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Irene Graziotto per la Stanza del vino

Il successo della bollicina mette in discussione le altre varietà del Vigneto Veneto. La domanda in continua crescita del Prosecco e il conseguente rialzo in valore dei vigneti di Glera – attualmente il valore medio della produzione annua vendibile è pari a 20.000 euro – fa gola a molti. Ma la tentazione di convertire i propri vigneti a Glera potrebbe avere i suoi risvolti negativi.

Se ne è parlato sabato scorso al convegno “Prosecco: un futuro di un miliardo di bottiglie o della ricerca della qualità?” che ha visto riuniti i Presidenti dei tre Consorzi Prosecco – Stefano Zanette, Innocente Nardi e Armando Serena – Matilde Poggi Presidente FIVI e il produttore Gianluca Bisol, che qualche mese fa aveva pronosticato il raggiungimento di un miliardo di bottiglie nel 2030. Proprio da questa forte dichiarazione è partito Davide Paolini, il Gastronauta di Radio 24 e Sole 24 Ore, che nel convegno tenutosi a Gourmandia ha voluto analizzare le possibili prospettive di sviluppo.

Si raggiungerà dunque la quota un miliardo visto l’attuale produzione totale che si aggira sul mezzo miliardo? “Con i prezzi correnti oggi difficilmente si potrà arrivare a questi quantitativi – risponde Bisol che raddrizza il tiro “ma la richiesta continuerà ad aumentare per un prodotto così piacevole ed invitante”. Una previsione su un così lungo tempo è infatti non solo difficilmente calcolabile – dichiara Zanette – ma anche dannosa in quanto “crea tensioni inopportune”. Il recente innalzamento del tetto di ulteriori 3 mila ettari di Glera – metà della Docg del Conegliano Valdobbiadene – non sarà inoltre immediatamente disponibile domani – sottolinea sempre Zanette. E questo è il primo punto da prendere in considerazione: per quanto durerà il fenomeno Prosecco? Ovvero vale oggi la pena di espiantare un vigneto, piantarlo a Glera ed averlo che entra in produzione tra cinque anni?

Se la risposta ad ora è sì, entra in gioco la seconda questione è: quanto lungimirante è una monocoltura di Glera? Sulla lungimiranza economica delle monocolture lascio la parola ai libri di storia e alla critica situazione attuale del Venezuela che ha basato la propria economia sul petrolio. A ciò va aggiunto, a mio parere, l’interesse della stampa estera, che e poi quella che guida il consumo futuro, e che sta tornando ad occuparsi di vitigni autoctoni. Vale dunque la pena espiantare un vigneto di Raboso in Veneto o Ribolla Gialla in Friuli, oggi non proprio sulla cresta dell’onda, per piantare Glera?

Sul rischio monocoltura si è espressa anche Matilde Poggi di FIVI che ha sottolineato inoltre la minore salute fitosanitaria delle vigne in pianura rispetto a quelle delle zone collinari dove esse esistono da secoli. Quanto alla soluzione del disequilibrio fra domanda e offerta, la Poggi propone di insistere sul prezzo, alzandolo.

Una proposta che sembra spaventare molti. Non è che forse c’è un po’ di paura nell’affermare che il Prosecco è buono e se lo vuoi lo devi pagare? Va bene, c’è il pericolo di finire fuori fascia di listino ma l’innalzamento medio di un euro non può avere effetti traumatici. E poi, se pensiamo che la chiave per vendere sia tenere il prezzo basso, c’è sempre la Cina dietro l’angolo. Se infatti i Cava sembrano in declino, il Paese del Dragone ha terra, know how e manodopera sottopagata a sufficienza per farci le suole. E se la Cina ancora latita, ci pensano nel frattempo Nuova Zelanda, Brasile – dove il Prosecco è un marchio registrato – e Australia, tutti Paesi dove l’italian sounding è in parte anche supportato da produttori di origine italiana.

La soluzione è quella allora di vendere un prodotto che si porti dietro un’immagine, un messaggio subliminale: prosecco, convivialità, colline venete pullulanti di arte e cultura. “Più arte e più cultura nel calice”: è questa la proposta di Armando Serena, del Consorzio Asolo Montello Docg, che nel recente Press Tour ad Asolo ha dato un assaggio più che stuzzicante di cosa significhi legare paesaggio e Prosecco. Della stessa opinione anche Innocente Nardi del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg il cui territorio è in lizza per il riconoscimento quale Patrimonio UNESCO – un riconoscimento importante visto che nei siti che entrano a far parte del World Heritage List si registra un aumento del 30% nei flussi turistici.

Ma se a parole, il progetto di un’immagine univoca da legare al termine “Prosecco” sembra se non facile almeno proponibile, nella realtà esistono tre consorzi differenti che lavorano su ben due regioni – non dimentichiamo il Friuli – e nove province. Vero è che un percorso di collaborazione è già stato intrapreso e sotto l’egida di “Sistema Prosecco” si occupa di lotta alla contraffazione – con già 140 tentativi silenziati da inizio anno – ma all’estero – quando non in Italia – tale presenza una e trina ancora spaesa.

Obiettivi per il futuro? Lavorare sempre più in sinergia e in gruppo, con studi di mercato alla mano, perché è solo in un’ottica collettiva che è possibile assicurare un successo quanto più longevo al Prosecco e un aumento anche nel prezzo – che fa comodo a tutti, Doc come Docg.

Solo collettivamente è inoltre possibile dare un senso alla lotta alla contraffazione – onde evitare di far sì che tra i tre litiganti il quarto goda.

E conquistare il mercato francese, che nelle parole di Davide Paolini, potrebbe rivelarsi un vero e proprio passpartout. E se già nella patria dello Champagne e a Parigi si consumano 7 milioni di bottiglie, forse la partita potrebbe finire in maniera prevedibile come il match Leicester-Barcellona.

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