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28235423_10213406732716468_5342466980977447249_oSul treno metropolitano che da Torino Porta Susa arriva a Fossano, a ogni fermata, sale varia umanità. Dal finestrino scorrono la periferia, terra di tutti e terra di nessuno, e quell’ambiente antropizzato e industriale che ha definitivamente cancellato il paesaggio rurale. Più che il Piemonte sognato in “Paesi tuoi”, o ne “La luna e i falò di Pavese, viene in mente lo sguardo rassegnato di Giorgio Bocca che racconta, nel film documentario di Paolo Casalis “Langhe Doc”, come “Nel breve spazio della sua lunga vita” l’Italia fosse cambiata in maniera spaventosa. Bocca ci ricorda come le Langhe, universalmente riconosciute come uno dei luoghi più belli d’Italia, rischiassero di diventare a causa dell’urbanizzazione, della cementificazione ma anche del progressivo abbandono dei mestieri meno redditizi, l’ennesimo tassello dell’”Italia dei capannoni”.  Arrivato a Savigliano, comunque non molto distanti dalle Langhe, questa sensazione si fa sempre più forte. Volgendo un rapido sguardo al paese operaio, dove si costruiscono i treni per l’alta velocità, la paura, per chi, colpevolmente come me, non è venuto spesso da queste parti, è di non ritrovare più i propri miti. Poi, fortunatamente, davanti al piazzale della stazione arriva il dolce sorriso di Vanina Carta, giovane presidentessa del Consorzio dei Vini Doc Colline saluzzesi, a rinfrancarmi.  Vanina, oltre che compagna di vita di Michele Antonio Fino, mitico professore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, è anche titolare di quella bellissima realtà che è l’azienda agricola Cascina Melognis, micro cantina situata sulle colline di Revello. Percorrendo in macchina il breve tratto di strada che da Savigliano porta a Saluzzo, l’appassionato racconto che mi fa Vanina della sua terra e dei prossimi progetti della piccola ma combattiva Doc, accompagnati a un paesaggio via via più consono al Piemonte sognato, inizia a rincuorarmi. Qui la prima sorpresa: nonostante la Doc abbia poco più di vent’anni, i vitigni autoctoni delle Colline Saluzzesi come Quagliano, Chatus, Pelaverga erano già diffusi addirittura prima del marchesato di Saluzzo e quindi sono tra i più antichi del Piemonte.

Alberto Dellacroce e Vanina Carta

Alberto Dellacroce e Vanina Carta

Il progetto vino Colline Saluzzesi, mi dice Vanina, è parte integrante del più ampio progetto “MOVE”. Move è l’acronimo di Monviso and Occitan Valleys of Europe ed è stato scelto anche per il suo significato inglese, movimento, che esprime bene la volontà di muoversi che ha unito insieme le Valli che si sentono collegate al profilo inconfondibile del Monviso (Stura, Grana, Maira, Po, Varaita) e la pianura Saluzzese che ne fornisce lo sbocco naturale. L’obiettivo è quello di presentare ai turisti l’ambito territoriale delle terre del Monviso nel suo complesso, un contesto unico, caratterizzato da un patrimonio culturale straordinario, un ambiente montano incontaminato, una produzione agroalimentare di eccellenza.  Proprio per valorizzare appieno il comparto agroalimentare è stato realizzato l’Atlante dei sapori del Monviso. Oltre 100 pagine di ricette, prodotti e produttori scrupolosamente censiti dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Oltre 80 prodotti, suddivisi in 7 categorie. Materie prime e dei cibi caratteristici del territorio compreso tra le Valli Stura, Grana, Maira, Varaita, Po, Infernotto-Bronda e la Pianura del Saluzzese. Carne, pesce e salumi, formaggi, frutta, ortaggi, funghi, tartufi, spezie, miele e dolci, specialità alimentari, birre, liquori piante officinali e naturalmente il vino.

 

Colline Saluzzesi – Un po’ di storia

La storia della viticoltura del Saluzzese risale a tempi antichissimi. Alle recenti esplorazioni dell’Università di Torino, tuttora in corso, si deve, infatti, la straordinaria scoperta a Castigliole Saluzzo di una villa rustica di età romana. Questo complesso produttivo, una vera e propria azienda agricola di età imperiale, attiva tra il I e il III secolo d. C., ospitò anche un impianto vinicolo, il primo noto in Piemonte per questa epoca. La viticoltura ha sempre occupato un ruolo importante nella cultura del Saluzzese, infatti, fu anche per favorire gli scambi commerciali che il Marchese di Saluzzo Ludovico II fece sistemare, all’inizio del Cinquecento, le strade delle vallate e fece aprire il cosiddetto Buco di Viso per esportare il vino nel Delfinato e importare il sale lungo quella che poi prese il nome di Via del Sale. L’area di produzione comprende il territorio di numerosi comuni del Saluzzese ed è particolarmente favorita dal punto di vista climatico, ciò ha permesso che, nonostante la forte concorrenza delle colture frutticole particolarmente sviluppate in questa zona, alcuni vigneti potessero essere conservati. Il vitigno Pelaverga, documentato fin dai tempi dei romani, fu apprezzato in particolare dal Papa Giulio II cui veniva inviato il vino dalla marchesa Margherita di Foix, come annotato da Giovanni Andrea del Castellar nel suo Charneto. Tale vitigno è presente soprattutto in Valle Bronda, mentre la coltivazione del Quagliano, anch’esso vitigno autoctono della zona e documentato per la prima volta nei bandi campestri della città di Busca pubblicati nel 1721, è localizzata soprattutto lungo la dorsale collinare che da Saluzzo arriva fino a Busca e in particolare a Costigliole Saluzzo. L’uva del Quagliano è caratterizzata da ottime qualità organolettiche e per questo spesso viene consumata anche come uva da tavola.

I produttori del Consorzio Colline Saluzzesi.

I produttori del Consorzio Colline Saluzzesi.

 Colline Saluzzesi – Il Vino

Oggi, nel Saluzzese, pur restando marginale dal punto di vista economico, la viticoltura rappresenta l’unica alternativa alla perdita dei vitigni che ancora resistono all’estinzione come il Pelaverga, lo Chatus, la Neretta cuneese, e altre varietà più rare, come il Gouais blanc e lo Chasselais, recuperate nelle fasce montane delle valli attorno al Saluzzese (Maira e Stura) da Alessandro Reyneri di Lagnasco e faticosamente fatte rivivere nella tenuta Vigna San Carlo a Saluzzo. Alle Colline Saluzzesi afferisce una ricchezza di espressioni e di caratteri spiccatamente montani, che rimanda alla grande famiglia della viticoltura alpina, a cui appartengono noti terroir di Valle d’Aosta e Trentino e Alto Adige, dove operano piccoli produttori che ancora mantengono saldo il rapporto con la terra e vinificano in un contesto di microproduzione che garantisce la filiera vigna-bottiglia.

 

Colline Saluzzesi – gli assaggi

Colline Saluzzesi Doc Pelaverga. Chiamato Cari (nel Chierese) e un tempo anche Uva coussa, ovvero “uva delle zucche” (nell’Astigiano), non va confuso con il Pelaverga piccolo coltivato nei dintorni di Verduno, che è un vitigno diverso, né con il Peilavert canavesano e biellese (sulle colline di Salussola e Cavaglià), che corrisponde al Neretto duro. Oggi il Pelaverga  si trova esclusivamente nel Saluzzese (Saluzzo e Valle Bronda) e nel Chierese. Ho assaggiato 4 espressioni di Pelaverga annata 2016, accomunate tutte da delicate note floreali e da una gradevolissima speziatura. Se il “Divicaroli” di Cascina Melognis è uno straordinario e inusuale vino da aperitivo, il Pelaverga della Soc. Agr. Produttori Pelaverga Castellar risente della magia del luogo di origine, la collina di Castellar ed è uno di quei vini che non ti scordi più.

Vini rossi (base Barbera) e Colline Saluzzesi Doc Barbera. Ho trovato estremamente piacevoli sia il Vino Rosso “Barbera” dell’Az. Agr. Serena Giordanino 2016 sia la Colline Saluzzesi Doc Barbera  dei Produttori Pelaverga Castellar 2016. Naturalmente il paragone con la Barbera d’Asti è inopportuno quanto meno inutile, Piemonte sì, ma zone diverse. Questa Barbera del Saluzzese mi è sembrata delicata, di estrema bevibilità.

28423086_10213406691555439_4989267391390999180_oColline Saluzzesi Doc Rosso si ottiene da uve provenienti dai seguenti vitigni: Barbera, Chatus, Nebbiolo, Pelaverga, per il 60% da soli o congiuntamente e 40% Vitigni a bacca nera idonei alla coltivazione nella regione Piemonte.  Mi hanno colpito in particolare l’Ardy” 2015 di Cascina Melognis da uve Barbera e Chatus, con maturazione in barriques di terzo/quarto passaggio per 18 mesi e affinamento in bottiglia di almeno 4-6 mesi e “Pensiero” dei Produttori Pelaverga Castellar 2013. Nel nome di questo vino è già racchiusa tutta la sua essenza e fascino che poi si riscontra anche all’assaggio. Il pensiero è  strettamente legato a un appezzamento di terreno particolarmente difficile da coltivare per l’estrema pendenza che lo caratterizza. Questa difficoltà di raggiungimento da parte dei mezzi agricoli non ha per nulla ostacolato l’idea di realizzare un vigneto che, dopo anni di preparazione, ha iniziato a dare i suoi buoni frutti. Si tratta, infatti, della vigna, strutturata a gradoni, più elevata nel Comune di Castellar, situata a un’altitudine superiore ai 500 mt. Con esposizione a sud-ovest. Questo vino che è il risultato di un assemblaggio di due vitigni autoctoni: la Barbera (60%) e lo Chatus (40%).

Colline Saluzzesi Doc Chatus. Lo Chatus, a seconda della zona di diffusione, è chiamato in modo differente: Nebbiolo di Dronero, Bourgnin, Neretto, Brunetta e Scarlattin, Brachet ma “Chatus” è la sua denominazione corretta e registrata all’Anagrafe Vitivinicola Nazionale. In Piemonte le sue uve servono a conferire corpo e struttura nei tagli o negli uvaggi locali, ma ho avuto la fortuna di assaggiarlo in purezza e in due annate differenti grazie alla Soc- Agr. Tomatis Dario & Figli, “Neirantich” 2016 e 2013.  È stato amore a prima vista, anzi a primo sorso.

Colline Saluzzesi Doc Quagliano. Il Quagliano è un vitigno raro, di origini antichissime, si può produrre secco, spumante e da mosti parzialmente fermentati, questi ultimi ottenuti attraverso l’arresto della fermentazione quando il tenore zuccherino è ancora elevato. Nella versione da dessert (spumanti e MPF) diventa imbattibile vino per l’abbinamento con panettoni,  colombe e focacce dolci. Il Quagliano 2017 di Giampiero Fornero e 2016 di Serena Giordanino sono vini che, se non stai attento, fanno perdere l’aplomb.

In conclusione, l’impressione generale che se ne ricava è di una Doc in grande movimento con un lavoro di prospettiva molto interessante e  che merita, non solo da parte degli addetti ai lavori ovviamente,  tutte le attenzioni e gli approfondimenti possibili.   Oltre ai produttori sopra citati è doverosa anche una menzione per Casa Vinicola F.lli Casetta, Vigna Santa Caterina, Azienda Agricola Emidio Maero, Azienda Agricola Vigna San Carlo, Azienda Agricola Paolo Bonatesta, Azienda Agricola Bric Piu.  Vanina Carta dice che “La nostra è una realtà di nicchia e bisogna puntare su un consumatore che cerca le particolarità enologiche. Questa è proprio l’ultima tendenza del mercato: quindi è il momento”, ne sono convintissimo anch’io, è proprio il vostro momento produttori del Consorzio di Tutela Colline Saluzzesi.

Per ulteriori approfondimenti http://www.visitmove.it/

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I vigneti di Contrà Soarda

I vigneti di Contrà Soarda

L’essenza del viaggio stampa a Breganze per la Prima del Torcolato è racchiusa nel tinello della casa -cantina di Firmino Miotti. Sua moglie Pina ha preparato per cena una minestra di fagioli, cotechino e polenta, naturalmente prima di iniziare, come nella migliore tradizione vicentina, Franca, figlia di Firmino e cantiniera di famiglia, ha tirato fuori dal cilindro una sopressa con i fiocchi.  Ad accompagnare questo cibo antico, ma senza tempo, gli autoctoni dimenticati: groppello, gruaio, pedevendo, marzemina bianca. I vignaioli, a turno, con una sorta di timida fierezza parlano del loro vino, la storia della loro famiglia. Grazie anche ai racconti di Firmino veniamo proiettati in un mondo arcaico, che sembrerebbe rimasto intatto se non fosse per qualche sguardo a quel maledetto smartphone, feticcio ingombrante che ti riporta alla realtà. Quel paio di ore passate a casa di Firmino resteranno indimenticabili, proprio perché raccontano la storia di tutti, indigeni e forestieri, raccontano del nostro passato, di una cultura contadina con la sua sacralità, i suoi miti, che sono una sorta di patrimonio genetico che non dobbiamo disperdere mai, per nulla al mondo, pena l’estinzione. Certo il luogo Breganze aiuta a immedesimarsi, mantiene ancora intatto il suo paesaggio rurale, dolci colline e declivi e vigneti, dove il ritmo può essere ancora lento, un luogo dell’anima.

Il Territorio in breve

Breganze si estende in una striscia di terra collinare, venti chilometri in tutto, fra i fiumi Astico e Brenta. Un paesaggio che, nonostante l’urbanizzazione, ha salvato le splendide Ville Venete e incantevoli borghi come Bassano del Grappa, Schio, Thiene, Marostica. Breganze è famosa per le sue numerose Colombare (torri colombaie), costruzioni tipiche del paesaggio rurale fin dal medioevo, legate in particolare ai regimi feudali, che si servivano dell’allevamento dei columbidi per diversi scopi, dall’impiego in agricoltura alla difesa. Senza dimenticare, ovviamente, i prodotti dell’enogastronomia del territorio riconosciuti a livello europeo: il formaggio Asiago Dop, la sopressa vicentina Dop, l’asparago bianco di Bassano Dop, la ciliegia di Marostica Igp, il mais Marano e piatti prelibati come il bacalà alla vicentina, il toresan (colombo) allo spiedo o i bigoi co’ l’arna.

I produttori del consorzio Breganze Doc

I produttori del consorzio Breganze Doc

Vespaiola, introduzione al vitigno autoctono di Breganze

Il vitigno autoctono per eccellenza di Breganze è la vespaiola, uva a bacca bianca coltivata esclusivamente nella zona D.O.C. Breganze. È una varietà di uva che ha un ciclo vegetativo molto lungo e che matura abbastanza tardi. Ha bisogno di una potatura lunga, poiché i germogli che escono dalle prime gemme non sono fertili e i grappoli sono piccoli.  Il nome vespaiola deriva dal fatto che l’uva esercita un’attrazione particolarissima sulle vespe, sedotte dal suo profumo e dall’alto contenuto in zuccheri del mosto. Alla fine di settembre quando i grappoli diventano gialli e dorati l’uva viene vendemmiata. Il Breganze D.O.C. Vespaiolo, almeno per quanto ho potuto assaggiare, non è vino da lasciare per troppo tempo in cantina, dà il meglio di se entro due anni dalla vendemmia, naturalmente qualche eccezione esiste.  Il disciplinare ne prevede anche la spumantizzazione secondo il metodo Charmat/Martinotti e ovviamente Metodo Classico ma è nella versione ferma che la vespaiola esprime in tutta la sua esuberanza mentre per la magnificenza dobbiamo cercarne la versione dolce o botritizzata del Torcolato. Grazie alla sua naturale spiccata acidità si sposa a meraviglia con i grandi piatti della cucina vicentina come il bacalà e l’asparago bianco di Bassano D.O.P. Nella pedemontana vicentina su un totale di 600 ha vitati 60 circa vengono coltivati a vespaiola. Nel 2016 sono state prodotte circa 310.000 bottiglie di Breganze D.O.C. Vespaiolo di cui 180.000 Vespaiolo fermo, 80.000 Vespaiolo Spumante e circa 50.000 di Torcolato. Ah, dimenticavo, i produttori di Breganze discendono direttamente da Gaetano Bresci, nel senso che sono votati all’anarchia, 12 versioni di Vespaiolo assaggiate e quasi tutte diverse, vitalità e libertà, bravi.

 26961608_10213105049894586_8265131200416598020_oIl Torcolato

Indubbiamente il vino più famoso di Breganze. Il dolce non dolce di Veronelli, celebrato fin dal seicento da letterati, storici e appassionati di enogastronomia, è un vino che è sintesi di modernità e tradizione, che ha saputo conquistare un’importante nicchia di mercato nazionale e internazionale, donando lustro e prestigio alla Denominazione d’Origine Controllata “Breganze”. I grappoli di vespaiola più belli, sani e spargoli vengono vendemmiati separatamente e riposti, attorcigliati (“torcolati”, nel dialetto locale) a una corda, appesi a travi di legno, nelle soffitte ben aerate delle case contadine nelle colline breganzesi, in modo da scongiurare la possibilità che possano ammuffire, dove rimangono ad appassire per circa quattro mesi fino al gennaio successivo. Durante questo periodo gli acini perdono gran parte dell’acqua contenuta, favorendo un’elevata concentrazione degli zuccheri. È il momento di torchiarli, ed è proprio questa pratica a dare nome al vino: Torcolato significa, infatti, torchiato. Ciò non implica, però, che l’uva venga strizzata sino all’ultima goccia di succo, come il termine torchiatura può lasciare intendere. Vuol dire, meno drammaticamente, separare, ma sofficemente, il mosto dalle bucce e dai vinaccioli, in modo che questi non trasmettano sostanze tanniche al vino. Dopo una lenta fermentazione il vino riposa in piccole botti anche per più di due anni e, comunque, non può essere immesso al consumo prima del 31 dicembre dell’anno successivo alla vendemmia. Fausto Maculan, protagonista del lancio di Breganze nel mondo e protagonista del “Rinascimento” del vino italiano negli anni Ottanta del secolo scorso, assieme alle figlie Angela e Maria Vittoria, solo nelle annate che lo consentono, ne fa anche una straordinaria versione muffata, l’Acininobili. La scelta degli acini attaccati da Botritis cinerea è maniacale, due anni di affinamento in barriques nuova di Allier e sei mesi in bottiglia.

I vini della degustazione Autoctoni dimenticati

I vini della degustazione Autoctoni dimenticati

 Gli assaggi migliori

La mia, davvero, non vuole essere captatio benevolentiae ma tutti i vignaioli breganzesi hanno presentato in questo viaggio stampa, chi per un motivo, chi per un altro, vini importanti, in alcuni casi delle vere e proprie perle enologiche. Le sessioni di degustazione sono state divise in aree tematiche. Per la Vespaiola, introduzione al vitigno autoctono di Breganze, ricordo con grande piacere il Vespaiolo 2016 di Azienda Agricola Cà Biasi di Innocente Dalla Valle, il Vespaio 2016 di IoMazzucato e il Vespaiolo Soarda 2016 di Vignaioli Contrà Soarda di Mirco Gottardi. Più immediati i primi due, più ricercato il Soarda, due modi diversi di intendere la vespaiola ma altrettanto efficaci. La DOC Breganze ha un’enclave nelle colline a ridosso di Bassano del Grappa, ai piedi dell’Altopiano di Asiago. Parliamo di veri e propri cru, dove, più degli autoctoni, sono i vitigni internazionali a esprimersi in maniera sublime. Per la degustazione Passaggio A Nordest le colline del cru Bassano, cito l’Angarano Bianco 2016 di Villa Angarano e il Vignasilan 2013 di Contrà Soarda, entrambi da vespaiola in purezza, entrambi vini di assoluta classe e profondità.  Come dimenticare poi Il Cavallare 2012 di Vigneto Due Santi di Stefano e Adriano Zonta (in questa annata da un blend 50% merlot e 50% cabernet franc). Ho scambiato quattro chiacchere a fine degustazione con Stefano, vignaiolo di grande umiltà e sensibilità, non è enologo, né agronomo, un giorno è stato folgorato dai profumi della vendemmia, una vocazione laica improvvisa. Per la serie ragazzi guardate che qui non siamo in Borgogna ma a Bassano, due perle assolute, il Vignacorejo 2008 pinot nero di Vignaioli Contrà Soarda e il Cà Michiel 2012 da uve chardonnay in purezza di Villa Angarano. Poiché non siamo nemmeno a Bordeaux, Villa Angarano tira fuori un Quare di Angarano 2008, 100% cabernet sauvignon, giusto per mettere in difficoltà chi degusta. Per non variare sul tema la degustazione I Bordolesi a Breganze, storia di un’acclimatizzazione, ha messo a confronto in un’interessante verticale il cabernet Breganze Doc riserva “Kilò” di Cantina Beato Bartolomeo nelle annate 2013, 2008, 2003 e 1998 e il Crosara di Maculan 100% merlot nelle annate 2013, 2007, 2005 e 2004. Naturalmente parliamo di due vini dal peso specifico diverso, il Crosara è un grande merlot italiano che ha trovato nell’assaggio dell’annata 2004 il suo stato di grazia. Sorprendente ancora per potenza, visto che parliamo di un vino di vent’anni, è stato il Kilò 1998, considerando poi il prezzo base da cui parte, c’è da rimanere scioccati in senso positivo ovviamente. La degustazione Autoctoni dimenticati è stata l’apoteosi proprio perché ha presentato vini inaspettati e buonissimi: il Pedevendo 2015 da uve pedevenda in purezza e il Fondo 53 (31% pedevenda, 31% marzemina bianca, 31% vespaiola e 7% gruaja) di Firmino Miotti, due rifermentati in bottiglia tra i più buoni che abbia mai assaggiato. Il Groppello 2016 di Col Dovigo da uve 100% groppello, un vino da avere sempre in cantina per berlo in ogni momento della giornata, e poi la Sampagna di Emilio Vitacchio da uve marzemina bianca in purezza. Uno Charmat talmente sbarazzino e piacevole da perderci la testa a un prezzo incredibile che mette in fila, senza fare nomi, bollicine identiche per tipologia molto più blasonate. Dulcis in fundo l’ (Ante) Prima del Torcolato. Anche qui tanti begli assaggi ma su tutti mi hanno colpito il Torcolato: Col Dovigo 2015, Firmino Miotti 2010 e Emilio Vitacchio 2014 dove il dolce non dolce di Veronelliana memoria ha trovato il suo equilibrio perfetto. In realtà non è finita qui, perché all’appello mancano Roberto Benazzoli (Le Vigne di Roberto) e il suo Prime Rose Metodo Classico, 90% pinot nero e 10% vespaiola, 36 mesi sui lieviti, il giusto modo per iniziare o per finire e allora  prosit dolci colline di Breganze.

Crediti:

  • Chiara Pigato – Tesi di Laurea Magistrale in Filologia Moderna Anno Accademico 2016/2017 “Virgilio Scapin e la “vicentinità” romanzi e altre storie.
  • Maurizio Veladiano, “Magnasoète”, testimoni di un mondo ormai lontano, “Il giornale di Vicenza”, 20 ottobre 1996 per il titolo dell’articolo.

Spirito guida: Virgilio Scapin, scrittore, attore e libraio.

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Gianpaolo Giradi e Italo Maffei

Gianpaolo Girardi e Italo Maffei

Domenica 21 e lunedì 22 gennaio al Montresor Hotel Tower di Bussolengo ritorna l’atteso momento d’incontro tra Agenti, Produttori e Clienti per la presentazione del catalogo 2018 di Proposta Vini. Sono tra quelli che considera distribuzioni come Proposta Vini, ma anche Teatro del Vino, Les Caves de Pyrene, giusto per fare qualche nome, indispensabili per il piccolo vignaiolo che intende diffondere in maniera capillare il proprio prodotto. Proposta Vini è un’azienda specializzata con più di trent’anni di esperienza nella selezione e commercializzazione di vini, spumanti, distillati e olii. Vista l’imminente presentazione del catalogo 2018 ne ho approfittato per rivolgere qualche domanda a Gianpaolo Girardi, patron di Proposta vini.

Gianpaolo, una domanda di prammatica ma trascendentale per noi appassionati, quali le novità per il catalogo 2018 di Proposta Vini; che vini avete scovato in giro per il mondo e, soprattutto in Italia, tu e Italo Maffei?

Le novità europee riguardano Borgogna, Rodano (anche un nuovo Champagne) e un progetto chiamato Il Circolo di Vienna* con il quale intendiamo darà visibilità ad una zona vinicola storica ma attualmente poco conosciuta. Le novità italiane sono molte e riguardano diverse regioni (Alta Langa, Colline Saluzzesi, Carema, Val Venosta, Prosecco, Aglianico del Vulture, un nuovo Vino Estremo: Tell di Faccinelli, ecc.)

Qualche settimana fa su un noto social network è stata ripresa una vecchia discussione riguardante la distribuzione del vino, in particolare il focus riguardava i vignaioli che spesso sono ostaggio dei distributori, in una sorta di regime monopolistico. Personalmente credo che distribuzioni come la vostra, Teatro del Vino, Les Caves de Pyrene, dove il comune denominatore di chi ci lavora è la passione smisurata per il vino, consentano al produttore di delegare un aspetto della sua attività, la vendita, che difficilmente sarebbe in grado di fare con la giusta cognizione di causa o che nelle migliori delle ipotesi , con gli strumenti che ha a disposizione, rischierebbe di non varcare i confini della propria città, che ne pensi?

Probabilmente c’è ancora gente che la pensa così oppure qualcuno che ha interessi diversi e cerca di far passare questo messaggio. In realtà è vero il contrario: i piccoli produttori, intendo quelli che producono attorno alle 50.000 bottiglie (e anche meno) raramente hanno le conoscenze commerciali minime per poter operare e, soprattutto, non hanno fisicamente il tempo. Tutto quello impiegato a fatturare, spedire, gestire incassi e provvigioni, fare formazione agenti, dedicare tempo ai clienti è tolto al lavoro in campagna e in cantina. Inoltre c’è (e non solo in Italia) il grande problema del rischio incassi. I produttori che si affidano a noi (alle distribuzioni serie intendo) sono presenti sul mercato in maniera capillare, senza rischio, dedicando a questo ambito tempi irrisori.

26221088_860927124081971_3973121322434458304_oGianpaolo una longa manus mi ha passato l’introduzione che hai scritto al nuovo catalogo di Proposta Vini 2018, ad un certo punto vai a toccare un argomento che ritengo attualissimo e che desta molta preoccupazione, mi riferisco alla “leggerezza professionale”, intesa come imperizia nello svolgere il proprio lavoro di molti addetti che operano nel settore dell’enogastronomia. Ci sono ancora presunti professionisti che chiamano Prosecco ogni vino con le bollicine che versano nel bicchiere si tratti di Franciacorta o Trento Doc, tanto per fare l’esempio più banale che mi viene in mente; questi atteggiamenti sono molto più comuni di quanto si possa immaginare e creano un danno enorme d’immagine non solo ai professionisti seri ma a lungo andare a tutto il comparto, sei d’accordo?

In realtà è un invito a voi giornalisti, che vi occupate di questo mondo del vino, affinché mettiate in campo tutta la vostra forza comunicativa per far sì che cambi l’approccio individuale di molti che lavorano nella ristorazione. Il cameriere, il barista, l’enotecario sono i veri ambasciatori dei prodotti di territorio e non è possibile che non si pongano il problema di riuscire a trasmettere l’oggettivo valore di un determinato vino in relazione proprio all’unicità del territorio nel quale viene prodotto. Aggiungo che non è una questione di etichetta ma solo di buon senso, rispetto ed educazione.

*Il Circolo di Vienna raccoglie una serie di vini provenienti da Austria, Germania, Polonia, repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Romania, Slovenia, Trieste, Gorizia e Ungheria.

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Helmuth Köcher e Angelo Carrillo

Helmuth Köcher e Angelo Carrillo

Come mi era già capitato di sottolineare qualche anno fa, il Merano Wine Festival più originale, spesso, vive negli eventi collaterali alla kermesse che si svolge all’interno del Kurhaus. In questo senso, anche l’edizione 2017 non ha deluso, soprattutto per il convegno Naturae&Purae “Quo Vadis, The Future is Natural?” svoltosi il 9 novembre presso i Giardini di Castel Trauttmansdorff. Il Convegno ideato da Angelo Carrillo, in collaborazione con Helmuth Köcher, ha visto confrontarsi in merito al tema su quale potrà essere la produzione sostenibile per il futuro della viticoltura, illustri personalità del mondo del vino come Attilio Scienza, Angiolino Maule, Luca D’Attoma, Hayo Loacker e Werner Morandell. È indubbio che i consumatori stiano riservando sempre maggiori attenzioni a scelte che vanno nella direzione bio e ambientalista; in quest’ottica, la crescita delle vendite dei vini bio nella GDO (+19,7%) è un dato emblematico, e tutti sono concordi nell’asserire che, per la viticoltura del futuro, la produzione debba essere sostenibile nella massima trasparenza per il consumatore ma le strade per raggiungere questo obiettivo sono molteplici e spesso apparentemente distanti tra loro. Si va dall’approccio tecnologico/scientifico delle ricerche di cisgenetica, alla “Natura padrona” dei vignaioli naturali che tendono a ridurre al minimo gli interventi dell’uomo sia nel vigneto che in cantina. Strade diverse ma con un unico obiettivo che è quello di lavorare per una viticoltura libera da trattamenti di sintesi, sana per l’ambiente e di riflesso anche per l’uomo.

Qualche giorno dopo la fine della 26esima edizione del Festival, Angelo Carillo, relativamente al Convegno Naturae&Purae “Quo Vadis, The Future is Natural?” da lui curato, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook delle interessantissime considerazioni che meritano di essere rilanciate, confidando nello sviluppo del tema per l’edizione 2018:

NATURAEETPURAEWEB-650x350…Troppe e troppo complesse sono le dinamiche interne a questo mondo che da poco ha trovato una quadratura parziale e non priva di contrasti sul tema delle denominazioni, a partire da quella di Vigna. Cionondimeno, pure in assenza, di protagonisti, il tema scottante corre sottotraccia e nel futuro verrà certamente preso di petto. Ne ho avuto numerosi riscontri. Attendiamo tempi più maturi. Sulle posizioni espresse dal Professor Scienza e, al polo opposto, da Angiolino Maule, paladino del “Vino Naturale” forse per l’ultima volta, chissà, sullo stesso ring, e non uso a caso questa parola, ho colto, invece molte più sinergie di quanto la nuda cronaca, e le reazioni a caldo, raccontino: una scienza molto meno dogmatica e asettica di quanto voglia apparire e una prosopopea “naturalistica” molto meno vaga e aleatoria di quanto si immagini, tanto da spingermi a dire che dal 9 novembre, almeno per quel che riguarda me, comincio a parlare di una scienza del vino naturale, se con questa definizione possiamo intendere una serie di misure, “misurabili e verificabili” applicate alla viticoltura e alla vinificazione del mondo del “vini naturali” quantomeno di quelli dell’associazione “VinNatur”. A testimoniare quanto le distanze tra studi di cisgenetica e tecniche di viticoltura sostenibili siano meno siderali di quanto superficialmente si possa pensare è sufficiente ricordare gli interventi di Mario Pojer e Hayo Loacker, il primo produttore di Zeroinfinito, Piwi allo stato puro e il secondo produttore di una delle aziende biodinamiche più antiche d’Italia. Entrambi consci della portata del tema sempre più dirimente della resistenza della vite alle malattie più diffuse, da un punto di vista pratico, in primo luogo, che non può certamente scartare a priori una soluzione come quella offerta dalla cisgenetica difesa con convinzione da Attilio Scienza. Si badi bene, non si parla di tecnologie transgeniche che paiono per ora e per fortuna, accantonate, a seguito della forte e giustificata opposizione che suscitano , ma quelle di interventi sul genoma della vite con materiale genetico della vite stessa senza mostruosità di ingegneria genetica. Una strada concreta per chi opera concretamente con la finalità ultima di non avvelenare ne avvelenarsi e ritrovare il passo di una viticoltura non industriale. Eppure i concorrenti si sono già ampiamente armati e al di fuori dei rassicuranti confini europei operano nella direzione indicata da Scienza. Seguirli o non seguirli? Per ora la legislazione lo impedisce. Domani chissà? Ma a ben vedere, questo è solo uno dei problemi riguardanti il futuro del vino visto nella sua dimensione produttiva. E quella del consumo e del consumatore futuro? Ecco il convitato di pietra che, con modesto successo ho provato a presentare ai relatori nel corso del convegno. Ma il consumatore cosa vuole? A sentire il concretissimo veneto Angiolino Maule la sua parabola umana e produttiva sembra già includere la risposta e il successo sulle giovani generazioni di consumatori va preso maledettamente sul serio e analizzato. La mia idea me la sono fatta ormai da più di un anno e a spiegarla ho chiamato l’esperto di cibi fermentati Carlo Nesler cui ho chiesto di riproporre l’epifania alimentare del vino, dimensione tanto negletta quanto a mio avviso importante per la ridefinizione dell’oggetto vivo vino in futuro. Così avviene in altre lande. E ciò dovrà avvenire anche in quei paesi di più antica tradizione vitivinicola (dove conservazione e reazione sono termini che spesso si confondono e sovrappongono sia nel significante che nel significato) per un vino, e questo sarà l’argomento che proveremo a sviscerare nei prossimi mesi e sarà, forse, rubando lo slogan a Slow Food, il tema Naturae&Purae 2 che sia “buono, pulito, giusto…e sano?”

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23669034_10212631776623050_5963817877843767737_oAlla domanda quali siano le denominazioni più vocate in Italia per la produzione di spumante metodo classico, la risposta, in parte scontata, sarebbe Franciacorta e Trentodoc. Di seguito verrebbero aggiunti Oltrepò Pavese, Alta Langa e i più audaci inserirebbero nella lista Lessini Durello. Calma, fermiamo le bocce. Siamo sicuri che il Lessini Durello debba essere messo così in secondo piano? Non saranno certo il milione di bottiglie prodotte attualmente dalla Doc Lessini Durello a scompaginare le economie della spumantistica italiana ma un dato e certo, da quella terra, a cavallo tra le province di Verona e Vicenza, provengono eccellenze assolute, in grado di scombinare le carte anche al degustatore più esperto. Non solo, da lì arrivano anche idee e progetti che, uniti a un sapiente marketing territoriale, potrebbero consentire a una zona collinare, a volte aspra, di fare il grande salto di qualità e diventare importante meta del turismo enogastronomico, avendo come fulcro proprio le bottiglie di metodo classico berico-scaligero. In questo senso un progetto importante è il Volcanic Wine Park che intende offrire al turista una proposta esperienziale a stretto contatto con l’ambiente, basata su qualità dei servizi, professionalità nell’accoglienza, attività ed eventi caratteristici. Il filo conduttore è esporare la natura incontaminata che le “terre dei vulcani” sono in grado di offrire. Gli itinerari tematici saranno legati alla stagionalità e proporranno workshop sui processi produttivi locali come la vendemmia o la pigiatura. All’interno del progetto, centrali saranno i momenti dedicati alla scoperta dell’enogastronomia, con banchi di assaggio e degustazioni. 23675066_10212631776303042_2732880999165957246_oA tutto ciò va aggiunto che nella Val d’Alpone c’è il più grande giacimento fossilifero del mondo. Una peculiarità questa che vede la Valle in corsa per entrare tra i siti candidati a Patrimonio UNESCO. Infatti, sotto il profilo scientifico, la Valle d’Alpone è sede di rocce vulcaniche e sedimentarie marine che racchiudono numerosi giacimenti paleontologici dell’Eocene, tra cui quelli importantissimi di Bolca. Tornado al vino possiamo affermare con certezza che La Lessinia è terra baciata dalla fortuna perché l’uva Durella è uva tosta, dalla buccia spessa, la cui spiccata acidità vede nella spumantizzazione la sua vocazione naturale, ma non solo, proprio grazie a quella spiccata acidità, il Disciplinare prevede che il metodo classico permanga sui lievi come minimo per 36 mesi, ottenendo così uno spumante di bella complessità . La denominazione del Lessini Durello ha compiuto proprio in questi giorni i suoi “primi” 30 anni.  Era il 1987, infatti, quando grazie al lavoro fatto dall’allora sindaco di Roncà, Giamberto Bochese, nacque il Consorzio di Tutela al quale aderirono inizialmente sette aziende: Cantina dei Colli Vicentini, Cantina di Montecchia, di Monteforte, di Gambellara, Fongaro, Marcato, Cecchin e proprio le ultime tre sono ancora oggi sono tra i punti di rifermento assoluti della denominazione.

 Spunti di riflessione sulla denominazione

23737563_10212631773142963_5224400340297347101_oLa denominazione prevede da disciplinare anche la produzione di Lessini Durello spumante ottenuto da metodo Charmat. Su quest’aspetto molti giornalisti presenti al recente “Durello & Friends 2017” sono stati piuttosto critici ritenendo solo la produzione di metodo classico il vero valore aggiunto della bollicina berico – scaligera. Sono abbastanza d’accordo, mi è capitato di assaggiare degli charmat che erano in tutto e per tutto simili al Prosecco, che senso ha tutto questo? Non conviene piantare direttamente Glera? 23736087_10212631787783329_4404373275526760739_oPer contro invece, alcuni produttori valorizzano appieno la Durella ottenendo degli Charmat davvero personali, mi riferisco in particolare a Nicola Dal Maso, a Cavazza, a Zambon. Resta il fatto che dopo aver assaggiato le super riserve di Gianni Tessari, Fongaro, Franchetto, Montecrocetta, Casa Cecchin, che riposano sui lieviti dai 60 agli 84 mesi, capisci che sono spumanti di livello assoluto, in grado di rivaleggiare alla cieca con i nomi più blasonati della spumantistica internazionale.

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23467069_10212578800098670_1238015261889246607_oIl vino, segno della civiltà dell’uomo, che con la sua cultura si tramanda di generazione in generazione e spesso nel mondo si lega ai nomi di grandi famiglie. L’Italia ovviamente non fa eccezione, da Nord a Sud, da Est a Ovest: storia, tradizione e stile per vini unici e inconfondibili. Non sfugge a questa regola la Famiglia Endrici; siamo in località Masetto a San Michele all’Adige in Trentino.  La cantina Endrizzi (derivazione dal dialetto di Endrici) ha più di 130 anni di storia. L’azienda venne fondata dai Fratelli Angelo e Francesco Endrici che scesero in Piana Rotaliana da Don, un piccolo paesino in Valle di Non, nel 1885 quando il Trentino faceva parte dell’allora Impero Asburgico, guidato dall’Imperatore Francesco Giuseppe. Oggi l’azienda è condotta da Paolo Endrici, da sua moglie Christine, nata a Reutlingen nei pressi di Stoccarda, e dai figli Daniele e Lisa Maria. Da Endrizzi lavora anche un gruppo di professionisti di grandissimo livello: l’enologo Vito Piffer, che collabora a stretto contatto con Tiziana Piffer e Nicola Butterini; coadiuvato dal 2008, in qualità di consulente esterno, dal grande enologo altoatesino Hartmann Donà, già responsabile della Cantina di Terlano. Alla realizzazione degli spumanti metodo classico di Endrizzi collabora invece Paolo Inama, creatore di alcuni dei più importanti spumanti di Franciacorta e TrentoDOC.

Il Gran Masetto

 Nei primi anni del 2000, la famiglia Endrizzi, che già produceva una versione tradizionale del Teroldego, intuisce tutte le potenzialità del Cru Masetto e decide di realizzare a una riserva vinificata con parziale appassimento dell’uva. I più scettici pensarono a un’imitazione dell’Amarone in territorio trentino, ma presto dovettero ricredersi, ritrovando nel bicchiere i descrittori del Teroldego senza che l’appassimento ne avesse stravolta la natura. Masetto è anche il toponimo dove sorse la cantina nel 1885. La prima annata del Teroldego Gran Masetto proposta sul mercato da Endrizzi è stata il 2003, mentre l’ultima annata in commercio è la 2012 (il 1° gennaio 2018 uscirà la 2013). L’appassimento dura circa tre mesi per una perdita del volume di circa il 30 – 35% dopodiché le uve raggiungono un loro equilibrio con un’ottimale concentrazione degli zuccheri. Un appassimento lento e a bassa temperatura che permette una disidratazione lenta e una continua maturazione fenolica. Questo processo mantiene inalterate il più possibile le caratteristiche di franchezza del vitigno. Il mosto proveniente dalle uve in appassimento subisce una fermentazione di 10 giorni e poi il prodotto prosegue l’affinamento in barriques di rovere francese per 20 mesi. Ulteriori sei mesi di bottiglia migliorano l’affinamento complessivo delle componenti strutturali.

23843598_10212662372907938_835459082707316337_nLa verticale di Gran Masetto

La degustazione ha proposto cinque annate sulle dieci prodotte, scelte secondo un criterio di varietà di andamento stagionale, questo l’ordine di servizio: 2010-2009-2007-2006 e 2005 e 2012.

 Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2010

Dopo la spiegazione dell’andamento climatico dell’annata curato da Vito Piffer, la parola passa a Paolo Endrici che dovrebbe raccontare il vino, ma Paolo ha le parole strozzate in gola per i ricordi e fa fatica a parlare; a me tutto questo fa già stare bene ma c’è anche il vino: grande frutto e struttura che lo condurranno a una sicura e importante evoluzione, iniziamo davvero alla grande.

Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2009

Vito Piffer dice che la 2009 è stata l’annata ideale per avere un vino importante in trentino, io questa cosa la sento tutta e in controtendenza con altri degustatori/giornalisti presenti ritengo che questo millesimo darà alla famiglia Endrizzi grandi soddisfazioni. Meno d’impatto il naso rispetto al 2010, leggermente più esile in bocca ma la profondità e la  prospettiva sono tutte dalla sua parte.

Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2007

Annata calda e precoce la 2007 e questa caratteristiche si sentono tutte. Il frutto è opulento, l’alcol è una presenza importante, sicuramente è meno pronto del 2009, deve ancora trovare la sua strada.

Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2006

Vito Piffer narra la 2006 come la classica annata trentina, con la vendemmia giusta ed equilibrata. Il vino in bocca è rotondo ma una leggera surmaturazione non me lo fa amare particolarmente, tanto che in questo caso un po’ si perde l’identità del vitigno.

 23415490_10212578797418603_3530784435577322486_oEndrizzi Teroldego Gran Masetto 2005

Nell’annata 2005 non perfetta, calda con un agosto piovoso l’alcol è presente ma stemperato prevale il frutto su tutto. Qui il tempo comincia a farsi sentire e nonostante anche in questo caso sia presente una leggera nota surmatura lo preferisco al 2006.

 Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2012

È l’annata attualmente in commercio, un cavallo di razza da domare, ancora qualche spigolosità ma si farà, eccome se si farà.

In fine un plauso alla famiglia Endrizzi per la scelta di aver affidato la preparazione e servizio del pranzo agli allievi della Scuola Alberghiera di Rovereto; 25 ragazzi del 4° anno sala e cucina hanno ideato, insieme al coordinatore Antonio Garofolin e sotto l’attenta guida dei loro insegnanti di cucina chef Michele Bavuso e di sala maître Pasquale Cimmino, il menu abbinato ai Trentodoc di Endrizzi: Piancastello Riserva, Piancastello Rosé e Masetto Privé, Masetto Dulcis. A chiamare gli chef stellati sono capaci tutti.

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Pare che l’undici di novembre 2017 venga acceso l’albero di Natale più alto della Sicilia, ma francamente è già dalla fine di ottobre che nei centri commerciali ha iniziato a fare capolino, se pur timidamente, la mercanzia natalizia. Ormai il Natale arriva sempre prima e di conseguenza anche la fine dell’anno con le sue classifiche e i suoi resoconti; mi adeguo quindi a questa corsa all’anticipo e propongo i 10 vini che ho amato di più nel 2017. Perché proprio 10? Credo la spiegazione abbia qualcosa a che fare con quel fatto che accade secoli orsono sul Monte Sinai, da lì in poi, ogni classifica, elenco o play list che si rispetti, è fatta seguendo quella regola aurea.

23157095_10212526405308833_1422161840358253559_o Simbiotico Villa Crespia Franciacorta Brut

Pur conoscendo bene il progetto “Simbiotico” di Michela Muratori e Francesco Iacono, ho cercato di accostarmi a questo spumante senza stare a pensarci troppo su, anzi quasi dimenticandomene; un giorno ho aperto la bottiglia scegliendo a caso tra gli altri Franciacorta di Michela ed è stata una grande giornata. Grazie a questo vino mi sono ricordato perché sette anni fa iniziai con il blog. C’erano quell’ambizione e malcelata speranza di raccontare vini diversi, cercando di evitare, come la peste, l’enofighettismo ma anche la democristianità di certe guide che tendono a rischiare poco premiando sempre gli stessi vini. Un Franciacorta Brut (100% Chardonnay) senza solfiti aggiunti, solo acciaio, ottenuto da uve che derivano da un unico vigneto, la fermentazione è spontanea e per la sboccatura devono passare almeno 30 mesi dalla vendemmia. Spesso altri vini della stessa tipologia che ho bevuto, tendevano a virare verso note ossidative, condizionando in toto l’assaggio, nel Simbiotico nulla di ciò succede, la parola d’ordine qui è raffinatezza dal primo all’ultimo sorso.

 Kom’è 2016 – Cote di Franze

La Calabria è una terra che m’ha stregato per molte ragioni, naturalmente cibo e vino sono parte integrante dell’incantesimo. Il potenziale dei vini Calabresi è enorme e la mia conoscenza delle zone vitivinicole purtroppo (e per fortuna) è ancora limitata: Cirò ai piedi della Sila Greca, con i vigneti collinari e la Sila cosentina e del Pollino con i vigneti pedemontani. Proprio a Cirò, per la precisione nella Piana di Franze, ho conosciuto Vincenzo Scilanga che, con suo fratello Francesco ha dato vita alla cantina Cote di Franze. Il nome dell’azienda deriva dal luogo dove ha sede la cantina, la Piana di Franze per l’appunto, e da “Cota” che in dialetto cirotano indica un appezzamento pari a un ettaro di vigneto. Il termine nasce in seguito alla Riforma agraria, anche a simboleggiare la precisa volontà, da parte dei contadini, di rivendicare orgogliosamente la proprietà della terra. Se pur strepitoso il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva 2012, ho perso la testa per il loro Kom’è da uve Greco bianco in purezza e macerazione di 12 ore sulle bucce.

 Kikè 2016 – Cantine Fina

Lasciando Marsala qualche estate fa sono stato colto dal “Mal di Sicilia” e non mi sono più ripreso. Qui, nel 2005, in contrada Bausa, dopo aver lavorato per anni a fianco del leggendario Giacomo Tachis, Bruno Fina, compra le terre, impianta i vigneti e realizza il suo sogno, le Cantine Fina. Bruno non si accontenta degli autoctoni e in un piccolo lembo di terra, nel versante nord del monte Erice a 550 m sul mare, scommette sul Traminer aromatico, vitigno originario dell’Alto Adige. I risultati sono sorprendenti ne esce questa meraviglia di delicatezza e intensità che è il Kikè 2016 (90% Traminer aromatico e 10% Sauvignon Blanc), il cui nome deriva dal vezzeggiativo con cui è chiamata Federica, figlia di Bruno, che assieme ai fratelli Marco e Sergio danno una mano nella conduzione di questa splendente cantina marsalese.

 20376080_10211813504966770_3080682869732153710_nManca del Rosso 2016 – Masseria Perugini

Vale il discorso fatto per Cote di Franze, ecco un’altra perla della Calabria, siamo tra il Pollino e la Sila, per la precisone a San Marco Argentano.  Daniela De Marco, Giampiero Ventura e Pasquale Perugini, oltre a gestire quel luogo d’incanto che è la Masseria Perugini, fanno anche vino, e che vino. La delicatezza di questo rosato da Magliocco in purezza (forse un filare di Greco nero) e sorprendente, così come la leggerezza, intesa proprio come eliminazione del peso delle vicende umane e la bottiglia finisce in un lampo.

Rebula Ivanka 2015 – Uou Marinko Pintar

Il Consorzio UOU, dove UOU in sloveno significa bue, è stato costituito grazie alla sensibilità di alcuni vignaioli, tra cui Marinko Pintar, con l’obiettivo di salvare vigneti in stato di abbandono. La Rebula (Ribolla) Ivanka arriva dalla frazione di Solkan, siamo nel comune di Nova Gorica. Che la BRDA (Collio sloveno), assieme al Collio goriziano siano in paradiso terrestre è cosa risaputa, ma non tutti i macerati che vengono da lì hanno questa personalità e intensità. Sarà il fascino dell’abbandono recuperato e la malia che ne deriva, ma in questo bicchiere ci sono le radici e le tradizioni di una terra da prima martoriata e poi rinata a suggestioni che arrivano dritte al cuore.

OrgosaCannonau di Sardegna Cantina Orgosa Riserva 2014

Giuseppe Musina, partito da Orgosolo, è stato navigante fra l’Europa e le Americhe per ritornare al paese d’origine a fare Cannonau piantando un vigneto nel terreno ereditato dal padre a Lucuriò, di fronte al monte Locoe, dove un tempo sorgeva un paese del quale non è rimasta traccia.  La sua cantina è un locale attrezzato con botti e recipienti di vinificazione, dove l’energia elettrica è fornita da un gruppo elettrogeno che alimenta le pompe e la pigiadiraspatrice. Niente barrique e anche con il rovere non si scherza, solo un passaggio non superiore ai tre mesi, si vendemmia in autunno e s’imbottiglia in aprile. Giuseppe Musina non ha mai usato l’anidride solforosa, è convinto che l’alcol sia uno dei migliori conservanti, almeno per piccole quantità e il suo vino fa 15,5 gradi. Cannonau figlio della Barbagia, nel bicchiere la Sardegna più aspra. Un vino che ti si tatua nell’animo, sorso dopo sorso, e non lo dimentichi più.

Arnione Bolgheri Doc Superiore 2013 – Campo alla Sughera

Si può bere un grande Bolgheri Doc Superiore senza svenarsi? La risposta è Arnione Bolgheri Doc Superiore 2013 di Campo alla Sughera, cantina di proprietà della famiglia d’industriali tedeschi Knauf. Da uve Cabernet Sauvignon (40%), Cabernet Franc (20%), Merlot (20%), e Petit Verdot (20%), un vino di grande stoffa e, naturalmente, dalle notevoli capacità evolutive, come è giusto che sia per un vino di rango.

23270481_10212526405108828_593445417019278941_oFieramonte  Allegrini Amarone Classico Riserva 2011

La rinascita è questione assai profonda e spesso complessa, porta con sé la consapevolezza e tutte le esperienze fatte dopo la nascita, può essere quindi momento di sublime creatività. In sintesi questo è l’Amarone Classico Riserva Fieramonte 2011. L’ultima annata in commercio era del 1985, oggi ritorna con una produzione limitata di circa 5mila bottiglie. L’ Amarone Classico Riserva D.O.C.G. Fieramonte di Allegrini, vino prodotto con uve Corvina (45%), Corvinone (45%), Rondinella (5%) e Oseleta (5%) provenienti dall’omonimo vigneto a Mazzurega di Fumane di Valpolicella (VR).  Il vigneto si trova a circa 400 metri d’altezza, sulla collina che guarda Villa Della Torre. Un grande ritorno, un Amarone di cui si parlerà moltissimo nei prossimi anni.

Terrano Hodì 2007 Cantina Parovel

Non credo esista un vitigno che si possa definire più autoctono di altri, però una cosa è certa, nel Terrano la bora la senti tutta, è in quell’acidità sferzante che è tipica del vino carsolino.  Il Terrano (Teran), con il suo carattere così deciso, e per nulla facile, nasce come vino d’annata compagno di bevute e mangiate nelle Osmize. Con il passare degli anni, grazie alla lungimiranza e al talento di alcuni produttori del Carso, è diventato uno straordinario vino da invecchiamento. Con il tempo smussa gli angoli dell’acidità e diventa profondo e romantico come nel caso dell’Hodì 2007 di Parovel, il cui nome deriva dal termine sloveno “On hodi” che significa “lui cammina” e appellativo non fu mai più appropriato.

Castello di Monsanto Il Poggio 1999

Un vino che ha quasi vent’anni sulle spalle, una volta versato nel bicchiere, ha bisogno di tempo per raccontarsi. Certo poi quella narrazione potrà prendere più strade: comunicarti che è arrivato definitivamente al capolinea, oppure che ha ancora frecce al suo arco, che è ancora vivo insomma, ma quando è un grande vino, può addirittura farti riscoprire il valore dell’attesa, piacere che abbiamo quasi dimenticato nella frenesia del tutto subito. È successo con il Chianti Classico Riserva Docg Il Poggio 1999 Castello di Monsanto. Dopo versato nel bicchiere si è espresso con grande lentezza, l’ho atteso con pazienza fino a che d’improvviso è successo l’inaspettato, una scossa, il colpo di fulmine. Passate più di due ore da quando era stato versato nel bicchiere, era ancora in movimento, in crescita, un vino infinito, il Sangiovese in tutta la sua magnificenza. Il pensiero di quel vino non mi ha abbandonato per giorni, avevo bevuto uno dei vini più buoni di sempre.

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Il vino capovolto è quel libro necessario. Un libro di riconciliazione con la bellezza del vino e con la leggerezza che dovrebbe esserci nell’approccio al liquido odoroso, liberandosi il più possibile da rigidi schematismi, anche se, come dice Sandro Sangiorgi, e lo spiega nell’intervista, il vino, nonostante tutto, è bevanda elitaria. Sandro Sangiorgi e Jachy Rigaux, inconsapevolmente nei loro scritti e nell’attività di divulgazione hanno fatto lo stesso percorso ovvero, portare le persone a rinunciare alla liturgia e ritrovare il sentimento più intimo e sincero verso il vino. Esempio concreto in questo senso è l’attenzione posta alla centralità dell’esame gustativo, la bocca come centro nevralgico della sensibilità, spesso soppiantata dall’ossessione del riconoscimento di mille profumi improbabili. Naturalmente il vino capovolto è molto altro, pertanto lascio al lettore scoprirne l’importanza pagina dopo pagina; mi premeva, come per L’invenzione della gioia,  lasciare spazio alle suggestioni che gli scritti di Sandro, contenute nell’introduzione e nella seconda parte de Il Vino capovolto, hanno provocato, ne è nata questa audio intervista.

Parte prima

Sandro ne “Il vino capovolto”, già nella tua introduzione c’è un concetto a me molto caro che è quello della necessità a un nuovo approccio al vino. Scrivi: “ … il mio interlocutore è la persona che assaggia e beve vino, il cittadino consumatore che appare, e spesso vuole sentirsi, l’anello debole della catena e che invece ha un potere eccezionale per cambiare le cose, cominciando a pretendere sempre più vini interessanti e che lasciano un senso di benessere”. Volevo focalizzare l’attenzione proprio sul cittadino consumatore che tu dici appare e spesso vuole sentirsi l’anello debole. Sono altresì convinto che, spesso, siano proprio gli addetti ai lavori ad avere nei confronti di quel cittadino consumatore un atteggiamento di esclusione che lo allontana dal mondo del vino invece che attrarlo; snaturando l’essenza del vino stesso che, per sua natura, dovrebbe portare alla convivialità, alla condivisione. Non saprei come altro definire, se non escludente, il ricorso esasperato a tecnicismi, il dogmatismo e lo snobismo di taluni. Che ne pensi?

Parte seconda

Sono passati sei anni da L’invenzione della gioia; il mondo del vino è cambiato, forse più che altro in maniera gattopardesca, certe posizioni di rendita rimangono immutabili, ma non è questo il focus della domanda, m’interessa di più sapere invece com’è cambiato nel frattempo il tuo mondo del vino, quello di Sandro Sangiorgi.

Parte terza

Che cosa ritieni davvero che in questo momento storico stia mostrando la corda: le guide, le troppe manifestazioni enogastronomiche, gli innumerevoli corsi per sommelier organizzati in lungo e in largo per la Penisola? Poiché sei divulgatore tra i più appassionati e seguiti, quale ritieni sia l’approccio più corretto, o meno traumatico, per il neofita, quello che poi lo porti davvero a innamorarsi del vino e al contempo a renderlo un consumatore consapevole?

copertina_capovolto_piatto_minIl Vino capovolto

Autori: Jackie Rigaux e Sandro Sangiorgi

Data Pubblicazione: 2017

Pagine: 140

Editore: Porthos Edizioni

Lingua: Italiano

Per approfondimenti

Le foto dell’introduzione e della prima parte sono tratte dalla pagine Facebook di Porthos Edizioni

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Umberto Cosmo è vignaiolo coraggioso, da sempre. È stato il primo a elaborare il prosecco superiore con il metodo classico; adesso, sempre con la stessa audacia che lo contraddistingue, non solo prende una posizione netta sulle guide vinicole che usciranno nei prossimi giorni, ma amplia il discorso auspicando la necessità di un cambiamento sensibile della critica enologica in generale. Qualcuno obietterà che questi sono discorsi che puntualmente, alla vigilia della pubblicazione delle guide, qualcuno riprende e che alla fine hanno la stessa valenza dell’aria fritta. Bollare la posizione di Umberto Cosmo in questo senso non sarebbe intelligente, anzi sarebbe miopia allo stato puro, cosa che gli addetti ai lavori, in questo preciso momento storico, non possono permettersi. Di seguito la lettera aperta.

Umberto Cosmo

Umberto Cosmo

È sempre molto difficile affrontare il tema della cosiddetta critica enologica o, molto più chiaramente, dei giudizi che, in particolare le guide enologiche, danno ai nostri vini. Qualsiasi cosa si dica rischia in qualche misura di essere interpretata nella maniera sbagliata. Ma il timore di essere male interpretato non mi ha mai frenato, nella convinzione che sia sempre prioritario essere sé stessi, autentici e per questo ho sempre scelto la via del non nascondermi mai anche su temi “spinosi” come quello, appunto, della critica enologica. 

Ritengo che oggi sia quanto mai opportuno affrontare, con coraggio e trasparenza, il tema di come costruire insieme un nuovo approccio alla critica enologica nel nostro Paese.
E scrivo insieme perché ritengo che non si possa delegare in toto ai responsabili delle guide, ad esempio, la costruzione di un modello di critica enologica più adeguato da un lato a far conoscere la straordinaria biodiversità viti-enologica del nostro Paese e dall’altro di individuare le eccellenze nel mare incredibile dei nostri innumerevoli terroir vitivinicoli. 

Per questa ragione non voglio assolutamente sfuggire al giudizio, anche se non mi riconosco nel modello attuale, ma voglio provare a dare il mio punto di vista e, senza nessuna presunzione, dare un contributo per modificare modelli che hanno fatto il loro tempo. 

Ritengo che le modalità attuali con cui si arriva a formulare un giudizio sui vini italiani siano una liturgia vecchia e stantia, essendo basata sul modello della degustazione comparata che, a mio parere, è da considerare obsoleto. 

È inattuale il confrontare più prodotti in una sorta di linea di montaggio del giudizio, ove  il momento metafisico della comparazione crea inevitabilmente un modello ideale che costringe sia chi produce che chi giudica in una gabbia innaturale di schemi e preconcetti, slegati dal fondamentale fatto che il vino dipende dalla natura e dall’uomo insieme, quell’uomo-produttore che agisce non più in base a dettami enologici codificati ma in una libertà data finalmente dalla sua comprensione che il vino deve essere espressione della modernità, ove la modernità è intesa come la coscienza di essere parte di un sistema in divenire continuo.

Oggi che il vino si sta liberando da prigioni mentali, oggi che i produttori hanno preso coscienza che essi stessi sono e devono essere in costante evoluzione a causa del mutare continuo della materia prima che essi trasformano e che mai è uguale, oggi che la stessa uva può avere destini diversi a seconda di chi ci metta mano: oggi è il momento di dire basta all’obsoleta liturgia delle guide basate sulla comparazione. Batterie di decine e decine di vini che costringono i degustatori a tour de force inevitabilmente privi di significato, con proclami in copertina in cui si dichiarano millemila vini degustati per giungere a dichiarare corone, bottiglie, tralci, bicchieri. Non ci si accorge che il fruitore di queste pubblicazioni pieni di sapere enologico è oramai una razza in via di estinzione? Non ci si è resi conto quanto nel frattempo siano cambiati i consumatori, a partire dagli stessi appassionati e come siano finite, fortunatamente, le tendenze dominanti e vi sia un approccio da parte di tutti molto più laico e libero da dogmi. 

Anche dal nostro osservatorio di produttori ci rendiamo sempre più conto come i nostri clienti attuano le loro scelte in una modalità molto diversa rispetto al passato senza più quella dipendenza dalle cosiddette “guide”. Le fonti di informazioni ora sono molto più vaste e disparate. Essi vanno direttamente alla fonte, seguono il passaparola, vengono ai banchi di assaggio aperti al pubblico, vengono sempre più spesso in cantina. Sì, perché oggi le cantine più sagge e avvedute, non sono più luoghi misteriosi ove è vietato entrare: i “misteri” non sono più tali poiché noi stessi artefici del vino siamo cambiati e siamo aperti, desiderosi di condividere i nostri supposti segreti.

Questo però, sia chiaro, non significa che non sia più utile la critica enologica, tutt’altro ma per essere credibile, autorevole e attuale deve mettersi inevitabilmente in discussione confrontandosi con trasparenza e coraggio anche con il mondo dei produttori e anche, soprattutto, con i consumatori finali, magari coinvolgendo di più dei panel di giovani o sfruttando la dinamicità della rete per raccogliere le opinioni più disparate. Non credo che questo andrebbe a minare l’autorevolezza di coloro che riteniamo critici preparati, ma forse farebbe pulizia di quella pletora di pseudo-guru, non conoscenti e pieni di sé, che mina alla base ogni possibilità di corretta informazione. 

Ecco perché, a mio parere, bisogna avere finalmente il coraggio di cambiare, e questo non solo per il bene di chi realizza, con fatica innegabile, le guide attuali, ma per il bene di tutta la nostra filiera, compreso il consumatore finale.

Umberto Cosmo

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20156016_10159240148590529_3474841204453516410_nFederico, “Bottiglie Aperte” giunge alla sesta edizione, un tempo sufficientemente ampio per fare un bilancio

Quando ho iniziato questo percorso nel 2012 nessuno immaginava che sei anni dopo saremmo stati ancora qui a parlare di bottiglie aperte. In sei anni possiamo dire di avere centrato l’obiettivo di riportare a Milano una manifestazione credibile sul mondo del vino, che ogni anno acquisisce sempre più audience e prestigio. A testimoniarlo le numeriche crescenti e l’alto livello dei produttori coinvolti, l’aumento di appuntamenti in palinsesto condotti da alcuni tra i più  autorevoli esponenti del giornalismo e della critica vinicola ed enogastronomica italiana, la presenza di un pubblico sempre più qualificato, di operatori del mondo Horeca e del retail settoriale che affluiscono non più solo da Milano e dalla Lombardia ma da gran parte della penisola.

Puntualmente dopo ogni Vinitaly c’è qualcuno, tra gli addetti ai lavori, che vorrebbe trasferire la fiera veronese a Milano, indicando la città meneghina come luogo più idoneo a ospitare una manifestazione di tale portata. Mi pare di capire che è un pensiero che non condividi, vuoi spiegarmene le ragioni e quali proposte ritieni eventualmente più adatte per una città come Milano?

Ritengo non sia produttivo immaginare una nuova Fiera del Vino a Milano: il mondo del Vino italiano ha, da più di cinquant’anni, una grande Fiera come Vinitaly nella quale riconoscersi. Il ruolo che Milano può recitare nel mondo vinicolo è quello di capitale della comunicazione, del retail e dell’innovazione di settore: un obiettivo per la cui raggiungibilità è a nostro avviso indispensabile la costruzione di una manifestazione annuale di sistema. Una kermesse che viva in città caratterizzata da un palinsesto che dia spazio alle varie anime del mondo del vino: da un evento di alto profilo dedicato verticalmente al mondo business a una serie di eventi e contenuti collaterali focalizzati sul pubblico consumatore che coinvolgano il retail, i locali di somministrazione e le location più attrattive della città sul modello dei grandi Fuori-Salone che già dedichiamo al mondo del design e del food. Bottiglie Aperte vuole essere il centro di questo futuro palinsesto.

Possiamo dare qualche anticipazione sul programma 2017, in particolare su master class, degustazioni e seminari?

La squadra di lavoro sarà molto importante: alle collaborazioni ormai consolidate come quelle con Andrea Grignaffini, Pierluigi Gorgoni, Orazio Vagnozzi e Alessandro Rossi si aggiungeranno quest’anno nuove, importantissime collaborazioni come quelle con Daniele Cernilli e Cristiana Lauro. Anche quest’anno tutte le nostre master class destineranno tutto il ricavato alla ricostruzione di una casa famiglia per i minori disabili che frequentano l’Istituto Alberghiero di Amatrice, causa che seguiamo l’anno scorso e che viene portata operativamente con il CISOM (Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta).

Il fitto calendario delle Masterclass (saranno più di 15 nella due giorni) sarà disponibile dal 20 settembre  sul nostro sito e sulle pagine social. Per quanto riguarda i workshop, quest’anno ospiteremo due grandi momenti: il primo, che si terrà domenica 8 ottobre in apertura di manifestazione sarà dedicato agli influssi negativi del clima sulla vendemmia e farà il punto, alla presenza di alcuni dei più importanti esperti e rappresentanti del settore vinicolo, su una situazione che – in particolare dopo una vendemmia come quella del 2017- non può più essere trascurata e sulla quale ferve un grande dibattito alla ricerca delle migliori risoluzioni. Il secondo, invece, sarà dedicato al rapporto tra vino e finanza e farà il punto sui principali investimenti dei fondi nel mondo vinicolo internazionale e sulle prospettive future, soprattutto quelle legate agli investimenti nel nostro Paese.

Un parallelo tra il vino e una grande eccellenza milanese, come la community finanziaria, che rende ancora di più forte la relazione tra la manifestazione e i settori più importanti della città che la ospita.

Federico Gordini

Laureato presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM, classe 1981, Gordini dal 2006 al 2008 ha ricoperto la carica di presidente del Comitato Milan Expo. Nel 2009 ha fondato Milano Food Week, festival culinario di Milano, mentre nel 2012 ha creato ‘Bottiglie Aperte’ con l’idea di portare a Milano un annuale wine festival nazionale, vincendo nello stesso anno il premio come ‘Giovane Imprenditore dell’anno’ di Confcommercio.

Dal 2013 è vice presidente del Gruppo Giovani Imprenditori Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza e nel 2015 ha realizzato ‘The Tank’, villaggio commerciale costruito con container marittimi e riempito con piccole imprese locali nella vecchia stazione ferroviaria abbandonata con ristoranti e intrattenimento da offrire a tutta la comunità. Recentemente è stato nominato presidente dell’Associazione Zona Tortona Savona.

Bottiglie Aperte – Sesta edizione

Domenica 8 e Lunedì 9 Ottobre

Palazzo delle Stelline, corso Magenta 61 Milano

Orari: dalle 11 alle 19

Ingresso per operatori gratuito previa registrazione sul sito www.bottiglieaperte.it

Ingresso per gli appassionati 40 €, biglietteria online attiva da inizio settembre

Contatti

info@bottiglieaperte.it

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