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La critica enologica italiana è un po’ snob? La risposta è sì. Al netto delle questioni qualitative, ci sono zone che faranno sempre una fatica immane a emergere. Le motivazioni sono molteplici naturalmente ma, diciamo, che spesso al giornalista/critico piace vincere facile rischiando poco. Un esempio pratico? La Doc Colli Berici e la Doc Vicenza. Una zona che racchiude l’area Berica a sud della città di Vicenza fino a quella pedemontana nel nord-est del territorio vicentino. Luoghi incontaminati, di notevole suggestione, vocati per la produzione di grandi vini rossi. Un territorio ricco di potenzialità commerciali perché viviamo in un’epoca in cui il consumatore ricerca vini di facile bevibilità e, in quest’ottica, nei Colli Berici si trova un fuoriclasse assoluto, l’autoctono Tai Rosso. La natura genetica è quella del Cannonau sardo, del Grenache francese e della Garnacha spagnola. Bevuto giovane, si definisce in questo caso Tai Rosso tradizionale, è un vino fresco, immediato, semplice, detto senza nessuna accezione negativa, anzi, in grado di recuperare la memoria del vino quotidiano, vivaddio. Un bell’esempio, in questo senso, è il Tai Rosso tradizionale 2015 della Cantina Pegoraro.  I colli Berici però sorprendono ancora di più per le varietà alloctone come ad esempio il Cabernet Sauvignon, il Merlot e il Carmenere.  Posto che è sempre difficile non considerare questi vitigni come autoctoni, perché qui sono stati impiantati sin dai primi dell’Ottocento e non dimentichiamo che il Cabernet Franc (come si chiamava all’epoca prima di scoprire che fosse Carmenere) è stato il primo Cabernet Doc in Italia.  Tutto questo per dire che forse bisognerebbe essere meno altezzosi nei confronti degli alloctoni in generale ma, soprattutto, per quelli che provengono da queste terre, perché, confrontandosi con territori internazionali di ben altro blasone, sono in grado di regalare bottiglie di grande spessore a patto che si degusti alla cieca, scevri quindi da ogni pregiudizio. Giusto per fare qualche nome cito il Cabernet Vigneto Pozzare 2012 di Piovene Porto Godi, il Cabernet Casara Roveri 2008 di Dal Maso, il Cabernet Cicogna 2012 di Cavazza e uno straordinario Carmenere Riserva Oratorio di San Lorenzo 2011 di Inama.

In definitiva una zona del Veneto che può riservare grandi sorprese sia all’appassionato sia al turista enogastronomico alla ricerca di novità; non solo per cibo, vino e arte (siamo pur sempre nelle terre del Palladio) ma, soprattutto, perché ancora inesplorata e fuori dai circuiti turistici di massa, con un paesaggio rurale ancora intatto.

Tornando però al quesito iniziale, che è questione cruciale per questo territorio, ho voluto approfondire l’argomento sentendo il parere di alcuni produttori e nel merito ho posto loro questa domanda: Non credi che la critica italiana ponga spesso troppa attenzione al vitigno e meno alla qualità del vino che poi arriva in bottiglia? Mi spiego meglio. Trovo che ci sia una sorta di prevenzione, se non addirittura snobismo, per alcune zone vinicole d’Italia (i Colli Berici ne sono un esempio), dove sembra quasi impossibile che si possano produrre grandi vini rossi da uve alloctone, salvo poi scoprire che alla cieca questi vini, confrontandosi con bottiglie importanti di altri territori blasonati, possano riservare piacevoli sorprese, che ne pensi?

Stefano Inama

Stefano Inama

La risposta è sicuramente affermativa.

Viviamo sempre più in un provincialismo del vino in cui si parla solo dei territori consolidati. Se ci fai caso, sono almeno dieci anni che non c’è nulla di nuovo di cui si parli.

Dopo Priorato e in tono minore Nero d’Avola e Primitivo di Manduria la storia si è fermata.

Il Veneto in molte parti è il gigante addormentato del vino, ma la massiccia produzione mediocre  delle cantine sociali ha ridotto la percezione alla sola Valpolicella (guarda caso l’unica area senza una grossa presenza di Sociali).

Crediamo davvero che i Colli Berici siano un territorio al top. In America se ne stanno accorgendo così come in Svizzera ed in Austria.

In ogni zona conclamata è esistito o esiste un produttore che ha fatto fare alla zona il salto di qualità. Speriamo di esserlo per il Colli Berici.

Alessandra Piovene

Credo che la necessità di cercare e di ri-scoprire vini da vitigni autoctoni sia  necessaria ma non necessariamente sufficiente a valorizzare a pieno una zona e le sue peculiarità produttive. Mi spiego meglio. La diffusione e il consolidamento, nelle nostre zone, di vitigni come il Carmenere, il Cabernet Sauvignon o il Merlot è talmente lontana nel tempo da rendere difficile non considerarli autoctoni e tipici del territorio, capaci di distinguersi e di costruire un’identità e delle peculiarità distintive ancora più forti di quella a cui si arriverebbe valorizzando soltanto i vitigni autoctoni del territorio. Credo che soltanto concentrandosi su entrambi gli aspetti si possa suscitare e stimolare la curiosità su una zona interessante come la nostra.

Enrico Pegoraro, Alessandra Piovene, Nicola Dal Maso

Nicola Dal Maso

Concordo con te nell’affermare questo concetto. Troppo spesso infatti ci si focalizza sulla tipologia del vitigno piuttosto che, come insegnano i Francesi, sul “ Terroir “ .

Parola questa, direi chiave se intesa come l’insieme e l’interazione dell’ambiente pedoclimatico, mano dell’uomo e vitigno. Quindi concetto molto ampio che racchiude in se elementi non solo fisico-chimici ma antropici e storici.

Un grande vino non nasce quindi da un grande vitigno ma nasce da un grande Terroir.

Questa sinergia o “rapporto di amorosi sensi” non prende forma e si consolida a caso e nemmeno la si inventa da un giorno all’altro. Il Terroir è un qualcosa che scaturisce da una storia e tradizione centenaria di una specifica zona vitivinicola.

Ecco che questo concetto sembra cucito su misura per la nostra denominazione Colli Berici.

Abbiamo la storia centenaria di tre vitigni, quali il Tai Rosso, il Cabernet in tutte le sue forme ed il Merlot. Uve di antica cittadinanza sui Colli Berici.

Questo ha fatto si che questi vitigni trovassero il loro abitat ideale negli anni e si adattassero al nostro territorio dando il meglio di se soprattutto con lo splendido suolo argilloso-calcareo dei nostri monti.

Ti ricordo che la Doc Cabernet Colli Berici è la Doc più antica d’Italia per quel che riguarda il Cabernet. Testimonianza questa direi importante.

Ecco questo basta ed avanza a testimoniare la grande qualità di alcuni vini che abbiamo assaggiato nei giorni in cui siamo stati assieme, siano questi da vitigni alloctoni che autoctoni.

Preciso comunque che il Tai Rosso è la Grenache francese arrivato probabilmente assieme al Cabernet e Merlot e di conseguenza possiamo chiamarli tutti e tre tipici e autoctoni o viceversa alloctoni ma di antichissima cittadinanza sui Monti Berici.

Un solo appunto ( autocritica ),  mi sentirei di fare a noi produttori. La natura ci ha dato una grande opportunità, cerchiamo di non sprecarla ma piuttosto esaltiamo le peculiarità del nostro terroir e facciamole conoscere a tutto il mondo e noi rimaniamo fermi nel nostro verde orticello.

Enrico Pegoraro

Ti ringrazio molto per la questione che trovo davvero interessante. L’argomento offre l’opportunità di soffermarsi anche su altri interrogativi:

–          Come viene gestita la valorizzazione del territorio a 360 °?

–          Quanto conta la capacità di promozione dei produttori e quanto quella dei consorzi di tutela?

–          Quali suggestioni evoca una zona piuttosto che un’altra e quanto questo si riversa nei contenuti delle bottiglie?

Penso che alcuni territori siano stati promossi molto bene e questo abbia fatto da volano per i prodotti enogastronomici,  in altre situazioni invece sono stati proprio i vitigni e i vini ad essere così valorizzati da far conoscere i territori, richiamando l’attenzione di visitatori e critici. Sicuramente dove i vini sono stati il pass d’accesso a zone prima poco rilevanti, i produttori, e anche i consorzi, hanno giocato un ruolo fondamentale guardando al futuro con lungimiranza.

Più che di prevenzione o snobismo verso alcune zone rispetto ad altre, parlerei quindi della storia di promozione di ciascuna zona.

Per quanto riguarda la nostra zona, ancora poco conosciuta, molto si sta facendo in questi ultimi anni grazie all’impegno di giovani produttori che hanno alzato di molto la qualità e al Consorzio per la tutela dei vini doc Colli Berici che sta lavorando assiduamente nella promozione. La manifestazione “Gustus”, oltre agli appuntamenti classici (Vinitaly e altre fiere del settore), ne è la testimonianza. L’obiettivo è coinvolgere sia i consumatori, sia giornalisti e critici. Consapevoli infatti delle nostre potenzialità, stiamo operando affinché il contenuto delle bottiglie arrivi ai critici e così anche nei concorsi internazionali.

Ho la speranza che il lavoro di tutti possa far sì che anche i nostri rossi facciano molta strada e diventino l’”asso nella manica” dei Colli Berici, contribuendo sempre di più a farli conoscere. Sarebbe bello che i profumi del Tai Rosso evocassero i Colli e viceversa. Un ricordo sensoriale, un ricordo di viaggio, un legame da condividere.

Elena Cavazza

Elena Cavazza

La tua domanda purtroppo è la domanda che spesso anche noi produttori ci poniamo.

Perché i Colli Berici sono così  poco noti? Perché non se ne parla nei giornali, nei  blog di vino e  enoturismo?

Le motivazioni sono svariate, in primis perché le denominazioni in Veneto sono tantissime – tra cui la Valpolicella e il Prosecco, quindi spesso le denominazioni più piccole vengono dimenticate perché  “non fanno notizia”.

In secondo luogo è difficile comunicare la poliedrica identità dei Colli Berici. C’è molto da raccontare, e nonostante il Tai Rosso  assieme al Carmenere siano i vitigni autoctoni, le varietà alloctone come Merlot e Cabernet sono qui radicate dall’Ottocento.

Spesso la mancanza di un vino icona  monovarietale  viene vista come un’assenza  di identità da parte dei giornalisti e blogger del mondo del vino italiano. Frutto di una visione riduttiva, che vuole semplificare la realtà.

Come azienda, vediamo il bicchiere mezzo pieno:  i vitigni a bacca rossa sì, sono più di uno, e ogni azienda del territorio  si sta specializzando in una delle varietà, a seconda di dove si trovano gli appezzamenti e alle scelte personali di ogni viticoltore.

Sicuramente c’è molto da fare, da costruire un network tra i produttori, promuovere e raccontare questi bellissimi  colli secondo delle nuove formule. Le potenzialità sono molte, c’è solo da rimboccarsi le maniche e trovare dei partner da importatori stranieri a enti turistici, che credano quanto noi nelle   nostre terre.

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