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Mario Soldati  lo aveva soprannominato il “piccolo, grande vino”, ed è innegabile il fascino di questo vitigno unico al mondo. Viti a piede franco, che si avvinghiano ai pioppi (in gergo tecnico si dicono maritate) e che posso raggiungere altezze anche di 15 metri, tanto che al tempo della vendemmia trasformano i viticoltori in equilibristi degni del grande circo Barnum. Deve essere qualcosa di straordinariamente evocativo partecipare a una vendemmia di asprinio,  veder  manovrare quelle scale, fatte apposta per l’alberata, con sapiente maestria, qualcosa che sa di rito ancestrale, ma che purtroppo rischia di estinguersi perché per vendemmiare l’uva asprinio bisogna essere davvero esperti altrimenti si rischia la vita. In merito all’origine di questo vitigno ci sono varie versioni, c’è quella di Nicola Columella Onorati, professore di agronomia vissuto agli inizi dell’800, che lo vuole proveniente dal vitigno Greco;  un’altra lo ritiene legato ai Pinot importati durante la dominazione francese dell’800; poi c’è quella più antica che lo vuole proveniente da viti selvatiche coltivate dagli Etruschi che vivevano intorno a Capua, affini alle uve lambrusche. Il vino che deriva dalle uve asprinio ha un’acidità davvero importante e pertanto, benché ne esista una versione ferma, trova nella tipologia spumante la sua massima espressione. Secondo la vulgata si abbina con la mozzarella di bufala e la pizza margherita ma credo che anche con i crudi di pesce ci sia di che divertirsi. Mi sono innamorato dell’asprinio  grazie all’azienda Grotta del Sole  che  ne fa due versioni, un ottimo charmat e un intrigante ed elegante metodo classico.

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