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All’ingresso della Cantina Visintini, a Corno di Rosazzo, c’è una sorta d’icona in ceramica con su scritto “In quest’azienda si produce Friulano”.  In quella piastrella attaccata al muro, è racchiuso tutto l’orgoglio dei Colli Orientali del Friuli: produciamo il nostro vino simbolo, il Friulano (Tocai per i romantici) e ne andiamo fieri. Le voci che dai Colli arrivavano in pianura raccontavano di espianti per questo mito dell’enologia friulana invece, nel biennio 2014/2015 c’è stato addirittura un aumento pari al 6% sulla superficie dichiarata, si è passati da 279 ha del 2014 a 296 del 2015, ma non è tutto. A Spessa di Cividale, nei vigneti de La Sclusa si sta compiendo un piccolo miracolo, una sorta di rinascita: nel 2012 sono stati piantati 12 biotipi di vecchie viti di Tocai e presto si etichetteranno le prime bottiglie. A chi ha avuto la fortuna di assaggiarlo in anteprima ha riportato alla memoria antiche suggestioni e soprattutto il ricordo di quel Tocai che si beveva nelle vecchie osterie di paese. I Colli Orientali del Friuli, ovviamente, sono anche tanto altro. Gli oltre 2000 ettari vitati di questo territorio sono stati ribattezzati “Parco della vite e del vino”, un progetto che mira a garantire alla vitivinicoltura il massimo dello sviluppo nell’ambito di una gestione integrata delle risorse economiche e ambientali, dove il turismo enogastronomico ha una parte fondamentale.
L’ambito territoriale della DOC Friuli Colli Orientali comprende la fascia collinare della provincia di Udine, ovvero, partendo da nord, i comuni di Tarcento, Nimis, Povoletto, Attimis, Faedis, la zona est di Cividale, San Pietro al Natisone, Prepotto, Premariacco, Buttrio, Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo. Anche se gli internazionali vengono qua coltivati da tempi immemorabili, sono gli autoctoni a farla da padrona, basti pensare che attualmente il disciplinare di produzione Friuli Colli Orientali annovera al suo interno il maggior numero di vitigni autoctoni in Italia. Malvasia, il Picolit, il Pignolo, il Refosco dal peduncolo rosso, la Ribolla gialla, lo Schioppettino che a Prepotto trova la sua terra d’elezione, il Tazzelenghe, il Tocai/Friulano e il Verduzzo friulano che è un vitigno decisamente da riscoprire anche nella sua versione secca. Il discorso sul“Parco delle vite e de vino” dei Colli Orientali del Friuli è talmente ampio che ci vorrebbero una serie di tomi voluminosi per trattarlo. Per chi volesse approfondire online, i riferimenti sono il sito istituzionale del Consorzio  e tutto l’importante  lavoro dell’agronomo, enologo e giornalista friulano Claudio Fabbro.  Meritano invece spazio immediato, vuoi perché poco conosciuti, oppure perché non più in ascesa come qualche tempo fa, alcuni progetti, vediamo quali:

 Il Ramandolo detto anche il Sauternes italiano

Queste semplificazioni sono sempre molto pericolose ma hanno il solo scopo di far capire il potenziale di un vino che meriterebbe di tornare alla ribalta. D’accordo, i vini dolci non hanno grande attrazione in questo momento, ma è anche vero che i viticoltori di Nimis e dintorni devono ritrovare un po’ di fiducia in se stessi perché ultimamente appaiono un po’ depressi ed è un vero peccato, visto l’oro che hanno tra le mani. Il Ramandolo è l’unico vino friulano che fin dall’antichità, porta il nome del toponimo e non quello del vitigno, come i più grandi vini del mondo.

 Il Refosco di Faedis

Nel 1998, alcuni produttori, per riscoprire e rilanciare questo vitigno autoctono, il “Refosco nostrano”, localmente detto anche “Refoscone” o “Refosco di Faedis” a rilevarne l’origine friulana, hanno deciso di costituirsi in associazione. Nel 2011 sono riusciti a ottenere il riconoscimento della sottozona “Refosco di Faedis” nella Doc “Colli orientali”. Oggi, dai 3 produttori attivi a metà anni novanta si è passati agli attuali 21 di cui 15 associati i quali imbottigliano il loro vino tutti con la stessa etichetta: nera, contraddistinta dal simbolo dell’associazione – un’aquila che vola davanti al merlo di un castello -, cambia solo il nome dell’azienda. Un grande esempio di come si possa fare squadra e non è un caso se recentemente, 30 esperti arrivati da tutto il mondo in Friuli per scoprire/approfondire i vitigni rossi autoctoni friulani se ne sono innamorati.

 Il Bio Distretto Gramogliano Friuli Colli Orientali

Un Bio-distretto è un’area geografica dove agricoltori, cittadini, operatori turistici, associazioni e pubbliche amministrazioni stringono un accordo per la gestione sostenibile delle risorse locali, partendo dal modello biologico di produzione e consumo (filiera corta, gruppi di acquisto, mense pubbliche bio). Nel Bio-distretto, la promozione dei prodotti biologici si coniuga indissolubilmente con la promozione del territorio e delle sue peculiarità, per raggiungere un pieno sviluppo delle potenzialità economiche, sociali e culturali. In località Gramogliano, nei Colli Orientali, è nato il primo Bio Distretto friulano.  Ciò che distingue ogni distretto è la propria omogeneità di offerta, coinvolgendo tutte le attività economiche e istituzionali, comprendendo quindi agricoltori, produttori, operatori turistici, strutture ricettive e amministrazioni sia pubbliche sia private, ove il modello biologico, con la sua filiera corta, si promuove e fa sistema.
La salute al primo posto, prodotti genuini – non trattati – frutti di una terra ancora sconosciuta ai più, ove metodologie di allevamento e coltivazione seguono ancora antiche tradizioni che in questa terra di confine non sono state erose dalla modernità e dalla coltura spinta.

I video approfondimenti

Germano Zorzettig (La Sclusa) racconta del Friulano (Tocai) ottenuto da antichi vigneti

Discutendo di Ramandolo con Ivan Monai, Sandro Vizzutti, Paolo Ianna e Michele Pavan

Marco Sara vignaiolo a Savorgnano del torre

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