttori. I giovani entrati in azienda sono ragazzi che sono cresciuti sul territorio, hanno studiato e a volte hanno anche girato il mondo vivendo esperienze di lavoro presso altre realtà. Sono quindi tornati alle proprie radici, con nuova consapevolezza, con uno spirito innovativo e con nuove idee che spesso entrano in contrasto con la “storicità” dei padri o dei nonni. Tuttavia questa aria nuova non può che essere positiva per un territorio come quello di Gambellara dove nel recente passato non si è saputo esprimere tutte le enormi potenzialità di questa terra. La consapevolezza di poter fare bene di questi giovani non è che un primo passo, ora si deve rimanere uniti e lavorare per valorizzare i nostri prodotti. Oggi si possono già assaggiare grandi vini che ben rappresentano quanto qui ho sintetizzato. Credo possiamo in breve tempo riportare a Gambellara quella fama che la rese una celebre terra di vino nei secoli passati.

Tu e tuo fratello Nicola siete due persone con grande carisma, quando incontro vignaioli come voi mi vengono sempre in mente le parole di Mario Mariani: “Il vino è una malattia dell’anima: nessun carattere tiepido può occuparsene, otterrebbe solo bottiglie senza personalità”, cosa che poi si conferma regolarmente assaggiando i vini, mi racconti qualcosa in più di voi, le vostre prospettive nel mondo del vino?

Io e Nicola abbiamo iniziato a lavorare in azienda qualche anno fa. In breve tempo ci siamo appassionati e il vino prodotto è diventato per noi il frutto del nostro lavoro. La nostra filosofia è  “Nel bicchiere non c’è solo vino, ma l’arte, la tradizione e la storia della nostra terra!” In un semplice bicchiere di vino noi raccontiamo  quello che siamo, da dove veniamo e ciò che facciamo con il nostro lavoro. Parliamo della tradizione di della famiglia Menti di coltivare la vite e produrre vino nel territorio vulcanico di Gambellara e lo facciamo con quello spirito innovativo e quella consapevolezza di poter fare bene di cui si parlava prima. Lavoriamo soprattutto la Garganega, l’uva tipica del Gambellara, in varie interpretazioni, con un tocco sia classico che moderno, con l’aiuto della tecnologia e dell’innovazione, ma sempre elegante e minerale: questo è il marchio di fuoco della terra di Gambellara. Abbiamo ripreso la produzione del Vin Santo di Gambellara senza solfiti aggiunti e fermentazione con lieviti indigena, proprio come si faceva una volta. Stiamo ottenendo ottimi risultati dalla critica, a conferma del fatto che a Gambellara ci sono grandi possibilità per poter essere ricordati e apprezzati. Siamo convinti che ci sia ancora molto lavoro da fare per poter migliorare ancora e soprattutto per poter valorizzare questo territorio meraviglioso.

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Irene Graziotto per la stanza del vino

La Soave Preview 2015 ha infatti confermato il mordente della denominazione veronese che veleggia col vento in poppa sia per le annate giovani che per le annate agée. L’evento ha presentato non solo l’annata in corso, ma anche una verticale, che ha dimostrato la stoffa del Soave sul lungo tempo, e una transfrontaliera che ha spaziato dai territori vulcanici di Somloi nell’Ungheria a quelli della Sardegna (ebbene sì, esistono vulcani anche in Sardegna!), dalla Mosella a Santorini, dalle Alture del Golan ai Monti Lessini. Ma andiamo con ordine. L’annata 2015 non è stata certamente delle più facili, con luglio e agosto “caratterizzati da temperature sistematicamente al di sopra della media, con ondate di calore ben oltre i dati storici e quasi totale assenza di precipitazioni” che hanno raggiunto talvolta veri e propri valori termici da record e stress idrici. E se questo ha permesso di avere uve molto sane, d’altra parte ha portato a lenti incrementi in zucchero e calo acido. La pergola, tradizionale sistema di allevamento locale, ha certamente aiutato a limitare l’effetto del caldo che traspare dai campioni in assaggio. Importante sensazione calda e morbidezza hanno infatti contraddistinto tanti assaggi fatti alla cieca. I migliori sono però riusciti a tenere a bada questo corredo alcolico e proporre un naso floreale giallo, frutta esotica, erbe aromatiche e bocca affabile dove la nota morbida è ravvivata da sapidità e freschezza, grazie forse anche a percentuali di Trebbiano di Soave che rispetto alla Garganega regge meglio le estati siccitose. E se l’equilibrio era un punto importante, altrettanto lo è stata la riconoscibilità territoriale che ha espresso in maniera lapalissiana la forza di alcuni Soave da Garganega in purezza rispetto ad altri, magari anche fatti bene, ma dove era preminente la nota di idrocarburo (Riesling? Incrocio Manzoni?) o Sauvignon.

Gli assaggi che hanno lasciato il segno

Latium Soave Doc 2015: al naso agrumi, soprattutto pompelmo, e bocca calda ma ben gestita

Corte Moschina Soave Doc Roncathe 2015: al naso elleboro, pino, agrume; sorso intenso, chiusura ammandorlata

Tinazzi Soave Doc Cà de’ Rocchi 2015: al naso anche qui polpa di pompelmo rosa, bocca fresca in linea col naso dove scorre anche un’importante nota alcolica

Pieropan Soave Doc Classico 2015: al naso nota floreale e frutta a polpa gialla, bocca calda ma equilibrata

Montetondo Soave Doc Classico 2015: naso dove la nota di zolfo si intreccia al fiore bianco, bocca agrumata e sapida

I Stefanini Soave Superiore Docg Classico Monte di Fice 2015: colore giallo intenso carico, al naso fiore giallo, carnoso, maggiociondolo, sapore intenso, pieno.

Ad aver colpito nel segno anche la verticale con assaggi di vecchie annate come il “Contrada Selvarenza” 2005 di Gini – colore giallo paglierino, al naso idrocarburo, fieno e nespola e sorso d’impatto e di importante sapidità – o come il 2006 Soave Doc Classico di Suavia – un entry level (!) dal corredo di fiori gialli e camomilla e la beva intensa, dove le note setose erano rinvigorite da una bella nota minerale – o il 2007 “Monte Ceriani” di Sant’Antonio dove alle note saline e di idrocarburo si affiancava la freschezza del kumquat e una beva di grande godibilità che virava sull’agrume, nella fattispecie pompelmo rosa. Fra i più “giovani” (si fa per dire) va citato il Soave Doc “Sereole” 2009 di Bertani – suolo calcareo e corredo aromatico di frutta esotica e a polpa gialla, mango in particolare, intrecciata ad una leggerissima nota ossidativa mentre in bocca si declinava sulla cremosità – e il 2010 Soave Doc “Danieli” di Fattori che azzarda (vincente) un tappo a vite, con beneficio del colore che conserva una verve giallo paglierino intenso, naso floreale con qualche ricordo di pane, sorso di grande pulizia e freschezza.

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Emanuele Giannone per La stanza del vino

Secondo appuntamento col botto. Breve ripasso: Helmut Knall[1] è il munifico enofilo che, auspici Georgescu-Roegen e Illich, mi inviò sotto Natale sei bottiglie dall’Austria a titolo di corrispettivo di una traduzione. L’equivalente italiano del suo cognome è letteralmente botto e il composto Knallbonbon significa castagnola (nel senso di petardo). Con un poco di fantasia, meglio se sbrigliata dopo fruttuosa stappatura, Knall-Bon-Bon riecheggia Est!Est!!Est!!! nel suo senso primigenio; e in effetti anche qui, come nella storia di Giovanni Defuk e del coppiere Martino, è di vino buono che si tratta. La prima bottiglia è andata tempo fa (knallbonbons #1). Ecco la seconda.

Kremstal Reserve “Urknall” Grüner Veltliner 2013 Zöhrer

Weinstadt Krems, si legge sull’etichetta. Krems è città del vino da oltre 1000 anni. Affacciata sul Danubio, dà il nome alla valle e alla denominazione. Qui la vite trova suoli antichi e commisti: terrazzamenti su löss, che è di per sé una centrifuga sedimentata di tanti ingredienti, molto idrossido di ferro e sali di varia sorta, con il carbonato di calcio a far da base; e su ardesie di varie gradazioni. Zöhrer vanta la proprietà di alcune parcelle da più di 400 anni e battezza Urknall – traducibile in toni da mandrakata come il superbotto – le sue Riserve in annate ritenute particolarmente favorevoli. Questa è da Grüner Veltliner, stesso vitigno del primo Knallbonbon. Rispetto a quello, peraltro, siamo nel grün dipinto di blu, c’è clorofilla per ogni dove e il giallo si è ridotto a un sole riflesso nei profumi molto contenuti di frutta gialla, semplici dettagli in un bouquet coeso e suggestivo: note vegetali in varietà e prevalentemente verdi, dal lime alla rucola alle erbe fini all’ortica, con in più la sorpresa della noce; speziatura elegante, di pepe e cardamomo; cenni terrosi e minerali molto nitidi. Naso coeso e profondo – e giusto in profondità fa capolino il giallo con una punta di frutta disidratata (mela) e zenzero. Verticale, fendente e di buon nerbo al palato, con sensazioni pseudo-piccanti immediate e spiccata freschezza ad aprire la strada a kiwi, cerfoglio, uva spina e mallo di noce. La progressione è ancora piuttosto contratta, un mare d’erba in cui il minerale calca il passo, articolato in sale, note terrose e ardesia. Il frutto resta sullo sfondo e si accoda nel finale al leitmotiv speziato-vegetale. Persistenza piuttosto lunga e connotata da freschezza molto vivace. Carattere e fermezza che lasciano presagire un futuro radioso – più solare? – per questo vino in erba. Intanto, è assodato: l’erba del Veltliner è sempre più verde.

[1] Helmut Knall è uno scrittore, giornalista, consulente enogastronomico e genius dietro wine-times.com. Mentre gestisce a Vienna una sorta di bacaro, inizia a scrivere negli anni ’80, incoraggiato dalla poca serietà dell’informazione mainstream sul vino. Italofilo da sempre, ha un debole per il vino – Amarone über alles – e per antipasti, cicheti e primi.

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Un territorio in grande spolvero quello della DOCG  Asolo Montello e gli assaggi fatti al recente Asolo Wine Tasting lo confermano.  Un  Prosecco che ha elementi distintivi abbastanza netti rispetto a Valdobbiadene: più esile quest’ultimo,  sentori  riconducibili più alla frutta matura invece che alla mela acerba  per Asolo. In poche parole, come ho avuto modo di dire altre volte, l’appassionato di Prosecco (vero), che approfondisca  il “gusto” Asolo rischia di innamorarsene perdutamente, ricordando anche che qui, e al momento solo qui, esiste la tipologia Extra Brut Superiore .  L’altro aspetto peculiare sono gli autoctoni:  la Recantina in primis che continua a essere un rosso di grandi prospettive e la Rabiosa ancora tutta da scoprire. Naturalmente non vanno dimenticati l’Incrocio Manzoni e i vini di derivazione Bordolese che continuano a regalare perle;  indimenticabile resta, ad ogni assaggio, soprattutto di vecchie annate, il leggendario Capo di stato di Loredan Gasperini.  Ultimo ma non meno importante il Colfòndo, che ad Asolo trova la sua terra d’elezione. Alla fine dell’Asolo Wine Tasting 2016 mi piaceva che un paio di argomenti,  già declinati durante la manifestazione, fossero meritori di un maggior approfondimento e per questo motivo ho chiesto lumi al presidente del Consorzio Vini Asolo Montello Armando Serena e a due giovani produttori, come Luca Ferraro e Francesco G. Siben, ecco quanto emerso:

 Volevo capire meglio la questione del Consorzio unico: è una strada percorribile? Immagino che commercialmente possa essere per voi una mossa vincente però, in una visione romantica, temo possa farvi perdere un’ identità ben definita che vi siete costruiti nel tempo con grande fatica, che ne pensate?

Armando Serena presidente Consorzio Vini Asolo Montello

In merito alla proposta del Consorzio Unico ritengo sicuramente valida l’idea che i tre Consorzi si propongano in team. Non vedo invece altrettanto percorribile l’ipotesi di disperdere le peculiarità dei tre territori.  Preliminarmente ci sarebbero comunque da appianare le seguenti differenze tra i Consorzi (forse non insuperabili ma parecchio impegnative):

  • Sulle denominazioni: il Consorzio Vini Asolo Montello, oltre all’Asolo Prosecco, tutela anche il Montello DOCG e le DOC (Recantina, Manzoni, ecc..). Sono tre disciplinarei in totale con più vitigni; gli altri due tutelano solo Prosecco.
  • Ci sono diversità anche nella gestione dei tributi da incamerare dai soci dovute a:
  • differenti aliquote sulle produzioni rivendicate
  • differenti modalità di riscossione
  • Non ultimo, le modalità contabili-amministrative che sono gestite diversamente uno dall’altro.

Esaminando con pragmatismo vantaggi e svantaggi:

  1. Riduzione dei costi.
  2. Mi sembra che i risparmi eventualmente ottenibili possano essere solo marginali: da quello che so i tre Presidenti e i CDA lavorano volontariamente e gratuitamente; inoltre le strutture attuali (specialmente per l’Asolo) credo siano difficilmente comprimibili.
  3. Protocolli viticoli e indirizzi fito-sanitari comuni.
  4. Sicuramente è una grande opportunità; le due DOCG li stanno già perseguendo assieme (qui si riducono i costi perché c’è una ricerca tecnica unica). Entro un lasso di tempo abbastanza limitato, poi lo dovranno fare tutti in Veneto (anche altre denominazioni) perché obbligati dalla Regione con l’effettiva entrata in vigore del PAN (vedi allegato)
  5. Ho notato (con piacevole sorpresa) come i viticoltori negli ultimi 5-6 anni siano diventati estremamente sensibili alle tematiche sulla sostenibilità! Ad esse si stanno allineando, con i necessari tempi tecnici,  per convinzione propria ma anche perché i consumatori (mercato) lo pretendono sempre più incessantemente.
  6. Promozione in comune.
  7. Ottima opportunità se prima di tutto venisse definito un marketing di base condiviso tra di noi che (pur mantenendo le proprie identità) porti ad evitare comunicazioni del tipo: “il mio Prosecco è virtuoso o più buono perché l’altro è di agricoltura industriale”. Queste distinzioni, a mio parere, fanno male a tutte le denominazione Prosecco; per valorizzare la propria DO si possono e si debbono utilizzare altri argomenti.
  8. Sarebbero da definire priorità e paesi obiettivo.
  9. Peso socio-economico-politico.
  10. E’ già ora molto grande ma l’unione dei tre lo accrescerebbe ancora di più. Non dimentichiamo che nel Prosecco hanno investito aziende Italiane (Ferrari per Bisol) e multinazionali Tedesche (Mionetto) Svizzere (Shenk), Russe (Contarini). Forse qualche altra sta arrivando; il nostro è un fenomeno planetario!
  11. A livello MIPAAF ed in misura forse maggiore al MISE, il Prosecco (la più grande denominazione mondiale) è certamente già considerata; l’unione ne darebbe un peso ancora maggiore.
  12. Così dicasi per Federdoc ed altri enti associativi e sindacali.
  13. Visibilità delle tre DOCG
  14. È il vero punto critico: c’è la possibilità che la parte del leone  vada a chi rappresenta 355 mil. di btg.
  15. Anche per questo riterrei opportuno mantenere separata l’identità dei tre Consorzi.

Voglio tirare in campo il “Sistema Prosecco”.

È una Società Consortile costituita nel 2014 tra i tre Consorzi che ha come oggetto sociale la difesa nel Mondo del nome Prosecco (vedi visura allegata).

  • nel 2015 ha fatto desistere (assistito da validi team legali) circa 140 tentativi di usurpazione (vado a memoria) di assonanze e/o imitazione del termine Prosecco nel mondo.
  • Il “Sistema” stato coinvolto dal Bundesministerium fur Emaehrung und Landwirtschaft (in Germania corrisponde al MIPAAF) di concerto col quello Italiano, per procedere col “Protocollo d’intesa per la cooperazione rafforzata Italia-Germania sulla protezione delle DOP italiane “Prosecco”. Quando e se andrà definito, il SISTEMA PROSECCO potrà agire direttamente in prima istanza contro le usurpazioni, evitando molti passaggi preliminari tra Italia-Germania e successive comunicazioni burocratiche.
  • Purtroppo queste notizie non sono ancora state divulgate in modo adeguato anche se ne abbiamo già parlato di farlo in un CDA del Sistema Prosecco.
  • Al Sistema Prosecco ci si incontra periodicamente con gli altri Presidenti e direttori per espletare diverse attività. Abbiamo così approfondito i legami tra di noi condividendo le tematiche più stringenti.

Concludendo l’argomento del Consorzio Unico.

“Il Sistema Prosecco”

  • per me può già oggi rappresentare una specie di Consorzio “Federale” in cui gli obiettivi comuni sono definiti e vengono sostenuti insieme ma si mantengono le individualità delle DOCG
  • il suo Oggetto Sociale può essere ampliato PER GRADI includendo gli obiettivi dal 2 al 5 o altri.
  • è già costituito e funzionante (l’attuale Presidente è Stefano Zanette)

Se dipendesse da me quindi non creerei altre nuove infrastrutture (sai quante carte, complicazioni e nuovi adempimenti) e, senza dover andare in cerca dei “Massimi Sistemi”, lavorerei invece su questo facendolo crescere “motu proprio” giorno dopo giorno.

Luca Ferraro – Bele Casel

Questa è una questione assai delicata, si parla di unione dei due consorzi dal tempo della nascita delle due Docg. Per quanto mi è possibile cerco sempre di scindere il romanticismo dalla concretezza e sono convinto che l’unione dei consorzi potrebbe risultare una scelta felice  se non addirittura obbligatoria alla luce di tutte le dinamiche che si stanno sviluppando e muovendo  nel mondo Prosecco.   Come pensare di voler far conoscere il mondo delle colline trevigiane se non uniamo le forze? Prendiamo la zona della Doc che conta  più di 400 milioni di bottiglie prodotte, aumentassero di un solo  centesimo a bottiglia la quota consortile potrebbero arrivare a guadagnare 4 milioni di euro per anno. Come potremmo noi a quel punto farci notare con una produzione che si aggira attorno ai  70/75 milioni di bottiglie?
Probabilmente la manovra inizialmente potrebbe procurare confusione e riscontrare trovare il favore di pochi produttori  ma ho come l’impressione che in questo momento la scelta più corretta sia quella di fare un consorzio unico che possa promuovere e tutelare in maniera decisiva le produzioni collinari e tutti i piccoli vignaioli che lavorano vigne in pendenze folli.
Più si tende a dividersi e più si rischia di perdere nei confronti di chi è economicamente più forte di noi. L’Unione non può essere concepita come perdita d’identità di un territorio basterà pensare di costituire una Docg con 3 Cru, Asolo, Conegliano e Valdobbiadene.

Francesco G. Siben – Cirotto Vini

La strada è difficile ma non impossibile, immaginare un consorzio unico del Prosecco che comprende i tre Consorzi, Asolo Docg , Conegliano-Valdobbiadene Docg e Doc allargata ,  con tre sottozone DOCG  ( Asolo, Valdo e Conegliano)  e relative microaree di eccellenza penso sia doveroso per mantenere distinte le peculiarità che ne emergono per natura. ( Monfumo per la zona di Asolo sta al Cartizze per Valdo). Questo per l’Asolo non significa perdere l’identità, ma unire le forze a tutto vantaggio di un territorio che acquisirebbe ulteriore valore agli occhi del mondo. Esempi intorno a noi di simili sinergie che funzionano ne abbiamo( vedi Franciacorta) , basterebbe riflettere, riorganizzare, “fare sistema” e prendere esempio da chi ha già attuato queste politiche. Qualche anno fa poteva essere vista come una “visione romantica” ma ora potrebbe essere un’ ipotesi realistica che passa attraverso un continuo racconto delle diverse zone di produzione partendo dal micro clima, passando per l’orografia dei terreni e la loro composizione , l’impatto dell’uomo sul vigneto e l’uso di vitigni antichi come la Bianchetta, la Bianchettona , la Perera e la Boschera ( Rabbiosa) che insieme alla Glera vanno a comporre il nostro Asolo Docg Superiore.

Negli incontri con la stampa che ci sono stati durante il recente Asolo Wine Tasting, il presidente del Consorzio Armando Serena ha spesso parlato di questo gruppo di giovani produttori che, se pur non formalmente costituito, ha all’interno del Consorzio  un’importante spinta propulsiva e di innovazione; in sostanza Serena ha fatto capire che la voglia di crescere passa da loro. Questo aspetto mi ha colpito molto, si è sentito un legame particolare anche tra generazioni diverse, tanto da farmi pensare che quella modalità di fare sistema che tanto invidiamo ai francesi qui si realizzi o si stia realizzando, mi sbaglio?

 Armando Serena presidente Consorzio Vini Asolo Montello

Alla mia elezione a presidente nel 2012 avevamo circa 22.000 €/anno di mezzi proprio da utilizzare per il Consorzio e quindi (come i precedenti presidenti) ho dovuto dedicarmi in prima persona (con l’ausilio saltuario di un’impegata di Montelvini e del CDA) alla sua gestione (tutto e per tutti come volontariato non retribuito).  Una delle prime necessità è stata quella di migliorare la comunicazione, con i Social in primis e, non avendo risorse, ho cominciato a chiedere informazioni ai Soci che sapevo essere più “smanettoni” di me.   Così abbiamo iniziato a sentirci principalmente con 3-4 persone, avendo dei feed-back da ciascuno di loro. Però era complicato ed ho pensato che sarebbe stato meglio che prima discutessero le rispettive istanze e che fosse uno solo di loro a riportarmi le proposte risultanti.  Per semplicità l’abbiamo cominciato ad identificarli come GRUPPO GIOVANI, che poteva venir (a loro scelta) integrato con l’apporto saltuario o definitivo anche di altri soci.  Tra di loro naturalmente ci sono degli enologi che hanno cominciato a parlare non solo di social ma anche di altre necessità per il Consorzio fornendomi così dei nuovi imput. Per merito del loro lavoro (si sono divisi autonomamente in sottogruppi) fra poco uscirà la prima bottiglia Istituzionale dell’Asolo Prosecco Superiore DOCG e verranno stese delle proposte di modifica dei disciplinari. Questo organismo non è previsto dal nostro Statuto e quindi non non ha validità decisorie ma, proprio per il suo essere informale, recepisce molti imput da tanti produttori, soci ed anche da non soci.  Quasi sempre però le loro istanze vengono sottoposte (e qui rientriamo nell’istituzionale) al vaglio del CDA (che pure apporta proprie idee nuove) e successivamente, se necessario, portate all’approvazione dell’assemblea. Concludendo sul GRUPPO GIOVANI io dico sempre che si è fatto di necessità virtù col risultato che la mancanza di risorse ha cementato il gruppo e mi riporta quello che la base ha da dire!

Luca Ferraro – Bele Casel

L’Asolo ha un vantaggio su tutti, siamo piccoli e veloci,  Armando Serena è una persona molto capace che ha saputo cogliere le potenzialità di un territorio e della gente che lo vive.
Avrebbe potuto fare affidamento solo sulla sua enorme esperienza e invece ha capito che i giovani sono una risorsa immensa se ben gestita. Ecco che 6 ragazzi 2.0 collaborano e si confrontano sui temi più disparati, dal marketing ai problemi in vigna, portando all’attenzione del consiglio proposte che vengono vagliate e attuate in tempi molto brevi., se ritenute condivisibili.
I risultati per esempio sono quelli di essere riusciti per primi ad ottenere la versione Extra Brut negli Asolo Docg e di organizzare un grande Asolo Wine Tasting con risorse limitatissime.

Francesco G. Siben – Cirotto Vini

Il “gruppo giovani” che raggruppa una manciata di viticoltori del consorzio Asolo Montello, si è costituito spontaneamente per portare idee nuove al Consorzio; è come una squadra di rugby che, con tutti i suoi giocatori ,  vuole creare quello spirito di affiatamento  che serve a proporre azioni nuove per raggiungere un obbiettivo comune cioè valorizzare i nostri vini e comunicare il nostro territorio, anche in collaborazione con realtà locali che contribuiscano ad aumentare la visibilità turistica della nostra splendida zona. Noi giovani vogliamo far tesoro dei valori e dell’esperienza delle vecchie generazioni e, col loro supporto, dare il nostro contributo di idee per valorizzare queste colline che hanno secoli di storia ( risale alla Serenissima repubblica di Venezia)  e sono un patrimonio che va conservato per il futuro nostro e dei nostri figli. Personalmente sono convinto che le nostre colline affacciate alle prealpi trevigiane  possono ancora  esprimere un potenziale viticolo notevole  che noi viticoltori stiamo scoprendo poco per volta, vendemmia dopo vendemmia, vinificando separatamente  vigneto per vigneto e valorizzando ogni singolo appezzamento.

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Irene Graziotto per la Stanza del vino

Il successo della bollicina mette in discussione le altre varietà del Vigneto Veneto. La domanda in continua crescita del Prosecco e il conseguente rialzo in valore dei vigneti di Glera – attualmente il valore medio della produzione annua vendibile è pari a 20.000 euro – fa gola a molti. Ma la tentazione di convertire i propri vigneti a Glera potrebbe avere i suoi risvolti negativi.

Se ne è parlato sabato scorso al convegno “Prosecco: un futuro di un miliardo di bottiglie o della ricerca della qualità?” che ha visto riuniti i Presidenti dei tre Consorzi Prosecco – Stefano Zanette, Innocente Nardi e Armando Serena – Matilde Poggi Presidente FIVI e il produttore Gianluca Bisol, che qualche mese fa aveva pronosticato il raggiungimento di un miliardo di bottiglie nel 2030. Proprio da questa forte dichiarazione è partito Davide Paolini, il Gastronauta di Radio 24 e Sole 24 Ore, che nel convegno tenutosi a Gourmandia ha voluto analizzare le possibili prospettive di sviluppo.

Si raggiungerà dunque la quota un miliardo visto l’attuale produzione totale che si aggira sul mezzo miliardo? “Con i prezzi correnti oggi difficilmente si potrà arrivare a questi quantitativi – risponde Bisol che raddrizza il tiro “ma la richiesta continuerà ad aumentare per un prodotto così piacevole ed invitante”. Una previsione su un così lungo tempo è infatti non solo difficilmente calcolabile – dichiara Zanette – ma anche dannosa in quanto “crea tensioni inopportune”. Il recente innalzamento del tetto di ulteriori 3 mila ettari di Glera – metà della Docg del Conegliano Valdobbiadene – non sarà inoltre immediatamente disponibile domani – sottolinea sempre Zanette. E questo è il primo punto da prendere in considerazione: per quanto durerà il fenomeno Prosecco? Ovvero vale oggi la pena di espiantare un vigneto, piantarlo a Glera ed averlo che entra in produzione tra cinque anni?

Se la risposta ad ora è sì, entra in gioco la seconda questione è: quanto lungimirante è una monocoltura di Glera? Sulla lungimiranza economica delle monocolture lascio la parola ai libri di storia e alla critica situazione attuale del Venezuela che ha basato la propria economia sul petrolio. A ciò va aggiunto, a mio parere, l’interesse della stampa estera, che e poi quella che guida il consumo futuro, e che sta tornando ad occuparsi di vitigni autoctoni. Vale dunque la pena espiantare un vigneto di Raboso in Veneto o Ribolla Gialla in Friuli, oggi non proprio sulla cresta dell’onda, per piantare Glera?

Sul rischio monocoltura si è espressa anche Matilde Poggi di FIVI che ha sottolineato inoltre la minore salute fitosanitaria delle vigne in pianura rispetto a quelle delle zone collinari dove esse esistono da secoli. Quanto alla soluzione del disequilibrio fra domanda e offerta, la Poggi propone di insistere sul prezzo, alzandolo.

Una proposta che sembra spaventare molti. Non è che forse c’è un po’ di paura nell’affermare che il Prosecco è buono e se lo vuoi lo devi pagare? Va bene, c’è il pericolo di finire fuori fascia di listino ma l’innalzamento medio di un euro non può avere effetti traumatici. E poi, se pensiamo che la chiave per vendere sia tenere il prezzo basso, c’è sempre la Cina dietro l’angolo. Se infatti i Cava sembrano in declino, il Paese del Dragone ha terra, know how e manodopera sottopagata a sufficienza per farci le suole. E se la Cina ancora latita, ci pensano nel frattempo Nuova Zelanda, Brasile – dove il Prosecco è un marchio registrato – e Australia, tutti Paesi dove l’italian sounding è in parte anche supportato da produttori di origine italiana.

La soluzione è quella allora di vendere un prodotto che si porti dietro un’immagine, un messaggio subliminale: prosecco, convivialità, colline venete pullulanti di arte e cultura. “Più arte e più cultura nel calice”: è questa la proposta di Armando Serena, del Consorzio Asolo Montello Docg, che nel recente Press Tour ad Asolo ha dato un assaggio più che stuzzicante di cosa significhi legare paesaggio e Prosecco. Della stessa opinione anche Innocente Nardi del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg il cui territorio è in lizza per il riconoscimento quale Patrimonio UNESCO – un riconoscimento importante visto che nei siti che entrano a far parte del World Heritage List si registra un aumento del 30% nei flussi turistici.

Ma se a parole, il progetto di un’immagine univoca da legare al termine “Prosecco” sembra se non facile almeno proponibile, nella realtà esistono tre consorzi differenti che lavorano su ben due regioni – non dimentichiamo il Friuli – e nove province. Vero è che un percorso di collaborazione è già stato intrapreso e sotto l’egida di “Sistema Prosecco” si occupa di lotta alla contraffazione – con già 140 tentativi silenziati da inizio anno – ma all’estero – quando non in Italia – tale presenza una e trina ancora spaesa.

Obiettivi per il futuro? Lavorare sempre più in sinergia e in gruppo, con studi di mercato alla mano, perché è solo in un’ottica collettiva che è possibile assicurare un successo quanto più longevo al Prosecco e un aumento anche nel prezzo – che fa comodo a tutti, Doc come Docg.

Solo collettivamente è inoltre possibile dare un senso alla lotta alla contraffazione – onde evitare di far sì che tra i tre litiganti il quarto goda.

E conquistare il mercato francese, che nelle parole di Davide Paolini, potrebbe rivelarsi un vero e proprio passpartout. E se già nella patria dello Champagne e a Parigi si consumano 7 milioni di bottiglie, forse la partita potrebbe finire in maniera prevedibile come il match Leicester-Barcellona.

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Vinitaly, come sanno anche i sassi, è una delle fiere di settore più importanti del mondo.  Come di prassi, al termine dell’evento,  escono articoli su ogni argomento; naturalmente si parla di vino, ma anche di fatti di costume, molto gettonate sono le lamentele, spesso a sproposito e poi,  ogni anno, c’è qualcuno che regolarmente propone di spostare la fiera in un altra città che quella si, in termini di infrastrutture,  non ha rivali in Europa. Raramente capita di sentire la voce di tutti quei professionisti,  e in Italia ne abbiamo davvero di bravi e preparati,  che si occupano di comunicazione enogastronomica gestendo gli uffici stampa delle cantine. Niente di meglio quindi che andare direttamente alla fonte e intervistare alcuni operatori, chiedendo loro di raccontare  qual è lo sforzo organizzativo per preparare un evento di tale portata, tracciando anche un bilancio sull’ edizione 2016.

Michele Bertuzzo: nasce nel 1974 a Valdagno, tra botti e bottiglie dell’enoteca di famiglia. Da ragazzino gioca a fare il piccolo cantiniere. Si laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna, con tanto di pacchetta sulla spalla da Umberto Eco. Diventa editore di una radio commerciale, collabora con Tv e testate locali. Dal 2003 è giornalista. Un corso per Sommelier gli fa riscoprire la vocazione di famiglia: è la quadratura del cerchio. Nel 2007 fonda Studio Cru insieme a Davide Cocco a cui contende gli appellativi di enofighetto e gastrosborone.

 Vinitaly è LA fiera. È l’occasione in cui tutto il mondo del vino (italiano, ma non solo) si trova nello stesso momento, nello stesso luogo. La condizione ideale per lanciare un messaggio, chiedere ascolto, ottenere l’attenzione di giornalisti, blogger, influencer, opinion leader, stakeholders. Insomma, chiamateli come volete: quelli che fanno opinione che se dicono che il vino è buono è presumibile che lo sia davvero. Facile, ma solo in teoria. Perché a questo mastodontico evento partecipano 4100 aziende, ciascuna con novità, degustazioni, eventi. Una concorrenza enorme, in cui non si contano le occasioni di incontro, degustazione, esperienza, approfondimento pensate proprio per stampa e affini. Anche la più piccola cantina della provincia più sperduta anela un articolo, una citazione, un post. Fosse anche un tweet, va bene lo stesso. Ed ecco allora che i giornalisti sono richiesti, contesi, forse pure tirati per la giacchetta. Gli “uffici stampa” (una sineddoche, bisognerebbe dire “gli addetti stampa delle agenzie di comunicazione”) si appostano all’entrata della sala stampa, adocchiano la preda dal badge appeso al collo e con fare disinvolto la inseguono al bar. Attaccano bottone e tra un caffè e l’altro propongono la visita a questo stand o la partecipazione a quella verticale. I più corteggiati sono quelli buoni, quelli che scrivono per testate importanti. Ma ad un certo punto, stremati dalla caffeina, vanno bene anche gli altri e un post su Facebook corredato da galleria fotografica. Facciamo così anche noi? Può darsi. Ma se possibile anche no.  Preferiamo giocare d’anticipo. Con due o tre accorgimenti. Anzitutto cercando di avere buone notizie. O più semplicemente: delle notizie. Sono il pane del giornalismo, senza notizie non si va da nessuna parte. Cos’è notizia? Ad esempio una nuova azienda, se ha degli elementi davvero di originalità e unicità. Ad esempio era notizia il debutto di Roberta Moresco. L’hanno definita un’immaginatrice di vini. Lei di mestiere è selezionatrice, ma ad un certo punto della sua carriera si è accorta che non riusciva a trovare dei vini che nella sua testa esistevano. Pensava si potesse mettere insieme Corvina e Pinot Nero. Difficile anche da pensare, ma non per lei. Un giorno ha preso coraggio e bussato alla porta di Fausto Maculan e Luca Speri, selezionato le partite buone dei due vini base e creato il suo AzzardoRosso. Praticamente una rivincita. Oppure la storia di Carolina de’ Besi, veneta trapiantata a Saronno con una nostalgia della sua terra così grande da spingerla ad acquistare terreni sui Colli Berici. Qui ha stretto amicizia con Celestino Gaspari, enologo di grande sensibilità ed esperienza che si è fatto le ossa lavorando a fianco di Giuseppe Quintarelli, in Valpolicella. Carolina e Celestino stanno tirando fuori un carattere inaspettato da questi colli che finora sono stati ingiustamente nell’ombra e oggi emergono con uno stile che riporta alla mente i grandi Amarone, ma con varietà ed espressioni diverse. Secondo elemento: cerchiamo di dare un servizio ai giornalisti. Quindi prepariamo comunicati stampa chiari e semplici, corredati da immagini in alta definizione. Siamo di supporto per interviste o approfondimenti. Inviamo per tempo un programma degli eventi organizzati presso i nostri clienti giorno per giorno e invitiamo a fare un percorso di visita personalizzato, nel quale il giornalista è accompagnato e assistito. Non da ultimo, credo conti il rapporto consolidato negli anni tra giornalista e agenzia di stampa. Vinitaly diventa così un’occasione per vedersi e salutarsi. L’assaggio un piacere e se poi da questo esce una recensione o un articolo tanto meglio. Altrimenti altre occasioni non mancheranno.  Infine, ultima regola di un buon ufficio stampa è quella di sfruttare ogni occasione di visibilità per i propri clienti. Visto che ci sono riuscito anche qui?

 Cinzia Luxardo: Classe ’66, padovana di origine ma di madre mantovana e padre zaratino, esule in patria, tengo a dirlo. Formazione prettamente umanistica, dopo il liceo una laurea in Lingue Straniere e il sogno di diventare organizzatrice congressuale. Inizio a Milano per puro caso facendomi le ossa in un’agenzia di comunicazione integrata specializzata nel settore farmaceutico e la sera frequentando un corso intensivo di specializzazione in marketing in Bocconi. Tre anni nel team convegnistica medico-scientifica e poi una miriade di esperienze diversissime, dalla post produzione televisiva agli studi fotografici alle fondazioni culturali fino ad approdare nel favoloso e nuovissimo mondo della rete, negli anni del boom. Collaboro per 4 anni in una web agency dove nello staff di redazione imparo a scrivere per il web curando contenuti per portali verticali e communities. Solo dopo, nel 2005, mi avvicino all’attività di ufficio stampa per il wine&food prestando consulenza per due agenzie venete, specializzandomi nello sviluppo di eventi e relazioni con la stampa internazionale e, nell’ultimo periodo, affiancando anche consulenze private per aziende italiane del vino in diverse denominazioni vinicole italiane.      

 Sono in questo settore da 12 anni. Abbastanza credo, per aver accumulato il giusto grado di esperienza e di quella cosiddetta praticaccia, grande e insostituibile alleata che ti aiuta, a tratti, a ridimensionare le inevitabili ansie da prestazione… con in più qualche vantaggio. Quello di aver vissuto i miei Vinitaly con registri mai uguali, lavorando nel tempo per diverse agenzie nonché diverse tipologie di clienti, scanditi quindi da tempi e ritmi diversissimi quando non addirittura opposti, affiancando il mio ruolo di consulente per clienti privati, e infine vivendo questo evento prima e dopo l’avvento, affatto trascurabile, dei social network. Il lavoro maggiore, e chi fa il mio mestiere lo sa, si tratti di un grande salone internazionale, di un‘anteprima vini o di altro genere di evento è quasi sempre a monte e ogni volta modulato sullo specifico cliente che ha le sue caratteristiche, esigenze, aspettative, pregi e difetti. A Vinitaly poter organizzare un evento per la stampa allo stand mantiene sempre un buon appeal, ad esempio quando si gioca sugli abbinamenti food puntando su chef di spicco certo, ma che in primis siano in grado di cogliere la filosofia e l’anima di quella cantina interpretandola nel piatto. La formula ‘salotto’ resta vincente, permette ai giornalisti di trovare un momento di condivisione con i colleghi oltre a degustare quel o quei vini anche uniti a un sapiente abbinamento mirato ad esaltarne i sentori al palato. Uno stop ristoratore poi specie a Vinitaly, è sempre gradito . Se questo non è possibile si deve tener sempre presente che un vino, che in questo ambito resta il protagonista indiscusso, è insieme espressione di un territorio, una storia familiare, una filosofia di lavoro, un team di persone. Se poi hai la fortuna come è capitato a me, di lavorare per produttori dall’indole aperta e comunicativa, spigliati davanti a un microfono o a una telecamera ma soprattutto con vino di ragguardevole livello in bottiglia beh, sei a metà dell’opera. Ma ogni volta che offri un calice, devi saper trasmettere tutto il patrimonio che sta dietro a quel perlage  Noi addetti stampa poi lo sappiamo tutti, Vinitaly è ogni volta una rincorsa al giornalista, un po’ ce li contendiamo specie le firme migliori, in tempi tra l’altro in cui ormai difficilmente la categoria si ferma a Verona per quattro giorni, anzi se va bene almeno la metà e tra degustazioni da condurre, seminari o convegni da moderare di tempo a loro ne resta pochissimo. E’ qui che rientra in gioco il concetto del lavoro fatto a monte, nel tempo, la costruzione di un rapporto di reciproca stima e fiducia se non di amicizia coi giornalisti basato al di là degli inviti a conferenze stampa, cene o eventi su contatti frequenti, confronti di opinione, richieste di suggerimenti, a generare un flusso reciproco di comunicazione in divenire, utile i entrambi i sensi.  Posto che alla fine ogni addetto stampa ha il suo metodo, i suoi trucchi del mestiere, fondamentali e irrinunciabili sono a mio avviso queste basi: una buona (e costante) conoscenza del settore, curiosità, etica, pazienza, il giusto mix di astuzia  e diplomazia, intuito, tempismo, e tanta passione (che significa anche mai guardare l’orologio) Senza mai dimenticare che il nostro è fondamentalmente un ruolo cuscinetto tra azienda e media, siamo i portavoce dei nostri clienti, ma non dobbiamo sostituirci a loro. In apertura accennavo all’era dei social network, la nuova comunicazione da cui i consulenti come me non possono prescindere, elemento che se da un lato ha raddoppiato il lavoro dall’altro permette di integrare l’ufficio stampa tradizionale allineandolo su tempi più brevi e un bacino di pubblico più ampio, a vantaggio dell’immagine aziendale dei nostri clienti, più dinamica e aggiornata. Il bilancio del mio Vinitaly 2016? Più che positivo perché mi ha permesso di ricevere un notevole flusso di stampa accompagnandola in degustazioni approfondite, attente, talune molto tecniche e prolungate, sempre combinate con l’estrema disponibilità dei produttori o degli enologi a raccontare e raccontarsi. Non posso chiudere senza un doveroso grazie speciale a Michelangelo Tagliente per avermi offerto l’opportunità di dare voce a quello che faccio ogni giorno cercando di non perdere l’entusiasmo degli inizi.

 Sara Vitali: Dal 1985 mi occupo di comunicazione, dalla Coppa America in Australia ai cani da slitta attraverso le Alpi. A 30 anni ho aperto la mia agenzia di consulenza occupandomi di tanti progetti in settori diversi, turismo, cultura, agroalimentare. A 40 anni ho avuto una figlia, Emma. A 50 anni ho aperto la casa editrice Cinquesensi. Vivo a Lucca per scelta.

Caro Michelangelo, Vinitaly è una manifestazione che riempie di orgoglio chi opera nel settore. Una grande piazza dove incontrarsi, una volta all’anno. Una certezza. Parto dal fondo delle tue considerazioni: Verona resta il teatro ideale di questo incontro. Per storia, cultura specifica e, non ultimo, bellezza. Venendo alla comunicazione, negli anni ci siamo occupati di realtà imprenditoriali e di eventi diversi. L’approccio va quindi calibrato in base allo specifico da comunicare. Quando segui un grande evento, un’iniziativa istituzionale che coinvolge più realtà, è corretto programmare un appuntamento (non più una conferenza stampa!). Nel nostro caso attuale, la nostra consulenza riguarda due cantine italiane e la nostra casa editrice, realtà “piccole” e quindi fragili, da trattare con cura! Senza dimenticare che non amiamo rincorrere i nostri colleghi giornalisti alle prese appunto, con eventi istituzionali e comunque impegnitivi. In questo caso si lavora prima, organizzando, come nel caso di Pala, inviti in cantina, in Sardegna o, nel caso di Valle dell’Acate, presentando i vini in una colazione in casa. I tempi e i luoghi scelti sono più indicati alla presentazione e alla degustazione nei tempi e con il rispetto che un prodotto prezioso come il vino richiedono. Allora Vinitaly diventa l’occasione per incontrare chi non è riuscito ad essere presente, per scambiarsi opinioni, anche, perché no, riabbracciarsi. E poi, da qualche anno, ci sono gli appuntamenti “fuori Vinitaly”. Noi abbiamo scelto di aderire a un solo evento – God Save The Wine, con grande soddisfazione. E, dulcis in fundo, in libreria, abbiamo presentato il nostro ultimo libro, Opere di Gualtiero Marchesi. Vinitaly 2016 si è chiuso all’insegna di un ritrovato ottimismo, dopo anni non certo facili.

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