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Qualche mese fa, nel post dove parlavo di Cantina degli Astroni e dei suoi ottimi vini, mi ero ripromesso di approfondire la viticoltura dei Campi Flegrei; l’occasione mi si è presentata subito, incrociando casualmente due gran bei vini (Falanghina 100%) della Cantina “La Sibilla” di Bacoli.  I Campi Flegrei sono una vasta area di origine vulcanica situata a nord-ovest della città di Napoli; la parola “flegrei” deriva dal greco “flego” che significa “brucio”, “ardo”. Nella zona vi sono ancora oggi ventiquattro tra crateri e siti vulcanici, alcuni dei quali emettono gas (area della Solfatara) o di natura idrotermale (Agnano, Pozzuoli). I Campi Flegrei per secoli sono stati una tappa fondamentale per chi veniva a visitare l’Italia; infatti, ancor prima della scoperta di Ercolano e Pompei, erano luoghi dove era possibile visitare ville e monumenti dell’antica Roma e dove si avvertiva la presenza dei miti dell’epica greca (Omero). Abbandonati i panni di Alberto Angela, riprendo il discorso sulla viticoltura riportando alcuni dati del disciplinare: La DOC Campi Flegrei è del 1994 e prevede la possibilità di produrre i seguenti vini: Campi Flegrei bianco (falangina 50-70%, biancolella e/o coda di volpe 10.30%); Campi Flegrei rosso (piedirosso o per è palummo 50-70% aglianico e/o sciascinoso 10-30%); Campi Flegrei falangina (falangina 90% minimo); Campi Flegrei piedirosso o per è palummo (piedirosso 90% minimo); con un invecchiamento minimo di 24 mesi, è ammessa la dicitura riserva. Il piedirosso è un vitigno a bacca rossa di origini antichissime (Plinio ne parla nel Naturalis Historiae) e viene accostato a vitigni quali il dolcetto piemontese o al friulano refosco dal peduncolo rosso, ma nei Campi Flegrei, data la natura vulcanica del terreno, si esprime con caratteristiche del tutto particolari che lo rendono unico. La falanghina “verace” così detta nell’area Flegrea per distinguerla dalla sua omonima “mascolina” diffusa nell’avellinese,  è coltivata nel 90% dell’area viticola e viene per tradizione vinificata in purezza; come ovviamente la famiglia Di Meo proprietaria della Cantina “La Sibilla”, che deve il suo nome alla sacerdotessa di Apollo che nel suo misterioso e affascinante antro prediceva il futuro a chi la interpellava. Ho avuto la fortuna di degustare il Campi Flegrei Falanghina, vino che affina in acciaio per nove mesi sur lies, dai profumi intensi con delle note minerali dovuti al terreno vulcanico e con una sapidità davvero particolare e il Cruna Delago (sempre 100% falanghina), cru dell’azienda,  affinato sur lies in acciaio per sei mesi, al quale il suolo vulcanico ha conferito una intensa e affascinate sapidità. Il pesce (dalle crudità, al grigliato, al forno,) trova con questi due vini la sua massima esaltazione. Come diceva quell’illustre cantautore partenopeo nel 1973: “Gente che passa, che suono che fa… non è un paese, non è una città. Ma era dolce, era dolce per me…quella strada mi è cara, la più cara che c’è……. Campi Flegrei!

One Response to “Campi Flegrei e la Sibilla in una bottiglia di Falanghina”

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