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31542724_10213938859659309_1880050362488979456_nIl tempo, l’ora e la nosiola sono i tre ingredienti indispensabili per ottenere il “passito dei passiti”, ovvero il Vino Santo Trentino. Il tempo perché, anche se il periodo minimo fissato dal disciplinare per l’imbottigliamento è di 4 anni, i produttori preferiscono aspettare molto di più, arrivando fino ad un decennio. L’Ora è il vento che dal lago di Garda soffia da sud verso nord entrando prepotente dalle finestre dei locali dove le uve sono messe a dimora sui graticci per l’appassimento. Poi c’è la nosiola, un’uva autoctona trentina della Valle dei Laghi mai amata e valorizzata per quel che invece meriterebbe. Questi i tre elementi per realizzare la pozione magica che mi piace immaginare sia stata creata, secoli fa, nel Castello di Toblino da qualche alchimista e che fosse il vino con cui si inebriavano nei loro incontri d’amore, sempre al Castello, il principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo e la bella Claudia Particella. Madruzzo era l’ultimo principe dell’omonima dinastia che per 120 aveva governato la diocesi di Trento, Claudia Particella era la sua giovane amante dalla quale il prelato aveva avuto anche dei figli, ma la storia finì in dramma come si può facilmente immaginare. Lasciando da parte miti e leggende, si sa per certo che le prime testimonianze storiche riguardanti il Vino Santo Trentino risalgono al 1648 e sono contenute nelle “Cronache di Trento” dove l’autore, tal Pincio Giano Pirro, elogia l’insuperabile Vino santo prodotto sui Colli di Santa Massenza.31958347_10213938869419553_1383762755382673408_n Nonostante questa nota di 400 anni fa, le prime bottiglie destinate alla vendita furono quelle messe in commercio dalla cantina Angelini Giannotti agli inizi del 1800. Seguirono, nel 1822, le bottiglie di Vino Santo dei Conti Wolkenstein  che dimoravano a Castel Toblino. Fu proprio il cantiniere del castello, Giacomo Sommadossi a presentare per la prima volta il Vino Santo ai concorsi internazionali ottenendo successi lusinghieri. Iniziò così il mito di questo vino rarissimo che lega il proprio nome ad uno sparuto gruppo di aziende (si contano sulle dita di una mano) tra cui la Cantina di Toblino, che, lungimirante, fin dagli inizi della produzione del “passito dei passiti” avviata nel 1965, ha conservato un centinaio di bottiglie per annata. La Cantina di Toblino, magnanima, volendo condividere questo tesoro con uno gruppetto di fortunati, ha organizzato di recente una straordinaria verticale partendo dall’ultima annata in commercio, la 2003, per arrivare a quella della prima vendemmia della Cantina, il 1965. Dal mezzo secolo in archivio sono state scelte per la degustazione le annate 2003, 2000, 1990, 1984, 1978, 1971, 1965. Nessuno dei sette vini ha mostrato segni di cedimento, anzi, a conferma dell’incredibile longevità del Vino Santo, tra tutte le annate quella che più ha lasciato un solco indelebile, anche nel degustatore più insensibile, è stata proprio il 1965, di una complessità inesauribile e al tempo stesso romantico come un bicchiere di Sherry dei più grandi.

31543015_10213938849379052_2236930228884602880_nNonostante tutta questa magnificenza però il Vino Santo Trentino, non riesce a ottenere dal mercato il riconoscimento che meriterebbe. I motivi sono molteplici: troppo piccola la produzione (appena 20 mila bottiglie da mezzo litro, ad opera di un ristretto gruppo di cantine, riunite nell’Associazione Produttori del Vino Santo Trentino), troppo circoscritta la loro diffusione. La Cantina di Toblino però non demorde, anche perché ritiene che questo prezioso nettare possa essere davvero l’emblema di un territorio visitato ogni anno da un elevatissimo numero di enoturisti (e non). Il progetto che mira a ottenere la DOCG potrebbe essere un passo importante in tal senso. Tuttavia, per attirare l’attenzione, senza mancare di rispetto a nessuno, potrebbe essere interessante smuovere le acque, un po’ stagnanti, dell’abbinamento cibo-vino che relegano il Vino Santo Trentino alla consuetudine dei formaggi erborinati, del foie Gras e della pasticceria secca quando va bene, altrimenti si resta imprigionati nella monotona consuetudine del vino da meditazione. Si può osare invece. Prendendo spunto, ad esempio, da quello che sta facendo Francesco Intorcia (Heritage) con i suoi Marsala, abbinati al gelato salato del mago Stefano Guizzetti (Ciacco Lab).A prima vista ci si muove su piani destabilizzanti ma poi le armonie che si creano nell’abbinamento del Marsala con il gelato di ricotta di pecora con bottarga e olio; al gelato di burro e alici sui crostini, oppure al gelato al gusto di brasato su un letto di polenta, ci fanno dimenticare la noia e godere all’inverosimile.

31947655_10213938868099520_3300198599039647744_nCome si ottiene il Vino Santo Trentino

I grappoli esclusivamente spargoli di nosiola, raccolti a mano vengono messi a riposo nei fruttai, distesi sui tradizionali graticci (fatti in passato col fondo in canne, oggi con reti metalliche dalle maglie più o meno fitte) fino ai primi giorni di marzo: un periodo di appassimento che è forse il più lungo a cui venga sottoposta un’uva, durante il quale il peso dei grappoli si riduce di circa un terzo. Responsabile principale del fenomeno è una muffa nobile, la Botrytis cinerea, che in determinate condizioni di temperatura, umidità e ventilazione aggredisce gli acini favorendo l’evaporazione dell’acqua e la concentrazione degli zuccheri. Durante la Settimana Santa, da cui – probabilmente – viene il nome del vino, le uve appassite vengono spremute. Il mosto che si ottiene, dopo alcuni travasi per essere ripulito, viene poi lasciato decantare. La fermentazione avviene in botti di legno (per lo più di rovere) non nuove, durante la quale si verifica anche un lento processo di illimpidimento che accompagna il lungo invecchiamento del vino. Il tipo di botti, la composizione dei mosti, la resa dei lieviti sono tutti fattori che possono incidere sul risultato finale. L’imbottigliamento avviene dopo quattro anni dalla vendemmia (periodo minimo fissato dal disciplinare) ma la maggior parte dei produttori aspetta molto di più, dai 7 ai 10 anni.

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30708921_10213806624553514_4203428988732833792_oAnche per questa edizione di Vinitaly, la cinquantaduesima, il finale è apparso piuttosto scontato. Un po’ come succede in quei film hollywoodiani apocalittici infarciti di americanismo dove gli yankee, dopo una lotta cruenta con gli alieni, salvano la terra minacciata e tutti, anche se malconci, vivono felici e contenti. Il cliché non si discosta per Vinitaly. Mentre scorrono i titoli di coda, puntuale, arriva il comunicato stampa di Verona Fiere con numeri da capogiro a sancire il successo della manifestazione, e puntuale arriva anche la polemica, più o meno accesa, sulle mancanze e le inadempienze della kermesse veronese. Quest’anno il carico da novanta l’ha messo Arturo Ziliani, responsabile di produzione della Guido Berlucchi. La questione è nota e riguarda l’eterno problema del traffico e della gestione della logistica che metterebbe a dura prova la pazienza dei compratori stranieri, abituati a ben altri livelli di organizzazione. 30738470_10213806627353584_7851197455424028672_oZiliani è risoluto nel dire basta a Vinitaly non solo per se, ma per tutte le cantine franciacortine, tanto da proporre la mozione alla prossima riunione del Consorzio. Vedremo. Resto convinto che Vinitaly continui a rappresentare una straordinaria occasione per scoprire talenti vinicoli e umani e per rivedere amici vicini e lontani, proprio perché concentra gran parte della produzione italiana (e non solo) in un unico luogo. Percorrendo infatti solo qualche centinaio di metri a piedi, puoi toccare tutte le regioni della Penisola, un giro d’Italia vinicolo che non ha eguali. 17880109_10210784308317497_2736390125456152268_oBene, svolto quest’argomento di prammatica, volendo tirare le somme, mi sono fatto il classico domandone, anche questo un po’ hollywoodiano, del tipo: “Quali sono i 3 vini, tra quelli assaggiati in questa edizione, che porteresti su un’isola deserta?” Non è stato difficile rispondermi, perché nei giorni del post Vinitaly non ho fatto altro che pensare all’Ottouve Gragnano della penisola sorrentina 2017 di Gilda Guida e Salvatore Martusciello, al Nuragus di Cagliari 2017 di Antonella Corda e al Kikè Traminer Aromatico 2017 delle marsalesi Cantine Fina.  Nessun nome altisonante, tre vini d’annata, che ho avuto la fortuna di assaggiare per la prima volta o di riassaggiare. Tre vini, vivaddio, fatti apposta per il cibo, aspetto che, sarà colpa della vecchiaia che avanza, ricerco sempre di più in un vino.

Già che c’ero, ho approfittato per chiedere a Antonella Corda e Federica Fina le loro veloci impressioni sulla cinquantaduesima edizione di Vinitaly:

Antonella Corda

Antonella Corda

Antonella Corda

Tanti anni di lavoro in campagna e cantina si sono concretizzati in diverse ed intense degustazioni con critici nazionali ed internazionali al Vinitaly.
I riscontri ricevuti sono stati per noi entusiasmanti e ci danno l’idea che la strada che abbiamo iniziato a percorrere è quella giusta.
Decisamente incoraggiante è stata anche la scelta di stare all’interno della collettiva FIVI.
Postazione condivisa con un azienda della Basilicata, spazi ristretti e grande collaborazione. Mercoledì in chiusura fiera lo spazio FIVI sembrava un incontro di produttori che si conoscevano già da tempo. Assaggi incrociati tra aziende e dibattiti sulle tecniche bio biodinamiche ed omeopatiche più estreme.. insomma ci sentivamo a casa.

Federica Fina

Federica Fina

Federica Fina

Mai come quest’anno si sono ridotti all’osso i disagi dovuti ai visitatori “perditempo”, tutti coloro che sono passati per il nostro stand i ci sono apparsi realmente interessati ed appassionati al vino; con un crescente numero di operatori del settore. Inoltre, pur sapendo  che Verona sia leggermente sottodimensionata dal punto di vista delle infrastrutture per  un evento di portata mondiale come Vinitaly, mantiene comunque un fascino indiscutibile; è meraviglioso incontrare per le vie del centro buona parte degli amici che ritroviamo durante l’evento fieristico. Una passeggia a fine giornata con vista Arena, ripaga certamente di tutta la stanchezza, delle code  e del traffico.

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25442906_1556067954458853_4899141611723481991_nNei giorni scorsi l’assemblea dei soci del Consorzio Tutela Vino Lessini Durello ha approvato la nuova impostazione dei disciplinari di produzione, andando a identificare con chiarezza il nome del vino spumante ottenuto con Metodo Martinotti /Charmat e quello ottenuto da Metodo Classico. Il passaggio ha l’obiettivo di identificare con chiarezza le due tipologie, evitando di generare confusione sia per il mercato sia per il consumatore finale.  Resta però, a mio avviso, un punto dal quale non si può prescindere ovvero valorizzare a pieno l’uva durella, ottenendo degli spumanti Martinotti/Charmat del tutto personali evitando di ritrovare in bottiglia vini in tutto e per tutto simili al Prosecco.

Di seguito il comunicato stampa del Consorzio che approfondisce l’argomento.

Lessini Durello: Un’anima, due denominazioni

Si chiamano “Lessini Durello” Metodo Italiano e “Monti Lessini” Metodo Classico le due distinte identità che l’assemblea dei soci ha deciso di dare allo spumante berico/veronese.
Con la dicitura “Lessini Durello” verrà indicato solo lo spumante prodotto in autoclave con metodo Martinotti, mentre la denominazione “Monti Lessini”, finora dedicata ai vini fermi, cambia pelle e diventa la casa ideale per lo spumante ottenuto con rifermentazione in bottiglia. Una scelta coraggiosa per questa DOC a 30 anni dalla sua nascita e che ha superato nel 2017 il suo primo milione di bottiglie.

«La denominazione ha avuto una crescita importante negli ultimi 5 anni, diventando la quinta DOC spumantistica italiana – spiega Alberto Marchisio, presidente del Consorzio tutela vino Lessini Durello –  Il prodotto è sempre più richiesto anche dai mercati esteri e i produttori hanno sentito l’esigenza di fare chiarezza per il consumatore finale; in questo modo i due metodi di produzione saranno ben distinguibili e questa distinzione permette di sviluppare il potenziale di entrambi.»
Una scelta arrivata dopo il successo di Durello and Friends dello scorso novembre, dove i festeggiamenti dei 30 anni hanno portato tutti i produttori a un’importante riflessione sul futuro di una denominazione in decisa crescita, testimoniata dall’apprezzamento da parte dei consumatori, soprattutto quelli più giovani.

La zona di produzione

La zona di produzione del Lessini Durello si trova sulle colline tra Verona e Vicenza. Sono coltivati a Durella 366 ettari sulle colline veronesi e 107 ettari su quelle vicentine. Sono 428 i viticoltori che coltivano quest’uva autoctona.
Ad oggi le aziende socie del Consorzio del Lessini Durello sono 33:

Az. Agr. Bellaguardia, Ca d’Or, Casa Cecchin, Cantina di Monteforte d’Alpone, Cantina di Soave, Az. Agr. Casarotto, Cavazza, Collis Veneto Wine Group, Az. Agr. corte Moschina, Dal Cero, Cantina Dal Cero, Cantina Fattori, Franchetto, Az. Agr. Dal Maso Nicola,  Az. Agr. Fongaro, GianniTessari, Marcazzan Fabio, Az. Agr. Masari, Az. Agr. Montecrocetta, Az. Agr. Sacramundi, Az. Agr. Sandro De Bruno, Az. Agr. Tamaduoli, Az. Vitivinicola Tirapelle, Cantina Tonello, Cantine Vitevis, Az Agr. I Maltraversi, Cantine Riondo, Cantina Valpantena, Cantine Marti, Family of Wine, Enoitalia, Cantina Denese, Az. agr. Zambon Vulcano.

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Inzia la vendemmia 2018 a Mendoza, Roberto Cipresso ci racconta qual è il segreto per ottenere un grande vino.

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28235423_10213406732716468_5342466980977447249_oSul treno metropolitano che da Torino Porta Susa arriva a Fossano, a ogni fermata, sale varia umanità. Dal finestrino scorrono la periferia, terra di tutti e terra di nessuno, e quell’ambiente antropizzato e industriale che ha definitivamente cancellato il paesaggio rurale. Più che il Piemonte sognato in “Paesi tuoi”, o ne “La luna e i falò di Pavese, viene in mente lo sguardo rassegnato di Giorgio Bocca che racconta, nel film documentario di Paolo Casalis “Langhe Doc”, come “Nel breve spazio della sua lunga vita” l’Italia fosse cambiata in maniera spaventosa. Bocca ci ricorda come le Langhe, universalmente riconosciute come uno dei luoghi più belli d’Italia, rischiassero di diventare a causa dell’urbanizzazione, della cementificazione ma anche del progressivo abbandono dei mestieri meno redditizi, l’ennesimo tassello dell’”Italia dei capannoni”.  Arrivato a Savigliano, comunque non molto distanti dalle Langhe, questa sensazione si fa sempre più forte. Volgendo un rapido sguardo al paese operaio, dove si costruiscono i treni per l’alta velocità, la paura, per chi, colpevolmente come me, non è venuto spesso da queste parti, è di non ritrovare più i propri miti. Poi, fortunatamente, davanti al piazzale della stazione arriva il dolce sorriso di Vanina Carta, giovane presidentessa del Consorzio dei Vini Doc Colline saluzzesi, a rinfrancarmi.  Vanina, oltre che compagna di vita di Michele Antonio Fino, mitico professore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, è anche titolare di quella bellissima realtà che è l’azienda agricola Cascina Melognis, micro cantina situata sulle colline di Revello. Percorrendo in macchina il breve tratto di strada che da Savigliano porta a Saluzzo, l’appassionato racconto che mi fa Vanina della sua terra e dei prossimi progetti della piccola ma combattiva Doc, accompagnati a un paesaggio via via più consono al Piemonte sognato, inizia a rincuorarmi. Qui la prima sorpresa: nonostante la Doc abbia poco più di vent’anni, i vitigni autoctoni delle Colline Saluzzesi come Quagliano, Chatus, Pelaverga erano già diffusi addirittura prima del marchesato di Saluzzo e quindi sono tra i più antichi del Piemonte.

Alberto Dellacroce e Vanina Carta

Alberto Dellacroce e Vanina Carta

Il progetto vino Colline Saluzzesi, mi dice Vanina, è parte integrante del più ampio progetto “MOVE”. Move è l’acronimo di Monviso and Occitan Valleys of Europe ed è stato scelto anche per il suo significato inglese, movimento, che esprime bene la volontà di muoversi che ha unito insieme le Valli che si sentono collegate al profilo inconfondibile del Monviso (Stura, Grana, Maira, Po, Varaita) e la pianura Saluzzese che ne fornisce lo sbocco naturale. L’obiettivo è quello di presentare ai turisti l’ambito territoriale delle terre del Monviso nel suo complesso, un contesto unico, caratterizzato da un patrimonio culturale straordinario, un ambiente montano incontaminato, una produzione agroalimentare di eccellenza.  Proprio per valorizzare appieno il comparto agroalimentare è stato realizzato l’Atlante dei sapori del Monviso. Oltre 100 pagine di ricette, prodotti e produttori scrupolosamente censiti dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Oltre 80 prodotti, suddivisi in 7 categorie. Materie prime e dei cibi caratteristici del territorio compreso tra le Valli Stura, Grana, Maira, Varaita, Po, Infernotto-Bronda e la Pianura del Saluzzese. Carne, pesce e salumi, formaggi, frutta, ortaggi, funghi, tartufi, spezie, miele e dolci, specialità alimentari, birre, liquori piante officinali e naturalmente il vino.

 

Colline Saluzzesi – Un po’ di storia

La storia della viticoltura del Saluzzese risale a tempi antichissimi. Alle recenti esplorazioni dell’Università di Torino, tuttora in corso, si deve, infatti, la straordinaria scoperta a Castigliole Saluzzo di una villa rustica di età romana. Questo complesso produttivo, una vera e propria azienda agricola di età imperiale, attiva tra il I e il III secolo d. C., ospitò anche un impianto vinicolo, il primo noto in Piemonte per questa epoca. La viticoltura ha sempre occupato un ruolo importante nella cultura del Saluzzese, infatti, fu anche per favorire gli scambi commerciali che il Marchese di Saluzzo Ludovico II fece sistemare, all’inizio del Cinquecento, le strade delle vallate e fece aprire il cosiddetto Buco di Viso per esportare il vino nel Delfinato e importare il sale lungo quella che poi prese il nome di Via del Sale. L’area di produzione comprende il territorio di numerosi comuni del Saluzzese ed è particolarmente favorita dal punto di vista climatico, ciò ha permesso che, nonostante la forte concorrenza delle colture frutticole particolarmente sviluppate in questa zona, alcuni vigneti potessero essere conservati. Il vitigno Pelaverga, documentato fin dai tempi dei romani, fu apprezzato in particolare dal Papa Giulio II cui veniva inviato il vino dalla marchesa Margherita di Foix, come annotato da Giovanni Andrea del Castellar nel suo Charneto. Tale vitigno è presente soprattutto in Valle Bronda, mentre la coltivazione del Quagliano, anch’esso vitigno autoctono della zona e documentato per la prima volta nei bandi campestri della città di Busca pubblicati nel 1721, è localizzata soprattutto lungo la dorsale collinare che da Saluzzo arriva fino a Busca e in particolare a Costigliole Saluzzo. L’uva del Quagliano è caratterizzata da ottime qualità organolettiche e per questo spesso viene consumata anche come uva da tavola.

I produttori del Consorzio Colline Saluzzesi.

I produttori del Consorzio Colline Saluzzesi.

 Colline Saluzzesi – Il Vino

Oggi, nel Saluzzese, pur restando marginale dal punto di vista economico, la viticoltura rappresenta l’unica alternativa alla perdita dei vitigni che ancora resistono all’estinzione come il Pelaverga, lo Chatus, la Neretta cuneese, e altre varietà più rare, come il Gouais blanc e lo Chasselais, recuperate nelle fasce montane delle valli attorno al Saluzzese (Maira e Stura) da Alessandro Reyneri di Lagnasco e faticosamente fatte rivivere nella tenuta Vigna San Carlo a Saluzzo. Alle Colline Saluzzesi afferisce una ricchezza di espressioni e di caratteri spiccatamente montani, che rimanda alla grande famiglia della viticoltura alpina, a cui appartengono noti terroir di Valle d’Aosta e Trentino e Alto Adige, dove operano piccoli produttori che ancora mantengono saldo il rapporto con la terra e vinificano in un contesto di microproduzione che garantisce la filiera vigna-bottiglia.

 

Colline Saluzzesi – gli assaggi

Colline Saluzzesi Doc Pelaverga. Chiamato Cari (nel Chierese) e un tempo anche Uva coussa, ovvero “uva delle zucche” (nell’Astigiano), non va confuso con il Pelaverga piccolo coltivato nei dintorni di Verduno, che è un vitigno diverso, né con il Peilavert canavesano e biellese (sulle colline di Salussola e Cavaglià), che corrisponde al Neretto duro. Oggi il Pelaverga  si trova esclusivamente nel Saluzzese (Saluzzo e Valle Bronda) e nel Chierese. Ho assaggiato 4 espressioni di Pelaverga annata 2016, accomunate tutte da delicate note floreali e da una gradevolissima speziatura. Se il “Divicaroli” di Cascina Melognis è uno straordinario e inusuale vino da aperitivo, il Pelaverga della Soc. Agr. Produttori Pelaverga Castellar risente della magia del luogo di origine, la collina di Castellar ed è uno di quei vini che non ti scordi più.

Vini rossi (base Barbera) e Colline Saluzzesi Doc Barbera. Ho trovato estremamente piacevoli sia il Vino Rosso “Barbera” dell’Az. Agr. Serena Giordanino 2016 sia la Colline Saluzzesi Doc Barbera  dei Produttori Pelaverga Castellar 2016. Naturalmente il paragone con la Barbera d’Asti è inopportuno quanto meno inutile, Piemonte sì, ma zone diverse. Questa Barbera del Saluzzese mi è sembrata delicata, di estrema bevibilità.

28423086_10213406691555439_4989267391390999180_oColline Saluzzesi Doc Rosso si ottiene da uve provenienti dai seguenti vitigni: Barbera, Chatus, Nebbiolo, Pelaverga, per il 60% da soli o congiuntamente e 40% Vitigni a bacca nera idonei alla coltivazione nella regione Piemonte.  Mi hanno colpito in particolare l’Ardy” 2015 di Cascina Melognis da uve Barbera e Chatus, con maturazione in barriques di terzo/quarto passaggio per 18 mesi e affinamento in bottiglia di almeno 4-6 mesi e “Pensiero” dei Produttori Pelaverga Castellar 2013. Nel nome di questo vino è già racchiusa tutta la sua essenza e fascino che poi si riscontra anche all’assaggio. Il pensiero è  strettamente legato a un appezzamento di terreno particolarmente difficile da coltivare per l’estrema pendenza che lo caratterizza. Questa difficoltà di raggiungimento da parte dei mezzi agricoli non ha per nulla ostacolato l’idea di realizzare un vigneto che, dopo anni di preparazione, ha iniziato a dare i suoi buoni frutti. Si tratta, infatti, della vigna, strutturata a gradoni, più elevata nel Comune di Castellar, situata a un’altitudine superiore ai 500 mt. Con esposizione a sud-ovest. Questo vino che è il risultato di un assemblaggio di due vitigni autoctoni: la Barbera (60%) e lo Chatus (40%).

Colline Saluzzesi Doc Chatus. Lo Chatus, a seconda della zona di diffusione, è chiamato in modo differente: Nebbiolo di Dronero, Bourgnin, Neretto, Brunetta e Scarlattin, Brachet ma “Chatus” è la sua denominazione corretta e registrata all’Anagrafe Vitivinicola Nazionale. In Piemonte le sue uve servono a conferire corpo e struttura nei tagli o negli uvaggi locali, ma ho avuto la fortuna di assaggiarlo in purezza e in due annate differenti grazie alla Soc- Agr. Tomatis Dario & Figli, “Neirantich” 2016 e 2013.  È stato amore a prima vista, anzi a primo sorso.

Colline Saluzzesi Doc Quagliano. Il Quagliano è un vitigno raro, di origini antichissime, si può produrre secco, spumante e da mosti parzialmente fermentati, questi ultimi ottenuti attraverso l’arresto della fermentazione quando il tenore zuccherino è ancora elevato. Nella versione da dessert (spumanti e MPF) diventa imbattibile vino per l’abbinamento con panettoni,  colombe e focacce dolci. Il Quagliano 2017 di Giampiero Fornero e 2016 di Serena Giordanino sono vini che, se non stai attento, fanno perdere l’aplomb.

In conclusione, l’impressione generale che se ne ricava è di una Doc in grande movimento con un lavoro di prospettiva molto interessante e  che merita, non solo da parte degli addetti ai lavori ovviamente,  tutte le attenzioni e gli approfondimenti possibili.   Oltre ai produttori sopra citati è doverosa anche una menzione per Casa Vinicola F.lli Casetta, Vigna Santa Caterina, Azienda Agricola Emidio Maero, Azienda Agricola Vigna San Carlo, Azienda Agricola Paolo Bonatesta, Azienda Agricola Bric Piu.  Vanina Carta dice che “La nostra è una realtà di nicchia e bisogna puntare su un consumatore che cerca le particolarità enologiche. Questa è proprio l’ultima tendenza del mercato: quindi è il momento”, ne sono convintissimo anch’io, è proprio il vostro momento produttori del Consorzio di Tutela Colline Saluzzesi.

Per ulteriori approfondimenti http://www.visitmove.it/

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I vigneti di Contrà Soarda

I vigneti di Contrà Soarda

L’essenza del viaggio stampa a Breganze per la Prima del Torcolato è racchiusa nel tinello della casa -cantina di Firmino Miotti. Sua moglie Pina ha preparato per cena una minestra di fagioli, cotechino e polenta, naturalmente prima di iniziare, come nella migliore tradizione vicentina, Franca, figlia di Firmino e cantiniera di famiglia, ha tirato fuori dal cilindro una sopressa con i fiocchi.  Ad accompagnare questo cibo antico, ma senza tempo, gli autoctoni dimenticati: groppello, gruaio, pedevendo, marzemina bianca. I vignaioli, a turno, con una sorta di timida fierezza parlano del loro vino, la storia della loro famiglia. Grazie anche ai racconti di Firmino veniamo proiettati in un mondo arcaico, che sembrerebbe rimasto intatto se non fosse per qualche sguardo a quel maledetto smartphone, feticcio ingombrante che ti riporta alla realtà. Quel paio di ore passate a casa di Firmino resteranno indimenticabili, proprio perché raccontano la storia di tutti, indigeni e forestieri, raccontano del nostro passato, di una cultura contadina con la sua sacralità, i suoi miti, che sono una sorta di patrimonio genetico che non dobbiamo disperdere mai, per nulla al mondo, pena l’estinzione. Certo il luogo Breganze aiuta a immedesimarsi, mantiene ancora intatto il suo paesaggio rurale, dolci colline e declivi e vigneti, dove il ritmo può essere ancora lento, un luogo dell’anima.

Il Territorio in breve

Breganze si estende in una striscia di terra collinare, venti chilometri in tutto, fra i fiumi Astico e Brenta. Un paesaggio che, nonostante l’urbanizzazione, ha salvato le splendide Ville Venete e incantevoli borghi come Bassano del Grappa, Schio, Thiene, Marostica. Breganze è famosa per le sue numerose Colombare (torri colombaie), costruzioni tipiche del paesaggio rurale fin dal medioevo, legate in particolare ai regimi feudali, che si servivano dell’allevamento dei columbidi per diversi scopi, dall’impiego in agricoltura alla difesa. Senza dimenticare, ovviamente, i prodotti dell’enogastronomia del territorio riconosciuti a livello europeo: il formaggio Asiago Dop, la sopressa vicentina Dop, l’asparago bianco di Bassano Dop, la ciliegia di Marostica Igp, il mais Marano e piatti prelibati come il bacalà alla vicentina, il toresan (colombo) allo spiedo o i bigoi co’ l’arna.

I produttori del consorzio Breganze Doc

I produttori del consorzio Breganze Doc

Vespaiola, introduzione al vitigno autoctono di Breganze

Il vitigno autoctono per eccellenza di Breganze è la vespaiola, uva a bacca bianca coltivata esclusivamente nella zona D.O.C. Breganze. È una varietà di uva che ha un ciclo vegetativo molto lungo e che matura abbastanza tardi. Ha bisogno di una potatura lunga, poiché i germogli che escono dalle prime gemme non sono fertili e i grappoli sono piccoli.  Il nome vespaiola deriva dal fatto che l’uva esercita un’attrazione particolarissima sulle vespe, sedotte dal suo profumo e dall’alto contenuto in zuccheri del mosto. Alla fine di settembre quando i grappoli diventano gialli e dorati l’uva viene vendemmiata. Il Breganze D.O.C. Vespaiolo, almeno per quanto ho potuto assaggiare, non è vino da lasciare per troppo tempo in cantina, dà il meglio di se entro due anni dalla vendemmia, naturalmente qualche eccezione esiste.  Il disciplinare ne prevede anche la spumantizzazione secondo il metodo Charmat/Martinotti e ovviamente Metodo Classico ma è nella versione ferma che la vespaiola esprime in tutta la sua esuberanza mentre per la magnificenza dobbiamo cercarne la versione dolce o botritizzata del Torcolato. Grazie alla sua naturale spiccata acidità si sposa a meraviglia con i grandi piatti della cucina vicentina come il bacalà e l’asparago bianco di Bassano D.O.P. Nella pedemontana vicentina su un totale di 600 ha vitati 60 circa vengono coltivati a vespaiola. Nel 2016 sono state prodotte circa 310.000 bottiglie di Breganze D.O.C. Vespaiolo di cui 180.000 Vespaiolo fermo, 80.000 Vespaiolo Spumante e circa 50.000 di Torcolato. Ah, dimenticavo, i produttori di Breganze discendono direttamente da Gaetano Bresci, nel senso che sono votati all’anarchia, 12 versioni di Vespaiolo assaggiate e quasi tutte diverse, vitalità e libertà, bravi.

 26961608_10213105049894586_8265131200416598020_oIl Torcolato

Indubbiamente il vino più famoso di Breganze. Il dolce non dolce di Veronelli, celebrato fin dal seicento da letterati, storici e appassionati di enogastronomia, è un vino che è sintesi di modernità e tradizione, che ha saputo conquistare un’importante nicchia di mercato nazionale e internazionale, donando lustro e prestigio alla Denominazione d’Origine Controllata “Breganze”. I grappoli di vespaiola più belli, sani e spargoli vengono vendemmiati separatamente e riposti, attorcigliati (“torcolati”, nel dialetto locale) a una corda, appesi a travi di legno, nelle soffitte ben aerate delle case contadine nelle colline breganzesi, in modo da scongiurare la possibilità che possano ammuffire, dove rimangono ad appassire per circa quattro mesi fino al gennaio successivo. Durante questo periodo gli acini perdono gran parte dell’acqua contenuta, favorendo un’elevata concentrazione degli zuccheri. È il momento di torchiarli, ed è proprio questa pratica a dare nome al vino: Torcolato significa, infatti, torchiato. Ciò non implica, però, che l’uva venga strizzata sino all’ultima goccia di succo, come il termine torchiatura può lasciare intendere. Vuol dire, meno drammaticamente, separare, ma sofficemente, il mosto dalle bucce e dai vinaccioli, in modo che questi non trasmettano sostanze tanniche al vino. Dopo una lenta fermentazione il vino riposa in piccole botti anche per più di due anni e, comunque, non può essere immesso al consumo prima del 31 dicembre dell’anno successivo alla vendemmia. Fausto Maculan, protagonista del lancio di Breganze nel mondo e protagonista del “Rinascimento” del vino italiano negli anni Ottanta del secolo scorso, assieme alle figlie Angela e Maria Vittoria, solo nelle annate che lo consentono, ne fa anche una straordinaria versione muffata, l’Acininobili. La scelta degli acini attaccati da Botritis cinerea è maniacale, due anni di affinamento in barriques nuova di Allier e sei mesi in bottiglia.

I vini della degustazione Autoctoni dimenticati

I vini della degustazione Autoctoni dimenticati

 Gli assaggi migliori

La mia, davvero, non vuole essere captatio benevolentiae ma tutti i vignaioli breganzesi hanno presentato in questo viaggio stampa, chi per un motivo, chi per un altro, vini importanti, in alcuni casi delle vere e proprie perle enologiche. Le sessioni di degustazione sono state divise in aree tematiche. Per la Vespaiola, introduzione al vitigno autoctono di Breganze, ricordo con grande piacere il Vespaiolo 2016 di Azienda Agricola Cà Biasi di Innocente Dalla Valle, il Vespaio 2016 di IoMazzucato e il Vespaiolo Soarda 2016 di Vignaioli Contrà Soarda di Mirco Gottardi. Più immediati i primi due, più ricercato il Soarda, due modi diversi di intendere la vespaiola ma altrettanto efficaci. La DOC Breganze ha un’enclave nelle colline a ridosso di Bassano del Grappa, ai piedi dell’Altopiano di Asiago. Parliamo di veri e propri cru, dove, più degli autoctoni, sono i vitigni internazionali a esprimersi in maniera sublime. Per la degustazione Passaggio A Nordest le colline del cru Bassano, cito l’Angarano Bianco 2016 di Villa Angarano e il Vignasilan 2013 di Contrà Soarda, entrambi da vespaiola in purezza, entrambi vini di assoluta classe e profondità.  Come dimenticare poi Il Cavallare 2012 di Vigneto Due Santi di Stefano e Adriano Zonta (in questa annata da un blend 50% merlot e 50% cabernet franc). Ho scambiato quattro chiacchere a fine degustazione con Stefano, vignaiolo di grande umiltà e sensibilità, non è enologo, né agronomo, un giorno è stato folgorato dai profumi della vendemmia, una vocazione laica improvvisa. Per la serie ragazzi guardate che qui non siamo in Borgogna ma a Bassano, due perle assolute, il Vignacorejo 2008 pinot nero di Vignaioli Contrà Soarda e il Cà Michiel 2012 da uve chardonnay in purezza di Villa Angarano. Poiché non siamo nemmeno a Bordeaux, Villa Angarano tira fuori un Quare di Angarano 2008, 100% cabernet sauvignon, giusto per mettere in difficoltà chi degusta. Per non variare sul tema la degustazione I Bordolesi a Breganze, storia di un’acclimatizzazione, ha messo a confronto in un’interessante verticale il cabernet Breganze Doc riserva “Kilò” di Cantina Beato Bartolomeo nelle annate 2013, 2008, 2003 e 1998 e il Crosara di Maculan 100% merlot nelle annate 2013, 2007, 2005 e 2004. Naturalmente parliamo di due vini dal peso specifico diverso, il Crosara è un grande merlot italiano che ha trovato nell’assaggio dell’annata 2004 il suo stato di grazia. Sorprendente ancora per potenza, visto che parliamo di un vino di vent’anni, è stato il Kilò 1998, considerando poi il prezzo base da cui parte, c’è da rimanere scioccati in senso positivo ovviamente. La degustazione Autoctoni dimenticati è stata l’apoteosi proprio perché ha presentato vini inaspettati e buonissimi: il Pedevendo 2015 da uve pedevenda in purezza e il Fondo 53 (31% pedevenda, 31% marzemina bianca, 31% vespaiola e 7% gruaja) di Firmino Miotti, due rifermentati in bottiglia tra i più buoni che abbia mai assaggiato. Il Groppello 2016 di Col Dovigo da uve 100% groppello, un vino da avere sempre in cantina per berlo in ogni momento della giornata, e poi la Sampagna di Emilio Vitacchio da uve marzemina bianca in purezza. Uno Charmat talmente sbarazzino e piacevole da perderci la testa a un prezzo incredibile che mette in fila, senza fare nomi, bollicine identiche per tipologia molto più blasonate. Dulcis in fundo l’ (Ante) Prima del Torcolato. Anche qui tanti begli assaggi ma su tutti mi hanno colpito il Torcolato: Col Dovigo 2015, Firmino Miotti 2010 e Emilio Vitacchio 2014 dove il dolce non dolce di Veronelliana memoria ha trovato il suo equilibrio perfetto. In realtà non è finita qui, perché all’appello mancano Roberto Benazzoli (Le Vigne di Roberto) e il suo Prime Rose Metodo Classico, 90% pinot nero e 10% vespaiola, 36 mesi sui lieviti, il giusto modo per iniziare o per finire e allora  prosit dolci colline di Breganze.

Crediti:

  • Chiara Pigato – Tesi di Laurea Magistrale in Filologia Moderna Anno Accademico 2016/2017 “Virgilio Scapin e la “vicentinità” romanzi e altre storie.
  • Maurizio Veladiano, “Magnasoète”, testimoni di un mondo ormai lontano, “Il giornale di Vicenza”, 20 ottobre 1996 per il titolo dell’articolo.

Spirito guida: Virgilio Scapin, scrittore, attore e libraio.

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Gianpaolo Giradi e Italo Maffei

Gianpaolo Girardi e Italo Maffei

Domenica 21 e lunedì 22 gennaio al Montresor Hotel Tower di Bussolengo ritorna l’atteso momento d’incontro tra Agenti, Produttori e Clienti per la presentazione del catalogo 2018 di Proposta Vini. Sono tra quelli che considera distribuzioni come Proposta Vini, ma anche Teatro del Vino, Les Caves de Pyrene, giusto per fare qualche nome, indispensabili per il piccolo vignaiolo che intende diffondere in maniera capillare il proprio prodotto. Proposta Vini è un’azienda specializzata con più di trent’anni di esperienza nella selezione e commercializzazione di vini, spumanti, distillati e olii. Vista l’imminente presentazione del catalogo 2018 ne ho approfittato per rivolgere qualche domanda a Gianpaolo Girardi, patron di Proposta vini.

Gianpaolo, una domanda di prammatica ma trascendentale per noi appassionati, quali le novità per il catalogo 2018 di Proposta Vini; che vini avete scovato in giro per il mondo e, soprattutto in Italia, tu e Italo Maffei?

Le novità europee riguardano Borgogna, Rodano (anche un nuovo Champagne) e un progetto chiamato Il Circolo di Vienna* con il quale intendiamo darà visibilità ad una zona vinicola storica ma attualmente poco conosciuta. Le novità italiane sono molte e riguardano diverse regioni (Alta Langa, Colline Saluzzesi, Carema, Val Venosta, Prosecco, Aglianico del Vulture, un nuovo Vino Estremo: Tell di Faccinelli, ecc.)

Qualche settimana fa su un noto social network è stata ripresa una vecchia discussione riguardante la distribuzione del vino, in particolare il focus riguardava i vignaioli che spesso sono ostaggio dei distributori, in una sorta di regime monopolistico. Personalmente credo che distribuzioni come la vostra, Teatro del Vino, Les Caves de Pyrene, dove il comune denominatore di chi ci lavora è la passione smisurata per il vino, consentano al produttore di delegare un aspetto della sua attività, la vendita, che difficilmente sarebbe in grado di fare con la giusta cognizione di causa o che nelle migliori delle ipotesi , con gli strumenti che ha a disposizione, rischierebbe di non varcare i confini della propria città, che ne pensi?

Probabilmente c’è ancora gente che la pensa così oppure qualcuno che ha interessi diversi e cerca di far passare questo messaggio. In realtà è vero il contrario: i piccoli produttori, intendo quelli che producono attorno alle 50.000 bottiglie (e anche meno) raramente hanno le conoscenze commerciali minime per poter operare e, soprattutto, non hanno fisicamente il tempo. Tutto quello impiegato a fatturare, spedire, gestire incassi e provvigioni, fare formazione agenti, dedicare tempo ai clienti è tolto al lavoro in campagna e in cantina. Inoltre c’è (e non solo in Italia) il grande problema del rischio incassi. I produttori che si affidano a noi (alle distribuzioni serie intendo) sono presenti sul mercato in maniera capillare, senza rischio, dedicando a questo ambito tempi irrisori.

26221088_860927124081971_3973121322434458304_oGianpaolo una longa manus mi ha passato l’introduzione che hai scritto al nuovo catalogo di Proposta Vini 2018, ad un certo punto vai a toccare un argomento che ritengo attualissimo e che desta molta preoccupazione, mi riferisco alla “leggerezza professionale”, intesa come imperizia nello svolgere il proprio lavoro di molti addetti che operano nel settore dell’enogastronomia. Ci sono ancora presunti professionisti che chiamano Prosecco ogni vino con le bollicine che versano nel bicchiere si tratti di Franciacorta o Trento Doc, tanto per fare l’esempio più banale che mi viene in mente; questi atteggiamenti sono molto più comuni di quanto si possa immaginare e creano un danno enorme d’immagine non solo ai professionisti seri ma a lungo andare a tutto il comparto, sei d’accordo?

In realtà è un invito a voi giornalisti, che vi occupate di questo mondo del vino, affinché mettiate in campo tutta la vostra forza comunicativa per far sì che cambi l’approccio individuale di molti che lavorano nella ristorazione. Il cameriere, il barista, l’enotecario sono i veri ambasciatori dei prodotti di territorio e non è possibile che non si pongano il problema di riuscire a trasmettere l’oggettivo valore di un determinato vino in relazione proprio all’unicità del territorio nel quale viene prodotto. Aggiungo che non è una questione di etichetta ma solo di buon senso, rispetto ed educazione.

*Il Circolo di Vienna raccoglie una serie di vini provenienti da Austria, Germania, Polonia, repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Romania, Slovenia, Trieste, Gorizia e Ungheria.

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Helmuth Köcher e Angelo Carrillo

Helmuth Köcher e Angelo Carrillo

Come mi era già capitato di sottolineare qualche anno fa, il Merano Wine Festival più originale, spesso, vive negli eventi collaterali alla kermesse che si svolge all’interno del Kurhaus. In questo senso, anche l’edizione 2017 non ha deluso, soprattutto per il convegno Naturae&Purae “Quo Vadis, The Future is Natural?” svoltosi il 9 novembre presso i Giardini di Castel Trauttmansdorff. Il Convegno ideato da Angelo Carrillo, in collaborazione con Helmuth Köcher, ha visto confrontarsi in merito al tema su quale potrà essere la produzione sostenibile per il futuro della viticoltura, illustri personalità del mondo del vino come Attilio Scienza, Angiolino Maule, Luca D’Attoma, Hayo Loacker e Werner Morandell. È indubbio che i consumatori stiano riservando sempre maggiori attenzioni a scelte che vanno nella direzione bio e ambientalista; in quest’ottica, la crescita delle vendite dei vini bio nella GDO (+19,7%) è un dato emblematico, e tutti sono concordi nell’asserire che, per la viticoltura del futuro, la produzione debba essere sostenibile nella massima trasparenza per il consumatore ma le strade per raggiungere questo obiettivo sono molteplici e spesso apparentemente distanti tra loro. Si va dall’approccio tecnologico/scientifico delle ricerche di cisgenetica, alla “Natura padrona” dei vignaioli naturali che tendono a ridurre al minimo gli interventi dell’uomo sia nel vigneto che in cantina. Strade diverse ma con un unico obiettivo che è quello di lavorare per una viticoltura libera da trattamenti di sintesi, sana per l’ambiente e di riflesso anche per l’uomo.

Qualche giorno dopo la fine della 26esima edizione del Festival, Angelo Carillo, relativamente al Convegno Naturae&Purae “Quo Vadis, The Future is Natural?” da lui curato, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook delle interessantissime considerazioni che meritano di essere rilanciate, confidando nello sviluppo del tema per l’edizione 2018:

NATURAEETPURAEWEB-650x350…Troppe e troppo complesse sono le dinamiche interne a questo mondo che da poco ha trovato una quadratura parziale e non priva di contrasti sul tema delle denominazioni, a partire da quella di Vigna. Cionondimeno, pure in assenza, di protagonisti, il tema scottante corre sottotraccia e nel futuro verrà certamente preso di petto. Ne ho avuto numerosi riscontri. Attendiamo tempi più maturi. Sulle posizioni espresse dal Professor Scienza e, al polo opposto, da Angiolino Maule, paladino del “Vino Naturale” forse per l’ultima volta, chissà, sullo stesso ring, e non uso a caso questa parola, ho colto, invece molte più sinergie di quanto la nuda cronaca, e le reazioni a caldo, raccontino: una scienza molto meno dogmatica e asettica di quanto voglia apparire e una prosopopea “naturalistica” molto meno vaga e aleatoria di quanto si immagini, tanto da spingermi a dire che dal 9 novembre, almeno per quel che riguarda me, comincio a parlare di una scienza del vino naturale, se con questa definizione possiamo intendere una serie di misure, “misurabili e verificabili” applicate alla viticoltura e alla vinificazione del mondo del “vini naturali” quantomeno di quelli dell’associazione “VinNatur”. A testimoniare quanto le distanze tra studi di cisgenetica e tecniche di viticoltura sostenibili siano meno siderali di quanto superficialmente si possa pensare è sufficiente ricordare gli interventi di Mario Pojer e Hayo Loacker, il primo produttore di Zeroinfinito, Piwi allo stato puro e il secondo produttore di una delle aziende biodinamiche più antiche d’Italia. Entrambi consci della portata del tema sempre più dirimente della resistenza della vite alle malattie più diffuse, da un punto di vista pratico, in primo luogo, che non può certamente scartare a priori una soluzione come quella offerta dalla cisgenetica difesa con convinzione da Attilio Scienza. Si badi bene, non si parla di tecnologie transgeniche che paiono per ora e per fortuna, accantonate, a seguito della forte e giustificata opposizione che suscitano , ma quelle di interventi sul genoma della vite con materiale genetico della vite stessa senza mostruosità di ingegneria genetica. Una strada concreta per chi opera concretamente con la finalità ultima di non avvelenare ne avvelenarsi e ritrovare il passo di una viticoltura non industriale. Eppure i concorrenti si sono già ampiamente armati e al di fuori dei rassicuranti confini europei operano nella direzione indicata da Scienza. Seguirli o non seguirli? Per ora la legislazione lo impedisce. Domani chissà? Ma a ben vedere, questo è solo uno dei problemi riguardanti il futuro del vino visto nella sua dimensione produttiva. E quella del consumo e del consumatore futuro? Ecco il convitato di pietra che, con modesto successo ho provato a presentare ai relatori nel corso del convegno. Ma il consumatore cosa vuole? A sentire il concretissimo veneto Angiolino Maule la sua parabola umana e produttiva sembra già includere la risposta e il successo sulle giovani generazioni di consumatori va preso maledettamente sul serio e analizzato. La mia idea me la sono fatta ormai da più di un anno e a spiegarla ho chiamato l’esperto di cibi fermentati Carlo Nesler cui ho chiesto di riproporre l’epifania alimentare del vino, dimensione tanto negletta quanto a mio avviso importante per la ridefinizione dell’oggetto vivo vino in futuro. Così avviene in altre lande. E ciò dovrà avvenire anche in quei paesi di più antica tradizione vitivinicola (dove conservazione e reazione sono termini che spesso si confondono e sovrappongono sia nel significante che nel significato) per un vino, e questo sarà l’argomento che proveremo a sviscerare nei prossimi mesi e sarà, forse, rubando lo slogan a Slow Food, il tema Naturae&Purae 2 che sia “buono, pulito, giusto…e sano?”

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23669034_10212631776623050_5963817877843767737_oAlla domanda quali siano le denominazioni più vocate in Italia per la produzione di spumante metodo classico, la risposta, in parte scontata, sarebbe Franciacorta e Trentodoc. Di seguito verrebbero aggiunti Oltrepò Pavese, Alta Langa e i più audaci inserirebbero nella lista Lessini Durello. Calma, fermiamo le bocce. Siamo sicuri che il Lessini Durello debba essere messo così in secondo piano? Non saranno certo il milione di bottiglie prodotte attualmente dalla Doc Lessini Durello a scompaginare le economie della spumantistica italiana ma un dato e certo, da quella terra, a cavallo tra le province di Verona e Vicenza, provengono eccellenze assolute, in grado di scombinare le carte anche al degustatore più esperto. Non solo, da lì arrivano anche idee e progetti che, uniti a un sapiente marketing territoriale, potrebbero consentire a una zona collinare, a volte aspra, di fare il grande salto di qualità e diventare importante meta del turismo enogastronomico, avendo come fulcro proprio le bottiglie di metodo classico berico-scaligero. In questo senso un progetto importante è il Volcanic Wine Park che intende offrire al turista una proposta esperienziale a stretto contatto con l’ambiente, basata su qualità dei servizi, professionalità nell’accoglienza, attività ed eventi caratteristici. Il filo conduttore è esporare la natura incontaminata che le “terre dei vulcani” sono in grado di offrire. Gli itinerari tematici saranno legati alla stagionalità e proporranno workshop sui processi produttivi locali come la vendemmia o la pigiatura. All’interno del progetto, centrali saranno i momenti dedicati alla scoperta dell’enogastronomia, con banchi di assaggio e degustazioni. 23675066_10212631776303042_2732880999165957246_oA tutto ciò va aggiunto che nella Val d’Alpone c’è il più grande giacimento fossilifero del mondo. Una peculiarità questa che vede la Valle in corsa per entrare tra i siti candidati a Patrimonio UNESCO. Infatti, sotto il profilo scientifico, la Valle d’Alpone è sede di rocce vulcaniche e sedimentarie marine che racchiudono numerosi giacimenti paleontologici dell’Eocene, tra cui quelli importantissimi di Bolca. Tornado al vino possiamo affermare con certezza che La Lessinia è terra baciata dalla fortuna perché l’uva Durella è uva tosta, dalla buccia spessa, la cui spiccata acidità vede nella spumantizzazione la sua vocazione naturale, ma non solo, proprio grazie a quella spiccata acidità, il Disciplinare prevede che il metodo classico permanga sui lievi come minimo per 36 mesi, ottenendo così uno spumante di bella complessità . La denominazione del Lessini Durello ha compiuto proprio in questi giorni i suoi “primi” 30 anni.  Era il 1987, infatti, quando grazie al lavoro fatto dall’allora sindaco di Roncà, Giamberto Bochese, nacque il Consorzio di Tutela al quale aderirono inizialmente sette aziende: Cantina dei Colli Vicentini, Cantina di Montecchia, di Monteforte, di Gambellara, Fongaro, Marcato, Cecchin e proprio le ultime tre sono ancora oggi sono tra i punti di rifermento assoluti della denominazione.

 Spunti di riflessione sulla denominazione

23737563_10212631773142963_5224400340297347101_oLa denominazione prevede da disciplinare anche la produzione di Lessini Durello spumante ottenuto da metodo Charmat. Su quest’aspetto molti giornalisti presenti al recente “Durello & Friends 2017” sono stati piuttosto critici ritenendo solo la produzione di metodo classico il vero valore aggiunto della bollicina berico – scaligera. Sono abbastanza d’accordo, mi è capitato di assaggiare degli charmat che erano in tutto e per tutto simili al Prosecco, che senso ha tutto questo? 23736087_10212631787783329_4404373275526760739_oPer contro invece, alcuni produttori valorizzano appieno la Durella ottenendo degli Charmat davvero personali, mi riferisco in particolare a Nicola Dal Maso, a Cavazza, a Zambon. Resta il fatto che dopo aver assaggiato le super riserve di Gianni Tessari, Fongaro, Franchetto, Montecrocetta, Casa Cecchin, che riposano sui lieviti dai 60 agli 84 mesi, capisci che sono spumanti di livello assoluto, in grado di rivaleggiare alla cieca con i nomi più blasonati della spumantistica internazionale.

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23467069_10212578800098670_1238015261889246607_oIl vino, segno della civiltà dell’uomo, che con la sua cultura si tramanda di generazione in generazione e spesso nel mondo si lega ai nomi di grandi famiglie. L’Italia ovviamente non fa eccezione, da Nord a Sud, da Est a Ovest: storia, tradizione e stile per vini unici e inconfondibili. Non sfugge a questa regola la Famiglia Endrici; siamo in località Masetto a San Michele all’Adige in Trentino.  La cantina Endrizzi (derivazione dal dialetto di Endrici) ha più di 130 anni di storia. L’azienda venne fondata dai Fratelli Angelo e Francesco Endrici che scesero in Piana Rotaliana da Don, un piccolo paesino in Valle di Non, nel 1885 quando il Trentino faceva parte dell’allora Impero Asburgico, guidato dall’Imperatore Francesco Giuseppe. Oggi l’azienda è condotta da Paolo Endrici, da sua moglie Christine, nata a Reutlingen nei pressi di Stoccarda, e dai figli Daniele e Lisa Maria. Da Endrizzi lavora anche un gruppo di professionisti di grandissimo livello: l’enologo Vito Piffer, che collabora a stretto contatto con Tiziana Piffer e Nicola Butterini; coadiuvato dal 2008, in qualità di consulente esterno, dal grande enologo altoatesino Hartmann Donà, già responsabile della Cantina di Terlano. Alla realizzazione degli spumanti metodo classico di Endrizzi collabora invece Paolo Inama, creatore di alcuni dei più importanti spumanti di Franciacorta e TrentoDOC.

Il Gran Masetto

 Nei primi anni del 2000, la famiglia Endrizzi, che già produceva una versione tradizionale del Teroldego, intuisce tutte le potenzialità del Cru Masetto e decide di realizzare a una riserva vinificata con parziale appassimento dell’uva. I più scettici pensarono a un’imitazione dell’Amarone in territorio trentino, ma presto dovettero ricredersi, ritrovando nel bicchiere i descrittori del Teroldego senza che l’appassimento ne avesse stravolta la natura. Masetto è anche il toponimo dove sorse la cantina nel 1885. La prima annata del Teroldego Gran Masetto proposta sul mercato da Endrizzi è stata il 2003, mentre l’ultima annata in commercio è la 2012 (il 1° gennaio 2018 uscirà la 2013). L’appassimento dura circa tre mesi per una perdita del volume di circa il 30 – 35% dopodiché le uve raggiungono un loro equilibrio con un’ottimale concentrazione degli zuccheri. Un appassimento lento e a bassa temperatura che permette una disidratazione lenta e una continua maturazione fenolica. Questo processo mantiene inalterate il più possibile le caratteristiche di franchezza del vitigno. Il mosto proveniente dalle uve in appassimento subisce una fermentazione di 10 giorni e poi il prodotto prosegue l’affinamento in barriques di rovere francese per 20 mesi. Ulteriori sei mesi di bottiglia migliorano l’affinamento complessivo delle componenti strutturali.

23843598_10212662372907938_835459082707316337_nLa verticale di Gran Masetto

La degustazione ha proposto cinque annate sulle dieci prodotte, scelte secondo un criterio di varietà di andamento stagionale, questo l’ordine di servizio: 2010-2009-2007-2006 e 2005 e 2012.

 Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2010

Dopo la spiegazione dell’andamento climatico dell’annata curato da Vito Piffer, la parola passa a Paolo Endrici che dovrebbe raccontare il vino, ma Paolo ha le parole strozzate in gola per i ricordi e fa fatica a parlare; a me tutto questo fa già stare bene ma c’è anche il vino: grande frutto e struttura che lo condurranno a una sicura e importante evoluzione, iniziamo davvero alla grande.

Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2009

Vito Piffer dice che la 2009 è stata l’annata ideale per avere un vino importante in trentino, io questa cosa la sento tutta e in controtendenza con altri degustatori/giornalisti presenti ritengo che questo millesimo darà alla famiglia Endrizzi grandi soddisfazioni. Meno d’impatto il naso rispetto al 2010, leggermente più esile in bocca ma la profondità e la  prospettiva sono tutte dalla sua parte.

Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2007

Annata calda e precoce la 2007 e questa caratteristiche si sentono tutte. Il frutto è opulento, l’alcol è una presenza importante, sicuramente è meno pronto del 2009, deve ancora trovare la sua strada.

Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2006

Vito Piffer narra la 2006 come la classica annata trentina, con la vendemmia giusta ed equilibrata. Il vino in bocca è rotondo ma una leggera surmaturazione non me lo fa amare particolarmente, tanto che in questo caso un po’ si perde l’identità del vitigno.

 23415490_10212578797418603_3530784435577322486_oEndrizzi Teroldego Gran Masetto 2005

Nell’annata 2005 non perfetta, calda con un agosto piovoso l’alcol è presente ma stemperato prevale il frutto su tutto. Qui il tempo comincia a farsi sentire e nonostante anche in questo caso sia presente una leggera nota surmatura lo preferisco al 2006.

 Endrizzi Teroldego Gran Masetto 2012

È l’annata attualmente in commercio, un cavallo di razza da domare, ancora qualche spigolosità ma si farà, eccome se si farà.

In fine un plauso alla famiglia Endrizzi per la scelta di aver affidato la preparazione e servizio del pranzo agli allievi della Scuola Alberghiera di Rovereto; 25 ragazzi del 4° anno sala e cucina hanno ideato, insieme al coordinatore Antonio Garofolin e sotto l’attenta guida dei loro insegnanti di cucina chef Michele Bavuso e di sala maître Pasquale Cimmino, il menu abbinato ai Trentodoc di Endrizzi: Piancastello Riserva, Piancastello Rosé e Masetto Privé, Masetto Dulcis. A chiamare gli chef stellati sono capaci tutti.

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