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406136_3869333745527_1046007323_nCon gli ultimi due preziosi contributi arrivati e con le parole del presidente del Consorzio Collio e Carso Carso, Robert Princic, si conclude un’interessante (spero) discussione sulla visione Collio e sulle prospettive future. Tantissimi e autorevoli i contributi che sfidando le regole del web ho voluto pubblicare integralmente anche se talvolta lunghi; un atto d’amore, il mio, per un territorio che spero possa ritrovare compattezza e profondità.

Gian Luca Mazzella, giornalista, degustatore, scrive per il Fatto Quotidiano: Mi pare che, dai commenti precedenti, emerga già una ampia diagnosi dello stato di salute della denominazione. Certo, con uno sguardo panoramico al mercato globale del vino, è difficile pensare che il cosiddetto branding of origin effect, in questo caso, sia stato davvero efficace. Anzi, mi pare che il Collio abbia sofferto di mancanza di autocoscienza, classica patologia delle aziende italiane (Consorzi inclusi), che sono perlopiù famigliari (e forse ancora padronali come negli anni Sessanta), a cui è seguita una percezione autoreferenziale e tutta nazionale dell’importanza dei prodotti, che oggi non aiuta l’identificazione degli stessi nel mondo. E forse nemmeno più in Italia. Insomma, forse più che di “perdita di appeal” di può parlare di carenza di posizionamento e confusione di branding, di certo non avvantaggiata dalla varietà e variabilità dei prodotti, e dal fatto che il Pinot Grigio, cioè il 25% della superficie vitata del Friuli, è brand a sé. Insomma non è bastato né il votantonio che ha reiterato l’Ais negli anni Novanta, né tutti i soldi spesi dalla regione Friuli nel decennio successivo.

Il contributo di Bernardo Pasquali, giornalista, sommelier, degustatore internazionale  è disponibile al seguente link: http://www.acinoparlante.it/articoli/383/collio-mercato-marco-felluga-vino-friuli.html

Carlo Macchi, giornalista, degustatore internazionale, direttore del periodico on line Winesurf: Quello che ha detto Marco Felluga lo si ritrova più o meno accennato con toni diversi da tanti produttori del Collio (per non parlare di quelli dei Colli Orientali..). Visitando praticamente la totalità delle zone enologiche “bianchiste” italiane mi sembra che questo lamentarsi non abbia molti motivi di essere. I prezzi medi che i vini del Collio strappano sul mercato sono superiori (in alcuni casi nettamente) a quelli di tante altre zone e i vini vanno in commercio nell’arco di pochi mesi, almeno la stragrande maggioranza. Certo, se si pensa che il Collio debba vivere di una rendita che non riesco a capire ed a quantificare è giusto lamentarsi, motivi non ce ne sono se il Collio si confronta con le altre zone. E’ possibile che si sia perso qualche treno negli ultimi 10 anni ed anche lo stato in cui versa il consorzio (parlo di facoltà aggregante, di voglia di unirsi per presentarsi così al mondo tramite istituzioni autogestite) ne è la dimostrazione. Inoltre quando qualche produttore cerca di fare qualcosa per unirsi (penso in prima battuta a Edi Keber) non è che gli vengano spalancate le porte delle aziende.Penso che i produttori del Collio debbano capire che non sono la Cenerentola dell’enologia italiana ma sicuramente uno dei territori con il maggior appeal sia tra i giornalisti sia tra gli appassionati. Lamentarsi è giusto solo se un attimo dopo si presenta un progetto chiaro e circostanziato, come ha giustamente fatto rilevare la presidente Serracchiani.

Robert Princic, presidente Consorzio Tutela Vini Collio e Carso, vignaiolo, proprietario della cantina Gradis’Ciutta: Nell’aprile 2013 mi è stata affidata la presidenza del Consorzio Collio. Non nascondo di aver dovuto affrontare inizialmente alcune difficoltà, legate a tutta una serie di motivi condizionati da un sistema locale, regionale, nazionale ma potrei anche aggiungere globale, nel quale il mondo del vino deve operare. La mia esperienza nel Consorzio risale all’ultimo mandato di un grande presidente: Marco Felluga. Persona della quale ho una grande stima. Vignaiolo, che assieme a tanti altri produttori lungimiranti, ha contribuito a porre le basi di un grande territorio, che oggi io e il mio consiglio di amministrazione siamo chiamati a guidare verso i prossimi 50 anni o meglio verso il futuro. In questi anni da consigliere ho affiancato Ornella Venica, Paolo Caccese e infine Patrizia Felluga. Tutti diversi fra di loro, ma tutti legati da uno spirito e un obiettivo comune: rendere il Collio sinonimo di grandi vini bianchi a livello mondiale. Nell’affrontare questo percorso ho preso spunto dal Conte Attems. Lui ha sempre affermato che la parola Collio deve apparire in etichetta scritta in grande ed in primo piano. Se posso fare un’autocritica, ritengo che in certi casi noi produttori questo concetto l’abbiamo dimenticato o perlomeno l’abbiamo messo in secondo piano. Chiaramente i tempi sono cambiati, ma certi valori devono continuare ad essere un nostro baluardo. Sono però sicuro di poter affermare che lo spirito con il quale il Collio è cresciuto in questi 50 anni è unico nel suo genere. Tutti, dal primo all’ultimo produttore, hanno messo da sempre nel proprio lavoro, a partire dal vigneto fino ad arrivare in cantina, tanta passione e tanto impegno, senza badare ai costi e ad un mercato in continua evoluzione, che ci ritroviamo a dover affrontare di giorno in giorno. Ciò significa: “Il Collio continua a metterci il cuore per fare grandi vini”. Dopo aver letto diverse testimonianze di tutti gli intervistati, raccolgo le critiche ed apprezzo i consigli. Mi fa piacere sapere però che è opinione di molti l’indiscutibile qualità che il nostro territorio riesce ad esprimere. Tornando all’affermazione di Marco potrei dire che il Collio da un mio punto di vista in passato era di moda, oggi continua ad essere un mito. Nelle migliori carte dei vini il Collio non manca mai. Molti altri territori che sono stati di moda, oggi sono scomparsi. Le mode devono essere una preoccupazione per tutte le zone dove c’è una grande vocazione viticola. Oggi ci sei domani nessuno parla più di te. Basti pensare ad un concetto. Noi produttori di collina, quando piantiamo un vigneto impostiamo un lavoro per i prossimi 50 o più anni, non per l’ammortamento dello stesso in 20 anni. Quindi noi facciamo una scelta per la quale il beneficio sarà messo a disposizione dei nostri figli e delle generazioni future. Tutto ciò significa che io non posso e non voglio pensare di farmi condizionare da una varietà perché particolarmente richiesta e legata ad una moda. La scelta sul cosa piantare devo farla in base al terreno, all’esposizione e all’esperienza di chi prima di me ha coltivato quel appezzamento. Le mode cambiano ed il territorio resta. Il nostro obiettivo oggi deve essere spiegare per quale motivo il Collio è unico e tutti i vini che vengono prodotti qui da noi sono irripetibili. Quindi raccontare l’unicità del suo terreno, ricco di sali minerali, del suo microclima legato alla sua posizione geografica, della sua storia e dei suoi produttori, innamorati del proprio lavoro. Il Collio è un territorio ricco di valori e di passione. Di sofferenza dopo una grandinata, ma di soddisfazione dopo aver raccolto l’ultimo grappolo di un annata o durante l’assaggio dei vini a fine fermentazione e addirittura dopo anni di bottiglia. Oggi noi dobbiamo riempire con le emozioni quella parte di calice che rimane vuota, emozioni che il consumatore recepisce e che solo poche grandi zone possono esprimere.

La foto di Robert Princic è tratta da www.noviglas.eu

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