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Il vero bevitore si applica, con tenacia, per migliorare la confidenza all’assaggio e le sue conoscenze. Non crede mai di essere perfetto, cerca piuttosto di approssimarsi il più possibile alla totale mancanza pregiudizi, ben consapevole di quali tendenze abbia la sua soggettività ma nella convinzione che il giudizio personale vada sempre educato affinando la propria sensibilità estetica e interpretando l’empatia che si instaura tra il vino nel bicchiere e i nostri organi di senso. Attraverso una competenza tecnica sempre più sicura e consapevole si sforza di non considerare vista, olfatto e gusto solo come “finestre” attraverso cui il mondo esterno imprime i suoi segni sulla nostra memoria, ma anche (e soprattutto) come “scandagli” per capire, cercare, scoprire ed esprimere un giudizio con maggiore efficacia e serenità. Un modo per entrare in contatto con “l’anima” del vino, che altro non è se non il dispiegarsi della sua autentica essenza nel mondo fisico, attraverso i modi della sensibilità. La sensibilità è l’unico viatico per raggiungere l’essenza del vero piacere che non è mai solo sensoriale, ma anche intellettuale.  In altre parole per leggere e percepire un vino nella sua pienezza, è necessario il fondersi di due livelli di percezione, per certi versi, contrapposti. Il primo, quello logico-razionale, consiste nell’acquisizione e applicazione di regole e conoscenze tecnico-culturali sul vino (metodo di degustazione, conoscenze viticole ed enologiche, studio delle zone di produzione) e si perfeziona attraverso il tempo e l’esperienza di assaggi frequenti, variegati e attenti. Il secondo, quello emotivo, riguarda le sensazioni riconducibili alla nostra sensibilità (estetica e non fisiologica in questo caso) e le emozioni che un vino ci può dare, regalandoci appagamento, benessere e, perché no, felicità. Non esiste una tecnica da seguire o un vademecum per imparare a emozionarsi, se non la cultura intesa non come semplice sapere enciclopedico, ma come istintiva disposizione d’animo a bisogni meno materiali e alla ricerca di piaceri spirituali e astratti.  Ovvio che, come detto, più un approccio è razionale meno tende a lasciare spazio al valore dell’emotività; viceversa, un approccio troppo personale ed emotivo tende a svilire quella che, comunque, rimane la missione di un degustatore e cioè la capacità di cogliere e descrivere il valore qualitativo di un vino. Vero bevitore è colui che sa far convivere le due cose senza che l’una prevarichi l’altra, ma consentendo loro di nobilitarsi vicendevolmente. Il segreto? Approcciarsi al calice di vino con la spontaneità della prima volta e, allo stesso tempo, con l’esperienza dell’ennesima. Più facile a dirsi che a farsi ma funziona, non solo parlando di vino.

Antonio Geretto

 

One Response to “La spontaneità della prima volta e l’esperienza dell’ennesima – In memoria di Antonio Geretto”

  1. Paolo Penso scrive:

    Bellissime parole caro Antonio, ci mancherai tanto tanto.
    Paolo

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