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Tanti solo gli elementi che identificano il concetto d’italianità, ma ce ne sono alcuni più immediati di altri, come ad esempio i grandi eventi di massa che vengono organizzati nel nostro Paese. Qualche esempio? Il Festival di Sanremo: una settimana di polemiche, a tratti anche feroci, tra pensiero debole e snobismo, ma poi la media di ascolti parla di dodici milioni di persone davanti al televisore. Fatte le debite proporzioni, Vinitaly non è molto differente dal Festival di Sanremo; una fiera di settore che rappresenta a pieno l’italianità, quel marchio impresso a fuoco che, nel bene e nel male, ci caratterizza nel mondo. Polemiche infinite da anni, diventate ormai litania da recitare a ogni edizione, ma, poi, se vai a snocciolare i dati che divulga l’Ente Fiera veronese, c’è da rimanere basiti. Per l’edizione appena conclusa si parla di 128 mila presenze, provenienti da 142 nazioni. Oltre 30 mila i compratori stranieri (+8% rispetto al 2016). Operatori esteri in netta crescita rispetto al 2016 da Stati Uniti (+6%), Germania (+3%), Regno Unito (+4%), Cina (+12%), Russia (+42%), Giappone (+2%), Paesi del Nord Europa (+2%), Olanda e Belgio (+6%) e Brasile (+29%). Debuttano buyer da Panama e Senegal. A Veronafiere le aziende espositrici sono state 4.270 provenienti da 30 paesi, aumentate nel complesso del 4%, in particolare quelle estere, del 74 per cento. Numeri enormi che certificano l’imprescindibilità della manifestazione a livello mondiale. In effetti, la 51enesima edizione, a livello organizzativo, è sicuramente la più riuscita dell’ultimo decennio. Tutto va ben madama la marchesa quindi? Certo che no, c’è da lavorare di fino, l’eccellenza è una meta alla quale qualunque organizzazione seria deve ambire, senza dimenticare che Vinitaly sarà sempre una manifestazione monstre, con tutte le contraddizioni del caso. Vinitaly è la festa popolare del vino italiano, quel mix perfetto tra sagra paesana e luogo dove si fanno ottimi affari. Si lamentano in tanti, poi, però, ci vanno quasi tutti, proprio come Sanremo che lo guardano in 12 milioni. Comunque, alla fine, se proprio non ti piace, puoi andare altrove, le alternative non mancano, un po’ come cambiare canale se Sanremo ti da noia.

Non mi sottraggo, naturalmente, al compendio dei vini (e persone) che più mi sono rimasti impressi in questa edizione 2017:
Tutti i vini di Tenuta Lenzini di Michele Guarino. Ho conosciuto Michele e i suoi vini nel 2013, bravo era bravo, adesso è un fuoriclasse assoluto.

L’Aivè Moscato Secco 2012 di Oscar Bosio. Oscar lo seguo dal 2012, si riconferma sempre per bravura e umiltà.

I vini e la famiglia Fina di Marsala. Un giorno qualcuno ha detto: “Il vino è una malattia dell’anima: nessun carattere tiepido può occuparsene, otterrebbe solo bottiglie senza personalità”. Credo stesse pensando a Bruno Fina e ai suoi figli Federica, Sergio, Marco. Makisè 2016 frizzante naturale (100% Grillo), Kebrilla 2016 (100% Grillo), Kikè 2016 (spettacolare Traminer aromatico con un saldo di Sauvignon Blanc), Taif 2016 (100% Zibibbo), un paradiso per noi bianchisti.

Tutti i Marsala di Francesco Intorcia (Heritage), ma anche il vino perpetuo da uve Grillo e da uve Nero d’Avola, ancora Sicilia, ancora Marsala, ancora bellezza. Poi ci sono i Marsala di Francesco che finiscono nei cocktails creati da Roberto Tranchida e qui c’è da farsi male sul serio.

Il Verticchio di Matelica. Degustazione di 5 aziende (Collestefano Vitivinicola, Borgo Paglianetto, La Monacesca, Cantine Bellisario, Bisci) e di 5 annate (2012,2011, 2010, 2009 e 2006), con il Verdicchio di Matelica DOC Riserva “Cambrugiano” 2009 di Cantine Bellisario, summa della grandezza del Verdicchio di Matelica e delle sue potenzialità d’invecchiamento.

Il delicatissimo Fior d’Arancio Colli Euganei Docg di Quota 101. Le uve arrivano dal Parco Naturale dei Colli Euganei.

Diol Raboso Metodo Classico Brut di Umberto Cosmo (Bellenda). Il figliol prodigo. Da come ne parla Umberto, si percepisce che anche se questo vino lo fa un po’ dannare poi ritorna sempre a casa.  Un metodo classico che ho amato tantissimo. Ogni tanto un vino così ci vuole per smuovere le acque del mare della tranquillità.

Tutti gli Champagne di Roger Coulon. Quel francese mi fa impazzire.

SoloSole Pagus Camilla 2015 di Poggio al TesoroAllegrini (100% Vermentino). I cloni vengono dalla Corsica, Bolgheri fa il suo, per uno dei Vermentino più interessanti di Toscana.

2 Responses to “Perché Vinitaly è Vinitaly”

  1. Umberto Cosmo scrive:

    Che dire?
    Oggi, che pure è giorno di digiuno, m’ingrasso con i complimenti per Diòl e per i vini dei nostri amici Eric e Isabelle Coulon.
    I vini di Fina, che non conoscevo, mi intrigano e vedrò di trovarne per un assaggio: grazie per la dritta!
    A presto!

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