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180823_1737822859179_4992118_nUna vicenda sconcertante, che lascia senza parole per gli esiti. Maurizio Gily, è stato condannato a un’ammenda di 5000 Euro a titolo di risarcimento per aver leso, con un articolo apparso sul periodico che dirige, Millevigne, la reputazione del giornalista autore del tristemente famoso articolo “Velenitaly”  che, pubblicato sul noto settimanale “Espresso”, nel 2008 piombò come una bomba atomica su Vinitaly. I giudici, pur riconoscendo la veridicità delle affermazioni fatte da Maurizio nel suo articolo, l’hanno accusato di “incontinenza verbale” e quindi condannato a risarcire la parte lesa. Maurizio Gily, visto il caloroso sostegno di tutto il mondo del vino, ha però deciso di presentare ricorso in appello. È  possibile aderire alla sottoscrizione pubblica per sostenere le spese processuali a questo il link:

http://www.buonacausa.org/cause/velenitaly-ricorso-in-appello-per-maurizio-gily

In merito alla triste vicenda, riporto le parole di Maurizio pubblicate sul sito “Millevigne” il 10 gennaio 2014.

La cicuta di Velenitaly

Tratto da http://millevigne.it/index.php/blog/item/271-la-cicuta-di-velenitaly

Più di cinque anni dopo il caso “Velenitaly”, la bomba atomica calata su Vinitaly dal settimanale l’Espresso, che denunciando, correttamente , alcuni casi di frode e sofisticazione,  parlava, non altrettanto correttamente, di centinaia di migliaia di bottiglie di vino avvelenato (veleno mai trovato),  e, in un altro articolo, del caso brunellopoli, accostando in una gran confusione l’inquinamento da agenti cancerogeni (mai trovati)  con l’inquinamento da Merlot nel Sangiovese (che ovviamente non uccide nessuno), un giudice del tribunale di Rovereto mi ha condannato a risarcire il giornalista dell’Espresso che avevo attaccato su Millevigne. Ne avrei leso la reputazione. Euro cinquemila, più le spese legali.
Dopo l’assoluta incredulità iniziale sulla possibilità di essere riconosciuto, io,  non altri, colpevole di qualcosa, ho provato a mettermi nei panni di un giudice e mi sono reso conto di quanto sia difficile, per chi non ha vissuto dall’interno l’esperienza di quei giorni, “contestualizzare” quell’episodio ormai lontano nel tempo (il giornalista in questione si è accorto del mio articolo tre anni dopo, grazie a internet, il che dice da solo quanto danno può averne sofferto), i devastanti effetti che ebbe sul settore nel momento cruciale del Vinitaly, l’impatto sull’opinione pubblica e sugli operatori internazionali, lo sdegno generale nel mondo della produzione e tra gli stessi organizzatori di Vinitaly. Senza contare la difficoltà di valutare dettagli tecnici su una materia di cui ovviamente un magistrato può avere solo una conoscenza vaga. Eppure la mia difesa aveva prodotto ampia documentazione di come quel servizio fosse, per usare un eufemismo, discutibile, e di come fu per questo bombardato di critiche pesantissime da tutte le parti, non solo dall’Italia ma anche dall’estero, nonché oggetto a sua volta di varie azioni giudiziarie, spiegandone ampiamente i motivi. Ma è chiaro che se tutto questo perde peso rimangono soltanto le parole, pesanti, non lo nego, ma non infamanti, che scrissi contro Espresso e, marginalmente, contro l’autore del più strabiliante tra gli articoli di quel perdibilissimo numero del noto settimanale. Il giudice scrive infatti  che non avrei usato “continenza” espressiva. La verità di quanto ho scritto non è messa in discussione: “… atteso che non vi è questione in ordine al fatto che il dott. Gily, nello scrivere, abbia riportato notizie vere”, ma è la forma, sfociata, a detta del giudice, in un “attacco personale”  che avrebbe travalicato il diritto di critica ledendo l’onore del collega, che vale una condanna al risarcimento, sia pure decimata rispetto alla richiesta della controparte, che era partita da dieci volte tanto (50.000 euro). Eppure non ho fatto uso di turpiloquio, né ho accusato qualcuno di qualcosa che non aveva fatto: ho solo scritto che una notizia non era vera (non la frode con annacquamento e arricchimento dei mosti, quella era vera, ma l’avvelenamento), dopo che due ministeri e un magistrato inquirente sull’inchiesta in questione lo avevano già detto in comunicati ufficiali, da me diligentemente riportati. Non ho neppure parlato di mala fede, ma solo di eccesso di fantasia (“fantasie horror” per la precisione) nel riportare notizie raccolte in una procura ed elaborate in modo creativo (ad esempio parlando di sostanze cancerogene, ma senza citarne alcuna, anzi citandone alcune che non lo sono, oltre a non esserne accertata la presenza nel prodotto in questione).
Morale: nel paese riconosciuto al 57esimo posto al mondo per la libertà di stampa, secondo la classifica di “reporter senza frontiere”, preceduto da molte nazioni non famose per le loro democrazie, la verità va detta con moderazione. Pardon, con continenza. Soprattutto quando si vanno a toccare aziende, gruppi e persone con le spalle più larghe delle vostre.  Come Millevigne contro Espresso- Repubblica: una pulce contro un carro armato.
Le sentenze si rispettano, ed io la rispetto. Non ho ancora deciso se presentare ricorso in appello. I legali me lo consigliano. Ciò che vedo in giro, ad esempio certe sentenze in cui dei giudici decidono su argomenti che conoscono poco, con esiti sbalorditivi (vedi caso Stamina), me lo sconsigliano.
Intanto bevo la mia cicuta. Come Socrate, senza alcun peso sulla mia coscienza. Il mio editoriale si concludeva augurando ai sofisticatori, alcuni dei quali recidivi, una cella sicura e soprattutto l’impossibilità forzata a nuocere ancora. Quindi non ho certo difeso i frodatori (nel frattempo rinviati a giudizio per frode commerciale, ma senza capi di imputazione relativi alla salute pubblica, come volevasi dimostrare): ho difeso l’interesse del vino italiano. E rimango convinto che quando un giornale, e un giornalista, trattano materie che riguardano la vita e la salute delle persone in quel modo, con quei titoli, quelle immagini, quelle copertine (a proposito di continenza, una copertina più recente, dello stesso giornale: “Bevi Napoli e poi muori”), presentando un’ipotesi investigativa inquietante, ma tutta da verificare (e poi verificata errata), come una verità acclarata, seminando allarme ingiustificato tra i consumatori, criticarli, anche duramente, non sia solo un diritto, ma un dovere. E nessun giudice mi farà mai cambiare idea.
Al mio paese auguro, con l’anno nuovo, oltre a una svolta nell’economia, anche di risalire di almeno dieci posti in quella classifica sulla libertà di stampa: portandoci, così, a ridosso del Burkina Faso, 46esimo.

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