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L’incipit è perentorio, una di quelle frasi da scolpire su una lapide a futura memoria ed è dell’autorevole giornalista inglese Jamie Goode: “Il blogging è morto, le persone hanno compreso che  il blog è solo uno dei tanti strumenti di comunicazione. Io bloggo ma non sono un blogger”. Ho voluto citare Goode perchè in questa estate infernale in rete si sta dibattendo, con toni piuttosto accesi, sull’etica di coloro che gestiscono un sito che parla di vino. La parola etica, se hai un minimo di senso civile, ti fa scattare sempre un campanello d’allarme. Inizi a pensare, in una sorta di auto analisi, dove ti collochi tu, iniziano insomma tutta una serie di domande esistenziali. E così, riflettendo, mi è sorta questa domanda: “Chi scrive di vino in Internet, quanti bancali di vino è in grado di movimentare? Mi spiego: a qualche ora dall’uscita del suo post, le mail o il fax del produttore che ha recensito (positivamente ovviamente), sono intasate di richieste d’acquisto? Se così fosse, se chiunque, dallo scribacchino al guru, fossero in grado di movimentare un numero importante di cartoni , sarebbe opportuno  istituire subito una sorta di Antitrust.  Deve essere tutto trasparente! Va detto come hai avuto la bottiglia, se è un campione o se l’hai pagata, ma anche in che rapporti sei con il produttore; se se siete estranei, solo amici o se ci vai a letto insieme. Oppure per le manifestazioni alle quali presenzi, devi dire se ti hanno accreditato, oppure se hai pagato, e poi come ci sei arrivato, con mezzi tuoi? La benzina te la sei pagata?  Sono venuti a prenderti in limousine? E l’albergo? Era a tue spese oppure in camera hai trovato anche un paio di escort ad attenderti? Ho come l’impressione che spesso si faccia di tutto per parlare del buco e molto poco della menta intorno e che in questi anni di frenesia da web 2.0 abbiamo perso un po’ tutti il contatto con la realtà. Certo per alcuni è lavoro, per altri è solo hobby, impegnativo ma sempre hobby. Però la domanda resta e ve la pongo: “Qualcuno mi sa dire il nostro più valente critico, il più influente, il più bravo (Er mejo fico der bigonzo) appena apre bocca o scrive una parola, quanti bancali di vino movimenta?

 

 

32 Responses to “Jamie Goode, i wine blogger e i bancali”

  1. mainograz scrive:

    E non è finita qui.
    Il dibattito merita di procedere.
    Ci potrebbe stare un’etichetta etica come quella che c’è sui prodotti macrobiotici (come le note metodologiche, spesso insufficienti, su articoli o prodotti della consulenza)?
    Oppure basta il nome e la serietà di chi scrive, la sua reputazione?

  2. marcodt scrive:

    E’ un mondo difficile ! (tanto per proseguire con le citazioni musicali)

    Quanto è indipendente un blogger ?
    E’ una domanda che mi pongo spesso: quanto è indipendente quello che scrivo ? Al di là che abbia pagato o meno la bottiglia o l’assaggio.

    Per prima cosa, considero un privilegio essere ricevuto dal viticultore in azienda: non è dovuto, non sa chi sei, cosa fai, quanto “pesi”. Sta investendo tempo su un perfetto sconosciuto.

    E qui il primo intoppo: può capitare che i vini non ti piacciano. Scriverne o non scriverne ? Meglio tacere, a mio avviso. Per il rispetto dovuto al lavoro altrui e a chi su quei prodotti vive.

    In fondo il mio è solo un parere legato al mio gusto personale.

    E questo già non rende il mio giudizio oggettivo.

    Poi magari invece con il produttore ti trovi subito a tuo agio. Tu gli sei simpatico e la cosa è reciproca. Altro ostacolo per il degustatore: stranamente i vini ti sono altrettanto congeniali e devi fare uno sforzo enorme per non farne il panegirico !

    A fine visita può capitarti di voler portar via qualche bottiglia. Pagarla sarebbe d’uopo, ma spesso non ci si riesce (!). Ed inizia il siparietto:
    “non si senta obbligato: vorrei pagarle !”
    “ma si figuri, per un paio di bottiglie”
    (ma diamine, poi mi sento obbligato io quando scrivo, dannazione !)
    E qui un’altro sforzo per non essere influenzato dalla generosità del vignaiolo.

    Solitamente viaggio in autonomia, pago l’ingresso alle manifestazioni, tento di pagare le bottiglie che degusto e spesso le acquisto direttamente in enoteca.

    Ma essere indipendenti e non influenzabili è uno sforzo continuo.

    E’ un mondo difficile !

  3. Inanzitutto c’è da premettere che non vi è nessun processo in corso, ma solo l’auspicio di modificare sistemi comunicativi per il meglio, puntando tutti insieme su trasparenza e obiettività.
    Te domandi: “Chi scrive di vino in Internet, quanti bancali di vino è in grado di movimentare?”
    Difficile, se non impossibile da quantificare. Penso che nessun produttore ambisca ad una recensione con l’intento di vendere un numero predefinito di bottiglie. Al produttore principalmente interessa la visibilità. E’ sempre più consapevole quanto sia fondamentale, nel caso qualche cliente italiano o estero lo cerchi in un motore di ricerca, che escano fuori delle recensioni positive. Se quest’ultime riescono ad essere recepite come spassionate ancora meglio. Non è forse vero che è stata la fortuna di Tripadvisor? Su questa questione non è forse vero che stanno pullulando corsi indirizzati alle aziende? Questo sistema è conveniente per le aziende? Penso probabilmente sì, ma sarà solo il tempo a verificarne l’entità e gli effettivi ritorni economici nel tempo. L’altra domanda è se questo sistema sia “eticamente” ottimale? Leggo in quest’articolo che hai iniziato a pensarci, in una sorta di auto analisi, ponendoti una serie di domande esistenziali. Le risposte quali sono state?

  4. lastanzadelvino scrive:

    Marco, Davide, questo post, anche un pò ironico (spero si capisca) contiene due considerazioni terra terra (ciòè al mio livello); ovvero che in questo ambiente c’è troppa gente che si prende troppo sul serio, portatrice di verità, convinta di fare crociate che poi “strigni strigni” come dicono a Roma sono aria fritta; la seconda questione, al di là della visibilità, dei motori di ricerca, ecc. ecc. pone una domanda precisa, non si può quantificare dici tu (Davide), certo ma vorrei capire se qualcuni vende vino perchè il blog x/y ne ha parlato; ti racconto quest’aneddoto: qualche mese fa parlavo con un enologo giovane, che comunque ha una gran bella esperienza e parlando del più e del meno ad un certo punto gli ho citato un famoso sito (almeno per me), uno di quelli da migliaia di contatti al giorno, non sapeva minimamente di cosa stessi parlando! Certo mi si dirà che è ignorante, che vive fuori dal mondo (del web) ma posso giurarti che invece che nel mondo del vino è proprio dentro; e allora? Come la mettiamo? Sull’eticità del sistema il mio parere conta molto poco, nel mio piccolo però la notte dormo sereno e credimi sono uno che ha davvero poco pelo sullo stomaco!

    • Si però sui numeri (per me non quantificabili se non molto genericamente) pensavo di essermi spiegato. Cosa vuol dire che quell’enologo non conosce un famoso sito? Magari un americano navigando su google invece è capitato su quel stesso famoso sito ed è stato influenzato per l’acquisto di una fornitura. Inutile parlare di questa questione proprio perchè non è possibile avere dati certi. Da questo punto di vista, non solo nel vino naturalemente, più si parla bene di una cosa e meglio è. Almeno questo dovrebbe essere palese.
      Ognuno dei nostri pareri sull’etica conta molto poco, ma pensavo che l’argomento interessante di questo post fosse proprio questo. Ripeto non è un processo su Michelangelo o su qualcun altro, quindi chi dorme bene o chi meno, diventa solo una questione personale.
      Sarebbe invece interessante dibattere, chiacchierare, confrontarci su come si possa rendere il modello di comunicazione più immune da conflitti d’interesse.
      Se devi andare in un ristorante e vai a cercare opinioni sul web, è ottimale che in apparenza siano tutte neutrali, mentre nella realtà una è scritta da un amico intimo, una da un diretto concorrente, un’altra dall’agente di rappresentanza? Questo almeno per me è l’agomento d’interesse su cui confrontare le nostre opinioni e almeno tentare di trovare dei miglioramenti.

  5. marcodt scrive:

    In un solo caso mi è capitato che il produttore mi abbia confermato che “grazie al mio articolo” le sue vendite sono incrementate. Forse è solo un caso. Comunque l’articolo è quello che riceve più visite sul mio blog, nonostante sia datato. Non credo comunque, come Davide, che il produttore si aspetti da un articolo su un blog più di un incremento di visibilità, se poi questo di risolve in un incremento di vendite meglio, ma non è matematico. Secondo me non è il singolo blogger che riesce ad operare una magia simile: sono i blogger nel loro complesso che possono muovere qualcosa. Più recensioni positive hai, più visibilità hai, e le vendite possono arrivare di conseguenza. Ma il singolo blogger come noi muove ben poco, a mio avviso. E’ solo un tassello del mosaico.

  6. Cristina scrive:

    Risposta: uno, nessuno, centomila!!! Nessuno vende vino solo perchè il blog ne ha parlato! Il punto focale per la vendita è quanto l’azienda riesce a conoscere il suo ambiente di riferimento, il suo mercato e il suo pubblico. Chi scrive di vino, a pagamento o gratuitamente, è solo uno STRUMENTO DI COMUNICAZIONE tra mille altri strumenti di comunicazione. Chi scrive di vino rafforza una già precostruita identità aziendale,.

  7. lastanzadelvino scrive:

    Davide sfondi una porta aperta! Come non essere d’accordo su regole chiare, sulla trasparenza ecc., ma permettimi “rendere il modello di comunicazione più immune da conflitti d’interesse” mi fa sorridere….l’Italia va avanti così da sempre. Anche la neutralità penso sia una chimera, parliamo di un settore dove conta moltissimo la soggettività e non l’oggettività. Per alcuni uno chef tristellato è un genio per altri un bluff, come la mettiamo? Certo se poi vado a mangiare in un posto ed è palese che fa schifo ma perchè sono compiacente scrivo che è buono siamo tutti d’accordo che sono un farabbutto. Ma quindi? Hanno forse ragione quelli che dicono che deve scrivere solo chi è giornalista perchè se si comporta in maniera non etica risponderà all’albo? Sorrido di nuovo….in Italia? E’ difficle, maledettamente difficile! Es. Vado sul tuo profilo FB e vedo che hai messo un mi piace sui vini di Gravner, hai fatto pubblicità, indiretta? Ma è pubblicità! E’ un esempio banale ma capisci che ogni mossa che fai può essere giudicata? Tempo fa, una persona di specchiata onestà e competenza fa un intervista ad un produttore sul biologico…Pubblica il video..primo commento..ma non stai facendo pubblicità alla cantina? Come ne usciamo?

    • Come dici, giustamente, è difficile, stramaledettamente difficile. Lo diceva d’altronde pure marcodt: è un mondo difficile!!! Penso siamo tutti d’accordo.
      E quindi? Non dobbiamo affrontarne le problematiche? Per me è meglio parlarne…io ad essere sincerp alla fine sono contento che sia uscita la recente diatriba, proprio perchè ha permesso il confronto. Cosa ne pensava l’uno e l’altro. Ognuno di noi poi è libero di prendere le proprie scelte ed avere i propri giudizi. Per esempio a me non ha preso nessun senso di sconforto leggendo l’articolo di Jacopo Cossater (http://www.enoicheillusioni.com/2012/06/mi-hanno-pagato-laereo/) ed anzi l’idea “disclaimer” mi è sembrata una cosa ragionevole in ottica di trasparenza. Non vedo perchè considerarlo pericolosissimo e a rischio cortocircuito.

  8. lastanzadelvino scrive:

    Ecco Marco e Cristina e proprio li che volevo arrivare; chi scrive di vino è solo un tassello del mosaico, poi conta conoscere l’ambiente di riferimento, il suo mercato ecc…

  9. La tua interessante digressione Michelangelo parte da una frase lapidaria che evidenzia come il termine “blogger” abbia prodotto una figura a tutto tondo, all’interno della quale ci sono tutti coloro che usano lo “strumento”, senza distinzione di sorta. Di fatto quella frase di Goode evindenzia il problema di fondo. Perché il “blogger” è una figura inesistente ma che per qualche strana e difficile da definire situazione ha assunto un ruolo “istituzionale”, riconosciuto come entità ben precisa. Il blogger, a prescindere se, come dici tu, sia un hobbysta, un appassionato di questo o quell’argomento, sia un professionista, un poco di buono, un ciarlatano o un gran figo, occupa un ruolo ormai riconosciuto, e questo è un bene per alcuni ma un male per la logica che questo ha portato. Ovvero, e lo dice uno che non è blogger se non in seconda battuta né giornalista non essendo iscritto all’albo (semplicemente perché almeno fino all’anno prossimo non posso a causa di leggi che non me lo consentono, ma questa è un’altra storia…), manca totalmente l’elemento distintivo fra chi svolge un lavoro e tutti gli altri. In pratica chiunque può occupare lo stesso ruolo “professionale”, alcuni pagati altri sperando di non pagare. Ed è inutile nasconderlo, fa gola a tutti poter andare al Vinitaly e a tutte le manifestazioni ottenendo l’accredito come fino a poco tempo fa era esclusiva dei professionisti. Ma questo è corretto? Sei io mi occupo di vino per passione, per hobby, perché allora non mi comporto come tutti gli altri che non hanno un blog? Cosa mi dà diritto rispetto a chi invece, pur essendo appassionato ma non “scrittore”, di non pagare agli eventi enoici e magari di ricevere anche vini gratis dalle aziende? Uno dei nodi di questa, onestamente, antica querelle è proprio questo, il sistema ha permesso di equiparare categorie di individui del tutto diverse, danneggiandone una a vantaggio di un’altra A PRESCINDERE DALLA CAPACITA’ E DALLA PROFESSIONALITA’ di ciascuno. Non mi risulta che, ad esempio, al Vinitaly venga fatta una selezione fra quali blogger hanno più diritto all’accredito di altri sulla base della loro reale professionalità.E questo vale per qualsiasi evento. Su cosa o chi smuova di più bancali di vino non credo sia il reale problema, tanto più oggi che il vino in Italia si vende con grande fatica.
    Noto con piacere che abbiamo in comune un amore smisurato per Giorgio Gaber…

  10. non so perché mi è venuto fuori il nome così…

  11. lastanzadelvino scrive:

    ‎Roberto la mia era una sorta di provocazione; nel senso che ci si accapiglia per questo o per quel motivo ma non credo siano in molti ad avere il potere in definitiva di muovere una paglia. Premesso che a Vinitaly, ad oggi, i “blogger” non anno diritto all’accredito, mi rendo conto che la questione dell’equiparazione delle categorie è il nodo centrale della questione. Capisco benissimoe fino a quando ci sarà l’Albo, so che in molti mi crocifiggeranno ma credo che a tutela della propria credibilità e professionalità vada fatto il percorso per diventare almeno pubblicisti, visto che è ancora possibile (io lo sto facendo); come credo anche sia indispensabile registare la propria testata on line, altrimenti mi rendo conto che è un delirio, proprio perchè “Il blogging è morto, io bloggo ma non sono un blogger”!
    Smisurata, hai detto bene, mi manca come mi manca De Andrè!

    • Luigi Fracchia scrive:

      Io sono architetto di professione e non ho mai potuto tollerare gli albi professionali, perchè sono strutture obsolescenti che non tutelano alcuno se non se stesse e la loro perpetuazione.
      Premesso ciò trovo che il web abbia dato una spallata alla comunicazione istituzionale e tutto questo parlare di abilitazioni e di etica siano solamente un tentativo un po’ reazionario di mantenere quel minimo di privilegi riconosciuti dal vecchio sistema.
      Chiunque scriva, se ha cose da dire ben venga, non mi sembra ci siano albi professionali dei poeti, scrittori, saggisti, pittori, scultori, musicisti…
      E tutta questa gente di cose da dire ne ha e molti li ascoltano anche se non hanno superato alcuna abilitazione professionale

      • lastanzadelvino scrive:

        Grazie Luigi, la penso esattamente come te. Su Facebook, commentando la discussione su questo tema avevo citato anch’io la questione musicisti e scrittori….Un caro saluto!
        Michelangelo

  12. lastanzadelvino scrive:

    Sai perchè Davide? Hai presente quel detto “mettere le mani avanti per non cadere dietro”, questo è il rischio. Comunque su questo punto non saremo mai d’accordo e te lo dice uno che su 100 post fatti solo 10 erano frutto di campioni. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia, come disse il cantautore!

  13. Ah che bello, c’è qualcosa di cui parlare, anche se non completamente nuovo. Più che di quanti bancali possa movimentare un blogger, mi piacerebbe intervenire sulla questione “chi è un blogger”, che qualcuno sostiene essere una figura inventata, cosa che non mi trova assolutamente d’accordo. Il blogger, che piaccia o no, è una delle figure portanti della comunicazione e dell’informazione. A prescindere che gli venga dato o meno l’accredito al Vinitaly.
    Non più di qualche mese fa mi sono infilato in una diatriba del genere: si parlava se fosse giusto che i blogger facessero informazione. Ho discusso in maniera accesa con un giornalista, e Roberto lo ricorderà sicuramente, visto che ha partecipato anche lui. Questo giornalista, da giornalista, riteneva che l’informazione fosse solo appannaggio di coloro che fossero iscritti all’albo (seminando qualche dubbio sul fatto che conoscesse le regole della professione che svolge). In Italia non solo la libertà di informazione è tutelata dalla Costituzione (e chi conosce un minimo di Diritto Costituzionale sa bene che si tratta di un diritto a “informare”, non a “essere informati”), ma in nessuna legge dello stato (neanche in quella del 1963 che istituiva l’ordine dei giornalisti) è previsto che l’informazione fosse attività esclusiva dei giornalisti. In Italia, vivaddio, chiunque può fare informazione, anche io e te, caro Michelangelo. E non vedo perchè non dovrebbe essere così. Forse un pubblicista iscritto all’albo (per aver scritto dei trafiletti su una rivista di condominio), dovrebbe essere più bravo di me che ho una laurea (dove ho fatto 4 esami di giornalismo) e un master universitario? O forse l’Ordine dei Giornalisti tutela l’imparzialità e la correttezza deontologica dei proprio iscritti? Qualcuno ha forse ritirato il tesserino, o comminato qualche pena, a quella schiera di giornalisti leccaculo asserviti al potere che non perdono occasione per dimostrare la loro imbecillità? Quindi perchè continuare a fare questa distinzione senza senso? A mio modesto parere, se sei un bravo giornalista ti accrediterai all’opinione pubblica come tale, e se sei un bravo blogger, sarà la stessa identica cosa. Quindi caro Mic se fossi in te mi risparmierei ulteriori spese e incazzature per un misero tesserino da pubblicista, e continuerei con orgoglio e bravura a fare questa attività.

    • lastanzadelvino scrive:

      Il Gianluca però mi arriva dritto come una lama alla questione: ha più dignità una persona laureata, di cultura, che scrive con professionalità passione e competenza ma non è iscritto all’ordine o un tizio x senza particolare cultura e preparazione, solo in virtù del fatto che ha scritto su una rivista condominiale, che però ha un direttore responsabile e quindi è potuto diventare pubblicistista? E ancora..perchè in altri settori (es food) i blogger sono tenuti in grandissima considerazione e nel vino no?

    • marcodt scrive:

      Beh, sinceramente, con uno scatto di orgoglio e senza false modestie, c’è un abisso tra gli articoli dei wine blog e gli sterili articoli sulle rubriche di gusto dei quotidiani che troppo spesso sono solo dei copia-incolla delle brochure aziendali, dove si capisce che chi ne scrive il vino l’ha visto solo in fotografia. Ovviamente ci sono anche fior di articoli scritti da giornalisti iscritti all’albo appassionati ed informati. Ma il vizio del copia-incolla di tanti mediocri colleghi che fanno articoli solo per far mucchio o credito per ottenere l’iscrizione, rovina anche chi di vino sa scrivere. Wine blogger per sempre !

    • Può sembrar strano ma mi trovo d’accordo al 99% con il discorso di Gianluca, che non mi pare vada in contraddizione con quanto fin qui detto. Il fornire informazione è un diritto di tutti che non dovrebbe essere dato in esclusiva a chi è iscritto ad un albo. L’1% di disaccordo resta proprio su quanto dice Goode. Per Goode e per me: un medico, un disoccupato, un rappresentante, un dipendente pubblico può benissimo essere “una figura portante dell’informazione e della comunicazione” attraverso lo strumento blog. Certo che il discorso vale per tutti i settori. Per me questo è un deja-vu avendolo dibattuto anche in campo cinematografico. Non vedo perchè dovrebbe cambiare il concetto di fondo il settore a cui è applicato.

  14. ancora un confronto che non serve a nulla, Marco dice una cosa ovvia che però esula dal contesto e non rafforza il tema. il copia-incolla è patrimonio di chi non sa scrivere o lo fa per altri fini, senza alcuna passione o coinvolgimento sul tema di cui parla, e questo lo si trova anche fra chi usa il blog, a prescindere se sia un professionista un un “blogger in carriera”. Basti pensare che ci sono tanti “blogger” che hanno trovato “lavoro” scrivendo per aziende. E allora? Cosa c’entra fare paragoni con la professione? Non è questo il problema. Il “blogger” non esiste, esiste il “blog” e l’uso che se ne fa. Chi scrive sul web può usare un blog come qualsiasi altro strumento di diffusione online, quindi fa il wine writer, il food writer ecc. non il “blogger”. Allora se uno usa un classico sito cosa fa di diverso? E’ spiacevole che “blogger” sia considerato una categoria, come fosse un mestiere, un ruolo, un indentificativo di qualcosa. Presume che chiunque usi altri strumenti di comunicazione sia “diverso”, invece non è così e qui sta l’equivoco.

    • marcodt scrive:

      Chi ha creato il ghetto ? Noi blogger o chi per difendere le proprie rendite di posizione, guarda dall’alto in basso questi “soggetti” che ai loro occhi non sono ne carne ne pesce ? E una questione simile a quella se sia nato prima l’uovo o la gallina. Se i blog nascono sul web come “diari personali” dove una persona qualsiasi (compentente o meno) dà voce alla propria passione (e io credo che così dovrebbe essere) allora siamo distanti dai cliché dell’informazione tradizionale: tutto è filtrato dalla soggettività. E in questo senso l’informazione tradizionale ha in fondo ragione ad alzare un muro. Va da se però che questo strumento ha cambiato i termini di posizionamento delle fonti di informazione: se da un lato il giornalista reperisce le informazioni dall’azienda e le riporta senza filtri (e ciò è deontologicamente corretto), il blogger (dovrebbe) partire dal prodotto/territorio per poi approfondire la conoscenza dell’azienda. Ovviamente i confini non sono così netti, sto estremizzando, ma il fatto di rovesciare il flusso delle informazioni è di fondamentale importanza nell’analisi del fenomeno wine blog. Il lettore riceve/dovrebbe ricevere tramite i blog un’informazione dal basso, con la quale è in grado di rapportarsi in maniera più immediata rispetto ad un comunicato stampa.
      Sinceramente, i “blog” che si limitano a fare copia/incolla dei comunicati stampa aziendali/consortili non li percepisco come tali. Usano lo strumento blog ma sono altra cosa.

  15. lastanzadelvino scrive:

    Una curiosità: ma nel resto del mondo (ovviamente dove c’è libertà di stampa, ricordo ancge che l’Italia è al 61 posto tra Guyana e Repubblica Centroafricana) esiste questo dibattito. è così sentito come da noi?

  16. Marco, sarei d’accordo con te se ad usare il blog per scrivere di vino (visto che hai ristretto il campo in questo ambito) fossero solo degli appassionati che vogliono raccontare le loro esperienze, ma proprio perché invece è uno strumento, un mezzo, come lo è il pc o la penna, non indica nulla e lo possono usare indifferentemente persone di agenzie di marketing per supportare aziende vinicole, giornalisti che lavorano anche sul web, sommelier, enotecari ecc. ecc. “noi blogger” non rappresenta una categoria ma solo l’utilizzo di uno strumento. Io scrivo sia su una testata online (sito) che su un blog, cosa sono? un blogger? no, sono un wine writer che, a seconda delle esigenze utilizza un mezzo oppure un altro. Una maggior precisione nelle cose avrebbe evitato queste discussioni con chi sul web ci lavora (quindi nessuno di noi credo), ci guadagna la pagnotta, e si trova a dover quasi fare a spintoni perché oggi è ovvio che molti preferiscano coinvolgere un “blogger” (in sintesi un non professionista) nel mondo del vino perché non gli costa nulla, mentre il professionista deve essere quantomeno rimborsato visto che vive di questo lavoro. E secondo me non è una bella cosa, anche se a noi può fare molto comodo…

  17. mainograz scrive:

    In good wine we trust;-)

  18. mainograz scrive:

    Mi è scappata una battuta.
    Chiedo scusa a tutti, non volevo sminuire il dibattito, ricco e utile anche al di là dei confini dei vigneti.
    😉

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