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10380191_10203945246425224_4602321644322279210_oIl vino per sua natura dovrebbe essere inclusivo o esclusivo? Inclusivo sarebbe la risposta più ovvia; dalla notte dei tempi è sinonimo di convivialità, di esperienze rituali e simboliche, per questo fedele compagno della condizione umana. Eppure spesso accade il contrario, lo si associa all’esclusività, allo sfarzo e diventa ostentazione. Niente di più facile, quindi, pensare che un’icona del lusso mondiale come l’Hotel Danieli di Venezia, situato in uno dei luoghi più incantevoli del pianeta, a pochi passi da Piazza San Marco e con vista mozzafiato sul Canal Grande, tratti l’argomento vino in maniera esclusiva per prassi. Invece al Danieli, stanno facendo un ‘operazione culturale importante; rendendo accessibile a chiunque, un luogo che alle persone non facoltose metterebbe quantomeno soggezione. Come? Ospitando nella Wine Suite (inaugurata un anno fa) un ciclo di serate di degustazione di altissimo livello ad un prezzo davvero imbarazzante. Non saprei come altro definire una degustazione con sei vini di un’importante cantina italiana (in questo caso la siciliana Benanti), abbinati a sei piatti di alta cucina preparati dallo chef Dario Parascandolo e condotta, oltre che dal produttore, dalla sommelier, wine consultant e Ambassadeur du Champagne nel 2013 Claudia Bondi. Tutto questo al prezzo di 47 euro (sì, avete letto bene). 10511625_10203945245225194_5344166280265102416_oCerto i posti sono limitati ma chiunque, prenotando per tempo, può regalarsi piccolo momento di felicità e di sacrosanto diritto al piacere. Torniamo al vino e alla cantina Benanti, rappresentata, durante la serata veneziana, dalla carismatica figura del Cavalier Giuseppe Benanti e da suo figlio Salvino, mentre il fratello gemello Antonio è rimasto in cantina a Viagrande per la vendemmia. La cantina Benanti si trova si in Sicilia, ma come ha precisato con veemenza il Cavalier Giuseppe, si trova sull’Etna che è altra cosa, quindi bando alle semplificazioni. Il progetto di fare grandi vini sull’Etna nasce proprio dalla visione e alla lungimiranza di questa famiglia che con la collaborazione dell’enologo Salvo Foti, del prof. Rocco Di Stefano dell’Istituto Sperimentale per l’Enologia di Asti e del prof. Jean Siegrist dell’INRA di Beaune, per prima capì le potenzialità di questo magnifico terroir oggi sulla bocca di tutti. Sulla terra del vulcano, Benanti vinifica per tradizione, passione e senso di appartenenza, altri vinificano semplicemente perché sono sull’Etna, altri ancora perché va di moda, ed è una morte un po’ peggiore direbbe Guccini.

10003847_10203945245065190_3508669566588944484_oI vini degustati

Vitigni molto vecchi quelli di Benanti, allevati ad alberello e spesso a Franchi di piede, che in mani sapienti danno vini importanti e in taluni casi straordinari.

Noblesse: Metodo Classico Brut in magnum. Generalmente lo spumante dell’Etna è fatto con Nerello Mascalese; questo è uno dei rarissimi casi in cui il vino si ottiene da vecchi vitigni pre fillossera, in parte franchi di piede, di Carricante (quasi in purezza, con saldo di altre uve). Un metodo classico piacevole, un Sans Année (senza annata) e per questo con ampi margini di crescita se si arrivasse a fare un millesimato o meglio ancora una riserva.

Pietramarina Etna Bianco Superiore DOC 2010: da uve Carricante in purezza sempre da vitigni in parte franchi di piede. Questa è l’annata attualmente in commercio. Naso delicato con belle note di agrumi. In bocca è sinuoso e sapido, bella acidità, uno dei grandi bianchi italiani, che darà il meglio di se negli anni a venire.
Pietramarina Etna Bianco Superiore DOC 2001: L’eleganza è ancora tutta lì, nonostante siano passati 13 anni. Al naso note di frutta matura, vegetali e di fumo; in bocca è sorretto da una bella acidità e da una notevole morbidezza. Incredibile comunque la complessità, pensando al fatto che faccia solo acciaio. Il Pietramarina 2001 mi ricorda perché sono un’inguaribile bianchista: tra i vini bianchi più buoni mai bevuti di sempre.

10700714_10203945249945312_5421506423812296304_o“Il Monovitigno” Nerello Cappuccio Sicilia IGT 2010: Splendido autoctono dell’Etna. Mentre lo assaggiavo la mente è subito andata ad una zona della Francia e al suo vitigno principe, ma poi mi son detto che sono un provinciale, sempre alla ricerca di paragoni e confronti inutili e insensati, questo è gran bel Nerello Cappuccio dell’Etna in purezza, punto e basta sudditanza!

Rovitello Etna Rosso DOC 2004: da uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, zona di produzione Contrada Rovitello nel versante nord dell’Etna, nel comune di Castiglione di Sicilia (CT) e Serra della contessa 2004 sempre da uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, zona di produzione Monte Serra, nel versante est dell’Etna, nel Comune di Viagrande (CT). In entrambi un bel frutto e note speziate in evidenza. I dieci anni in bottiglia hanno levigato ogni ruvidezza. Consigliati per chi è alla ricerca di espressività e profondità e vuole trovarla in vini rossi che non provengano necessariamente da Toscana o Piemonte.

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