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10310661_908569205825742_4450003781641556203_nLe parole di Marco Felluga al recente premio Collio (che avevo ripreso nel post È proprio vero che i vini del Collio hanno perso appeal?) sono di quelle che lasciano il segno: “i vini del Collio da un po’ di tempo a questa parte hanno perso fascino e interesse”. Un grido di dolore il suo che ho voluto condividere con tanti professionisti del mondo del vino, per sentire pareri, saggiare umori e punti di vista. Hanno aderito in tantissimi, oltre ogni immaginazione; segno che quella terra che ha regalato e regalerà grandi vini è nel cuore di tutti. Per non sfinire chi vorrà seguire il dibattitto pubblicherò gli interventi in più parti, cominciamo:

Andrea Gori, sommelier, oste, scrittore e giornalista scrive su Intravino e Businnes People:Rispetto al boom di qualche anno fa con i grandi nomi Marco e Livio Felluga, Jerman e tanti altri, il Collio è stato sorpassato a sinistra da Slovenia (presso gli appassionati più radical) e da destra dall’Alto Adige (dai consumatori più modaioli). Secondo me c’è stato un momento in cui il brand e i nomi della regione hanno prevalso sul territorio portando ad essere più famosi come aziende che come “Friuli”, qualcosa che alla lunga ha penalizzato questi vini. Oltre a questo, molto del successo di questi vini dipendeva dai grandi profumi e spesso concentrazioni dei vini, qualcosa che oggi in tempi di ricerca di sapidità, magrezza e acidità è meno ricercato di un tempo. Quindi direi che come territorio il Collio ha perso appeal anche perché le comunicazione istituzionale (eccetto forse la campagna Friulano &Friends) sembra essere stata ideata 20 anni fa e non ha la modernità necessaria per far presa sul pubblico di oggi. Per non parlare dei social network e altro dove il “Collio” non ha una strategia precisa.

 Fiorenzo Sartore, enotecario in quel di Genova, scrive di vino in giro per la rete, principalmente su l’Unità e su Intravino: In sintesi estrema: da venditore non avverto tra i miei clienti un senso di calo nell’interesse del vino friulano, e dell’area del Collio in particolare. Mi pare che il cliente identifichi ancora bene la zona con i bianchi importanti e pure con qualche rosso di carattere. Ma se una persona come Marco Felluga dice quel che dice probabilmente non si baserà su un sentimento ma su dati di fatto. E allora la causa potrebbe essere quella che già indichi nelle numerose zone emergenti che forniscono “prodotti di grande qualità, a volte dalla bevibilità più netta”. Con, aggiungo io, un rapporto prezzo/prestazioni più aggressivo. Ma questo introduce altro. Per conto mio, ho solo una sensazione definita: la crisi che ormai è strutturale taglia i numeri a tutti, e paradossalmente chi è (era) di successo, vede in modo più chiaro questa diminuzione.

 Elisabetta Tosi, giornalista indipendente, con grande esperienza in campo editoriale, televisivo, radiofonico, collabora con le principali testate italiane del settore vitivinicolo: Sono reduce da tre giorni di assaggi in Friuli! Ho assaggiato Refosco, Schioppettino, Picolit, Sauvignon, e Friulano… la qualità di tutti era molto alta, ma stiamo parlando dei vini finalisti di precedenti selezioni. Francamente, non mi è molto chiaro cosa intenda Felluga, se si riferisce ad un aspetto di comunicazione (non si parla più come un tempo del Collio?) o di mercato (non si vendono più come un tempo i vini del Collio?), o di entrambe. Una cosa però dovrebbe essere diventata ormai chiara: nel mondo del vino non esistono rendite di posizione, per nessuno. Essere stati nel passato un punto di riferimento per i vini bianchi italiani non significa che tutto il mondo continuerà a guardare al Friuli come ad un faro anche nei secoli a venire. Se poi negli ultimi anni i produttori del Collio si sono concentrati più sulle loro problematiche interne (vedi la faccenda Collio- Piccolo Collio ), su divisioni che non giovano all’immagine di nessuno, anziché pensare al “sistema Collio” e a presentarsi come un territorio variegato dove si fanno ottimi vini sia bianchi che rossi,  beh, allora stanno raccogliendo esattamente quello che hanno seminato. Spiace dirlo, ma è così.

 Jacopo Cossater, giornalista, wine blogger , scrive per Enoiche illusioni e Intravino: è vero, il Collio è scomparso dall’agenda. Un po’ per la crescita di altri territori, un po’ per la personalizzazione e l’uscita dalla doc di alcuni dei suoi più grandi interpreti (vedi gravner e radikon). Quello che volevo sottolineare riguarda il fatto che sempre di più si guarda al produttore e sempre meno al Collio, denominazione certamente affidabile ma al tempo stesso un po’ confusa, almeno nella sua comunicazione. A questo si aggiunge l’inarrestabile crescita di altri territori “bianchisti” che anche solo una decina di anni fa erano molto meno conosciuti, penso al vicino Carso ma anche all’Irpinia, per dire.

 Filippo Ronco, giornalista esperto di marketing del vino, fondatore di Vinix, Vinoclic, TerroirVino: Il problema è duplice a mio avviso. Da un lato negli ultimi anni 5-10 ha avuto grande visibilità quel filone di vini bianchi non bianchi noti anche come orange wines da macerazioni lunghe che ha trovato nella regione un punto di riferimento e che ha messo un po’ nel canto – dal punto di vista mediatico e del chiacchiericcio di nicchia – tutti quei meravigliosi vini bianchi perfetti e cristallini a cui il Friuli Venezia Giulia ci aveva abituato negli anni (vini che io non ho smesso di consumare ma che consumo oggi al fianco di queste tipologie differenti). Dall’altro lato il Consorzio, ma la regione tutta, soffre di quel problema che affligge praticamente tutti i consorzi italiani – ad eccezione davvero di pochissimi – che è la sindrome del braccino corto. Quasi nessun consorzio investe in promozione e marketing territoriale e quando lo fanno lo fanno quasi esclusivamente nei confronti del mercato estero dimenticando completamente il mercato interno. Ora, non voglio far pubblicità a cose che gestisco direttamente ma un dato certo e oggettivo la dice lunga: dal 2006 ad oggi, pur avendoci provato ripetutamente, non siamo mai riusciti a coinvolgere in una pianificazione pubblicitaria degna di questo nome sul maggiore network pubblicitario nazionale di settore, nessun consorzio di tutela italiano. Probabilmente alcuni si muovono su fronti differenti (in particolare carta stampata) ma non ho mai visto un’operazione di comunicazione integrata su più canali in modo paritario e come si deve. Perfino il Consorzio Franciacorta e il Consorzio dell’Asti che negli anni si sono resi protagonisti di investimenti importanti sul fronte degli eventi (penso anche a Soave, Chianti Classico, Montepulciano, Montalcino, Lambrusco), online praticamente non esistono o comunque non hanno avviato alcun progetto di pianificazione serio. E nel frattempo abbiamo aiutato in promozione centinaia di istituzioni, eventi, fiere, siti ecommerce ed altri brand più presenti e attenti al mercato online. Sono solo due punti, i primi che mi vengono in mente ma ecco, se penso al Collio non mi viene in mente niente che ho visto passare online negli ultimi mesi / anni. Solo i buonissimi vini che in questa zona si fanno da sempre.

 428362_3025413808056_2055898391_nSimona Migliore, delegata provinciale Onav, degustatrice internazionale, collabora con il giornale on line di enogastronomia Winesurf: 1)  Penso che dietro la denominazione Collio non esista oggi un team capace di fare coesione e promozione in senso lato. I produttori sono scontenti, non si sentono supportati e non vedono di buon occhio il fatto di voler a tutti i costi separare la zona del Collio dalle scelte regionali. Prova ne è l’ultimo concorso mondiale del Sauvignon a cui ha sempre preso parte il vicepresidente. Mai una telefonata da parte del loro presidente per congratularsi con i produttori. Ad es. i Colli Orientali del Friuli hanno sempre fatto coesione e sempre invitato a partecipare non solo i loro produttori, ma anche il loro presidente. 2) La qualità dei vini del resto della regione si è notevolmente alzata. I nomi dei vincitori alle varie kermesse, concorsi, competizioni non sono più quelli dei soliti noti. Molti consulenti si spostano per la regione e il modo di lavorare del professionista comincia ad alzare il livello qualitativo in molte aziende. 3) Il prezzo! Già a un evento organizzato dallo stesso consorzio Collio anni fa venne fuori che i vini del Collio erano troppo cari se rapportati alla loro qualità. Non che fossero cattivi, solo fuori mercato. In regione ci sono vini altrettanti eccelsi a metà del prezzo. 4) Il nome Collio da solo non fa più mercato. Si sta puntando sulla regione e questo il consorzio non vuol capirlo. Prova ne è il fatto che sia sfumato l’accordo Collio-Carso per fare un unico Consorzio. 5) Anche a livello internazionale si stanno apprezzando sempre più vini che non siano solo “ciccia”, ma che abbiano anche una certa eleganza nella freschezza e nella sapidità, caratteristiche queste presenti in altre zone della regione. Considerazioni queste venute fuori anche da giornalisti esteri che fanno fatica a trovare “elegante” un vino che si mastichi, soprattutto se bianco. 6) Forse anche un po’ il fatto che stia aumentando l’IGT.

Paolo Ianna, Coordinatore regionale Guida Vini Buoni d’Italia, docente dei Master Vino Slow Food, degustatore internazionale, fa parte da molti anni dello staff che si occupa della selezione e degli assaggi dei vini che accedono al prestigioso International Wine Festival di Merano: “Marco Felluga non sbaglia di sicuro, se afferma che i vini della denominazione Collio hanno perso l’attrattiva, gli dobbiamo credere e dobbiamo rifletterci su seriamente. Personalmente non credo siano, il fare o meno sistema oppure la frammentazione, le cause del calo di appeal, o meglio, se lo fossero non sono le uniche o le più pesanti. Certo che in passato gli antagonisti non erano così numerosi, i vini bianchi che si distinguevano per finezza ed eleganza si trovavano in poche zone vocate, vedi Borgogna, Loira, Alsazia, lungo i corsi di Reno e Mosella, qualcosa lungo il Danubio. Antagonisti nobili, di inarrivabile livello ma non numerosi…Oggi la concorrenza interna è piuttosto agguerrita, i vini bianchi di riferimento sono quelli della provincia di Bolzano, delle cantine sociali di Terlano, di San Michele Appiano e le altre di Caldaro, Nalles-Magré  fino ad arrivare a quella di Merano. Da quelle parti si ottengono dei Pinot Bianco importanti, dei Sauvignon e Chardonnay di tutto rispetto che puntano molto su acidità non sempre giustificate, ma che da qualche anno sembrano essere il parametro più nobilitante per un vino bianco, quasi a premiare questa sensazione come fosse un valore difficile da ottenere e che deve marcare, prevalere. A questo punto, uno squilibrio diventa un fattore vincente e difficile da fronteggiare. Dai bianchi delle colline del Collio eravamo abituati a farci avvolgere, accarezzare. Le sensazioni taglienti erano riservate a stagioni sfortunate, quelle fortunate, generose, impreziosivano i bicchieri con l’equilibrio, la finezza, l’eleganza, la classe. Mettici anche che da qualche anno nelle Marche si producono vini che vanno ben oltre lo standard dei Verdicchio del passato e così, pure il Soave è migliorato molto. La concorrenza affila le armi e la stampa “specializzata” spiana la strada ai bianchi campani,  i Trebbiano abruzzesi sono diventati i numero uno della penisola… Troppi contendenti, nuovi e vecchi, a dividersi lo stesso mercato spaventato dalla patente a punti e dai Pinot Grigio del Collio che spesso sfiorano i 15 gradi. Sono tentato a continuare, ma c’è già tanta carne al fuoco…comunque ne ho ancora di cose da dire su questa stranissima situazione…”

Gianpaolo Giacobbo, giornalista, collabora fin dalla fondazione con il periodico di vino, gastronomia e cultura “Porthos”, scrive per importanti riviste di enogastronomia italiane ed internazionali, degustatore e docente: Mi fa molto piacere che questo commento venga proprio da uno dei protagonisti dei vini del Collio, senza dubbio da chi ha contribuito a rendere questo territorio famoso per i suoi grandi vini. Oggi il Collio sembra, purtroppo, una fotografia ingiallita, appare come se tutto si fosse fermato. I vini spesso si assomigliano tra di loro e mancano di quella imprevedibilità e spontaneità che li ha resi grandi. Ovviamente ci sono alcune eccezioni ma, da osservatore esterno, non trovo nulla che mi spinga a scegliere, in questo momento un vino del Collio. Eccessiva potenza e rettitudine. Ammiro molto il coraggio di Marco Felluga, spero sia l’occasione per tutto il territorio per rimettersi in discussione. La vocazione di questa terra non può rimanere inascoltata.

Delphine Vessier, giornalista, esperta di vini internazionali, collabora con Leifoodie e The Wine Picker.: Dire che “i vini del Collio da un po’ di tempo a questa parte hanno perso fascino e interesse” mi sembra più un “cri du coeur” da parte di un papà innamorato dei suoi figli che una realtà o una verità. Non mi risulta che in termine di giro d’affari – domestico e estero – i vini del Collio stiano in una situazione peggiore rispettivamente ad altre denominazioni escluse naturalmente quelle che surfano sull’onda dei vini di entrata di gamma a base di Pinot grigio e del Prosecco. Con tutto rispetto per il grande Marco Felluga i vini del Collio sono grandi oggi e lo saranno ancora di più domani. Solo da pochi anni, l’Italia viene anche vista come un player mondiale in grado di proporre dei vini bianchi eccellenti e supera in questo modo la sindrome del Chianti in fiasco. Ed è proprio la regione Friuli incluso la denominazione Collio che ha realizzato questo “tour de force” con grande maestria. Qui i vini sono il frutto di una cultura dove la ricerca della perfezione e delle espressioni del terroir vanno da se. L’unico neo è la dimensione del territorio che è molto piccola e per via di conseguenza realizza una produzione contenuta e molto frammentata. Io credo che alla maniera dei grandi bianchi della Borgogna- dove ci sono più di 1400 climats cioè crus – il Collio abbia tutte le “chance” di diventare una delle regioni più invidiate al mondo basta che faccia in modo di innovare coltivando la sua identità per garantire il successo delle generazioni future.

Liliana Savioli, sommelier, degustatrice internazionale, giornalista e coordinatrice regionale della Guida Vini Buoni d’Italia: in realtà penso che bisogna stare sempre all’erta, non sedersi sugli allori e che creare dei progetti comuni sia basilare. A me sembra che il Collio, con fatica, ma stia facendo tutto questo. In merito alla qualità non ho riscontrato nessuna diminuzione, anzi certe eccellenze brillano sempre di più. Come risponda il mercato a tutto ciò, purtroppo non sono in grado di rispondere.

Pierpaolo Penco, responsabile dell’Area Wine Business di MIB School of Management e consulente di marketing del vino: A mio parere l’intervento di Marco Felluga si presta ad una riflessione più ampia. Non sono solo i vini del Collio ad aver perso, forse solo in parte, il loro appeal. Sono i vini del Friuli Venezia Giulia che vedono diminuire, ormai da una un po’ di anni, la loro supremazia nel campo dei vini bianchi italiani. Da un lato sono emerse regioni (Alto Adige, Campania, Marche, Sicilia…) che hanno aumentato la concorrenza. Se prima, nelle carte dei vini italiane, c’era ampio spazio per i bianchi del Collio e di alcune altre Denominazioni del FVG, oggi tale spazio si è ridotto e, spesso, è diviso tra pochi marchi affermati. I consumatori, anche i turisti stranieri, vogliono bere i vini della regione ove si trovano, proprio perché in Italia si fa vino, e vino buono, un po’ in tutte le zone del nostro Paese. Molti produttori, anche quelli premiati e celebrati da Guide e punteggi, non sempre hanno dimostrato capacità di leggere il mercato, i suoi segnali, il cambiamento dei consumatori, delle modalità o delle occasioni di consumo e, se vogliamo, anche della stessa critica. Il FVG non fa automaticamente notizia. Bastava leggere gli articoli usciti su stampa e online, quando erano altre le regioni, le DOC o i vini che venivano comunicati come “trendy” o da scoprire. Del FVG si è dato molto per scontato. Si sapeva che qui si producevano vini bianchi buoni e ciò ha forse condizionato molti produttori. Inoltre, quando si è parlato e scritto, hanno fatto notizia soprattutto stili produttivi e scelte enologiche individuali che poco hanno a che fare con la produzione media regionale! Ma, soprattutto, è avvenuto un preciso cambiamento nel mercato e di questo non tutti hanno preso consapevolezza. Ristoratori o enotecari (perché è principalmente al canale horeca che i nostri vini si rivolgono) non fanno più magazzino, cercano marchi affermati, richiedono rotazione. I consumatori, rispetto al “boom” di qualche anno fa, sono in una fase involutiva ed oggi cercano vini più semplici e meno “problematici”, ne è esempio il Prosecco che sta sostituendo una parte anche consistente del vino consumato, ad iniziare dai bianchi strutturati delle nostre zone. Paradossalmente, sono le aziende di pianura, come ha giustamente sostenuto il nuovo Presidente del Consorzio delle DOC FVG, Pietro Biscontin, nel commentare gli esiti del Pinot Grigio International Challenge tenuto recentemente a Corno di Rosazzo, ad essersi dimostrate più reattive, ad aver viaggiato e compreso che il mercato stava cambiando. Aziende mediamente più grandi, con buone capacità gestionali, tecnologicamente all’avanguardia, che hanno creduto prima nell’export, oggi producono buoni vini ad un corretto livello di prezzo. Oggi, infatti, la qualità media non è più appannaggio solo della collina che, forse, ha vissuto un po’ di rendita, avendo per lungo tempo sfruttato il vantaggio competitivo di partenza. Se, a quanto detto, aggiungiamo che la nostra regione non è ancora ben identificata all’estero, in quanto i volumi sono bassi e ormai il 60% del vino è a IGT (non riportando in etichetta un riferimento diretto al luogo di produzione), veniamo sempre più confusi in quel mare che è il “North-East of Italy” in cui i nostri vini vengono classificati da molte riviste internazionali. E all’estero sono altre le regioni che hanno un naturale appeal, tanto più nei nuovi mercati extra-UE. Se il FVG non può fare vini di massa a basso prezzo, la collina (e qui generalizzo), non può competere sui vinelli freschi, tecnicamente ben realizzati, per un pubblico più ampio: deve tornare ad essere il motore dell’eccellenza, reimpossessandosi di quell’ambizione che ne aveva caratterizzato lo sviluppo tra anni ’80 e ’90 e che ha fatto crescere tutta la regione. Come l’Alto Adige ha saputo crearsi un’identità chiara facendo leva sui propri punti di forza, ad iniziare dalla naturale freschezza e aromaticità dei vini, allo stesso modo il FVG e le sue zone collinari, in primis il Collio, deve chiedersi se non sia il caso di focalizzare la propria attenzione, come già avviene per singole aziende, su produzioni ad alto valore aggiunto dallo stile ben chiaro, quello dell’eleganza e della complessità, supportato da dimostrate capacità di invecchiamento, a costo di ripensare l’intera impostazione viticola. Se i produttori medio-piccoli, che potrebbero avere una visibilità nei segmenti alti del mercato, non riescono a creare interesse e immagine e si rinchiudono in una logica del “vendo tutto in cantina”, chi porta il nome del territorio al di fuori della regione sono aziende più grandi, le sole che hanno risorse economiche. E tali Aziende ed i loro brand, spesso di proprietà di gruppi extra-regionali, hanno logiche imprenditoriali che poco si sposano con lo sviluppo territoriale. In un mercato internazionale saturo e ipercompetitivo, senza una nicchia costruita su una forte capacità distintiva, alla lunga si è perdenti. Già stiamo perdendo il traino del Pinot Grigio (che sta diventando un prodotto indifferenziato), il Friulano fa fatica ad affermarsi (indipendentemente dai soldi della promozione regionale, se i produttori sono i primi a non crederci), i vitigni autoctoni possono risultare interessanti ma vanno comunque spiegati e fatti conoscere. Le stesse nostre DOC da sole non bastano, dovendo disperdere la propria limitata capacità promozionale su molti messaggi, a differenza di altre che, invece, si focalizzano su un prodotto o uno stile ben definito che trasmette al consumatore e al trade una più chiara univocità. Ecco che l’appeal del Collio e, più in generale, del FVG risulta indebolito se non c’è un messaggio forte, legato ad un’identità precisa e condivisa. Ed è qui che dobbiamo lavorare assieme.

 1235230_738619579487373_299319641_nMaurizio Gily, agronomo, giornalista, degustatore internazionale, docente, direttore del periodico Millevigne: Di sicuro l’immagine dei vini del Collio ha perso lo smalto degli anni 90, anche se credo che alcune aziende continuino ad andare bene. I motivi sono diversi: 1. Vent’anni fa i vini del Collio erano probabilmente i migliori bianchi italiani, almeno come qualità media, o si contendevano la palma con l’Alto Adige. In seguito altre regioni sono cresciute, soprattutto al Sud, anche grazie agli stessi enologi che hanno fatto la fortuna del Collio, quindi è aumentata la concorrenza su vini bianchi di ottima qualità. 2. La tendenza attuale sui vini di gamma medio alta privilegia il connubio vitigno autoctono-vino monovarietale. Il Collio è spiazzato, perché la sua tradizione è vitigno francese-assemblaggio, anche se vitigni come Chardonnay e Sauvignon sono ormai radicati da così tanto tempo in Friuli, sviluppando anche biotipi locali, che non ha molto senso pensarli come vitigni stranieri, ma così appaiono e questo oggi li penalizza. 3. La carta che si poteva giocare era quella del Friulano, ma secondo me non l’hanno saputa giocare. Si sono dapprima incartati in una battaglia persa in partenza sul nome tocai, anche per colpa dei soliti politicanti e sindacalisti demagoghi e ignoranti e delle loro promesse irresponsabili di aggirare una norma europea che è chiarissima. I produttori hanno vissuto il nome Friulano con rassegnazione, come una sconfitta secca, invece di vederla, in un arco di medio lungo periodo, come un’opportunità. Hanno avuto a disposizione un nome che, questo sì in deroga alla normativa, associa ad un vitigno un nome geografico, e un nome prestigioso, cosa vietata per le nuove iscrizioni; hanno avuto finanziamenti dalla Regione e dalla UE per promuovere il Friulano, che si sono tradotti in una campagna pubblicitaria graficamente brutta e di breve durata, mentre mi pare che sia mancata una strategia condivisa dai migliori produttori, intesa come politica di prodotto, di posizionamento e di comunicazione di contenuti. Può darsi su questo però io mi stia sbagliando perché non posso dire di conoscere così bene il Collio, è una mia impressione. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano Marco Felluga e altri suoi colleghi.

Gigi Brozzoni, direttore del Seminario Permanente Luigi Veronelli e co-curatore della Guida i vini di Veronelli: Ascoltare Marco Felluga è doveroso per tutti perché con lui e Mario Schiopetto nasce il Collio così come lo abbiamo conosciuto e apprezzato. Ora ciascuna azienda va per i fatti suoi, segue proprie strategie, progetti, stili. In sostanza c’è un po’ di tutto e quel rigore stilistico di un tempo si è perso per la strada. Ci sarebbe bisogno di una pausa di riflessione, ma nessuno ha tempo di fermarsi un attimo e non sono più convinto che le mode passino senza lasciare il segno. Vedremo che succederà quando avremo recuperato un po’ di ottimismo e di lucidità.

Roberto Gatti, giornalista, degustatore internazionale, direttore del sito WineTaste: Queste le mie considerazioni: 1) da una parte è vero che in questi ultimi anni 7/8 sono cresciute enormemente regioni vitivinicole quali la Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Liguria, Sardegna, Marche ecc. per le tipologie bianche. Ricordo un vino siciliano prodotto da una cooperativa la Castellucci Miano, coltivato in quota a 900 mt su alberelli di 60/70 anni, impossibile da collocare (alla cieca) in Sicilia. Ma gli esempi che potrei citare sono moltissimi. D’altro canto credo che le nuove generazioni delle famiglie blasonate, si siano un poco cullati sugli allori e non abbiano seguito con attenzione e passione l’evolvere del mercato italiano ed internazionale. Personalmente credo che in linea di massima i migliori bianchi siano ancora nel Collio goriziano, ma oggi a differenza di 20 anni (e più) fa, troviamo eccellenti bianchi in altre parti d’ Italia che non fanno rimpiangere i bianchi del Collio, forse anche con qualche euro in meno sul prezzo di vendita! Queste sono le considerazioni che mi sono balzate alla mente prima di altre.

Michele Bean, consulente enologico ed agronomico : Facendo una breve analisi degli ultimi 20 anni rispondo: sicuramente si, non solo il Collio che è comunque molto limitato (meno di un quarto dell’azienda Settesoli in Sicilia), ma di tutto il Friuli.  Basta vedere le carte dei vini dei ristoranti Italiani e gli articoli o la diffusione dei vini regionali nel mondo. Perchè è successo? Per vari motivi, ma il più importante di tutti è mancanza di un progetto comune che rende l’identità del Friuli confusa e frammentata quando esce dai propri confini. La soluzione può essere il concetto primordiale di Bianco Collio esteso a tutta la regione. Fatto con varietà locali:  7 filari di tocai, 2 di ribolla, 1 di malvasia + prezzo medio minimo imposto nei 10 anni come per Bordeaux. L’occasione ci sarebbe di rilanciare la cosa  con la Doc Friuli  creando come è stato fatto sull’Etna/ Cerasuolo di Vittoria/ Brunello/ Barolo/ Barbaresco/ Soave/Priorat/ Champagne / Bogogna/  ecc.   uno o due prodotti al massimo che possano diventare bandiera regionale, una sorta di Friuli Classico Bianco e un Friuli Rosso con delle regole ben precise.  Di cui avrei un idea ben precisa. Questo non vorrebbe dire che le aziende dovrebbero smettere di fare  i vini monovigna tipo il Sauvignon o il Pinot Grigio o il Merlot e il Cabernet, ma quelli dovrebbero viaggiare per la loro strada.  Questo consentirebbe di poter anche mutare nel lungo tempo lo stile dei vini, se dovesse servire, ma mantenendo il filo continuo con lo stesso messaggio promozionale.  Vi faccio una serie di esempi non vinicoli, ma da cui c’è sicuramente da imparare: La  Volkswagen Golf/ la Porsche Carrera 911/ il motore della BMW,  il bicilindrico/la Coca Cola/ il Windows  o Office di Microsoft/ i prodotti di Apple uno su tutti l’I phone. Tutti hanno sviluppato per anni lo stesso prodotto, ma senza mai cambiargli il nome.  Ogni generazione nuova di prodotto era ed è un prodotto ex novo, ma porta lo stesso nome. Quindi nella pratica è semplice migliorare o adeguare il prodotto al mercato senza però perdere tutto il lavoro fatto nel tempo con la comunicazione.  Gli altri motivi per cui il Friuli e non solo il Collio non vanno sono sicuramente da andare a cercare nelle strutture delle aziende e in quello che era il loro mercato. Ovvero a gestione famigliare e rivolte al mercato interno. Andare sul mercato estero richiede più cose: Persone – che devono parlare più lingue oltre che essere formate. Soldi spesi bene-  la regola del mercato è che almeno il 10 % del fatturato deve essere investito in pubblicità e promozione in modo oculato. Capacità di lavoro sinergico tra aziende-  non siamo predisposti a farlo. Apertura al confronto: quante degustazioni all’anno sfidando i più bravi al mondo vengono fatte tra consorzi e aziende? Poche o nessuna. Sicurezza sul prodotto: non sai mai cosa aspettarti, lo dico perché assaggiando per vari enti capita spesso che oltre la evidente perfettibilità dei prodotti non ci sia un uniformità. L’originalità va bene, ma va inquadrata. Il mercato richiede non solo effetti speciali, ma affidabilità e costanza di rendimento.  In ogni caso per riallacciarmi a quello detto all’inizio, se non c’è un idea comune da diffondere e su cui lavorare quello che ho appena detto non serve a nulla.

Roberto Cipresso, enologo di fama internazionale, scrittore, docente: Marco Felluga avvia una riflessione che se fosse vera non deve spaventare, succede anche da altre parti. In questi anni, in ambito enologico, abbiamo visto tutto e il contrario di tutto e oggi, appurato che di vino è pieno il mondo, possiamo ricondurre il tutto a due semplici categorie: i vini che soddisfano e i vini che emozionano. Quelli che soddisfano sono quelli piacioni, perfettini, quelli che ti fanno dire “Wow…”, spesso hanno a che fare con la varietà; è la varietà che comanda su tutto. Poi c’è il vino emozione quello che ti accompagna in un viaggio, che ti accompagna in un luogo e in questo caso a comandare è l’unicità del terroir, il genius loci alla fine non ha rivali. Unicità del luogo quindi, che non vuole dire che in altre parti del mondo non si possano provare emozioni altrettanto intense, ma alla fine saranno necessariamente diverse, ogni luogo fa storia a se. Ecco che i produttori del Collio, ma anche dei Colli Orientali, hanno bisogno di reimpossessarsi del messaggio dell’unicità del luogo per poi rilanciarlo. Questo può avvenire, ad esempio, attraverso il Collio Bianco, che annulla i vitigni e riporta l’attenzione sul terroir del Collio, inimitabile in nessuna altra parte del mondo. In definitiva non bisogna abbassare la guardia, adesso è il momento di rilanciare; è come quando va male in borsa, invece di vendere tutto è il momento di investire per recuperare quello che hai perso. Onore a Marco Felluga che non si è nascosto ma anzi, assumendo questa posizione, pone le basi per il rilancio del Collio.

Emanuele Giannone, già collaboratore della rivista Porthos, scrive per Intravino: A differenza di un Consorzio di Tutela godo del cold comfort di poter distinguere le questioni di gusto personale dall’interesse di mercato. Il mio, quindi, è un punto di vista molto parziale e poco mercantile, da studioso e degustatore, non da tutore e promotore di comprensibili interessi consortili: l’asserzione che i vini del Collio nella loro generalità abbiano perso fascino e interesse è una riduzione ingenerosa. Non li hanno affatto persi i vini degli interpreti più veraci, tenaci e colti, dove il richiamo alla cultura sottende quelli a storia, tradizione e preparazione tecnica. Parlo di quanti, e non son pochi, ricercano senso e segno dei territori di pertinenza, della loro interpretazione identitaria, dei migliori strumenti di lettura – la scelta varietale a servizio della varietà espressiva – e che tale senso sanno trasfondere nel frutto del proprio lavoro. Non parlo, viceversa, del Collio di Ansoff e Kotler, di quanti rincorrono un ipotetico mercato – più giusto sarebbe parlare di mode, strategie e programmi di marketing, concetto e sviluppo di nuovi prodotti – e la sua volatilità, delle imprese industriali dotate di grande elasticità di processo, votate a produzioni seriali, fungibili e modulari perché adattabili alle priorità indicate da uno stratega delle vendite, da un consulente per la comunicazione, da un wine maker gallonato. Per queste imprese qualsiasi nome, sia esso Collio, terroir, storia, tradizione o tipicità, vale solo quale claim e per l’image, non per la sua pregnanza. Per questi vini a progetto, prodotti d’enologia di scopo e non di servizio, la perdita di fascino e di interesse è ovvia: corrisponde con esattezza alla fase di declino nel modello del ciclo di vita di un prodotto industriale. Ma il problema, in questo caso, non è del Collio, bensì più in generale dei vini che abusano titolo e talento di una qualsiasi denominazione.

ruttars Umberto Gambino, giornalista RAI, degustatore internazionale, coordinatore regionale Guida Vini Buoni d’Italia, direttore del sito Wining : Come tutti noi “addetti ai lavori” sappiamo, dovremmo distinguere fra vini oggettivamente buoni e vini che soggettivamente ci piacciono. Senza troppi giri di parole: nel nostro settore (ambiente) di enoappassionati, enoesperti o “enocosa” (che altro ci inventiamo con il prefisso eno?), molto spesso prevale un punto di vista soggettivo e non oggettivo: ”E’ buono ciò che ci piace!”. Proprio qualche settimana fa ho avuto la felice occasione di degustare 10 buonissimi esempi di bianchi del Collio, a Buttrio, nell’ambito della Fiera regionale dei vini. Ebbene: per il mio gusto personale e anche oggettivamente, li ho trovati tutti uno più buono dell’altro, con qualche piacevole sorpresa. Una per tutte: la longevità di certi autoctoni (meglio dei vini a base internazionale) come per esempio un leggiadro e pimpante Tocai 1995 di Villa Russiz. Tornando a bomba, a mio parere le parole di Marco Felluga andrebbero interpretate. “I vini del Collio hanno perso fascino e interesse”. Sarà forse il punto di vista (molto rispettabile) di un importante produttore che vede perdere “forza” e “credibilità” nei vini tanto amati della propria terra? Forse è una considerazione puramente commerciale la sua che – penso – non abbia ragion d’essere. A mio parere i vini (bianchi in particolare) del Collio godono tutti di ottima salute e reputazione intatta: a Roma li amiamo e un meridionale come me li apprezza fra i migliori bianchi al mondo. A patto però che si privilegino le bottiglie composte da autoctoni (Ribolla gialla, Malvasia istriana, Friulano e lo stesso Picolit) oltre a quei luminosi e affascinanti esempi di Sauvignon che proprio sulle colline del Collio hanno saputo ben attecchire.    La qualità dei vini friulani è perciò indiscutibile. Quello che manca davvero, invece, è il gioco di squadra dei produttori. Serve ai vignaioli del Collio mettersi davvero insieme, mettere da parte invidie personali e piccole gelosie (so anche di famiglie incredibilmente divise in assurde faide commerciali), organizzarsi e “fare sistema”, una volta per tutte. Ai vini del Collio manca come il pane una campagna di comunicazione efficace, realizzata da veri professionisti delle P.R e del marketing, per farli conoscere al meglio non solo in Italia, ma in tutto il mondo: se serve, anche con Tour itineranti nei diversi continenti. Serve a questa fertile zona vinicola un vero, grande evento annuale che faccia conoscere i vini alla stampa specializzata internazionale e ai migliori buyer. Penso – come esempio concreto e di successo – ad una regione come la Sicilia, che da 11 anni organizza un evento di comunicazione itinerante, senz’altro da imitare (in cui si legano territori, vini, gastronomia e turismo) e da cui poter trarre spunto: è “Sicilia en primeur”, finanziato da Assovini Sicilia. Credo che agli amici viticoltori del Collio e del Friuli Venezia Giulia tutto (siamo nel ricco Nord est) non mancherebbero certamente le risorse per mettere in piedi un “Anteprima Friuli” in cui presentare sia le nuove annate sia quelle migliori e già in commercio dei loro straordinari vini.

 Roberto Giuliani, direttore editoriale presso LaVINIum – rivista di vino e cultura online: Sarebbe stato molto utile se Marco Felluga avesse spiegato nel dettaglio il perché di questa sua affermazione. Ad esempio ha fatto un confronto fra Collio e altre zone del Friuli o in rapporto al resto del mondo? Dico questo perché i tempi sono cambiati, forse fin troppo in fretta, oggi abbiamo una Campania che si è attivata in maniera capillare nel promuovere i vini bianchi e rossi dei diversi territori, riscuotendo un sempre maggiore interesse e ricevendo spesso numerose gratificazioni. Abbiamo un Veneto che con il Soave in un decennio è praticamente sorto a nuova vita, elevando fortemente la qualità dei prodotti e facendo una promozione intensa e ben mirata. Abbiamo un Piemonte che ha allargato lo spettro d’interesse con alcuni vitigni bianchi che si sono rivelati eccellenti e stanno riscuotendo un notevole successo, un tempo patrimonio solo dei grandi rossi della regione. Abbiamo poi tutta quella serie di aziende provenienti da Carso-Slovenia che un tempo erano note solo a pochi esperti ed oggi sono uno dei punti di maggiore interesse degli appassionati, grazie anche alla loro presenza sempre più numerosa agli eventi enoici di grido. Un tempo se si pensava ad una regione i cui vini bianchi erano portati a riferimento, era quasi sempre il Friuli a venire alla mente per primo, ma oggi il livello medio dei prodotti vinicoli è fortemente cresciuto in molte zone d’Italia, il marketing è divenuto fattore fondamentale per non rimanere schiacciati dagli eventi, un marketing che deve evolversi, seguire nuove strade e nuove metodologie per fare promozione, e sappiamo bene quanto il web in questo sia fondamentale. C’è poi la crisi profonda che sta facendo i suoi bei danni, soprattutto nel comparto interno, spingendo la maggior parte delle aziende a puntare sui mercati esteri, dove però il cosiddetto “appeal” te lo devi andare a costruire, facendo a spallate con i numerosi competitors non solo italiani. Mi piacerebbe sapere se Felluga nel Collio vede una difficoltà maggiore rispetto alle altre zone della sua regione, nel qual caso farebbe bene ad approfondire il suo concetto, perché io non ho l’impressione che ci sia maggiore interesse per i Colli Orientali, per le Grave o per altre zone del Friuli.

Renato Rovetta, giornalista, degustatore internazionale, direttore del sito Sommelierfriend: Sottolineo quanto sia esemplare per noi italiani avere una zona vitivinicola (dal Collio all’Isonzo ai Colli Orientali) così importante come quella che si estende per quasi 1600 ettari tra magnifiche colline e paesi ancora con un’anima. Questo la dice lunga sulla mia imparzialità nel parlare dei vini del Collio soprattutto. Forse l’espressione usata da Marco Felluga è data proprio dalla sua lunga permanenza a capo di un Consorzio che ha dato molto per farsi conoscere in Italia e nel mondo, e un po’ mi stupisce questa sua piccola vena polemica. Conoscendo alcuni produttori del territorio, sono sicuro che nessuno si è, per così dire “seduto sugli allori”, e so quanto impegno continuino a metterci nel portare avanti un progetto ben definito improntato sulla qualità dei loro vini. Lasciami aggiungere un particolare Michelangelo, per chi come voi, abituali consumatori di vini come il Friulano, la Ribolla Gialla, i grandi Sauvignon, non ultimi i vini premiati a Bordeaux, e mi limito ai bianchi, viene da dire che siete fortunati, potete scegliere vini di buon livello tutti i giorni perché siete sul territorio e lo vivete, viene anche spontaneo dopo un po’ trovare gusti che si assomigliamo, sentori che si appiattiscono, insomma vini fotocopia. Un po’ come potrebbe essere da noi bere Franciacorta tutti i giorni, aperitivo, pranzo e cena, credo dopo qualche tempo potremmo avere le stesse problematiche. Aggiungo poi che la globalizzazione e le Mode non sono portatrici di singolarità eccelse e di questo dobbiamo prendere atto. All’estremo lembo orientale della regione, in provincia di Gorizia e a ridosso del confine con la Slovenia, il Collio è una zona di produzione di pregiati vini ai quali, fra i primi in Italia, è stata riconosciuta fin dal 1968 la Denominazione d’origine Controllata.

Angelo Peretti, giornalista, degustatore internazionale, direttore responsabile ed editore del periodico on line Internet Gourmet: Credo che il problema – che a mio avviso esiste – nasca da una scelta di fondo, tipicamente italiana, praticata nel tempo dal comparto vinicolo friulano in maniera più o meno consapevole, ma di certo in forma costante e pervasiva, e ad ogni livello di rappresentanza della filiera: l’aver puntato sul vitigno e non sul territorio. Anche quando si parla delle eccellenze della regione, il vitigno viene sempre associato a una marca, mai ad un territorio. Parliamo infatti della Malvasia di Tizio, della Ribolla di Caio, del Friulano di Sempronio. La denominazione, la specificazione territoriale, viene sempre omessa. In questo modo il vino, anche nelle sue bottiglie migliori, non è praticamente mai percepito come rappresentazione di un’appartenenza territoriale, se non per uno sfuggevole riferimento alla sua generica provenienza friulana, senza che peraltro esista una “denominazione Friuli” citata in etichetta. Cosicché parlare di vini del Collio oggi ha (purtroppo) poco significato, perché l’associazione fra vitigno, marca e in parte regionalità oscura interamente l’area d’origine. L’Alto Adige, per parlare di una zona ora particolarmente in voga nel comparto bianchista, avrebbe potuto correre lo stesso rischio, ma da parte del comparto sudtirolese vi è una fortissima focalizzazione sull’origine altoatesina del vino – così come del resto esiste la denominazione Alto Adige, con sue precise sottozone -, prima che sul vitigno di provenienza. La differenza potrebbe anche apparire esile, ma è invece, secondo me, sostanziale: si tratta di visioni assolutamente antitetiche della comunicazione dell’appartenenza vinicola.

Laura Di Cosimo, sommelier masterclass, degustatrice internazionale, scrive per numerose testate di settore tra cui Spirito di Vino: Collio, qualcosa (non) è cambiato. Nella zona vinicola del Collio,  si avverte, a mio parere, una certa “stanchezza”  di immagine che si riflette anche nei vini, che sembrano aver perso lo slancio di fare giusta e compatta presenza su un mercato complesso e sempre (più) competitivo. Nasce allora il bisogno di ridefinire lo stile dei vini per far risaltare ancora meglio il potenziale di questa terra predisposta soprattutto ai vini bianchi. Vini profumati, strutturati e profondi, e quando grandi, anche longevi.  Basti citare, come esempi, Schiopetto e altri capaci viticoltori della zona, che hanno saputo creare un costante percorso di qualità nei loro vini. Certo, è una strada non facile ma necessaria: interpretare e credere nel territorio, senza adagiarsi su modelli di vino standard, senza carattere e forza espressiva, senza quella “storia diversa” prima da bere e poi da raccontare.

Rocco Lettieri, giornalista, degustatore internazionale, responsabile unico per il Canton Ticino e per l’Engadina delle Guide Veronelli: Il grido di allarme di Marco Felluga, “…i vini del Collio da un pò di tempo a questa parte hanno perso fascino e interesse…” ripreso da Michelangelo Tagliente ha fatto molto eco tra gli addetti ai lavori. Molti gli spunti dei colleghi che di Friuli/Collio ne sanno più di me (vedi Elisabetta Tosi e/o Paolo Ianna) e con loro concordo pienamente sulle legittime risposte, però anch’io vorrei poter dire la mia, avendo avuto modo…. di camminare la terra con il nostro notaro “Gino”, Piero Pittaro, Gigi Valle, Isi Benini, ecc. sin dagli anni ’80 per visitare Mario Schiopetto, Walter Filiputti, Rocca Bernarda e lo stesso Marco Felluga. Io credo che Marco abbia voluto solo puntualizzare che il Collio ha vissuto di grande pubblicità nei tempi indietro, e poi, crescendo, con le nuove leve di grandissimi e dinamici produttori giovani, non abbia fatto un percorso di consolidamento di qualità con iniziative atte a fare conoscere davvero le peculiarità di questo straordinario territorio in grado di dare vini di eccellenza sia bianchi che rossi. Dire oggi che nel Collio si producono anche ottimi vini rossi, suona quasi come un’eresia, conosciuto com’era 20 anni fa il Collio per la sua squisita “bontà” dei bianchi. Certamente per uno come lui che nei “bianchi” è cresciuto, dire che si è perso fascino e interesse nel Collio, va a scapito dei famosi bianchi ma credo che il monito era indirizzato a tutta la filiera, dove si dovrebbero fare molti più sforzi in ognuna delle DOC per far crescere una informazione giusta e veritiera che per anni ci ha portati a degustare gli stessi vini da ognuno dei produttori (minimo 10 tipologie sino ad arrivare a 14/16) senza avere avuto da loro segnali varietali dei diversi terroir. Sua figlia Alessandra, di suo padre Marco, dice: “Mio padre stupisce in quanto ha una freschezza mentale sbalorditiva. Nel suo lavoro è spesso più avanti degli altri. A lui invidio – si fa per dire – l’aver saputo divertirsi col lavoro e dare valore al rapporto con la gente. Lui riesce a mettere a suo agio tutti; fa sentire importante sia l’ultimo uomo della strada che il grande personaggio. Chi lo conosce sa che la sua personalità è poliedrica: tanto sa essere determinato sul lavoro, quanto sa coltivare le amicizie ed i rapporti in maniera impensabile e sorprendente”. Sentito quanto ci dice la figlia, vogliamo togliere a questo giovane ottantenne la soddisfazione di voler vedere crescere ancora di più il “suo Collio”? Qui abbiamo la storia di un territorio e il percorso di un uomo che non corrono quasi mai su binari paralleli. Divergono o convergono nel ritmo delle stagioni e dell’esistenza. Si instaura così un legame tra le aspirazioni dell’uomo e il respiro di crescita del territorio e i confini del confronto si fanno cultura. Un suggerimento per capire l’uomo Marco Felluga, nato il 28 Ottobre 1927: procuratevi il volume “Una Terra, il Collio/un uomo, Marco Felluga” della Biblioteca GustoSì, curato da Walter Filiputti e avrete tante altre cose a cui pensare quando pronuncerete la parola “Collio”.

Roberto Felluga, vignaiolo proprietario delle cantine Marco Felluga e Russiz Superiore : Purtroppo al 50° del Collio non abbiamo avuto modo di scambiarci alcune opinioni.
Mio padre è stato presidente del Consorzio per sei anni ed assieme ai consiglieri, durante il suo mandato, ha progettato diverse cose, tra le quali l’allargamento dei vitigni nella composizione del Collio Bianco, la campagna di comunicazione con Oliviero Toscani, un laboratorio di analisi a supporto delle piccole aziende, un club V.I.P. del Collio con un evento sul territorio e tante altre cose. Alcune sono state realizzate, altre no.
Nonostante i suoi 87 anni, Marco è ancora una persona con molte energie ed idee e questo lo ha sempre portato ad essere dinamico e decisionista. Il suo intervento di sabato, me lo ha spiegato, era rivolto in primis alla classe politica regionale per sottolineare che la passata amministrazione ha usato in modo pessimo i fondi ricevuti per il Tocai ed ha sollecitare sia la nuova amministrazione, rappresentata nell’occasione dalle massime autorità, la Presidente Serracchiani ed il Vice-presidente Bolzonello (Assessore all’Agricoltura), sia i produttori a riprendere un percorso costruttivo volto a rafforzare l’immagine del Collio. Secondo me le premesse ci sono: questa nuova Giunta Regionale ha già dato segnali di svolta nei rapporti con il mondo vitivinicolo e gli stessi produttori del Collio, su proposta del presidente Princic nell’ultima assemblea di aprile, hanno deciso di incrementare il supporto economico a favore del Consorzio stesso. Tra mio padre e Robert Princic ci sono state delle presidenze che hanno dovuto affrontare più problemi interni anzichè utilizzare energie per la comunicazione verso i mercati internazionali, anche se alcune iniziative dall’Asia agli Stati Uniti sono state realizzate. I problemi interni erano non di poco conto, quali un possibile allargamento della DOC Collio, la DOC Friuli, la denominazione Piccolo Collio… Nel frattempo il sistema paese Italia è arrivato al limite della sua tenuta con i contraccolpi economici che tutti conosciamo. Ritornando alla tua domanda, ti rispondo che la nostra denominazione, per quanto sopra descritto, negli anni scorsi non ha sviluppato certi programmi di comunicazione che ora ha in mente di attuare, anche a causa della drastica riduzione dei finanziamenti regionali decisi dall’ex Assessore Violino. Alcuni sono già in essere, altri sono pianificati; tutti volti ad una maggior consolidamento del marchio Collio. Collio, che rimane comunque in Friuli la DOC più importante e nel nostro paese, assieme all’ Alto Adige la denominazione di riferimento per il vino bianco italiano. Certo è che la crisi economica ha portato ad una selezione, per me positiva, ed ha premiato nel Collio le aziende che oltre che sulla qualità, hanno investito sulla rete commerciale, sulle PR, sui rapporti con i propri partner e sul marketing in generale. In questa congiuntura economica ci sono altre regioni molto rappresentative dell’enologia italiana che in diversi momenti hanno segnato delle battute d’arresto. Per quanto riguarda la Marco Felluga e la Russiz Superiore, io “firmerei” perché il mercato rispondesse in futuro come lo sta facendo ora.

Rodolfo Rizzi, presidente Assoenologi FVG e Direttore Generale Cantina Produttori di Cormons: Le affermazioni, del presidente Marco Felluga, riferite alla perdita d’interesse da parte del consumatore e dei media, verso la storica denominazione del Collio, sono sacrosante. Purtroppo il Collio sta pagando, più di altri, la crisi che attanaglia l’enologia friulana a causa sia dall’attuale congettura economica sia dalla mancanza di programmazione dell’intero “Vigneto Friuli”. Dobbiamo però rilevare che nell’attuale panorama enologico, la Regione Friuli Venezia Giulia, dei circa 18.000 ettari coltivati a vigneti quasi 5.000 sono di Pinot Grigio e 3.400 occupati dal Prosecco. Dati questi che, se da un lato sovrastano la piccola e rinomata DOC del Collio (1.400 ettari), dall’altro potrebbero garantire, in questo estremo Nord-Est, un’enologia ricercata e di estrema qualità. Per fare questo però bisogna avere un’identità enologica, quella che ti permette di farti riconoscere non solo dai tanti estimatori del vino ma anche dal grande pubblico. Il Collio però non ha saputo cavalcare quanto, un manipolo di lungimiranti vignaioli trent’anni prima, aveva portato l’intera zona quale indiscussa protagonista dei vini bianchi. Negli anni a seguire sono state sposate anche altre filosofie produttive, creando non pochi scossoni e disorientamenti nella memoria gustativa del consumatore. Tutto questo, se sommato a un’eccessiva frammentazione varietale, ha contribuito a recare notevoli incertezze nella comunicazione dell’intera zona. Ecco allora giunto il momento di salvare questa preziosa perla enologica e per questo dobbiamo fare un passo avanti, riconoscendo che il Collio è parte integrante dell’enologia regionale. Si deve dunque interrompere quell’isolamento e chiusura enologica che ora non ci permette di adottare nuovi e più efficaci sistemi collettivi di comunicazione. Da oggi niente dovrebbe essere più come prima perché, nei prossimi anni, l’enologia friulana si dovrà ricompattare e rivedere, in questo probabile rilancio, un nuovo ruolo dei Consorzi di Tutela (obbligatori e unificati) che adesso, salvo alcuni casi, sono inesorabilmente superati.

Massimo Sacco, Chef Sommelier al Fairmont Hotel Montecarlo, degustatore internazionale, fondatore del blog Glocal Vini & Terroir: i vini del Collio sono e saranno sempre dei grandi vini, apprezzati in Italia ed all’estero. Circa venti anni fa , quando lavoravo in Inghilterra, i vini bianchi del Collio erano un must: ogni ristorante di un certo livello aveva i sauvignon blanc, gli chardonnay, il tocai e via dicendo. Ho vissuto la trasformazione da Tocai a Friulano e nell’ambito appeal questo vitigno ha perso qualcosa e non è stato fatto abbastanza chiarezza sulle origine del vecchio nome del vitigno e sul perché del nuovo nome. Questo è uno dei punti dove i nostri vini bianchi hanno iniziato a perdere della credibilità internazionale. Non c’è stata battaglia, o meglio non abbastanza, per promuovere il nuovo nome del vitigno. Poi c’è stata la crescita incredibile degli Sauvignon Blanc e dello Chardonnay del New World, Nuova Zelanda e California in primis, che si sono presentati al grande pubblico internazionale con prodotti di grande piacevolezza ed allo stesso tempo legati a terroir particolari come possono essere Marlbourough o Sonoma. Poi un marketing molto aggressivo da parte dei paesi del nuovo mondo con prezzi che sono molto competitivi. Noi a Montecarlo ospitiamo una rassegna annuale sui vini dell’Argentina e posso dire che i vari buyers, sommeliers sono tentati da questa nouvelle vague di vini e spesso inseriscono alcune tipologie sulle proprie carte dei vini, aumentando la notorietà di quest’ultimi. Ecco il perché dei vini del Collio e della loro perdita di appeal in ambito internazionale. Cosa bisogna fare? Essere più coesi, presentarsi in chiave moderna in mercati dove possono avere una vetrina molto importante (i clienti consumatori sono globali, viaggiano e spesso ordinano al ristorante vini che hanno bevuto a Londra come a Montecarlo oppure Berlino), “istruire” i vari sommeliers europei e non solo sull’importanza di questa regione e alla diversità dei vitigni internazionali che questa terra regala; insistere su vitigni autoctoni, che sono straordinari. Ecco, secondo me, alcune chiavi per rilanciare il sistema Collio. Bisogna insistere sulle varie associazioni sommeliers mondiali in modo da presentare i vini a coloro che poi potranno consigliare e venderli al cliente finale nel ristorante. Inutile piangersi addosso ma occorre rimboccarsi le maniche ed andare avanti con progetti ben strutturati.

Con gli ultimi due preziosi contributi arrivati e con le parole del presidente del Consorzio Collio e Carso Carso, Robert Princic, si conclude un’interessante (spero) discussione sulla visione Collio e sulle prospettive future. Tantissimi e autorevoli i contributi che sfidando le regole del web ho voluto pubblicare integralmente anche se talvolta lunghi; un atto d’amore, il mio, per un territorio che spero possa ritrovare compattezza e profondità.

Gian Luca Mazzella, giornalista, degustatore, scrive per il Fatto Quotidiano: Mi pare che, dai commenti precedenti, emerga già una ampia diagnosi dello stato di salute della denominazione. Certo, con uno sguardo panoramico al mercato globale del vino, è difficile pensare che il cosiddetto branding of origin effect, in questo caso, sia stato davvero efficace. Anzi, mi pare che il Collio abbia sofferto di mancanza di autocoscienza, classica patologia delle aziende italiane (Consorzi inclusi), che sono perlopiù famigliari (e forse ancora padronali come negli anni Sessanta), a cui è seguita una percezione autoreferenziale e tutta nazionale dell’importanza dei prodotti, che oggi non aiuta l’identificazione degli stessi nel mondo. E forse nemmeno più in Italia. Insomma, forse più che di “perdita di appeal” di può parlare di carenza di posizionamento e confusione di branding, di certo non avvantaggiata dalla varietà e variabilità dei prodotti, e dal fatto che il Pinot Grigio, cioè il 25% della superficie vitata del Friuli, è brand a sé. Insomma non è bastato né il votantonio che ha reiterato l’Ais negli anni Novanta, né tutti i soldi spesi dalla regione Friuli nel decennio successivo.

Il contributo di Bernardo Pasquali, giornalista, sommelier, degustatore internazionale  è disponibile al seguente link: http://www.acinoparlante.it/articoli/383/collio-mercato-marco-felluga-vino-friuli.html

Carlo Macchi, giornalista, degustatore internazionale, direttore del periodico on line Winesurf: Quello che ha detto Marco Felluga lo si ritrova più o meno accennato con toni diversi da tanti produttori del Collio (per non parlare di quelli dei Colli Orientali..). Visitando praticamente la totalità delle zone enologiche “bianchiste” italiane mi sembra che questo lamentarsi non abbia molti motivi di essere. I prezzi medi che i vini del Collio strappano sul mercato sono superiori (in alcuni casi nettamente) a quelli di tante altre zone e i vini vanno in commercio nell’arco di pochi mesi, almeno la stragrande maggioranza. Certo, se si pensa che il Collio debba vivere di una rendita che non riesco a capire ed a quantificare è giusto lamentarsi, motivi non ce ne sono se il Collio si confronta con le altre zone. E’ possibile che si sia perso qualche treno negli ultimi 10 anni ed anche lo stato in cui versa il consorzio (parlo di facoltà aggregante, di voglia di unirsi per presentarsi così al mondo tramite istituzioni autogestite) ne è la dimostrazione. Inoltre quando qualche produttore cerca di fare qualcosa per unirsi (penso in prima battuta a Edi Keber) non è che gli vengano spalancate le porte delle aziende.Penso che i produttori del Collio debbano capire che non sono la Cenerentola dell’enologia italiana ma sicuramente uno dei territori con il maggior appeal sia tra i giornalisti sia tra gli appassionati. Lamentarsi è giusto solo se un attimo dopo si presenta un progetto chiaro e circostanziato, come ha giustamente fatto rilevare la presidente Serracchiani.

Robert Princic, presidente Consorzio Tutela Vini Collio e Carso, vignaiolo, proprietario della cantina Gradis’Ciutta: Nell’aprile 2013 mi è stata affidata la presidenza del Consorzio Collio. Non nascondo di aver dovuto affrontare inizialmente alcune difficoltà, legate a tutta una serie di motivi condizionati da un sistema locale, regionale, nazionale ma potrei anche aggiungere globale, nel quale il mondo del vino deve operare. La mia esperienza nel Consorzio risale all’ultimo mandato di un grande presidente: Marco Felluga. Persona della quale ho una grande stima. Vignaiolo, che assieme a tanti altri produttori lungimiranti, ha contribuito a porre le basi di un grande territorio, che oggi io e il mio consiglio di amministrazione siamo chiamati a guidare verso i prossimi 50 anni o meglio verso il futuro. In questi anni da consigliere ho affiancato Ornella Venica, Paolo Caccese e infine Patrizia Felluga. Tutti diversi fra di loro, ma tutti legati da uno spirito e un obiettivo comune: rendere il Collio sinonimo di grandi vini bianchi a livello mondiale. Nell’affrontare questo percorso ho preso spunto dal Conte Attems. Lui ha sempre affermato che la parola Collio deve apparire in etichetta scritta in grande ed in primo piano. Se posso fare un’autocritica, ritengo che in certi casi noi produttori questo concetto l’abbiamo dimenticato o perlomeno l’abbiamo messo in secondo piano. Chiaramente i tempi sono cambiati, ma certi valori devono continuare ad essere un nostro baluardo. Sono però sicuro di poter affermare che lo spirito con il quale il Collio è cresciuto in questi 50 anni è unico nel suo genere. Tutti, dal primo all’ultimo produttore, hanno messo da sempre nel proprio lavoro, a partire dal vigneto fino ad arrivare in cantina, tanta passione e tanto impegno, senza badare ai costi e ad un mercato in continua evoluzione, che ci ritroviamo a dover affrontare di giorno in giorno. Ciò significa: “Il Collio continua a metterci il cuore per fare grandi vini”. Dopo aver letto diverse testimonianze di tutti gli intervistati, raccolgo le critiche ed apprezzo i consigli. Mi fa piacere sapere però che è opinione di molti l’indiscutibile qualità che il nostro territorio riesce ad esprimere. Tornando all’affermazione di Marco potrei dire che il Collio da un mio punto di vista in passato era di moda, oggi continua ad essere un mito. Nelle migliori carte dei vini il Collio non manca mai. Molti altri territori che sono stati di moda, oggi sono scomparsi. Le mode devono essere una preoccupazione per tutte le zone dove c’è una grande vocazione viticola. Oggi ci sei domani nessuno parla più di te. Basti pensare ad un concetto. Noi produttori di collina, quando piantiamo un vigneto impostiamo un lavoro per i prossimi 50 o più anni, non per l’ammortamento dello stesso in 20 anni. Quindi noi facciamo una scelta per la quale il beneficio sarà messo a disposizione dei nostri figli e delle generazioni future. Tutto ciò significa che io non posso e non voglio pensare di farmi condizionare da una varietà perché particolarmente richiesta e legata ad una moda. La scelta sul cosa piantare devo farla in base al terreno, all’esposizione e all’esperienza di chi prima di me ha coltivato quel appezzamento. Le mode cambiano ed il territorio resta. Il nostro obiettivo oggi deve essere spiegare per quale motivo il Collio è unico e tutti i vini che vengono prodotti qui da noi sono irripetibili. Quindi raccontare l’unicità del suo terreno, ricco di sali minerali, del suo microclima legato alla sua posizione geografica, della sua storia e dei suoi produttori, innamorati del proprio lavoro. Il Collio è un territorio ricco di valori e di passione. Di sofferenza dopo una grandinata, ma di soddisfazione dopo aver raccolto l’ultimo grappolo di un annata o durante l’assaggio dei vini a fine fermentazione e addirittura dopo anni di bottiglia. Oggi noi dobbiamo riempire con le emozioni quella parte di calice che rimane vuota, emozioni che il consumatore recepisce e che solo poche grandi zone possono esprimere.

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