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Forse il titolo è causa del millenarismo evocato dal ormai prossimo 2012, però mi serviva per rappresentare, in maniera decisa, un’idea di cambiamento che sento impellente tra coloro che il vino lo fanno, lo divulgano e naturalmente lo bevono.  Il caso ha voluto che qualche settimana fa, oltre al consueto e costante scambio d’idee on line tra blogger, la città di Gorizia ospitasse un convegno denominato: “Opportunità e minacce per i vini bianchi d’eccellenza”. L’appuntamento, per quanto mi riguarda, ha segnato una svolta, e non  tanto per aver appreso delle mirabolanti opportunità che i nuovi e vecchi mercati possono offrire ai vini bianchi o per le pre/visioni del futuro del guru di The Wine Advocate, ma quanto per due interventi che da soli valevano il “prezzo del biglietto”. Il primo di Antonio Calò, presidente dell’Accademia della Vite e del Vino, che in realtà è racchiuso tutto in una considerazione fatta circa a metà del suo intervento; Calò dice: “ Il vino è una bevanda non necessaria al sostentamento dell’uomo ma è fondamentale per la qualità della vita dell’uomo”; caspita che botta! Non è quello che si dice anche dell’arte e della cultura?Allora basta ipocrisie, il vino, quello vero, quello fatto con l’anima, quello che ha una storia da raccontare, ha la stessa sostanza di un’opera d’arte e non necessariamente deve essere costoso, infatti, anche un cd di Glenn Gould o le sei suites per violoncello di Bach si possono comprare per una decina di euro.  Se non succede questo, se non c’è quest’alchimia, il vino diventa una semplice e triste bevanda alcolica, capace di esaltare solo i venditori di aspirapolvere alle fiere!

L’altro intervento è quello dall’americano Paul Wagner di Balzac Consulting che ha invitato i produttori, intenzionati a introdurre il loro vino nel mercato americano (e non solo), ad abbandonare il desueto linguaggio tecnico per iniziati; basta parlare di densità d’impianto, di controllo delle temperature, ecc; ed io aggiungo: Ha davvero tanta importanza sapere se i tini usati per la fermentazione erano tronco conici? Ha davvero senso questa rincorsa onanistica a riconoscere venti sentori in un vino? Chi ama veramente il vino rifugge dalla chimica contabile applicata alla bottiglia; chi ama veramente il vino ha bisogno di storie, di emozioni; ad esempio di un Marko Fon che mentre ti porta a vedere le vigne ti racconta della terra e dei sassi del Carso e ti dice che in lingua slovena la parola “prodotto” ha un’etimologia diversa a seconda che ci si riferisca all’industria o all’agricoltura; “Proizvajati” per indicare il prodotto industriale e “Pridelati” per indicare il frutto della terra. La gente slovena rivendica con orgoglio la necessità di non voler confondere le due cose, mentre da noi tutto è drammaticamente indicato con la parola “prodotto”. Oppure, ad esempio, di uno splendido pomeriggio d’inizio autunno dove hai la fortuna sfacciata di bere un trebbiano di Valentini del 1999 e dopo due ore dalla degustazione (e non sto esagerando) senti che è ancora tutto lì nella tua bocca e nel tuo cervello e non va via, come un bacio o un pensiero d’amore!

Ricomincerò da qui in questa nuova casa de “La stanza del vino”!

5 Responses to “Opportunità e minacce per i vini bianchi d’eccellenza: l’alba di un nuovo giorno”

  1. complimenti, un gran bel post pieno di indicazioni su cui meditare, per me utilissimo in questo momento.

  2. lastanzadelvino scrive:

    Grazie Vittorio, mi fa molto piacere che quello che ho scritto possa esserti d’aiuto, un caro saluto

  3. Bella questa considerazione circa l’uso della parola “prodotto”. In effetti usare il sostantivo “prodotto” per definire uno dei miei vini mi ha sempre messo a disagio, così che se mi scappa di farlo in qualche contesto di tipo commerciale quasi sempre correggendo lo sostituisco con un sinonimo più diretto. Eppure etimologicamente viene dal latino pro-ducere portare avanti, nel senso di dar frutto, generare, partorire. Un esempio classico di una parola scippata dalla civiltà industriale che, dunque, così usurata, si allontana dalla sua accezione originaria tanto da generare fastidio ai legittimi proprietari, i contadini, nell’atto di usarla. Peggio ancora quando viene usata in ambito finanziario da banche e assicurazioni: sentire definire “prodotto” una polizza assicurativa o un derivato lo trovo agghiacciante.

  4. lastanzadelvino scrive:

    Nicola grazie per questa preziosa considerazione; mi colpì molto quando Marko Fon mi disse questa cosa; questo dimostra quanto la società italiana si sia allontanata dalla terra e dal mondo contadino con risultati drammatici; altre culture, ad esempio quella slovena, mi pare abbiamo preservato meglio questo aspetto!

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