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Di Irene Graziotto

È passato un po’ di tempo dalle Anteprime Toscana – se è per quello è passato anche il Prowein e Vinitaly è dietro l’angolo – ma per quest’anno ho voluto lasciare affinare le impressioni su queste Anteprime per fare un bilancio a mente fredda, non solo dell’evento in sé ma anche del lavoro svolto in tutti questi anni, visto che nel caso del Brunello siamo giunti alla 25esima edizione.

Montecucco e Maremma

Le mie Anteprime iniziano venerdì 10 febbraio, con una cena fra produttori di Montecucco e Maremma. Contesto intimo, buon rapporto giornalisti-produttori che favorisce la chiacchiera-confronto col vignaiolo e, finalmente, concretizza la volontà di fare squadra (non solo per le anteprime ma anche nella promozione estera dove i due consorzi agiranno congiuntamente anche col Morellino). Durante la cena, Montecucco e Maremma scendono in campo l’uno accanto all’altro, con un fair play che aiuta a farsi un’idea di quanto la Toscana del Sud possa offrire in questo momento. Se possiamo definire il Montecucco come “il sangiovese dell’Amiata”, polifonica è invece la Maremma: sono ben 37 le tipologie che gestisce e che valorizzano vitigni autoctoni  – sangiovese, colorino, aleatico – come pure internazionali – merlot, cabernet e syrah. Tuttavia, queste sono terre anche da bianchi: parlando con Edoardo Donato, Presidente della Doc Maremma, scopro, infatti, che oggi nella provincia di Grosseto ci sono 800 ettari di Vermentino, più che ad Oristano. Fra gli assaggi, spicca Enos I 2015, un sauvignon in purezza dell’azienda Montauto di Riccardo Lepri: frutta bianca matura al naso e vibrante nota sapida in bocca. Tra i rossi ritrovo il succulento Carandelle 2015 di Podere San Cristoforo di Lorenzo Zonin da sangiovese in purezza e mi imbatto nel Grotte Rosse Salustri 2013, ottenuto da un clone di sangiovese proprio dell’azienda e contraddistinto da una bocca intensa, morbida e sinuosa.

 I Consorzi cosiddetti “minori”

Chiamati minori, ma ci sarebbe bisogno di una nomenclatura diversa, non tanto per la stampa estera quanto piuttosto per la comunicazione sull’Italia. “L’altra Toscana” gioca compatta e questo le rende omaggio visto che a livello logistico il poter assaggiare prodotti di ben 11 differenti consorzi nella stessa giornata e nello stesso luogo non è cosa che capiti spesso e consente di farsi un riassunto della situazione con un dispendio minimo di energie. Sabato 11 febbraio in Fortezza da Basso sfilano così Morellino di Scansano, Montecucco, Maremma Toscana, Cortona, Carmignano, Valdarno di Sopra Doc, Bianco di Pitigliano e Sovana, Colline Lucchesi, Orcia, Val di Cornia, Isola d’Elba. Tra le conferme ci sono i Syrah di Cortona, che anche la stampa estera inizia ormai a rammentare, mentre tra i progetti innovativi si distingue il Valdarno di Sopra che punta a diventare la prima Doc interamente biologica già con la prossima vendemmia. Bella e presenziata da tanti colleghi esteri la degustazione guidata da Clizia Zuin che ha permesso di indagare in undici bicchieri tutte e undici le realtà consortili con interpretazioni come il “1968” Colle di Bordocheo da merlot e sangiovese delle Colline Lucchesi, il Tenuta di Capezzana 2007 – che ha dato voce al Carmignano – straripante di frutta rossa e con una dinamica di palato dove il tannino morbido era intessuto su una trama di importante freschezza, e il Cenerentola 2013 Cinelli Colombini che esprime un piccolo vitigno autoctono, il Foja Tonda, diffuso in solo due enclavi italiane: l’Orcia e il Valdadige TerradeiForti.

Il convegno di apertura

Sinceramente ci aspettavamo qualcosa di più. L’idea di partenza era valida: indagare la copertura mediatica della Toscana enoica all’estero. Sicuramente uno strumento di analisi utile per capire cosa potenziare e in quale modo farlo: quanto si parla di vino in chiave enoturistica o sono piuttosto articoli legati a recensioni di singole bottiglie? In contesto enologico Firenze continua a rivestire un ruolo fondamentale o piuttosto si parla di vino legandolo alle singole cittadine? Quali i termini più comuni? Quanto compare Chianti rispetto a Chianti Classico? Quanto il termine Chianti è riferito alla regione geografica e quanto invece alla specifica denominazione? Mi aspettavo anche un raffronto fra i vari media: cartaceo, portali, social. Invece sono tornata a casa con tutte le mie domande rimaste irrisolte. A ciò va aggiunto che le slide, peraltro in lingua italiana, erano di difficile lettura per un contesto quale una conferenza e che ad un certo punto il relatore è caduto nella solita autocelebrazione dell’Italia che produce più ettolitri della Francia… Direi che i margini di miglioramento ci sono, più o meno tanti quanti quelli che una bottiglia italiana deve fare per raggiungere il prezzo medio di una bottiglia francese…

Chianti Lovers

Tanto successo di pubblico grazie ad una formula giovane e scanzonata. Ecco qualche assaggio: Vigna delle Conchiglie, Chianti Riserva, 2013 di Poggiotondo che ricordo per la bella nota salina, il Chianti Riserva 2006 Ruschieto de La Salceta che si esprime con generosità e nitidezza di fattura come pure il fratello del Valdarno di Sopra, e il Nero su Bianco di Baldi Gianluca, un Sangiovese vinificato in bianco. Il termine Chianti rimane la prima denominazione che viene in mente ai consumatori US in riferimento al vino italiano secondo una recente indagine dell’americana WineOpinion e il fiasco rimane un elemento iconografico forte tanto che Ruffino ha rilanciato proprio quest’anno il suo Chianti Docg nella confezione storica. Qualche dato tecnico sulla produzione: 800 mila ettolitri, 87 milioni di bottiglie per un valore di 400 milioni di euro, +7% nella grande distribuzione italiana ma un po’ di crisi nell’export. Va letto partendo da questo dato il cedimento del Consorzio Chianti al compromesso dei mercati che chiedono un vino più dolce e che permetterà ai vini della denominazione di avere un residuo zuccherino fino 6-7 grammi/litro.

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