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All’ingresso della Cantina Visintini, a Corno di Rosazzo, c’è una sorta d’icona in ceramica con su scritto “In quest’azienda si produce Friulano”.  In quella piastrella attaccata al muro, è racchiuso tutto l’orgoglio dei Colli Orientali del Friuli: produciamo il nostro vino simbolo, il Friulano (Tocai per i romantici) e ne andiamo fieri. Le voci che dai Colli arrivavano in pianura raccontavano di espianti per questo mito dell’enologia friulana invece, nel biennio 2014/2015 c’è stato addirittura un aumento pari al 6% sulla superficie dichiarata, si è passati da 279 ha del 2014 a 296 del 2015, ma non è tutto. A Spessa di Cividale, nei vigneti de La Sclusa si sta compiendo un piccolo miracolo, una sorta di rinascita: nel 2012 sono stati piantati 12 biotipi di vecchie viti di Tocai e presto si etichetteranno le prime bottiglie. A chi ha avuto la fortuna di assaggiarlo in anteprima ha riportato alla memoria antiche suggestioni e soprattutto il ricordo di quel Tocai che si beveva nelle vecchie osterie di paese. I Colli Orientali del Friuli, ovviamente, sono anche tanto altro. Gli oltre 2000 ettari vitati di questo territorio sono stati ribattezzati “Parco della vite e del vino”, un progetto che mira a garantire alla vitivinicoltura il massimo dello sviluppo nell’ambito di una gestione integrata delle risorse economiche e ambientali, dove il turismo enogastronomico ha una parte fondamentale.
L’ambito territoriale della DOC Friuli Colli Orientali comprende la fascia collinare della provincia di Udine, ovvero, partendo da nord, i comuni di Tarcento, Nimis, Povoletto, Attimis, Faedis, la zona est di Cividale, San Pietro al Natisone, Prepotto, Premariacco, Buttrio, Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo. Anche se gli internazionali vengono qua coltivati da tempi immemorabili, sono gli autoctoni a farla da padrona, basti pensare che attualmente il disciplinare di produzione Friuli Colli Orientali annovera al suo interno il maggior numero di vitigni autoctoni in Italia. Malvasia, il Picolit, il Pignolo, il Refosco dal peduncolo rosso, la Ribolla gialla, lo Schioppettino che a Prepotto trova la sua terra d’elezione, il Tazzelenghe, il Tocai/Friulano e il Verduzzo friulano che è un vitigno decisamente da riscoprire anche nella sua versione secca. Il discorso sul“Parco delle vite e de vino” dei Colli Orientali del Friuli è talmente ampio che ci vorrebbero una serie di tomi voluminosi per trattarlo. Per chi volesse approfondire online, i riferimenti sono il sito istituzionale del Consorzio  e tutto l’importante  lavoro dell’agronomo, enologo e giornalista friulano Claudio Fabbro.  Meritano invece spazio immediato, vuoi perché poco conosciuti, oppure perché non più in ascesa come qualche tempo fa, alcuni progetti, vediamo quali:

 Il Ramandolo detto anche il Sauternes italiano

Queste semplificazioni sono sempre molto pericolose ma hanno il solo scopo di far capire il potenziale di un vino che meriterebbe di tornare alla ribalta. D’accordo, i vini dolci non hanno grande attrazione in questo momento, ma è anche vero che i viticoltori di Nimis e dintorni devono ritrovare un po’ di fiducia in se stessi perché ultimamente appaiono un po’ depressi ed è un vero peccato, visto l’oro che hanno tra le mani. Il Ramandolo è l’unico vino friulano che fin dall’antichità, porta il nome del toponimo e non quello del vitigno, come i più grandi vini del mondo.

 Il Refosco di Faedis

Nel 1998, alcuni produttori, per riscoprire e rilanciare questo vitigno autoctono, il “Refosco nostrano”, localmente detto anche “Refoscone” o “Refosco di Faedis” a rilevarne l’origine friulana, hanno deciso di costituirsi in associazione. Nel 2011 sono riusciti a ottenere il riconoscimento della sottozona “Refosco di Faedis” nella Doc “Colli orientali”. Oggi, dai 3 produttori attivi a metà anni novanta si è passati agli attuali 21 di cui 15 associati i quali imbottigliano il loro vino tutti con la stessa etichetta: nera, contraddistinta dal simbolo dell’associazione – un’aquila che vola davanti al merlo di un castello -, cambia solo il nome dell’azienda. Un grande esempio di come si possa fare squadra e non è un caso se recentemente, 30 esperti arrivati da tutto il mondo in Friuli per scoprire/approfondire i vitigni rossi autoctoni friulani se ne sono innamorati.

 Il Bio Distretto Gramogliano Friuli Colli Orientali

Un Bio-distretto è un’area geografica dove agricoltori, cittadini, operatori turistici, associazioni e pubbliche amministrazioni stringono un accordo per la gestione sostenibile delle risorse locali, partendo dal modello biologico di produzione e consumo (filiera corta, gruppi di acquisto, mense pubbliche bio). Nel Bio-distretto, la promozione dei prodotti biologici si coniuga indissolubilmente con la promozione del territorio e delle sue peculiarità, per raggiungere un pieno sviluppo delle potenzialità economiche, sociali e culturali. In località Gramogliano, nei Colli Orientali, è nato il primo Bio Distretto friulano.  Ciò che distingue ogni distretto è la propria omogeneità di offerta, coinvolgendo tutte le attività economiche e istituzionali, comprendendo quindi agricoltori, produttori, operatori turistici, strutture ricettive e amministrazioni sia pubbliche sia private, ove il modello biologico, con la sua filiera corta, si promuove e fa sistema.
La salute al primo posto, prodotti genuini – non trattati – frutti di una terra ancora sconosciuta ai più, ove metodologie di allevamento e coltivazione seguono ancora antiche tradizioni che in questa terra di confine non sono state erose dalla modernità e dalla coltura spinta.

I video approfondimenti

Germano Zorzettig (La Sclusa) racconta del Friulano (Tocai) ottenuto da antichi vigneti

Discutendo di Ramandolo con Ivan Monai, Sandro Vizzutti, Paolo Ianna e Michele Pavan

Marco Sara vignaiolo a Savorgnano del torre

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Evan Abrams

Natural and rose wines, Super Tuscans, Valle d’Aosta and Sicily. Evan Abrams, portrays NY wine scene

By Irene Graziotto

To understand where we are heading in the wine world, New York is more helpful than anywhere else being a relevant litmus test. Thanks to its young and resourceful community of consumers, here are shaped some of future wine trends. Differently from other markets such as Hong Kong or China where the budget is higher and wine is still a status symbol, the American capital has already faced that cultural revolution which has turned wine from a luxury good or special treat, to be poured only at special occasions, into a daily commodity.

In order to have a better insight of what is really happening, I’ve interviewed Evan Abrams, one of the young men of the New York wine scene. He has been in the restaurant wine industry for more than 15 years working as guest sommelier and beverage director. He is currently a sommelier for Union Square Hospitality Group in NYC and studying to sit for his Advanced Exam. He says of himself: “Give me GOOD bubbles, Chablis, or Chenin and I’ll be a happy guy”.

You work in one of the poshest restaurant in NY. What’s in right now? And what out?

“The rise of the small producer is still very alive. Hand-made wines with care and passion are sought out more. Wines with character and pride. The consumer is more textured so they demand a better quality. From a restaurant standpoint, large production wines are frowned upon. Why drink a bottle of wine when out to dinner that you can find at the supermarket?”

What do people ask for from Italy?

“It definitely depends on the guest’s palate but overall, Tuscany is more popular than Piedmont. The first place people gravitate to is familiarity. In my opinion, that’s going to be Super Tuscan and Chianti the majority of the time”.

What do they want more of?

“I’ll go on a limb here and say rose. Rose has taken off in popularity over the last few years and Italy is still strides behind France in that category”.

Where would you invest in Italy?

“In Italy, I would invest firstly in Valle D’Aosta. I believe the area hasn’t been fully discovered yet. There are amazing wines of nuance, depth, and soul. Sicily would be a strong choice as well. The lightness balanced with the aromatics and texture of some wines produced are compelling, really interesting”.

Organic and biodynamic. What do people want?

“I feel ‘natural’ is used more often. It’s easier to grasp. Natural wine is on the uprise as is eating consciously. We all invest more time learning about where our food comes from so why not our wine as well?”

Which differences in millennials’ wine consumption vs. the older generation’s?

“The older generation are less likely to step out of their comfort zone. Classic grape varieties from classic areas are definitely more popular among that demographic. Millennials are more open to taste something different. The wine industry has expanded enormously in the last decade so that plays an immense role. Finding a wine that is different yet still in their realm of comfortability makes the job of a somm fun”.

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Tendenze mondiali: la cartina al tornasole di New York

Vini naturali, rosati, Super Tuscan, Valle d’Aosta e Sicilia. Evan Abrams dipinge la situazione newyorkese

Per capire dove andrà il mondo del vino, New York è più utile che qualsiasi altro luogo essendo un’ottima cartina al tornasole. Grazie alla sua popolazione di consumatori giovani e intraprendenti, qui vengono tracciate alcune delle future tendenze in materia di consumo. Diversamente da altri mercati come Hong Kong o la Cina dove il budget è più alto e il vino è ancora uno status symbol, la capitale americana ha già portato a termine quella rivoluzione culturale che ha visto il vino trasformarsi da bene di lusso riservato ad occasioni speciali in bevanda quotidiana.

Per approfondire la scena newyorkese ho intervistato Evan Abrams, fra le giovani figure della scena enoica newyorkese. Evan lavora nel mondo della sommellerie da oltre 15 anni con all’attivo anche lavori come Direttore responsabile bevande. Attualmente è Sommelier per Union Square Hospitality Group in NY City e sta studiando per ottenere il livello Advanced di Sommellerie. Dice di se stesso: “Datemi delle BUONE bollicine, Chablis or Chenin e sarò felice”.

Lavori in uno dei ristoranti newyorkesi più alla moda. Cosa va oggi? E cosa non va più?

“Cosa è “in”: l’ascesa dei piccolo produttori è ancora un trend  in crescita. Vini artigianali realizzati con attenzione e passione sono sempre più cercati; vini con carattere e orgoglio. Il consumatore è più preparato e quindi pretende una migliore qualità. Cosa è “out”: da un punto di vista della ristorazione, vini di larga produzione non sono visti di buon occhio. Perché bere una certa bottiglia di vino fuori a cena se puoi trovare la stessa identica bottiglia al supermercato”.

Cosa chiedono di vino italiano?

“Dipende sicuramente dal palato del cliente ma in maniera complessiva la Toscana è più richiesta rispetto al Piemonte. Le persone chiedono un vino con cui hanno confidenza e questo sarà sicuramente un Super Tuscan o un Chianti nella maggioranza delle volte”.

Cosa second te cercherebbero di più?

“Mi sbilancio e dico rosé. Il Rosé ha preso molto piede negli ultimi anni ma l’Italia è ancora molto indietro in questa categoria rispetto alla Francia”.

Dove investiresti in Italia?

“In Italia investirei in Valle D’Aosta. Ritengo che l’area non sia stata scoperta ancora appieno. Ci sono vini incredibile in quanto a sfumature, profondità e anima. La Sicilia sarebbe sicuramente un’altra scelta: la leggerezza unita ai profumi e alla struttura di alcuni vini è stupefacente, davvero interessante”.

Biologico e biodinamico. Cosa cerca il consumatore?

“Sempre di più si sente usare il termine “naturale”. È più facile da cogliere. Il vino naturale è in crescita come lo è il mangiare in maniera consapevole. Investiamo tutti molto tempo nel capire da dove proviene il nostro cibo, per cui perché non farlo anche per il vino?”

Quali differenze sono percepibili nel consumatore Millennial rispetto alle generazioni più adulte?

“Le generazioni più vecchie escono con meno facilità dalla loro comfort zone. Varietà classiche da aree consolidate sono decisamente più diffuse in questa fascia di consumatori. I Millennials sono più disposti ad assaggiare qualcosa di diverso. L’industria del vino si è espansa in maniera incredibile nell’ultimo decennio e questo ha un peso importante. Trovare un vino che è diverso e tuttavia nel dominio “familiare” rende il lavoro del sommelier decisamente divertente”.

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By Irene Graziotto

Jane Huseby

Soave is at the moment amongst the most lively Italian denominations, thanks to the important effort made by the Consortium which has been able to create a general excitement about this white wine. Particular attention has been conveyed on Soave by Volcanic Wines project which aimed at developing the knowledge on wines from volcanic soils. Volcanic Wines has then become a proper key for interpreting Italian wines in addition to gain appeal as a marketing tool. I have already analyzed the situation of Volcanic Soave in an article for Il Sommelier Veneto (“Un vulcano Chiamato Soave” n. 01/2016) but this time I have chosen to hear the opinion of a foreign expert.

That’s why I have interviewed Jane Nisbet Huseby on the subject. Jane Nisbet Huseby is a Wine Consultant specialised in wine marketing and trade/consumer relationships and works in Europe from a base in Norway.  Jane is originally from Scotland and has a very international background in addition to having worked in the wine business for the last 12 years. Jane owns the wine marketing company “Brandabout” in Chile (established 2005) which offers international trade visits to more than 60 wineries in Chile and Argentina.  Jane is a currently a Master of Wine student at the Institute of Masters of Wine in London and recently won the Soave essay competition sponsored by the Soave Consortium and entitled ‘Volcanic Wines, a new notion of terroir: explain how cross-territorial marketing and communication can be used as an opportunity for Soave and Italian volcanic wines’. Contact: jhuseby@winesource.no

 How Soave has changed the image of Italian white wines? And the belief about their capacity of ageing?

 JNH: “I think that Soave in fact is just on the start on their journey in changing the image of Italian white wines.  Changing consumer opinions is a long-term investment.  Generally speaking, we often think of a change in brand image taking about 5 years, although with social media today things can change a lot quicker. But it’s getting the message to stick that is a challenge and that´s why a clear long-term communication strategy is key.  I remember studying at university and my professor saying that to change a brand image you will have to repeat the same message over and over and over again to your target consumers, and its only when you are so sick to death of repeating this same message over and over again over a long period of time that the consumers will finally get it! And I think that is very true, we sometimes forget this when we are working so hard in our own world because it’s obvious to us, we then think that everyone else understands the message too. The Soave Preview was very interesting and in fact a real eye-opener about the potential for ageing of Soave wines. Changing beliefs though will require more effort than this though, we really need not just the Press, but the restaurant trade and sommelier schools understanding the ageing potential.  Soave wines have an exciting potential and future.  The Soave wines that were presented at the Soave Preview that showed some ageing development should be part of a Soave roadshow that travels internationally regularly, its only when wine professionals and journalist actually taste these wines they are really going to appreciate their potential”.

 Volcanic Wines as a new notion of terroir, generating a new way on interpreting white wines, especially in Italy but also abroad.

JNH: “I like the concept of terroir for Volcanic wines and the presentation and tasting conducted by John Szabo at the Soave Preview was excellent.  The wines in the tasting showed a finesse, a certain pureness about them and I think it is very exciting to see how many wine regions around the world are making such fantastic and unique wines on volcanic soils. Volcanic terroir is easy to remember for consumers as well as visually communicate. Thanks to Soave, volcanic wines are becoming part of a larger group in Italy as well as internationally to communicate; this gives immense communication possibilities for each of these member regions while if they were going to try and communicate on their own about their volcanic wines, the effectiveness would be much more limited.  The fact that these regions are in fact globally spread out, gives more possibilities for joint marketing.

Volcanic wines as a marketing key. What does the “brand” volcanic wines guarantee to the consumer?

JNH:  I don’t think we can go so far to guarantee anything to consumers as this can be too open to misinterpretation, but what we can say is that Volcanic wines show a pureness, a concentration and very often a vibrant acidity which is really quite unique.  Personally I believe that “ volcanic” symbolizes energy.  This soils have been created by this deep energy within the earth, and its incredible how these soils give their energy and pureness to the vines, and not just any vitas vinifera vines, but varieties which seem to especially thrive on volcanic soils such as Garganega, Aglianico, Assyrtiko as well as Chardonnay and Pinot Gris.  I believe that Volcanoes as a marketing symbol or image is something that is real and an  extremely powerful imagery for wine marketing. There are endless opportunities for capturing the imagery of energy of volcanoes with the power of the wines as a way of changing the image of Soave wines, especially with the perhaps younger and active wine consumers.  The locations and viticulture techniques employed are very different, for example on the Canary islands the vines appear dug into pits on the slopes of volcanoes, or into Santorini, Greece where the vines are woven into basket forms to protect the grapes. I think these types of details and conscientiousness can be a successful sub-part of a marketing strategy to communicate with both the wine trade and consumers.

 What would be your main advice to Soave producers or volcanic wine producers to reach out to consumers?

 JNH: My main advice is don’t be shy and start practicing communicating in English. Communicating in Italian is fine if you only want to sell to Italians, however if you really want to increase your international reach then you have to use English.  There is no denying that the largest wine markets in the world all use English so your success is dependent upon this.  It’s not about speaking perfect English though, it’s about being able to communicate your passion for your wines and showing a willingness to build relationships person to person without the assistance of a translator,  who no matter how good will never be able to tell the whole story the way you do.  I´ve experienced this first hand with my wine marketing business in Chile.  One of my favourite visits is to Cono Sur and its because everyone loves Matias, one of their winemakers.  Matias speaks terrible English (although he’s improved a lot the last 5 years), but I´ve never met anyone so captivating, who uses his passion for wine and organic viticulture so vividly that despite awful English errors, the journalists love him and it´s Cono Sur that gets the articles published! Another important advice would be to use grab any opportunity you have to sit and have dinner at a table with visiting journalists and wine trade.  Jump out there and take charge of a table of journalists.  Spend time over dinner with them talking and discussing, exchanging ideas and opinions about the market potential instead of sitting at a separate table with your wine producer colleagues who you see all the time.  Don’t forget that every possible interaction with journalist and the wine trade can be your ticket to success and your next wine sales.

White wines and a climate that is getting warmer and warmer: quite a challenge. What steps need to be taken in order to avoid wines with a higher and higher alcohol content?

JNH: A good question.  I´m not a viticulturist or winemaker however, from my many travels to wine regions and talking to viticulturists, the main strategies to combat high alcohol are site selection and canopy management.  In order to grow high quality grapes with balanced alcohol, especially with white grape varieties there has to be a long-term strategy towards proper site selection and choosing varieties that can be grown considering predicted future temperature and water availability.  In the short-term however the preferred strategies include maintaining the vine in balance with through nutritional and water supply, pruning to delay ripening until the cooler months, canopy management to protect the grapes from too much sun and earlier-picking to avoid too much sugar uptake.  Climate change is a reality.  At the other end of the scale, I was at the Cool Climate Wine Summit 2016, in Brighton, and I saw a presentation from Canada where they are currently researching with a 20 year perspective over 100 genotypes (cultivars and breeder´s selections), investigating the best varieties that could survive in Nebraska, and  I had dinner with a Norwegian woman who has just finished planting grapevines on the west coast of Norway! Climate change gives us a constantly changing environment to work in, and the only thing we can be sure of is that the wine business is going to continue to be an exciting environment to work in.

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Il Merano Wine Festival, come sanno anche i sassi, è una tra le manifestazioni enogastronomiche più importanti d’ Europa. Spentisi i riflettori sull’edizione 2016, invece che raccontare di vini degustati e di eventi più o meno mondani, mi incuriosiva  approfondire il lavoro di chi ne gestisce la comunicazione.  Niente di meglio quindi che andare direttamente alla fonte e chiedere a  Stefania Gatta, dall’anno scorso al timone dell’ufficio stampa del Merano Wine Festival, di raccontarci la sua esperienza.

Stefania Gatta

Stefania, in merito alla gestione dell’ufficio stampa del MWF possiamo dire che l’anno scorso è stata di rodaggio e quest’anno di consolidamento, mi fai un bilancio? Naturalmente visto dalla tua parte. 

Ciao Michelangelo! 
che bello poter scrivere qualcosa sul mio lavoro!
Anzitutto grazie per aver atteso pazientemente queste righe e poi per raccontare il
MWF da un punto di vista diverso: osservare il mondo da nuove angolature serve ad avere una visione globale e meno autoreferenziale su di esso.
Ma veniamo a noi… 
Ho iniziato proprio in quesi giorni ad analizzare i risultati del lavoro fatto in questi ultimi due anni sulla comunicazione del Merano e devo dire di esserne soddisfatta. 
Approdai in Gourmet’s a maggio dell’anno scorso, fresca di dimissioni da una posizione manageriale a tempo indeterminato (Art. 18 incluso) presso una società piuttosto nota in Regione, con la ferma intenzione di iniziare un percorso da libera professionista. 
La situazione che avevo davanti era quantomeno avvincente: un nuovo progetto da sviluppare e lanciare (Wine Hunter), un ufficio stampa a riattivare, molte idee e ben confuse in merito alla direzione futura della società (e anche al mio futuro)  risorse limitate e un gioiellino come il Merano WineFestival da poter raccontare – da sempre riesco a comunicare e a raccontare solo ciò in cui credo e che mi appassiona!
Partivo, in pratica, da (quasi) zero: pertanto ho dovuto ricostruire il lavoro degli ultimi due anni, analizzare e comprendere quello in essere, stabilire il percorso da seguire per il futuro in base agli obiettivi aziendali.
Non è andata affatto male: per darti un’idea, a novembre i ritagli stampa e web erano il triplo di quelli dei due anni precedenti e a oggi l’incremento è costante (+35%, ma manca ancora dicembre!)
Anche il valore economico delle uscite e i potenziali lettori raggiunti sono aumentati notevolmente. A ciò dovremmo aggiungere i passaggi web e tv e la presenza del Merano sulla stampa internazionale, che attualmente non sono monitorati in modo completo.
Per raggiungere questi risultati ho lavorato sia in termini qualitativi che quantitativi: ho potenziato e migliorato le comunicazioni in uscita, implementato la banca dati aziendale, lavorato sulla qualità delle mediapartnership in base alla strategia di comunicazione stabilita insieme alla direzione. 
A livello di budget sono riuscita ad aumentare il potenziale di visibilità sui media da un lato e a diminuire i costi di promozione e di piano media dall’altro . 
Ho lavorato anche sulla qualità delle mediapartnership, cercando collaborazioni in linea con il target e l’autorevolezza del brand, sia a livello nazionale che internazionale, cercando di aprire al mondo del food e al lifestyle e spaziare per raccogliere nuovi pubblici – bio magazine e testate generaliste ad esempio. 
Il fatto che non provenissi dal settore vitivinicolo mi ha aiutata: l’esperienza pluriennale come manager della comunicazione mi ha fornito il sistema strutturato e il know how per operare in ogni settore e lo sguardo esterno al mondo del vino ha fatto sì che potessi conferire maggiore chiarezza e semplicità alle comunicazioni in uscita, portare innovazione laddove mancava, utilizzare un linguaggio e un approccio meno autoreferenziale  e perciò a volte confuso. 
Ulteriore elemento di complessità: il famoso meccanismo di concessione degli accrediti basato su alcuni criteri di selezione, che mi ha messa nelle condizioni di ricoprire un duplice ruolo: da una parte quello di “addetta stampa” che deve costruire relazioni con giornalisti e gli influencer che dovranno parlare dell’evento e, dall’altra, quello di dover “monitorare” le persone con cui costruire queste relazioni. Non è stato semplice, ma ciò mi ha permesso di conoscere meglio il panorama del settore e al contempo farmi conoscere da esso e iniziare un percorso di collaborazione e, con alcuni, di amicizia. Segnalo, tra l’altro, che questo meccanismo è utilizzato da diverse manifestazioni – non solo di settore – e che pertanto non è un unicum nel panorama degli eventi – di qualsiasi settore – a livello internazionale, tutt’altro.

L’approccio dei giornalisti di settore al MFW è ambivalente; c’è chi lo ama alla follia e lo considera uno degli appuntamenti irrinunciabili dell’anno e c’è chi invece non perde occasione per far sapere che non lo ama per nulla, anzi lo detesta proprio. Un atteggiamento che non trova riscontro con altri eventi simili, forse succede con il Vinitaly, ma sono eventi del tutto imparagonabili ovviamente. Secondo te perché?

I brand sono portatori di una propria identità, proprio come le persone: è più che normale quindi, che, come le persone, generino dei sentimenti e delle emozioni, anche la Juve è un brand e come ben saprai genera emozioni.

Dal punto di vista comunicativo, questa polarizzazione emozionale significa che l’identità del marchio Merano WineFestival è molto forte, che il Merano ha un carattere ben preciso e definito.

Penso anche che il mondo sia bello perché è vario, che siamo nell’era della polemica facile e che quando la volpe si lamenta dell’uva che non riesce a raggiungere, gli animaletti del bosco si girano incuriositi e aspettano che la volpe se ne vada per avvicinarsi al grappolo e assaggiarlo.  Ma i veri professionisti svolgono il loro lavoro senza lasciarsi influenzare da sentimenti personali. Questo è ciò che conta.

Infine permetti una chiosa personale. Ogni evento è un qualcosa di fortemente collettivo: nasce da un’idea degli organizzatori, ma è realizzato grazie al contributo di molti – i partner, gli sponsor, le istituzioni che lo supportano, i media e i giornalisti che lo seguono, tutto il personale di servizio che ci lavora, i visitatori che ne sono interessati e dai produttori che vi partecipano. Parlare male del Merano WineFestival è un po’ parlare male di una parte di mondo del vino e del cibo. Oltre a non avere senso non è affatto elegante.

Raccontami le tue passioni enogastronomiche, cosa ti piace bere, che preferenze hai per il cibo.

Nonostante le origini “crucche” ho un approccio passionale alla vita: un vino, un prodotto, un piatto mi entrano nel cuore quando mi colpisce la loro storia o sono legata ad una situazione vissuta con loro. Cerco la qualità della materia prima, sono piuttosto attenta alla filiera e cerco di fare una spesa il più possibile “local” e “bio” . Ho una predilezione per i rossi, in particolare modo i Sangiovese e i vini della Valpolicella, alle cene porto sempre il Kastlet di Loacker (anche ad agosto!). Tra i bianchi prediligo i Traminer e il Pecorino. Invece per quanto riguarda le bollicine berrei solo Cartizze. Sono golosa e curiosa, perciò vado dove mi portano il cuore e la gola.

Stefania Gatta, 35 anni, meranese di nascita e veronese di adozione, di occupa di comunicazione aziendale da oltre dieci anni, dapprima come manager all’interno di pmi, dal 2015 come libera professionista. 

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di Irene Graziotto

In tema con il rush di fine anno, dei panettoni che invadono le corsie di supermercato mentre ancora si vendemmia (e non parlo di vendemmia degli ice wines), dei comunicati stampa natalizi con 30 gradi fuori (senza essere in Australia dove le feste cadono in piena estate), insomma, intaccata da questo spasmo consumistico che fugge il tempo e anzi lo scavalca, ero già alle prese col mio bilancio annuale degli incontri vinicoli e spirituali che avevano posto un bel + sul mio 2016. Ero appunto già pronta a chiudere i conti quando domenica 27 mi sono ritrovata al Mercato dei Vini FIVI a Piacenza. Il che mi ha costretto a riaprire il gioco per apporvi un altro +.

Ebbene sì, perché dal Mercato dei Vini FIVI non esci così come sei entrato: non fosse altro che per il quantitativo di bottiglie che hai comperato e per aprire le quali stai già pensando di organizzare cene una sera sì e l’altra anche.

Ma questo non è che il correlativo oggettivo di quello che è il mercato dei vini FIVI, anche se, forse sarebbe più corretto dire, dei “vignaioli” FIVI. Perché qui ad emergere, accanto al vino, è la persona che lo fa e non sarà solo un caso se le foto dell’evento che girano su Facebook ritraggono volti più che bottiglie. Merito di uno spazio ordinato, sei corsie dalla A alle E che tra sabato e domenica hanno accolto 400 vignaioli e oltre 9 mila visitatori e che permettono, grazie ad una gestione a misura d’uomo, di intessere con il vignaiolo un dialogo, spesso appassionato. Merito anche delle panche centrali che creano uno spazio di dialogo, un’agorà dove mangiarsi magari un panino in compagnia di un vignaiolo (chiedere a Paola Ferraro per referenze)

Ad attrarre addetti e simpatizzanti, con a seguito famiglia, bambini e persino cani è un clima di festa che rende il vino accessibile, anche mentalmente, e lo fa scendere dallo scranno altisonante cui è ancora oggi assurto in Italia. A questo abbassamento di tono che rende il vino non più banale ma più umano, più vicino al consumatore medio contribuisce anche la possibilità di poter acquistare in loco, che consente di portare a casa non solo le parole del vignaiolo ma anche il suo lavoro. Un lavoro, quello con la terra, che come ha detto Luigi Gregoletto, premiato quale Vignaiolo dell’anno, “ti può fare meno ricco ma sicuramente più signore”. Per l’intero discorso rimando al video di Mauro Fermariello qui: http://www.winestories.it/luigi-gregoletto-vignaiolo-dellanno-fivi-2016/

Luigi Gregoletto è vignaiolo in Miane, in una zona, quella del Conegliano-Valdobbiadene, che in questo periodo è sotto accusa. La federazione non è stata a guardare e ha deciso di esporre le bottiglie di Luigi sul tavolo di ogni regione tra gli stand di Piacenza Expo. Un segnale forte che conferma la capacità di lavorare in gruppo di questa associazione e che la rende una delle realtà del vino più costruttive in Italia. Spirito di squadra, partecipazione dal basso, proposte eversive laddove non in odore di anarchia, come ad esempio l’opposizione all’arricchimento dei mosti in un’annata come la 2015 o la proposta di cambiamento del meccanismo di voto nei Consorzi. Decisioni mai facili che rendono questi vignaioli più unici che rari, quasi fantastici.

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La critica enologica italiana è un po’ snob? La risposta è sì. Al netto delle questioni qualitative, ci sono zone che faranno sempre una fatica immane a emergere. Le motivazioni sono molteplici naturalmente ma, diciamo, che spesso al giornalista/critico piace vincere facile rischiando poco. Un esempio pratico? La Doc Colli Berici e la Doc Vicenza. Una zona che racchiude l’area Berica a sud della città di Vicenza fino a quella pedemontana nel nord-est del territorio vicentino. Luoghi incontaminati, di notevole suggestione, vocati per la produzione di grandi vini rossi. Un territorio ricco di potenzialità commerciali perché viviamo in un’epoca in cui il consumatore ricerca vini di facile bevibilità e, in quest’ottica, nei Colli Berici si trova un fuoriclasse assoluto, l’autoctono Tai Rosso. La natura genetica è quella del Cannonau sardo, del Grenache francese e della Garnacha spagnola. Bevuto giovane, si definisce in questo caso Tai Rosso tradizionale, è un vino fresco, immediato, semplice, detto senza nessuna accezione negativa, anzi, in grado di recuperare la memoria del vino quotidiano, vivaddio. Un bell’esempio, in questo senso, è il Tai Rosso tradizionale 2015 della Cantina Pegoraro.  I colli Berici però sorprendono ancora di più per le varietà alloctone come ad esempio il Cabernet Sauvignon, il Merlot e il Carmenere.  Posto che è sempre difficile non considerare questi vitigni come autoctoni, perché qui sono stati impiantati sin dai primi dell’Ottocento e non dimentichiamo che il Cabernet Franc (come si chiamava all’epoca prima di scoprire che fosse Carmenere) è stato il primo Cabernet Doc in Italia.  Tutto questo per dire che forse bisognerebbe essere meno altezzosi nei confronti degli alloctoni in generale ma, soprattutto, per quelli che provengono da queste terre, perché, confrontandosi con territori internazionali di ben altro blasone, sono in grado di regalare bottiglie di grande spessore a patto che si degusti alla cieca, scevri quindi da ogni pregiudizio. Giusto per fare qualche nome cito il Cabernet Vigneto Pozzare 2012 di Piovene Porto Godi, il Cabernet Casara Roveri 2008 di Dal Maso, il Cabernet Cicogna 2012 di Cavazza e uno straordinario Carmenere Riserva Oratorio di San Lorenzo 2011 di Inama.

In definitiva una zona del Veneto che può riservare grandi sorprese sia all’appassionato sia al turista enogastronomico alla ricerca di novità; non solo per cibo, vino e arte (siamo pur sempre nelle terre del Palladio) ma, soprattutto, perché ancora inesplorata e fuori dai circuiti turistici di massa, con un paesaggio rurale ancora intatto.

Tornando però al quesito iniziale, che è questione cruciale per questo territorio, ho voluto approfondire l’argomento sentendo il parere di alcuni produttori e nel merito ho posto loro questa domanda: Non credi che la critica italiana ponga spesso troppa attenzione al vitigno e meno alla qualità del vino che poi arriva in bottiglia? Mi spiego meglio. Trovo che ci sia una sorta di prevenzione, se non addirittura snobismo, per alcune zone vinicole d’Italia (i Colli Berici ne sono un esempio), dove sembra quasi impossibile che si possano produrre grandi vini rossi da uve alloctone, salvo poi scoprire che alla cieca questi vini, confrontandosi con bottiglie importanti di altri territori blasonati, possano riservare piacevoli sorprese, che ne pensi?

Stefano Inama

Stefano Inama

La risposta è sicuramente affermativa.

Viviamo sempre più in un provincialismo del vino in cui si parla solo dei territori consolidati. Se ci fai caso, sono almeno dieci anni che non c’è nulla di nuovo di cui si parli.

Dopo Priorato e in tono minore Nero d’Avola e Primitivo di Manduria la storia si è fermata.

Il Veneto in molte parti è il gigante addormentato del vino, ma la massiccia produzione mediocre  delle cantine sociali ha ridotto la percezione alla sola Valpolicella (guarda caso l’unica area senza una grossa presenza di Sociali).

Crediamo davvero che i Colli Berici siano un territorio al top. In America se ne stanno accorgendo così come in Svizzera ed in Austria.

In ogni zona conclamata è esistito o esiste un produttore che ha fatto fare alla zona il salto di qualità. Speriamo di esserlo per il Colli Berici.

Alessandra Piovene

Credo che la necessità di cercare e di ri-scoprire vini da vitigni autoctoni sia  necessaria ma non necessariamente sufficiente a valorizzare a pieno una zona e le sue peculiarità produttive. Mi spiego meglio. La diffusione e il consolidamento, nelle nostre zone, di vitigni come il Carmenere, il Cabernet Sauvignon o il Merlot è talmente lontana nel tempo da rendere difficile non considerarli autoctoni e tipici del territorio, capaci di distinguersi e di costruire un’identità e delle peculiarità distintive ancora più forti di quella a cui si arriverebbe valorizzando soltanto i vitigni autoctoni del territorio. Credo che soltanto concentrandosi su entrambi gli aspetti si possa suscitare e stimolare la curiosità su una zona interessante come la nostra.

Enrico Pegoraro, Alessandra Piovene, Nicola Dal Maso

Nicola Dal Maso

Concordo con te nell’affermare questo concetto. Troppo spesso infatti ci si focalizza sulla tipologia del vitigno piuttosto che, come insegnano i Francesi, sul “ Terroir “ .

Parola questa, direi chiave se intesa come l’insieme e l’interazione dell’ambiente pedoclimatico, mano dell’uomo e vitigno. Quindi concetto molto ampio che racchiude in se elementi non solo fisico-chimici ma antropici e storici.

Un grande vino non nasce quindi da un grande vitigno ma nasce da un grande Terroir.

Questa sinergia o “rapporto di amorosi sensi” non prende forma e si consolida a caso e nemmeno la si inventa da un giorno all’altro. Il Terroir è un qualcosa che scaturisce da una storia e tradizione centenaria di una specifica zona vitivinicola.

Ecco che questo concetto sembra cucito su misura per la nostra denominazione Colli Berici.

Abbiamo la storia centenaria di tre vitigni, quali il Tai Rosso, il Cabernet in tutte le sue forme ed il Merlot. Uve di antica cittadinanza sui Colli Berici.

Questo ha fatto si che questi vitigni trovassero il loro abitat ideale negli anni e si adattassero al nostro territorio dando il meglio di se soprattutto con lo splendido suolo argilloso-calcareo dei nostri monti.

Ti ricordo che la Doc Cabernet Colli Berici è la Doc più antica d’Italia per quel che riguarda il Cabernet. Testimonianza questa direi importante.

Ecco questo basta ed avanza a testimoniare la grande qualità di alcuni vini che abbiamo assaggiato nei giorni in cui siamo stati assieme, siano questi da vitigni alloctoni che autoctoni.

Preciso comunque che il Tai Rosso è la Grenache francese arrivato probabilmente assieme al Cabernet e Merlot e di conseguenza possiamo chiamarli tutti e tre tipici e autoctoni o viceversa alloctoni ma di antichissima cittadinanza sui Monti Berici.

Un solo appunto ( autocritica ),  mi sentirei di fare a noi produttori. La natura ci ha dato una grande opportunità, cerchiamo di non sprecarla ma piuttosto esaltiamo le peculiarità del nostro terroir e facciamole conoscere a tutto il mondo e noi rimaniamo fermi nel nostro verde orticello.

Enrico Pegoraro

Ti ringrazio molto per la questione che trovo davvero interessante. L’argomento offre l’opportunità di soffermarsi anche su altri interrogativi:

–          Come viene gestita la valorizzazione del territorio a 360 °?

–          Quanto conta la capacità di promozione dei produttori e quanto quella dei consorzi di tutela?

–          Quali suggestioni evoca una zona piuttosto che un’altra e quanto questo si riversa nei contenuti delle bottiglie?

Penso che alcuni territori siano stati promossi molto bene e questo abbia fatto da volano per i prodotti enogastronomici,  in altre situazioni invece sono stati proprio i vitigni e i vini ad essere così valorizzati da far conoscere i territori, richiamando l’attenzione di visitatori e critici. Sicuramente dove i vini sono stati il pass d’accesso a zone prima poco rilevanti, i produttori, e anche i consorzi, hanno giocato un ruolo fondamentale guardando al futuro con lungimiranza.

Più che di prevenzione o snobismo verso alcune zone rispetto ad altre, parlerei quindi della storia di promozione di ciascuna zona.

Per quanto riguarda la nostra zona, ancora poco conosciuta, molto si sta facendo in questi ultimi anni grazie all’impegno di giovani produttori che hanno alzato di molto la qualità e al Consorzio per la tutela dei vini doc Colli Berici che sta lavorando assiduamente nella promozione. La manifestazione “Gustus”, oltre agli appuntamenti classici (Vinitaly e altre fiere del settore), ne è la testimonianza. L’obiettivo è coinvolgere sia i consumatori, sia giornalisti e critici. Consapevoli infatti delle nostre potenzialità, stiamo operando affinché il contenuto delle bottiglie arrivi ai critici e così anche nei concorsi internazionali.

Ho la speranza che il lavoro di tutti possa far sì che anche i nostri rossi facciano molta strada e diventino l’”asso nella manica” dei Colli Berici, contribuendo sempre di più a farli conoscere. Sarebbe bello che i profumi del Tai Rosso evocassero i Colli e viceversa. Un ricordo sensoriale, un ricordo di viaggio, un legame da condividere.

Elena Cavazza

Elena Cavazza

La tua domanda purtroppo è la domanda che spesso anche noi produttori ci poniamo.

Perché i Colli Berici sono così  poco noti? Perché non se ne parla nei giornali, nei  blog di vino e  enoturismo?

Le motivazioni sono svariate, in primis perché le denominazioni in Veneto sono tantissime – tra cui la Valpolicella e il Prosecco, quindi spesso le denominazioni più piccole vengono dimenticate perché  “non fanno notizia”.

In secondo luogo è difficile comunicare la poliedrica identità dei Colli Berici. C’è molto da raccontare, e nonostante il Tai Rosso  assieme al Carmenere siano i vitigni autoctoni, le varietà alloctone come Merlot e Cabernet sono qui radicate dall’Ottocento.

Spesso la mancanza di un vino icona  monovarietale  viene vista come un’assenza  di identità da parte dei giornalisti e blogger del mondo del vino italiano. Frutto di una visione riduttiva, che vuole semplificare la realtà.

Come azienda, vediamo il bicchiere mezzo pieno:  i vitigni a bacca rossa sì, sono più di uno, e ogni azienda del territorio  si sta specializzando in una delle varietà, a seconda di dove si trovano gli appezzamenti e alle scelte personali di ogni viticoltore.

Sicuramente c’è molto da fare, da costruire un network tra i produttori, promuovere e raccontare questi bellissimi  colli secondo delle nuove formule. Le potenzialità sono molte, c’è solo da rimboccarsi le maniche e trovare dei partner da importatori stranieri a enti turistici, che credano quanto noi nelle   nostre terre.

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Pergola canavesanaTenuta Roletto

È palese che la degustazione, comparativa tra Metodo Classico ottenuti da uve autoctone, organizzata da Liliana Savioli e Franca Bertani presso la Tenuta Roletto a Cuceglio, avesse come unico obiettivo quello di esaltare le qualità dell’Erbaluce di Caluso nella versione spumante. Sapevano le due astute ragazze che tra gli 11 campioni degustati alla cieca ne sarebbe uscito a testa alta. Infatti, due Erbaluce sono stati tra gli assaggi migliori (Silva 2009 e il Brut 2010 di Tenuta Roletto) anche se la Palma d’oro è stata assegnata quasi all’unanimità a un’incredibile (per il vitigno dico) Ribolla Gialla Ronco Vieri Brut Metodo Classico di Vigneti Pittaro. Ma inizierei dal principio della storia. Siamo nel Canavese, la zona di produzione comprende un centinaio di comuni della provincia di Torino, la meta, in questo caso, è Cuceglio, una quarantina di chilometri da Torino e una decina da Caluso. Ed è proprio l’Erbaluce di Caluso il focus del viaggio. Vitigno dal nome affascinante, ammantato anche di leggenda: “Dall’amore impossibile nacque Albaluce, ninfa stupenda e triste, dea di perfezione, le cui dolci lacrime versate per gli uomini regalarono alla terra un frutto dorato, l’Erbaluce”.

Antonio Iuculano

Antonino Iuculano vulcanico proprietario della Tenuta Roletto crede nell’Erbaluce a tal punto da farsene ambasciatore anche all’estero : Cina Stati Uniti, addirittura Nigeria, per fare qualche esempio. Non solo, coadiuvato dall’indispensabile lavoro di un enologo giovane, appassionato e molto preparato come Gianpiero Gerbi,  ha coinvolto anche all’Università di Torino nel progetto di rilancio dell’Erbaluce. Vitigno versatile per definizione  che è possibile trovare in ben 3 declinazioni: fermo, con risultati davvero sorprendenti nel lungo periodo. Ho bevuto il base della Tenuta Roletto del 2009 davvero entusiasmante per non parlare del Mulinè 2010, la selezione di Roletto, vino dalle gradi prospettive.  Poi c’è il Metodo Classico.  L’annata 2010, che come dicevo prima, è stata tra i migliori assaggi della degustazione comparativa tra metodo classico italiani da uve autoctone e poi il Passito, saggiato in varie annate, non teme confronti con i più grandi per tipologia in giro per il mondo.

Passitaia Tenuta Roletto

Tra l’altro solo la visita alla Passitaia di Roletto vale il viaggio.  Un vino di nicchia l’Erbaluce? Chissà, sicuramente una chicca su cui puntare e che spero possa ripercorrere la strada del Timorasso e diventare un autoctono italiano davvero importante. Per meglio contestualizzare il discorso Erbaluce ho rivolto all’enologo Gianpiero Gerbi, qualche domanda. Sono emersi spunti davvero interessanti come ad esempio l’esistenza di zone  vocate libere e vitabili e terreni a prezzi accessibili. Chi ha due soldi messi da parte mediti.

Gianpiero Gerbi

Gianpiero quali sono (se ci sono) i luoghi comuni che ti danno più fastidio sull’Erbaluce di Caluso 

Ahimè qualche luogo comune c’è. Dopo gli anni 70  in Piemonte le cantine hanno incominciato ad assecondare la crescente domanda di vini bianchi, figlia di un cambio di costumi e consumi, una domanda che nasceva in seno ad anni complessi, dove la contestazione generazionale ha portato i giovani verso il consumo di vini bianchi, freschi poco impegnativi, in contrasto con il tradizionale consumo di vino rosso. In questo contesto i vitigni bianchi in Piemonte sono diventati una risorsa anche per il mercato. Purtroppo alcune denominazioni hanno avuto un’espansione troppo rapida a discapito della qualità. Nel suo piccolo l’Erbaluce, che fino ad allora era un vitigno raro destinato alla produzione del passito, vede un forte incremento di produzione, non seguita da un’essenziale ricerca della qualità. “Troppo acida l’Erbaluce” si sentiva dire dai clienti e dai tecnici, un luogo comune assolutamente da sfatare. L’erbaluce ha un’acidità importante che va studiata e gestita fin dalla vigna. Dagli anni 90 grazie agli studi della Facoltà di Agraria di Torino si è compreso molto di questo vitigno, oggi quest’acidità è una delle caratteristiche ricercate, ad esempio il mercato statunitense, che fino a qualche anno fa amava i bianchi ricchi ed opulenti, oggi ricerca soprattutto i “Crispy white”, vini secchi dall’acidità fresca, come i riesling e l’erbaluce. 

 A che punto siamo della storia di questa DOCG, quali sono i limiti che ancora vedi e naturalmente quali le prospettive 

Siamo a un passo dal giro di boa, ma è il passo più difficile, oneroso e faticoso. Una docg piccola ma dal carattere unico, ha bisogno di un coordinamento forte che la possa portare oltre i limiti del suo innato provincialismo. In venti anni i vini sono migliorati enormemente, sono nate piccole giovani realtà, ci sono figure tecniche e imprenditoriali valide, insomma ci sono i presupposti per fare bene, manca ancora quel cambio di mentalità indispensabile per entrare nel mondo dei vini importanti. La prospettiva è quella di crescere, l’area a denominazione è ampia, molte delle zone vocate sono ancora libere e vitabili, il mercato dei terreni e delle vigne ha prezzi accessibili e gli investimenti hanno ottime prospettive, c’è lo spazio per crescere.

Vitigno versatile l’Erbaluce, può essere prodotto nella versione spumante metodo classico, fermo e passito. Raccontami le tre tipologie e dimmi qual è l’espressione dove l’Erbaluce diventa o potrebbe diventare un fuoriclasse assoluto

L’erbaluce è un vitigno dall’acino particolare, ha una buccia molto spessa e croccante, ricca di polifenoli, mentre la polpa è ricca di acidità e acidi idrossicinnamici, composti antiossidanti pregiati. Credo che il passito, la versione più tradizionale e storica delle tre, sia quella, dove l’erbaluce possa già competere a livelli altissimi. L’Erbaluce di Caluso DOCG passito è un prodotto da invecchiamento lunghissimo, negli ultimi anni abbiamo assaggiato delle annate molto vecchie (90, 85, per non parlare del 68 e del 55) di alcuni produttori storici. Vini non solo piacevoli, ma soprattutto emozionanti. Il metodo classico è in rampa di lancio, grazie al trend positivo delle bollicine italiane che sta creando curiosità anche sul metodo classico più rari e particolari, le nostre bollicine incominciano a essere presenti in degustazioni importanti, al fianco di Franciacorta e Trentodoc. Dobbiamo ancora creare un po’ di credibilità sul mercato, i clienti vogliono sentire che la qualità è alta tutt’e le annate, ma è solo questione di tempo, dobbiamo solo continuare a lavorare come stiamo facendo, puntando alla qualità assoluta. La versione bianco fermo è la sfida più dura, assaggiando i vini della denominazione, che negli ultimi anni hanno visto un salto qualitativo notevole, non c’è ancora quella riconoscibilità del vitigno che caratterizza una denominazione e la fa percepire come credibile e vincente. Ogni produttore sta percorrendo strade diverse, chi ha scelto l’affinamento in legno, chi ricerca complessità con la criomacerazione, ci vorrà ancora qualche anno di sperimentazione per capire quale sia la via giusta per “estrarre” il carattere di questa varietà. 

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Di Irene Graziotto

Autoctoni qui, autoctoni là. Si fa un gran parlare di autoctoni e da qualche giorno a questa parte  ancora di più grazie ad un articolo del Wine Spectator in cui Bruce Sanderson e Alison Napjus ci vengono ricordare che gli autoctoni sono fra le grandi potenzialità dell’Italia enoica – come se ogni volta attendessimo l’avvallo estero per crederci davvero alle ricchezze che abbiamo. En passant, ho di nuovo l’impressione che il Belpaese sconti un sentimento di inferiorità psico-enologica, dovuto certamente ad una mancata conoscenza linguistica dell’inglese (sopperita in parte e solo recentemente) che non ci permette di dialogare alla pari col mercato estero ma anche, credo, al fatto che manchi ancora un Master of Wine italiano: una figura che goda di un’autorità riconosciuta e sappia farsi portavoce dell’Italia.

grappolo Foja Tonda

Torniamo agli autoctoni: se ne parla ma si parlerebbe di animali rari, da tutelare, da “piccolo è bello”. Una logica che non convince Albino Armani, alla guida dell’omonima azienda che ha riportato in vita il Foja Tonda ma che invece di trasformarlo in un proprio marchio registrato ne ha fatto una Doc, una realtà territoriale (l’approfondimento sul prossimo numero de Il Sommelier Veneto).

“Gli autoctoni non possono essere solo iconici, devono avere un valore commerciale, e non per un’azienda sola, ma per l’intero territorio”. Secondo Armani – a capo dell’Associazione Temporanea di Scopo (Ats) “Produttori vitivinicoli trentini, friulani e veneti” che sta seguendo l’iter di approvazione della nuova Doc – il lavoro sugli autoctoni andrebbe fatto su tutti i territori. È per questo che accanto alla creazione della Doc interregionale Pinot Grigio, l’ATS sta portando avanti anche istanze parallele come, ad esempio, il riconoscimento della Ribolla Gialla quale uva unicamente friulana la cui coltivazione sarà possibile esclusivamente nelle province di Pordenone, Udine e Gorizia. Secondo Albino infatti “quando una cosa non funziona è perché il territorio non la riconosce e in questo il mandato dei Consorzi è di fondamentale importanza”.

Ma gli autoctoni vengono richiesti? Sì e no: dipende dai mercati e dalle occasioni: il turista in visita sul territorio chiede il prodotto locale e quindi accanto al cibo sarà disposto ad aprirsi anche a varietà della zona. E qui fondamentale si rivela la mediazione del settore ricettivo e la capacità di promuovere non solo sé stesso ma anche il territorio, in un gioco di squadra sulla cui efficacia non serve che mi dilunghi. Penso in particolare ad un’importante struttura asolana che al momento della mia visita – un anno fa– non aveva in carta un singolo Asolo Prosecco Docg ma solo Conegliano Valdobbiadene Docg. Come ci si può definire portavoce di un territorio se siamo i primi a non credere nei suoi prodotti e di quelli più rappresentativi quali sono gli autoctoni? Gli esempi virtuosi sono tanti, ma a volte è più facile che sia il piccolo ristoratore a farsene rappresentante che non la ristorazione di alto livello, a meno di non aver fatto una scelta di “ascolto del territorio” come accade nelle carte di – penso ai primi tre che mi vengono in mente – Feva, Osteria alla Chiesa e Tre Quarti, dove accanto agli immancabili si trovano anche i Colli Berici nel primo, l’Asolo Docg nel secondo e il Durello nel terzo.

Foglia Foja Tonda

Penso poi che per gli autoctoni valga il detto “Nemo propheta in patria”. Prendiamo il Nerello Mascalese: più conosciuto altrove che in terra natìa: guardate la carta di un ristorante medio italiano. Eppure in America va alla grande, come mi conferma Giammario Villa di Vinomatica che si occupa di importazione e promozione del vino italiano. “Mi limito a parlare della California:  negli ultimi 5 anni abbiamo visto sicuramente un’apertura importante su Etna, Marche Bianco (Pecorino e Passerina più che Verdicchio), autoctoni più classici come il Soave, Gavi, Prosecco – non dimentichiamoci che la Glera è un autoctono su cui 20 anni fa avrebbero scommesso in pochi, ndr –ma anche nuovi performanti come i vini liguri (Pigato e Vermentino). E poi Taurasi, Primitivo di Manduria o un tradizionale Langhe ma anche abbiamo nuovi emergenti come Valle d’Aosta (Fumin, Petite Arvine), vini vulcanici della Campania (Ischia, Vesuvio, etc) o vini delle alpi come Valtellina o vini a base Spanna del nord Piemonte. E poi classici del Friuli (Friulano in particolare) o della Emilia Romagna (Lambrusco secco o metodo classico, Romagna Sangiovese o tra i “nuovi” Burson da uve Longanesi”.

Quello sopra è un elenco degli autoctoni che stanno destando attenzione, un elenco magari anche un po’ lungo: ed è solo una piccola parte di quelli che possiede l’Italia.

Mi concentro nello specifico sull’Etna, dove l’acquisizione da parte di Giovanni Rosso di una decina d’ettari di vitati ha fatto accendere anche i riflettori della stampa italiana: un barolista che compra su un vulcano non è cosa da tutti i giorni. La stampa estera tiene sott’occhio la zona da lungo tempo: Eric Asimov, penna enologica del NY Times, scrive già nel 2012 un’importante e denso articolo sull’Etna e il Nerello Mascalese.

Se consideriamo la stampa estera, USA in particolare, come antesignana dei trend di mercato, l’attuale attenzione sugli autoctoni lascia bene sperare. Nel frattempo, speriamo che l’Italia arrivi preparata: con una sempre maggiore padronanza della lingua del commercio (sia essa inglese o cinese) e dei social, con un Master of Wine e, soprattutto, con la giusta autostima.

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Dino Briglio Nigro e Antonello Canonico

La Calabria enoica sta raccogliendo quello che merita? Se vogliamo fermarci solo  agli esiti delle principali guide di settore si nota una certa costipazione nel concedere riconoscimenti, eccetto che per Vini Buoni d’Italia che in questo senso è sicuramente più generosa. Eppure c’è grande fermento in tutta la regione ed è indubbio che nel corso degli ultimi anni la qualità del vino calabrese sia cresciuta in maniera esponenziale. Tra gli esempi più folgoranti,  si perdoni il ricorso all’enfasi, c’è la cantina L’Acino Vini a San Marco Argentano in provincia di Cosenza, siamo nella Piana di Sibari, tra lo Jonio e il Tirreno, tra il Pollino e la Sila. Chora Bianco (Mantonico, Guarnaccia bianca, Greco), Chora Rosso (Magliocco, Guarnaccia nera e Greco nero), il macerato MantonicOZ (Mantonico 100%), Toccomagliocco (Magliocco 100%.), senza dimenticare il nuovo nato Asor  un rosè  da uve Magliocco 100%, sono vini che non lasciano indifferenti. Per saperne di più e anche per parlare di vini calabresi andando oltre la retorica degli antichi fasti della Magna Grecia, ho rivolto qualche domanda a Dino Briglio Nigro, che assieme a Antonello Canonico e Emilio Di Cianni gestisce la Società Agricola L’Acino.

Mantonico a 600 metri di altitudine sul Pollino per il MantonicOZ

Dino, dimmi tutto de L’Acino Vini, chi siete, cosa portate e quanti siete, giuro che poi non ti chiedo un fiorino

Siamo tre soci, facevamo altro nella vita fino al 2006.

La prima vendemmia è stata il 2007, e ci siamo lanciati in questa attività senza fare o commissionare business plan, siamo sempre stati poco “calcolatori”, per formazione e per indole, e non dico che questo sia un pregio.

Pensavamo che potesse esserci altri rispetto al panorama dei vini della provincia di Cosenza, non per forza dei vini migliori ma certamente diversi, bisogna dire che ne 2007 c’era davvero poco in provincia di Cosenza, poi più o meno in contemporanea con la nostra cantina ne nascono tante, in genere piccole ma a volte con la profusione di mezzi ingenti, o comunque  con mezzi finanziari ben più cospicui dei nostri ( e ci vuole poco ).

Attualmente in provincia di Cosenza saranno più di 60 le aziende vitivinicole che imbottigliano.

Senza scomodare la Questione Meridionale ma, anzi, restando sul prosaico, sono arrivato in Calabria un po’ prevenuto, salvo per poi rendermi conto che su alcuni aspetti, legati alla progettualità in ambito enogastronomico ad esempio, siete molto forti, anzi direi avanti. Ho come l’impressione però che voi calabresi facciate un po’ fatica a godere delle vostre meraviglie e a valorizzarle, mi sbaglio?

In Calabria dici che siamo avanti o forse siamo, in maniera sana, arretrati, come ibernati , in alcuni territori in particolare fermi a qualche decennio fa.

 Il “progresso” non è sempre positivo, quando è voluto essere improvviso e calato dall’alto, ha creato danni enormi, si potrebbe fare un viaggio anche solo per vedere la fabbrica- mostro sul mare, bellissimo in tutta la zona, della Liquichimica di Saline Joniche, con annesso porticciolo, mai entrata in funzione, magari andarci anche per vedere le distese di bergamotti nelle fiumare o le icone nelle chiesette bizantine.

La mia impressione è che ci sia un regresso economico ed anche culturale, lento e continuo, certamente è tutta l’ Italia ad essere da qualche anno sempre meno una Nazione dinamica e in decadenza, la Calabria però è stata una regione dinamica, ed in parte lo è, più di quanto si pensi, in posti impensati trovi esempi di “ archeologia industriale”, aziende che hanno funzionato davvero, fondate coi soldi di imprenditori e non dello Stato, appena esci dalla Basilicata il Pastificio D’ Alessandro a Mormanno, piccolo paese del Pollino, chiuso nel 1980, per andare più indietro nel tempo il militante anarchico Bruno Misefari, geologo, fondò negli anni Venti una “ Società Vetraria Calabrese” con caratteri innovativi, fu arrestato e inviato al confino e la fabbrica chiuse dopo pochi anni, tra gli anni Venti e Trenta funzionò, per dieci anni, a Locri una fabbrica metalmeccanica che fabbricò alcune parti del Transatlantico Rex e poi motociclette, chiuse dopo dieci anni.

Il fondatore su arrestato per reati finanziari e poi definitivamente assolto da ogni accusa, ma intanto la fabbrica, con 200 operai era chiusa.

 Cito a caso entità “recenti” per evitare un pianto neobornonico, che ha pure elementi di verità.

Trovo fastidioso, anche quando si parla di vino, non trovare di meglio che citare un passato lontano, quello della Magna Grecia, come se poi non fosse esistito altro.

C’erano cantina che a fine Ottocento o distribuivano i loro vini in altri posti in Italia, li esportavano in America, produttori che inviavano i loro vini all’ Expo di Parigi .

 Tutto questo è stato spazzato via, dalla modernità…dalle banche o da altro…

E’ rimasto un tessuto vitale, anche e soprattutto in campo agricolo, ma è l’ infinitamente piccolo, le microproduzioni, che è difficile si possano fare arriva a centinaia di chilometri dal luogo di produzione, se parliamo di cose che hai mangiato in qualche giorno di vacanza.

 Definiamo cosa è o non è artigianale, non c’è gourmet che a Natale non compri ad un prezzo importante un panettone artigianale, qualche giorno fa leggevo di una protesta di Fiasconaro, che minaccia, denunciando la burocrazia del proprio comune delle Madonie, di trasferire la propria attività in Piemonte, leggo di un milione di panettoni prodotti e di 120 dipendenti, mi chiedo se i suoi panettoni, ottimi tra l’altro, possano definirsi artigianali.

 Il vino rispetto ad altri prodotti, da consumare freschi o più difficili da fare viaggiare, anche se di produzioni limitate, può circolare, altre cose vanno consumare in Calabria.

Mi sembra grottesco in qualche fiera di vini naturali, trovare il banchetto in cui qualcuno porta pagnotte, proponendo un salto indietro nel tempo, facendo assaggiare un pane fatto con il lievito madre come qualcosa di mistico.

In provincia di Cosenza, su 155 comuni, saranno 50 i forni che fanno in pane con il lievito madre ( una minoranza comunque ) e restano 10 o 15 mulini che macinano a pietra, mangiare del pane buono e pagarlo al massimo 3 euro al chilo è la normalità.

MantonicOZ 2011

 Come sai vivo non lontano da una terra che ha grande tradizione per i macerati, vini non facilissimi e che spesso hanno la tendenza ad essere un po’ tutti uguali, salvo poi bere le bottiglie di Skerlj, Skerk,  Zidarich, Gravner,  Radikon  e Podversic,  in grado di farti innamorare perdutamente di questa tipologia. Gioia di bere e vitalità che ho ritrovato anche nel vostro Montonicoz 2011, uno dei macerati più buoni che mi sia capitato di assaggiare negli ultimi tempi. Raccontami di lui, da dove arriva l’idea di fare un vino così?

Citi i nomi di produttori di vini che amiamo molto, non sono mai stati per noi modelli da imitare, semplicemente perché non abbiamo modelli, purtroppo.

Mi spiego meglio, abbiamo iniziato a vinificare quel Mantonico il 2008, c’erano un altro paio di esempi  di vino da Mantonico in purezza in Calabria, ma molto diversi, per via dell’ altitudine, del clone di Mantonico e molto altro.

Abbiamo iniziato con grande curiosità e anche grandi aspettative, un po’ di anni prima Veronelli aveva scritto grandi cose su questo vitigno, aveva raccomandato ai produttori italiani di piantarlo per fermare l’ avanzata dello Chardonnay in tutta Italia, probabilmente se ne erano già dimenticati quasi tutti di questi articoli, Veronelli è diventato per molti l’ icona, da citare per un paio di frasi ad effetto.

 Dietro il Mantonicoz non c’è il protocollo di un enologo, c’è la voglia di sperimentare, per questo in una futura piccola verticale troverai delle piccole differenze tra un ‘ annata e l’ altra, del resto è un lavoro in cui non  può esistere la  ” serialità ” dell’ industria.

 Speravamo in un vino decisamente longevo, cosa che sosteneva Veronelli, ma il principale obiettivo è sempre stato un vino sano, autentico, diverso dagli altri.

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di Irene Graziotto

Un evento, quello del Soave Versus, che ha saputo affinare la propria formula, diventando appuntamento di successo, soprattutto nella capacità di avvicinare il grande pubblico al  vino bianco veronese con ben 4 mila presenze registrate.
Tre giorni al Palazzo della Gran Guardia che grazie alla sua posizione centrale riesce a catturare non solo enoappassionati locali ma anche turisti che sono in città e che, al prezzo di 15 euro, si concedono una giornata di assaggio. Girando fra i banchetti sono tanti gli accenti stranieri che si sentono, per lo più anglofoni, ma anche qualche tedesco e qualche asiatico.
Capita infatti che a vincere il contest #SoaveForYou lanciato da Ais su Instagram sia una coppia americana di San Diego confermando così la vitalità del Soave anche sui social grazie ai quali si sta avvicinando al pubblico dei Millennials – caso più unico che raro di denominazione in Italia che abbia intrapreso un intenso percorso di promozione in tal direzione.
La formula funziona grazie anche al connubio gastronomico, con la presenza di grandi firme della cucina oltre a volti noti della televisione, da Giancarlo Perbellini a Debora Vena, da Renato Bosco a Francesca Marsetti a Alessandro Scorsone.
Stimoli interessanti sono arrivati dall’incontro di apertura sul  valore del territorio per il Soave. E se da un lato l’onorevole Massimo Fiorio, vicepresidente della Commissione Agricoltura della Camera dei deputati, sottolinea come nel Testo Unico il primo articolo tratti di territorio e il secondo di autoctoni, Luciano Ferraro del Corriere della Sera porta l’attenzione sui piccoli vignaioli, gli “angeli matti” come li definiva Veronelli, e la necessità di tutelarli. (L’intero intervento di Ferraro si può vedere a questo link).

Begli assaggi, temperature di servizio ottime pur con il caldo ancora importante e il grande afflusso di gente; fattori non secondari per la riuscita di un evento, e qui un plauso va a tutto il personale che ha lavorato per la riuscita della manifestazione. Non ultima, sopresa tra le soprese, anche la capacità dei vignaioli di gestire la freschezza anche in un’annata calda come la 2015.
Nel frattempo, il Consorzio ha fatto il punto della situazione sulla vendemmia imminente.
L’annata 2016 si distingue per l’assenza di fenomeni grandinigeni, l’elevata sanità delle uve, l’equilibrio vegetativo delle viti, le produzioni non esuberanti, un quadro compositivo delle uve nella media delle ultime annate per zuccheri e acidità, ma con ottime opportunità qualitative per gli altri componenti.
Il quadro analitico delle uve in vinificazione ci porta ad attendere vini più “classici” e quindi probabilmente più sapidi e floreali. In tale quadro stagionale si è inserita la decisione del Consorzio, condivisa dal consiglio e dalla base sociale, di limitare le rese per il Soave ed il Soave Classico, a tutela del valore oggi percepito della produzione.
Ad oggi la denominazione conta 5.600 ettari di vigneto di cui 4.400 a Soave DOC e 1.200 a Soave Classico per un totale di 430.000 ettolitri di vino a fronte di circa 55 milioni di bottiglie che racconteranno in tutto il mondo la qualità di questa annata.

A seguire l’andamento vegetativo in dettaglio: l’inverno 2015/2016 non è stato particolarmente ricco di piogge, escluso il mese di febbraio, con temperature al di sopra della media storica. La stagione ha fatto registrare un avvio ottimale della fase vegetativa per la garganega, il vitigno a madre del Soave, con un germogliamento in anticipo di qualche giorno. Anche nel mese di maggio la situazione meteorologica si è mantenuta ottimale. La fioritura in giugno ha invece risentito delle temperature al di sotto della media e dell’elevata piovosità nei primi 15 giorni del mese, causando acinellature che hanno influenzato la conformazione dei futuri grappoli. Dal punto di vista sanitario alcuni areali hanno presentato problemi di oidio e peronospora, superati però con l’andamento del mese di luglio che è stato caratterizzato da temperature non eccessivamente elevate, ma anche da un’assenza completa di piogge. Le precipitazioni si sono manifestate con buona regolarità dai primi di agosto, accompagnando il vigneto verso una maturazione completa e ottimale.
L’annata 2016 si potrebbe definire come una sintesi delle due stagioni che l’hanno preceduta: da un lato l’ottimale gestione delle emergenze sanitarie, con trattamenti quasi ai limiti storici, sulla scia di quanto fatto nel 2015; dall’altro le abbondanti piogge di giugno e di agosto che hanno agevolato la normale attività fotosintetica e vegetativa della garganega.
Ottime anche le escursioni termiche tra il giorno e la notte, nel periodo finale di maturazione della garganega, che favoriscono la formazione di interessanti bouquet floreali.

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