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Roberto Cipresso, raccogliendo anche gli stimoli derivanti dai commenti al suo scritto di qualche giorno fa sul mio blog, torna sull’argomento per un ulteriore interessantissimo approfondimento. Leggendo il nuovo intervento di Roberto mi sono reso conto che noi appassionati, spesso, abbiamo il paraocchi e rischiamo di ragionare per stereotipi; infatti, mai mi sarei immaginato che il Picolit o il Passito di Pantelleria non potessero essere considerati vini di Terroir. Mi colpisce moltissimo anche la visione di terroir di Roberto che non fa riferimento all’uomo e che è molto simile a quella di Marko Fon; ricordo ancora le parole di Marko mentre visitavamo le sue vigne nel Carso: “la terra è tutto, l’uomo deve contare relativamente, il vino non può legarsi a un nome, a un marchio; chi verrà dopo di me, deve essere in grado di fare lo stesso vino, è la terra che comanda!”.
Ringrazio Roberto Cipresso per tutto quello che ha fatto e che fa per il vino, per il suo grande lavoro di sperimentazione e di ricerca, per la sua sana follia in grado di emozionare e far riflettere, dandoci una visione meno rassicuramente e proprio per questo incredibilmente stimolante del mondo del vino.

“Caro Michelangelo, immaginavo che le osservazioni in merito ad un’antitesi tra concentrazione zuccherina ed espressione del “terroir” avrebbero generato queste curiosità ed attenzione; è quindi mio desiderio dar seguito al dibattito, stimolato dalle considerazioni degli altri ospiti del tuo blog, e soprattutto dal riferimento di RoVino a Pantelleria. Trovo anzitutto opportuno fare una piccola premessa: quando faccio riferimento al “terroir”, intendo semplicemente la combinazione, in ogni caso unica ed inimitabile, tra fattori climatici ed elementi geo-pedologici di un territorio; quest’ultimo, può essere poi più o meno interessante e affascinante, e avere dal punto di vista enologico diversi gradi di potenza espressiva; la mia concezione personale del “terroir” non fa cioè riferimento all’uomo, alle sue culture e tradizioni e alle azioni che può o ha potuto nel tempo esercitare sul territorio (altrimenti un “terroir” può divenire qualunque cosa, in funzione di chi lo abita e lo manipola). Tornando quindi al contesto di Pantelleria, ecco che si rende necessaria un’altra premessa: isola di agricoltori e non di marinai; nel suo cuore, una vera e propria montagna (oltre 800 m di altitudine), ricoperta anche da conifere, con i funghi porcini in autunno, e allo stesso tempo la possibilità di scorgere i fari della costa tunisina ma non di quella siciliana; pascoli di mucche (con produzione del relativo formaggio) che convivono con la pietra pomice sul mare, con gli olivi, le piante antiche di capperi e i cespugli di fichi, senza fusto per resistere al vento implacabile; e ancora il fascino dei Giardini Panteschi, sorte di stanze circolari senza tetto quali unica oasi nella quale condurre in protezione le attività agricole dell’isola e radunare aranci e limoni delle singole famiglie; l’incanto dell'”Occhio di Venere”, e infine gli inimitabili sapori e consistenze della frutta locale. Una volta metabolizzato tutto ciò (e molto altro ancora che per non essere davvero troppo prolisso evito di citare), si può solo giungere alla conclusione (e non senza un vero disappunto) che il prodotto enologico “icona” dell’isola è ottenuto da un’uva da tavola priva di peculiarità enologicamente interessanti, lasciata bruciare ed ossidare al sole e al vento su superfici spolverate di tufo; quando il frutto è caramellato e tutta l’uva marrone e disidratata, si procede alla vinificazione, con protocolli assolutamente non specifici per quel determinato tipo di uva e tantomeno per quel preciso territorio di provenienza. Trovo, in conclusione, che il Passito di Pantelleria rappresenti proprio un esempio molto calzante di ciò che ho sostenuto nel mio primo intervento, e ritengo mortificante assumerlo a prodotto rappresentativo di un “terroir” che avrebbe più forza e capacità di espressione di tantissimi altri pur molto decantati in Italia e nel mondo; in base alla mia esperienza mi sento di dire infatti che lo Zibibbo bruciato al sole, quale prodotto prettamente artigianale, darebbe risultati del tutto simili in molte zone della Sicilia! Ciò precisato, sono a favore di tutti i vini buoni del mondo, di “terroir” o meno (anche se proprio il “terroir” resta sempre la mia grande passione), ma ritengo non si debba confondere la piacevolezza di un vino con la potenzialità espressiva del “terroir” di provenienza.”
Roberto Cipresso

One Response to “Roberto Cipresso, l’appassimento e il terroir parte seconda”

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