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Vinitaly, come sanno anche i sassi, è una delle fiere di settore più importanti del mondo.  Come di prassi, al termine dell’evento,  escono articoli su ogni argomento; naturalmente si parla di vino, ma anche di fatti di costume, molto gettonate sono le lamentele, spesso a sproposito e poi,  ogni anno, c’è qualcuno che regolarmente propone di spostare la fiera in un altra città che quella si, in termini di infrastrutture,  non ha rivali in Europa. Raramente capita di sentire la voce di tutti quei professionisti,  e in Italia ne abbiamo davvero di bravi e preparati,  che si occupano di comunicazione enogastronomica gestendo gli uffici stampa delle cantine. Niente di meglio quindi che andare direttamente alla fonte e intervistare alcuni operatori, chiedendo loro di raccontare  qual è lo sforzo organizzativo per preparare un evento di tale portata, tracciando anche un bilancio sull’ edizione 2016.

Michele Bertuzzo: nasce nel 1974 a Valdagno, tra botti e bottiglie dell’enoteca di famiglia. Da ragazzino gioca a fare il piccolo cantiniere. Si laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna, con tanto di pacchetta sulla spalla da Umberto Eco. Diventa editore di una radio commerciale, collabora con Tv e testate locali. Dal 2003 è giornalista. Un corso per Sommelier gli fa riscoprire la vocazione di famiglia: è la quadratura del cerchio. Nel 2007 fonda Studio Cru insieme a Davide Cocco a cui contende gli appellativi di enofighetto e gastrosborone.

 Vinitaly è LA fiera. È l’occasione in cui tutto il mondo del vino (italiano, ma non solo) si trova nello stesso momento, nello stesso luogo. La condizione ideale per lanciare un messaggio, chiedere ascolto, ottenere l’attenzione di giornalisti, blogger, influencer, opinion leader, stakeholders. Insomma, chiamateli come volete: quelli che fanno opinione che se dicono che il vino è buono è presumibile che lo sia davvero. Facile, ma solo in teoria. Perché a questo mastodontico evento partecipano 4100 aziende, ciascuna con novità, degustazioni, eventi. Una concorrenza enorme, in cui non si contano le occasioni di incontro, degustazione, esperienza, approfondimento pensate proprio per stampa e affini. Anche la più piccola cantina della provincia più sperduta anela un articolo, una citazione, un post. Fosse anche un tweet, va bene lo stesso. Ed ecco allora che i giornalisti sono richiesti, contesi, forse pure tirati per la giacchetta. Gli “uffici stampa” (una sineddoche, bisognerebbe dire “gli addetti stampa delle agenzie di comunicazione”) si appostano all’entrata della sala stampa, adocchiano la preda dal badge appeso al collo e con fare disinvolto la inseguono al bar. Attaccano bottone e tra un caffè e l’altro propongono la visita a questo stand o la partecipazione a quella verticale. I più corteggiati sono quelli buoni, quelli che scrivono per testate importanti. Ma ad un certo punto, stremati dalla caffeina, vanno bene anche gli altri e un post su Facebook corredato da galleria fotografica. Facciamo così anche noi? Può darsi. Ma se possibile anche no.  Preferiamo giocare d’anticipo. Con due o tre accorgimenti. Anzitutto cercando di avere buone notizie. O più semplicemente: delle notizie. Sono il pane del giornalismo, senza notizie non si va da nessuna parte. Cos’è notizia? Ad esempio una nuova azienda, se ha degli elementi davvero di originalità e unicità. Ad esempio era notizia il debutto di Roberta Moresco. L’hanno definita un’immaginatrice di vini. Lei di mestiere è selezionatrice, ma ad un certo punto della sua carriera si è accorta che non riusciva a trovare dei vini che nella sua testa esistevano. Pensava si potesse mettere insieme Corvina e Pinot Nero. Difficile anche da pensare, ma non per lei. Un giorno ha preso coraggio e bussato alla porta di Fausto Maculan e Luca Speri, selezionato le partite buone dei due vini base e creato il suo AzzardoRosso. Praticamente una rivincita. Oppure la storia di Carolina de’ Besi, veneta trapiantata a Saronno con una nostalgia della sua terra così grande da spingerla ad acquistare terreni sui Colli Berici. Qui ha stretto amicizia con Celestino Gaspari, enologo di grande sensibilità ed esperienza che si è fatto le ossa lavorando a fianco di Giuseppe Quintarelli, in Valpolicella. Carolina e Celestino stanno tirando fuori un carattere inaspettato da questi colli che finora sono stati ingiustamente nell’ombra e oggi emergono con uno stile che riporta alla mente i grandi Amarone, ma con varietà ed espressioni diverse. Secondo elemento: cerchiamo di dare un servizio ai giornalisti. Quindi prepariamo comunicati stampa chiari e semplici, corredati da immagini in alta definizione. Siamo di supporto per interviste o approfondimenti. Inviamo per tempo un programma degli eventi organizzati presso i nostri clienti giorno per giorno e invitiamo a fare un percorso di visita personalizzato, nel quale il giornalista è accompagnato e assistito. Non da ultimo, credo conti il rapporto consolidato negli anni tra giornalista e agenzia di stampa. Vinitaly diventa così un’occasione per vedersi e salutarsi. L’assaggio un piacere e se poi da questo esce una recensione o un articolo tanto meglio. Altrimenti altre occasioni non mancheranno.  Infine, ultima regola di un buon ufficio stampa è quella di sfruttare ogni occasione di visibilità per i propri clienti. Visto che ci sono riuscito anche qui?

 Cinzia Luxardo: Classe ’66, padovana di origine ma di madre mantovana e padre zaratino, esule in patria, tengo a dirlo. Formazione prettamente umanistica, dopo il liceo una laurea in Lingue Straniere e il sogno di diventare organizzatrice congressuale. Inizio a Milano per puro caso facendomi le ossa in un’agenzia di comunicazione integrata specializzata nel settore farmaceutico e la sera frequentando un corso intensivo di specializzazione in marketing in Bocconi. Tre anni nel team convegnistica medico-scientifica e poi una miriade di esperienze diversissime, dalla post produzione televisiva agli studi fotografici alle fondazioni culturali fino ad approdare nel favoloso e nuovissimo mondo della rete, negli anni del boom. Collaboro per 4 anni in una web agency dove nello staff di redazione imparo a scrivere per il web curando contenuti per portali verticali e communities. Solo dopo, nel 2005, mi avvicino all’attività di ufficio stampa per il wine&food prestando consulenza per due agenzie venete, specializzandomi nello sviluppo di eventi e relazioni con la stampa internazionale e, nell’ultimo periodo, affiancando anche consulenze private per aziende italiane del vino in diverse denominazioni vinicole italiane.      

 Sono in questo settore da 12 anni. Abbastanza credo, per aver accumulato il giusto grado di esperienza e di quella cosiddetta praticaccia, grande e insostituibile alleata che ti aiuta, a tratti, a ridimensionare le inevitabili ansie da prestazione… con in più qualche vantaggio. Quello di aver vissuto i miei Vinitaly con registri mai uguali, lavorando nel tempo per diverse agenzie nonché diverse tipologie di clienti, scanditi quindi da tempi e ritmi diversissimi quando non addirittura opposti, affiancando il mio ruolo di consulente per clienti privati, e infine vivendo questo evento prima e dopo l’avvento, affatto trascurabile, dei social network. Il lavoro maggiore, e chi fa il mio mestiere lo sa, si tratti di un grande salone internazionale, di un‘anteprima vini o di altro genere di evento è quasi sempre a monte e ogni volta modulato sullo specifico cliente che ha le sue caratteristiche, esigenze, aspettative, pregi e difetti. A Vinitaly poter organizzare un evento per la stampa allo stand mantiene sempre un buon appeal, ad esempio quando si gioca sugli abbinamenti food puntando su chef di spicco certo, ma che in primis siano in grado di cogliere la filosofia e l’anima di quella cantina interpretandola nel piatto. La formula ‘salotto’ resta vincente, permette ai giornalisti di trovare un momento di condivisione con i colleghi oltre a degustare quel o quei vini anche uniti a un sapiente abbinamento mirato ad esaltarne i sentori al palato. Uno stop ristoratore poi specie a Vinitaly, è sempre gradito . Se questo non è possibile si deve tener sempre presente che un vino, che in questo ambito resta il protagonista indiscusso, è insieme espressione di un territorio, una storia familiare, una filosofia di lavoro, un team di persone. Se poi hai la fortuna come è capitato a me, di lavorare per produttori dall’indole aperta e comunicativa, spigliati davanti a un microfono o a una telecamera ma soprattutto con vino di ragguardevole livello in bottiglia beh, sei a metà dell’opera. Ma ogni volta che offri un calice, devi saper trasmettere tutto il patrimonio che sta dietro a quel perlage  Noi addetti stampa poi lo sappiamo tutti, Vinitaly è ogni volta una rincorsa al giornalista, un po’ ce li contendiamo specie le firme migliori, in tempi tra l’altro in cui ormai difficilmente la categoria si ferma a Verona per quattro giorni, anzi se va bene almeno la metà e tra degustazioni da condurre, seminari o convegni da moderare di tempo a loro ne resta pochissimo. E’ qui che rientra in gioco il concetto del lavoro fatto a monte, nel tempo, la costruzione di un rapporto di reciproca stima e fiducia se non di amicizia coi giornalisti basato al di là degli inviti a conferenze stampa, cene o eventi su contatti frequenti, confronti di opinione, richieste di suggerimenti, a generare un flusso reciproco di comunicazione in divenire, utile i entrambi i sensi.  Posto che alla fine ogni addetto stampa ha il suo metodo, i suoi trucchi del mestiere, fondamentali e irrinunciabili sono a mio avviso queste basi: una buona (e costante) conoscenza del settore, curiosità, etica, pazienza, il giusto mix di astuzia  e diplomazia, intuito, tempismo, e tanta passione (che significa anche mai guardare l’orologio) Senza mai dimenticare che il nostro è fondamentalmente un ruolo cuscinetto tra azienda e media, siamo i portavoce dei nostri clienti, ma non dobbiamo sostituirci a loro. In apertura accennavo all’era dei social network, la nuova comunicazione da cui i consulenti come me non possono prescindere, elemento che se da un lato ha raddoppiato il lavoro dall’altro permette di integrare l’ufficio stampa tradizionale allineandolo su tempi più brevi e un bacino di pubblico più ampio, a vantaggio dell’immagine aziendale dei nostri clienti, più dinamica e aggiornata. Il bilancio del mio Vinitaly 2016? Più che positivo perché mi ha permesso di ricevere un notevole flusso di stampa accompagnandola in degustazioni approfondite, attente, talune molto tecniche e prolungate, sempre combinate con l’estrema disponibilità dei produttori o degli enologi a raccontare e raccontarsi. Non posso chiudere senza un doveroso grazie speciale a Michelangelo Tagliente per avermi offerto l’opportunità di dare voce a quello che faccio ogni giorno cercando di non perdere l’entusiasmo degli inizi.

 Sara Vitali: Dal 1985 mi occupo di comunicazione, dalla Coppa America in Australia ai cani da slitta attraverso le Alpi. A 30 anni ho aperto la mia agenzia di consulenza occupandomi di tanti progetti in settori diversi, turismo, cultura, agroalimentare. A 40 anni ho avuto una figlia, Emma. A 50 anni ho aperto la casa editrice Cinquesensi. Vivo a Lucca per scelta.

Caro Michelangelo, Vinitaly è una manifestazione che riempie di orgoglio chi opera nel settore. Una grande piazza dove incontrarsi, una volta all’anno. Una certezza. Parto dal fondo delle tue considerazioni: Verona resta il teatro ideale di questo incontro. Per storia, cultura specifica e, non ultimo, bellezza. Venendo alla comunicazione, negli anni ci siamo occupati di realtà imprenditoriali e di eventi diversi. L’approccio va quindi calibrato in base allo specifico da comunicare. Quando segui un grande evento, un’iniziativa istituzionale che coinvolge più realtà, è corretto programmare un appuntamento (non più una conferenza stampa!). Nel nostro caso attuale, la nostra consulenza riguarda due cantine italiane e la nostra casa editrice, realtà “piccole” e quindi fragili, da trattare con cura! Senza dimenticare che non amiamo rincorrere i nostri colleghi giornalisti alle prese appunto, con eventi istituzionali e comunque impegnitivi. In questo caso si lavora prima, organizzando, come nel caso di Pala, inviti in cantina, in Sardegna o, nel caso di Valle dell’Acate, presentando i vini in una colazione in casa. I tempi e i luoghi scelti sono più indicati alla presentazione e alla degustazione nei tempi e con il rispetto che un prodotto prezioso come il vino richiedono. Allora Vinitaly diventa l’occasione per incontrare chi non è riuscito ad essere presente, per scambiarsi opinioni, anche, perché no, riabbracciarsi. E poi, da qualche anno, ci sono gli appuntamenti “fuori Vinitaly”. Noi abbiamo scelto di aderire a un solo evento – God Save The Wine, con grande soddisfazione. E, dulcis in fundo, in libreria, abbiamo presentato il nostro ultimo libro, Opere di Gualtiero Marchesi. Vinitaly 2016 si è chiuso all’insegna di un ritrovato ottimismo, dopo anni non certo facili.

2 Responses to “Vinitaly 2016 visto dall’altra parte della barricata”

  1. davvero un bel racconto, l’altro vinitaly visto da due professioniste di cui una cara amica e collega, ahimè tutte a nord… svolgo il loro stesso lavoro da 15 anni dopo studi classici, avviata all’avvocatura e poi per passione fiondata nel vino per puro caso dopo l’incontro con quello che considero il mio solo Maestro Gino Veronelli. Dopo la toscana , e il rientro a casa e qui note dolenti , anche qui l’Italia è spaccata in due: le aziende locali si fidano delle agenzie del “nord”; devo dire, non a titolo personale, ma a nome di tutti i miei colleghi che lavorano qui a sud( e che spesso, ironia della sorte come è successo a me , vengono chiamati da aziende del centro nord:) , che la ragione è soltanto la mania di “esterofilia”, che sarebbe ora di sfatare. che ne pensate?

  2. lastanzadelvino scrive:

    Grazie per il tuo contributo Giulia. Credo che alla fine debbano valere solo la professionalità e la serietà, senza distinzione di appartenenze territoriali.

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