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Irene Graziotto per la Stanza del vino – L’articolo è stato pubblicato anche sulla rivista I Grandi Vini

Qui si arriva per altra strada che per mare. Siamo nell’entroterra marsalese, 13 kilometri di campagne costeggiate di olivi, vigneti e fichi d’India che nascondono alla vista del passeggero distratto un baglio dove 40 anni fa nasceva una piccola rivoluzione. Un progetto controcorrente per scelte qualitative e produttive che oggi porta il nome di Marco De Bartoli. Eravamo negli anni ’80 in pieno boom “ovo”, fra creme marsala aromatizzate e rese pantagrueliche in cantina che sempre più si allontanavano dal vino che tanto aveva dato a questa terra in fatto di occupazione e identità produttiva. Il progetto di Marco nasce come un ritorno: “un passo indietro per fare un passo avanti” nelle parole della figlia. Ovvero, tornare ad un Marsala come prodotto agricolo, con delle specifiche caratteristiche organolettiche che lo riconducessero a queste terre e non ne facessero semplicemente una bevanda industriale apolide. E Marco la rivoluzione la fa partendo dall’uva: solo Grillo, niente Cataratto. Una scelta che precorre i tempi – sono in molti oggi a utilizzare solamente quest’uva che dà rese inferiori ma possiede buona acidità e raggiunge naturalmente una base zuccherina e, quindi, alcolica, elevata , intorno ai 16° vol. – e che connota tuttora la produzione aziendale. Il ritorno al passato passa poi anche dalla cantina dove Marco decide di vinificare secondo la tecnica dell’antico perpetuum da cui Woodhouse creò poi, tramite aggiunta di acquavite di vino, il Marsala. Nasce così il Vecchio Samperi, un Marsala “pre-British”, che non subisce quindi aggiunta di alcool. Le altre licenze poetiche nella produzione riguardano l’invecchiamento dei Marsala che va sempre ben oltre il minimo stabilito dal disciplinare: il Marsala più giovane ha infatti 5 anni mentre, per legge, da 4 anni in su potrebbe fregiarsi del titolo Riserva, onorificenza che in azienda danno solo a quello che ne fa dieci dichiarati – che poi in realtà sono diciannove. E in questo labirinto di date ove per poco il cor non si spaura, scopro che il tempo era relativo anche per Marco che, per nulla intimorito dal fatto di non avere vecchie annate, seppe racimolare botti con del vecchio Marsala da piccoli produttori di fiducia. Quella che si dice una recherche du temps perdu. Oggi, grazie a questa sua impresa, in cantina hanno una botte di Marsala del 1903 e un imbottigliato che precede di poco l’altra grande impresa marsalese, quella dei Mille, e porta la data del 1860. A guidare l’azienda sono ora i tre figli: Renato, Sebastiano e Josephine – un nome importante, quello della nonna francese, enologa che non poco fece per il Marsala – che nei 12 ettari di vigneto qui e nei 7 di Pantelleria hanno abbracciato la pratica biologica, una scelta derivata in maniera naturale dalle premesse poste da Marco. Il suo lascito si traduce anche nella scelta della potatura verde che lascia solo 5 grappoli per pianta, nell’uso di lieviti autoctoni e di bâtonnage per lunghi periodi.

“Grillo 100%, una personale”

Terzavia Metodo Classico

Un’etichetta che pare un menhir, un pi greco, un ideogramma. Bollicine vivaci su fondo giallo paglierino, pera e lieviti al naso, con un ritaglio di buccia d’arancia, e una beva fresca, agrumata, una fetta di pompelmo e una foglia di salvia, leggermente sapida, secca – è un brut nature.

Grappoli del Grillo, Grillo Igt Terre Siciliane 2013

Un’etichetta-manifesto voluta da Marco per far conoscere quest’uva. Il vino parla da sé con un anno di permanenza in legno di 2° e 3° passaggio sui lieviti che arricchisce il profilo declinato sull’agrumato e sull’uva sultanina e il sorso dove torna il limone e che regala una buona sapidità.

“Vigna la Miccia” Marsala Superiore Oro 5 anni Doc

Vinificato con mistella, ovvero mosto fresco e acquavite, segue una fermentazione a temperatura controllata – diversamente dai Marsala tradizionali che fermentano a temperatura ambiente. L’aggiunta di acquavite avviene durante la fermentazione permettendo così di bloccarla e lasciare un alto grado zuccherino. L’invecchiamento avviene in botti colme e non come il metodo soleras usato solitamente per i Marsala e che ne determina il tipico sapore. Qui troviamo frutta, un pizzico di mango e fiori gialli, già anticipati nella mise dorato con riflessi aranciati. In bocca è netta la percezione del demisec dove le morbidezze sono smussate dalla sapidità, tratto comune a tutta la produzione.

Marsala Superiore Oro Riserva 10 anni Doc

10 anni dichiarati in etichetta, 19 effettivi. Un Marsala esemplare, che riporta a sapori che rischiavano di essere dimenticati di fronte ai sentori da bagna del tiramisù e che invece qui si esprimono in tutta la loro potenza. Colore intenso come lo sono i profumi terziari, la frutta che ha ancora freschezza eppure vira anche su note mature – praticamente un ossimoro – bocca secca, schietta, dove l’alcol dà il ritmo ma ad emergere è l’impatto di una sinfonia aromatica, non quello di un assolo etilico.

Vecchio Samperi ventennale, vino liquoroso

Un piccolo capolavoro di 20 anni che fermenta per un mese nei tini con i lieviti indigeni e poi segue le orme del perpetuum, lasciato ad invecchiare nelle botti scolme e rabboccato ogni 4-5 anni. È un vino liquoroso perché raggiunge un elevato grado alcolico ma non perché vi venga aggiunto alcol. Quindi non chiamatelo Marsala. Note fumé, caffè, juta, un pizzico di polvere da sparo – e mi pare quasi di essere nei depositi di Marsala ai tempi di Woodhouse. E poi questa sapidità tenace ma smorzata, addolcita dall’impronta calda, salda di un vino che nel 1980 – anno in cui venne per la prima volta imbottigliato – riportava in vita una tipologia sull’orlo della crisi identitaria e al contempo anticipava i tempi, unendo così passato e futuro.

Irene Graziotto

 

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