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Com’è bella la città com’è grande la città, com’è viva la città, com’è allegra la città. Piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce con tanta gente che lavora con tanta gente che produce.  Con le réclames sempre più grandi coi magazzini le scale mobili coi grattacieli sempre più alti e tante macchine sempre di più. D’accordo era domenica e quindi Milano era sicuramente meno tronfia di come la dipinge Gaber, però a me che vengo dalla campagna fa sempre un grande effetto. Per percorrere sei chilometri, questa è la distanza che separa la Stazione Centrale da Via Gattamelata (sede di Identità Golose e Food&Wine), ho seriamente corso il rischio di ritrovarmi nel fantomatico paese di Vergate sul Membro (Tognazzi docet), però alla fine ce l’ho fatta e son soddisfazioni. Su Identità Golose, non avendo competenza in materia, solo una breve considerazione: ormai Cracco, Cedroni, Uliassi, Scabin, ecc, grazie a programmi come Master Chef (e non solo) sono delle vere proprie star; tant’è che nei sogni adolescenziali, oltre a fare il cantante e il calciatore, si aggiungerà presto anche il sogno di diventare chef: un bene? Un male? chissà, ai posteri l’ardua sentenza.

Da Food&Wine, (mi sono concentrato soprattutto sul wine)  qualche bella sorpresa, su tutti: Villa Job (Grave del Friuli, incredibile!) della quale parlerò prossimamente; poi  il prosecco di Col del Sas,(ah se almeno un decimo dei prosecco fossero come questo, il mondo sarebbe migliore!) con un inedito Giampaolo Giacobbo dietro al banchetto; i vini di Raffaele Pagano- Joaquin (discorso da approfondire al più presto) e il Giardini Arimei, passito secco dell’isola d’Ischia, fattomi assaggiare dalla dolcissima Michela Muratori.

Ha dimenticavo, interessante anche l’OT 2007 (Syrah 50%, Cabernet Franc 35%, Petit Verdot 15%), di Oliviero Toscani, che mi è stato anche presentato dal mitico Alessandro Scorsone; Toscani mi guarda e dice rivolto a Scorsone: “Ma è straniero?” e meno male che non avevo ancora aperto bocca!

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È indubbio che la strada da percorrere per la Franciacorta, ma credo tutti produttori di metodo classico in generale, è quella del dosaggio zero; lo dicono gli esperti, lo confermano le guide con i loro premi. Dosaggio zero, pas dosè, brut nature, modi diversi per dire la stessa identica cosa, ovvero bollicine alle quali, dopo il degorgement, non viene aggiunta la liqueur d’expedition, ma lo stesso vino; non vi è pertanto nessuna aggiunta di zuccheri. Argomento molto interessante che è stato trattato in un convegno, il primo a livello internazionale sull’argomento, come ha ricordato Bruno Muratori nelle fasi di apertura dei lavori, organizzato da Arcipelago Muratori a Villa Crespia in Franciacorta il 23 gennaio scorso. Un convegno innovativo sotto tutti i punti di vista; infatti, grazie a Intravino, è stato possibile sperimentare la tecnica della Storify, un modo nuovo di seguire gli eventi via web che unisce video, foto, tweet e commenti in un’unica storia che i naviganti possono leggere, commentare in diretta oppure inserire direttamente nel proprio blog.

Visti questi aspetti molto “web oriented”, in platea molti blogger, ma naturalmente anche giornalisti ed esperti. Sul palco invece relatori di prim’ordine, come Il professor Attilio Scienza che ha tenuto una lectio magistralis sull’evoluzione storico-tecnica del dosaggio nel tempo, Luca Gardini miglior sommelier del mondo, Micheal Drappier produttore di champagne, la wine writer inglese Michèle Shah, il giornalista e wine blogger spagnolo Jordi Melendo, Andrea Gori sommelier e wine blogger; il tutto moderato con grande senso dell’ironia Federico Quaranta. Questa la fredda cronaca, ma ci sono stati alcuni interventi che mi hanno scaldato il cuore e fatto riflettere: primo, l’interevento di Luca Gardini! Luca è stato deciso nel dire che il confronto tra Champagne e Franciacorta non solo è un inutile esercizio di stile, ma alla fine rischia di non dare la giusta valenza a un territorio (Franciacorta) che è unico; quindi basta sommare le mele con le pere, diamoci un taglio definitivo, lo Champagne è Champagne il Franciacorta è Franciacorta, pietra tombale sopra!  Altro aspetto cruciale: Luca Gardini auspica che le bollicine a Dosaggio Zero non diventino moda (e nemmeno un vino per pochi, dico io)! In effetti, le mode sono effimere e tutta una serie di prodotti d’indubbia qualità a dosaggio zero non lo meriterebbero; pertanto, sommelier e comunicatori hanno il compito di fare in modo che questo non avvenga, poi poco importa se, per dirla alla Michele Shah, i consumatori preferiranno sempre un vino più abboccato, l’importante è che non accada quello che dice Francois Morel, ovvero che a furia di prendere il consumatore per un sempliciotto finirà per diventarlo.  Timone diritto allora (che metafora infelice) e via con il Dosaggio Zero che può diventare vero simbolo di un territorio e contribuire a (ri) lanciare la Franciacorta.
Secondo, anche se per ragioni opposte, l’intervento di Michèle Shah! Michèle dice: c’è una crescita globale della tipologia spumante ementre il prosecco sta facendo sfaceli, la Franciacorta nel mondo è semi sconosciuta ; ma non vediamo la cosa come negativa perché tutto ciò per osmosi porta il focus sulle bollicine italiane tout court. Ecco quest’assunto mi spaventa; credo che il prosecco invece che fare da traino possa produrre l’effetto contrario, in altre parole continuare a relegare il metodo classico italiano in un angolo, generando, se possibile, ancora più confusione nei consumatori. Una volta per tutte, usciamo da questa sudditanza psicologica nei confronti del prosecco, se siamo a un convegno sul metodo classico, non nominiamolo nemmeno, lui si vendicherà facendo altrettanto negli appuntamenti a lui dedicati. Non diamo adito a dubbi perché checchè se ne dica la strada da fare è ancora tanta; il consumatore medio ancora oggi non è in grado di distinguere tra le due tipologie e mette tutto nello stesso calderone.  Diamo una mano alla Franciacorta, al Trento Doc, all’Oltrepo Pavese, all’Alta Langa. Ad esempio, se parliamo del Franciacorta, nelle carte dei vini o alla mescita, tranne rare illuminate eccezioni, la presenza è limitata a tre nomi (si proprio quelli a cui state pensando) e alla domanda “Che Franciacorta avete?” la litania è sempre la stessa; ma per dio la Franciacorta è anche altro (e che altro!) e su questo, lo dico con tutta l’umiltà possibile, se fossi nel consorzio, m’ interrogherei.
Chiudo con le parole di Luca Gardini, che pur essendo un genio di tecnica e un pozzo di scienza alla fine del suo intervento ha concluso “semplicemente” così: “ Il vino è di chi lo fa, è della terra, è delle persone!  Emozioni, comunichiamo le emozioni!” Amen!
A fine convegno, in pè!, per dirla alla Enzo Jannacci di “Veronica”, si potevano degustare: l’interessante  Numero Zero di Villa Crespia (chardonnay in purezza ),  il notevole  Champagne Brut Nature Millésime Exception 2004 di Drappier (assemblaggio di pinot nero, chardonnay e pinot meunier dalla regione dell’Aube) e il sorprendente  Cava Brut Nature Reserva de la familia 2008 di Juvé y Camps (cuvée di uve macabeo, xarel.lo, parellada e chardonnay) a dimostrazione che il cava esiste e vivo e vegeto e non si chiama Freixenet.

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Gli sport praticati in Italia sono tanti, ma ce n’é uno che più di altri può assurgere all’ambito titolo di sport nazionale, in grado di connotare fortemente un tipo antropologico d’italiano, ed è quello di cambiare idea con la stessa frequenza con cui si cambia la biancheria intima. Tanto per fare qualche esempio in ambito enologico, è successo con la barrique, poi con i Super Tuscan, poi con i vini “convenzionali” all’avvento dei vini naturali ecc.; oggi pare che la stessa cosa stia capitando con la professione del Winemaker. Certo, le idee monolitiche possono anche essere pericolose e reazionarie, ma possibile che questa figura professionale che fino a poco tempo fa era la star indiscussa del panorama enologico nazionale e internazionale, voluta da tutti, sulla bocca di tutti, di colpo abbia perso il suo appeal? Possibile che i Winemaker siano diventati solo quello che i detrattori hanno sempre sostenuto, ovvero i responsabili dell’appiattimento del livello qualitativo dei vini, secondo l’equazione stessa mano stesso vino a qualunque latitudine? Ma è proprio così? Ne ho parlato con Michele Bean, Roberto Cipresso e Luca D’Attoma chiedendo loro di fare il punto sullo stato dell’arte e sulle prospettive future della professione, ecco cos’è emerso:

Terza parte: Luca D’Attoma
L’appellativo winemaker – che  significherebbe “chi fa il vino” –  secondo me è erroneamente attribuito alla figura dell’enologo libero professionista; potrebbe eventualmente  essere usato per indicare l’enologo di cantina , che spesso svolge attività anche manuali, oppure allo stesso produttore di vino (quando ha anche le conoscenze   di Enologia) . L’enologo  consulente, come nel mio caso,  può operare con doppia funzionalità : sia nella gestione del vigneto sia della cantina , ma non esegue materialmente le operazioni di “fare il vino”.
Per molti anni l’ ”enologo Superstar” ha tenuto banco ed intrattenuto chi si occupa di vino sotto tutti gli aspetti ed  i mass media hanno senz’altro contribuito all’ascesa di questa figura, scrivendo ed elogiando vini anche solo per essere stati “fatti” da enologi famosi; senza negare  che questo atteggiamento ha fatto comodo a molti di noi dell’ambiente del vino, ha tuttavia contribuito a provocare l’appiattimento del gusto dei vini: esempi di merlot uguali dal Friuli al Lazio oppure esempi dei Supertuscan , talmente omologati  da non riuscire a capire se la zona di  provenienza  è la Maremma o Bolgheri o Montalcino… Del resto è umanamente impossibile per un professionista acclamato poter seguire capillarmente decine e decine di aziende in tutta Italia e personalizzarne i vini, per cui spesso è stata creata una “ricetta” uguale per tutti, anche per soddisfare le esigenze del mercato, che come sappiamo segue le mode anche per  il vino .
Senz’altro adesso stiamo assistendo ad un ridimensionamento dell’enologo inteso come una star ed, anzi penso che la figura così intesa vada del tutto scomparendo. Questo sarà un vantaggio per tutti coloro che lavorano con passione per il vino, che credono nella valorizzazione del vigneto e nella diversificazione del prodotto enologico.

Biografia di Luca D’Attoma
Luca D’Attoma nasce nel 1964 a Borgo S. Lorenzo (Firenze) e si diploma alla Scuola di Enologia e Viticoltura di Conegliano Veneto nel 1985, come borsista con tesi sperimentale sugli “arresti di fermentazione e riattivazione con scorza di lievito”.
Assolti gli obblighi di leva, dopo aver trascorso un periodo di tirocinio presso l’Azienda Agricola Bellavista in Franciacorta, ha collaborato con la Sartorius Gmbh, occupandosi di microfiltrazione ed analisi microbiologiche.
Fra il 1989 ed il 1992 prosegue l’attività di collaborazione con la Fattoria di Albola nel Chianti Classico, la Fattoria Ponte a Rondolino a San Gimignano e presso la Fattoria Montellori in Chianti.
Già nel 1991 intraprende la libera professione come consulente vitivinicolo presso l’Azienda Agricola Le Macchiole a Bolgheri e Tua Rita a Suvereto in Toscana e in Veneto presso l’Azienda Agricola Cav. G.B. Bertani di Verona.
Nel 1999 fonda la W.E.C. Wine Evolution Consulting, società di consulenza viticola ed enologica, per la quale si avvale di collaboratori specializzati.
Nella sede della W.E.C. – in un ufficio-showroom appositamente attrezzato – Luca D’Attoma organizza incontri tecnici e degustazioni, così come attività di aggiornamento rivolte a colleghi e clienti.

Le foto di Luca D’Attoma sono di Rocco Lettieri

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Gli sport praticati in Italia sono tanti, ma ce n’é uno che più di altri può assurgere all’ambito titolo di sport nazionale, in grado di connotare fortemente un tipo antropologico d’italiano, ed è quello di cambiare idea con la stessa frequenza con cui si cambia la biancheria intima. Tanto per fare qualche esempio in ambito enologico, è successo con la barrique, poi con i Super Tuscan, poi con i vini “convenzionali” all’avvento dei vini naturali ecc.; oggi pare che la stessa cosa stia capitando con la professione del Winemaker. Certo, le idee monolitiche possono anche essere pericolose e reazionarie, ma possibile che questa figura professionale che fino a poco tempo fa era la star indiscussa del panorama enologico nazionale e internazionale, voluta da tutti, sulla bocca di tutti, di colpo abbia perso il suo appeal? Possibile che i Winemaker siano diventati solo quello che i detrattori hanno sempre sostenuto, ovvero i responsabili dell’appiattimento del livello qualitativo dei vini, secondo l’equazione stessa mano stesso vino a qualunque latitudine? Ma è proprio così? Ne ho parlato con Michele Bean, Roberto Cipresso e Luca D’attoma chiedendo loro di fare il punto sullo stato dell’arte e sulle prospettive future della professione, ecco cos’è emerso:

Seconda parte: Roberto Cipresso

“Le considerazioni di Michelangelo sono come sempre pertinenti e  attualissime; nell’ultimo periodo ho anch’io avuto modo di riflettere in proposito più del solito; il winemaker è anzitutto un consulente, che,  come tutti gli altri consulenti attivi in tutti gli altri ambiti e settori, è un professionista che informa, consiglia, trasferisce know how e conoscenze specifiche. Se poi analizziamo il ruolo svolto dai grandi winemaker per la vitivinicoltura italiana negli utlimi 20-30 anni, è chiaro che chi li ricorda soltanto in termini di omologatori del gusto è a dir poco riduttivo, per non dire ingiusto. La viticoltura è sempre stata diffusa in Italia; molti vitigni sono ancora quelli coltivati nel passato, ed i “terroir” interessati in molti casi sono i medesimi, ma i giganteschi passi avanti avvenuti nell’ultimo periodo  che hanno permesso di innalzare enormemente la qualità media, nonché di raggiungere picchi di eccellenza che ogni anno si contendono, con  prodotti italiani o con altre eccellenze realizzate all’estero, il primato di “migliore vino del mondo”- sono stati possibili solo grazie all’intervento di grandi winemaker — in collaborazione con illuminati e lungimiranti vignaioli -, che hanno avuto il coraggio di analizzare le scelte dettate da tradizioni secolari, e di salvare il salvabile  eliminando ciò che invece era solo dannoso. Il vignaiolo italiano di oggi è molto più consapevole, ha una buona padronanza delle tecniche di base, sia in ambito agronomico che in ambito enologico; se quindi in passato elargiva soprattutto informazioni e conoscenze di carattere tecnico, adesso la stessa figura ha senso soprattutto dal punto di vista dei consigli e delle direttive di tipo strategico. Il winemaker è secondo me soprattutto utile a far uscire il produttore dalla sua realtà quotidiana, che assorbe moltissime energie e difficilmente lascia spazio e tempo per altre attività, e a proiettarlo in una dimensione più ampia  attraverso il trasferimento di tutta una serie di informazioni sulle attuali tendenze, opinioni, preferenze di un mercato sempre più vasto.  Resta infine il fatto che deve essere aggiornato in merito a tutti gli strumenti tecnici di avanguardia, e che ha il compito di sceglierli e  consigliarli al produttore in base alle aspirazioni di quest’ultimo,  nonché ai requisiti e alle potenzialità del suo “terroir” di coltivazione; l’obiettivo sarà quello di migliorare sempre più le condizioni di lavoro del produttore, e al contempo permettergli di  realizzare vini di carattere, fascino e personalità.
Per quanto riguarda il mio caso specifico, per tutta la serie di  considerazioni già espresse, le realtà nelle quali amo di più lavorare e trovo massima la mia utilità sono quelle in condizione di “start up”, nelle quali dare fondamentali indicazioni di impostazione del lavoro, suggerire “cosa non si deve fare” più di “cosa si deve fare”, e  prevenire errori ai quali sia poi difficile rimediare. Articolo quindi il lavoro nel tempo in termini di “assistenza”, “consulenza” e “supervisione”, ovvero faccio coincidere alle fasi iniziali della collaborazione un’attenzione pressoché quotidiana ed il più consistente  trasferimento di “know how”, per dare invece con il trascorrere degli  anni, sempre più autonomia alle realtà con le quali collaboro, parallelamente alla loro acquisizione di consapevolezza. Trovo inoltre  massimamente stimolante lavorare fuori dall’Italia, ed in particolare in  tutto quello che può essere considerato il “nuovo mondo” del vino, e la passione che metto in questi progetti mi regala risultati esaltanti —  tra gli altri, 99/100 assegnati da Robert Parker al mio Finca Altamira 2009 Achaval Ferrer. In conclusione, credo che a volte vignaioli e opinionisti ragionino purtroppo un po’ come la volpe con l’uva nella celebre fiaba: le risorse  disponibili in tempi difficili diminuiscono, e per ridurre le spese fa comodo considerare il winemaker come un costo inutile, così come è facile tagliare le spese di comunicazione perché non rappresentano un fattore della produzione concreto alla stregua di legni o concimi.  Attenzione però, perché temo che un simile modo di ragionare renda molto  consistente il rischio di incappare in una sorta di “analfabetismo di  ritorno”, quanto mai pericoloso proprio in tempi di crisi!”

Biografia di Roberto Cipresso
Nato a Bassano del Grappa nel 1963, dopo aver terminato gli studi in agraria inizia la carriera nel 1986 a Montalcino dove si stabilisce e lavora per alcuni dei più importanti produttori e già nel 1987 è direttore aziendale di Ciacci Piccolomini d’Aragona, cantina con cui ottiene i suoi primi successi, il Brunello Riserva 1988 e il Brunello Vigna Pianrosso 1990, ampiamente chiosati dalla stampa specializzata internazionale e protagonisti abituali delle più importanti aste di vini pregiati a N.Y, Chicago e Londra. Parallelamente inizia l’attività di Winemaker, sua principale occupazione, presso alcune tra le più importanti cantine italiane, che lo porta a creare nel 1992 l’azienda Fattoria La Fiorita a Montalcino, la cui prima annata, il Brunello 1993, è stata acquistata integralmente “en primeur” dall’Enoteca Pinchiorri di Firenze. Risale al 1995 la nascita del modernissimo progetto Winecircus, regno dell’azzardo e della sperimentazione come elemento vitale della ricerca, in cui ogni sfida con la vite ed il vino è possibile e vale la pena di essere tentata; nel 1999 Roberto fonda poi la propria società di consulenza vitivinicola Winemaking, ampliando così l’attività di winemaker anche all’estero e da il via ai nuovi progetti con la Diesel Farm di Renzo Rosso e con la Bodega Achaval Ferrer a Mendoza in Argentina.
Nel 2000, in occasione del giubileo, esegue la Cuvee speciale per il Papa. L’anno successivo l’Associazione Italiana Sommelier organizza presso l’hotel Cavalieri Hilton di Roma una serata dedicata interamente ai suoi vini. A partire dal 2002 viene chiamato, sia in veste di relatore che come ospite, a numerosi convegni e conferenze nel mondo organizzati dai più prestigiosi enti, università, testate specializzate e operatori del settore, intervenendo a Valencia, New York, Bruxelles, Berlino, Dusseldorf e nelle più importanti località italiane. Nel 2003 partecipa in qualità di winemaker alla tavola rotonda promossa in occasione del decennale de “l’ospitalità a tavola” insieme a esponenti del ministero dell’agricoltura e delle più importanti università italiane. E’ datato 2004 il suo esordio in radio, anno in cui collabora con Rai Radio Due alla trasmissione “decanter”. Nel 2006 pubblica il suo primo libro “il Romanzo del Vino”, vincendo il Premio Veronelli e ottenendo la nomination quale miglior scrittore alla manifestazione Oscar del Vino del 2007, nella quale viene insignito del titolo di miglior enologo italiano. Nello stesso anno riceve uno speciale riconoscimento al merito per le capacità umane e professionali dimostrate nel proprio lavoro dall’associazione “Città del Vino”.Eletto uomo dell’anno nella categoria food dalla rivista Men’s Health, nel 2008 pubblica anche il suo secondo libro “Vinosofia”.
Diventa Ambasciatore di Città del Vino dal 2009, anno in cui ottiene due dei più importanti successi personali: riceve lo special award “l’Enologo Italiano nel mondo” al Merano Wine Festival, mentre a seguito di una degustazione alla cieca di oltre 9.000 vini organizzata dalla rivista Wine and Spirits la cantina Bodega Achaval Ferrer viene proclamata migliore del mondo del 2009. Sempre nel 2009 vede la luce il suo terzo libro “Vineide”. A febbraio 2010 viene eletto ACCADEMICO Corrispondente all’Accademia Nazionale di Agricoltura di Bologna, mentre ad aprile incontra il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano e riceve l’incarico da “Città del Vino” della produzione del vino speciale per il 150° anno dell’Unità d’ Italia.
Il 13 Gennaio 2011 tiene una lezione all’interno del corso di “Progettazione in Enologia” nel modulo di ricerca e sviluppo in enologia della laurea magistrale interuniversitaria in viticoltura, enologia e mercati vitivinicoli (VEM) tra le università di Udine, Padova, Verona e Trento. Il modulo di ricerca e sviluppo in enologia è coordinato dal prof. Zironi, ordinario della cattedra di tecnologie alimentari – enologia, dell’università di Udine. Nella giornata di venerdì 29 Aprile, sull’isola di Mazzorbo (VE), partecipa, con Toni Capuozzo e Michele Serra, alla tavola rotonda dal titolo “Il vino e”. Nella giornata di Sabato 7 Maggio, nell’ambito del Porto Cervo Wine Festival, partecipa, con Bruno Gambacorta, Antonio Paolini e Giancarlo Gariglio, alla tavola rotonda dal titolo: “Il vino del futuro: cosa ci sarà in bottiglia nel 2020?”

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Gli sport praticati in Italia sono tanti, ma ce n’é uno che più di altri può assurgere all’ambito titolo di sport nazionale, in grado di connotare fortemente un tipo antropologico d’italiano, ed è quello di cambiare idea con la stessa frequenza con cui si cambia la biancheria intima. Tanto per fare qualche esempio in ambito enologico, è successo con la barrique, poi con i Super Tuscan, poi con i vini “convenzionali” all’avvento dei vini naturali ecc.; oggi pare che la stessa cosa stia capitando con la professione del Winemaker. Certo, le idee monolitiche possono anche essere pericolose e reazionarie, ma possibile che questa figura professionale che fino a poco tempo fa era la star indiscussa del panorama enologico nazionale e internazionale, voluta da tutti, sulla bocca di tutti, di colpo abbia perso il suo appeal? Possibile che i Winemaker siano diventati solo quello che i detrattori hanno sempre sostenuto, ovvero i responsabili dell’appiattimento del livello qualitativo dei vini, secondo l’equazione stessa mano stesso vino a qualunque latitudine? Ma è proprio così? Ne ho parlato con Michele Bean, Roberto Cipresso e Luca D’attoma chiedendo loro di fare il punto sullo stato dell’arte e sulle prospettive future della professione, ecco cos’è emerso:

Prima parte: Michele Bean

Bella domanda…
Io ti posso dire  come mi comporto e quale è la mia visione.
Non riesco a fare previsioni certe anche se ho qualche idea in proposito.
L’enologo esterno è un catalizzatore di idee, uno strumento in mano al produttore per  trovare la strada giusta e personale  in modo rapido e con meno intoppi. Non una prima donna.
Certo la tentazione è forte.  Sei spesso fulcro di decisioni e hai l’illusione di dominare gli elementi ed è facile cadere in fallo. Riflettiamo un secondo… Oliviero Toscani è tra i grandi fotografi di fine millennio e ha fatto la fortuna di Benetton o è il contrario?
In passato sia il protagonismo che i costi dei winemaker sono andati alle stelle. Caricati a dismisura dai giornalisti. Finendo col esagerare. E come è italico uso quando si esce  da un abbuffata si fa grandi digiuni ( vedi l’abuso e poi l’esatto opposto per le barrique).  Invece è l’equilibrio il segreto del successo. Il consulente come il legno, se buono e usato bene, da il suo plus valore. Migliore è la squadra di lavoro migliore è il risultato.
Io sono nato dal nulla, come potatore,poi cantinere, poi direttore tecnico e poi consulente.
Ho visto tutta la filiera da dentro e da più punti di  vista.
Mi sono fatto i calli nelle mani e quando pensavo di aver assorbito tutto ho cambiato per avere nuove visioni e  nuove persone da cui imparare (da tutto e tutti). Sviluppando sensibilità e sbagliando tantissimo fino ad avere una visione limpida ed elastica.
Ho costituito Vinomancino®  dall’idea  di essere una visione diversa della vigna, della terra e del vino.
(Poi sono ambidestro,ma prevalentemente mancino quindi il nome è venuto fuori in modo naturale).
Ho trovato chi mi ha dato fiducia e sono andato avanti.
Ho avuto la fortuna di avere produttori che mi nascondessero ovvero che non volessero esibirmi
come protagonista.  All’inizio la cosa mi dava fastidio, ma mi sono reso conto che era meglio cosi.
Perché seppur limitando la mia visibilità mi hanno fatto capire che è l’azienda protagonista,la terra e le persone (tutte).  Il consulente è come il basso in un gruppo rock ci si deve accorgere di lui solo se sbaglia o se non sta suonando. Non è la voce e non è la chitarra solista.  Io mi vedo così: un passo in dietro.
Il consulente  può dire cose che una persona che lavora quotidianamente con altre non può dire e vedere cose che altri per eccesso di vicinanza non possono vedere.
Io non ho uno stile, non mi è concesso. Adotto e ottimizzo quello che l’azienda come vocazione,potenziale e tradizione può e vuole portare avanti.
Questo mi consente di rimanere il più neutro possibile. Quindi come elemento neutro i vini dovrebbero essere tutti diversi.
Non so se la strada presa sia giusta, ma non credo di essere da solo.

Spero di aver centrato la domanda.

Autobiografia di Michele Bean

Nato  nel 1977  25/03 a Cividale del Friuli
figlio di un insegnate di asilo e un commerciante di legname.
Nonni e bisnonni nella produzione del vino. In quella che erano  Boatina e Roncada  tra Isonzo e Collio a inizio 900.
Un parente diretto omonimo come ideatore  del parco delle rose di  Grado.
Studi  a Cividale del  Friuli come enotecnico nel 98.
Avevo già esperienza di vigna,trattrici e cantina presso Rubini nei Colli Orientali lavorandoci in Estate mentre studiavo. Iniziai immediatamente, dopo gli studi, a lavorare per quella che ora è l’azienda Canus nei Colli Orientali e che all’epoca si chiamava Ronco di Gramogliano.
Azienda che si è estinta nel tempo, ma che a oggi credo di non aver ancora mai assaggiato dei rossi di quel calibro. Impressionanti.
Facevo di tutto dalla potatura alla cantina,consegne,orto, casa,giardino,consegne.
Poco dopo me ne andai e approdai a Marina Danieli nella stessa funzione. Prima come operaio in vigna poi  come cantiniere.
In estate conobbi Paolo Bianchi che mi portò nella sua cantina Ca Ronesca dove affiancando per 4 anni Franco dalla Rosa crebbi non poco.
Nel contempo iniziai una laurea in Scienze e Tecnologie alimentari.
Poi le prime esperienze in Usa al fianco di Enrique Ferro. Un enologo californiano che lavorava anche in Italia.
A fine 2003 ritornai in Italia e mi trovai disoccupato. Spedii 1000 curriculum. Arrivò la telefonata che mi avrebbe cambiato la vita.
Diventai direttore tecnico di Cottanera sull’Etna.
In contemporanea conobbi Davide Feresin nell’Isonzo. Capimmo di essere la chiave di volta l’uno dell’altro.
Ci vollero alcuni anni di studio con risorse molto limitate per arrivare ai suoi prodotti.
I prodotti di Davide escono da un idea nuova di vino e di vigna. Non talebana, di equilibrio, molto netta e di carattere.
Ottenuta spesso facendo come i salmoni. Nuotando controcorrente.
Anzi in verità uscendo dal greto del fiume.
Nasce VinoMancino il mio marchio come consulente enologo ed agronomo.
Non potevo chiamarmi in modo diverso … essendo mancino.
Ora collaboro con Cos-Vittoria ( Occhipinti e Cilia) in primis.
Il primo esempio di cantina diffusa: Taliswine (Mocchiutti,Cencig,Michelloni,Bucovaz,Pizzamiglio,Matiazzi) in Friuli.
VinoBudimir in Serbia.
Ultimamente Tenuta di Blasig ( Elisabetta Bortolotto Sarcinelli), La Moresca ( Filippo Rizzo), Wiegner ( Peter Wiegner) e ultimo in ordine cronologico Benanti ( Giuseppe Benanti) entrambe queste due ultime sull’Etna.

La foto dei bicchieri è di Sara Blandamura

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Girovagando per il sito della cantina sarda 6 MURA sono stato letteralmente rapito dall’immagine di un paesaggio arcaico (riprodotto nella foto qui a lato). È  stato un vero è proprio tuffo al cuore, mi sembrava di rivedere un fotogramma dell’Odissea di Franco Rossi. Chi è entrato negli “anta”, ricorderà quella meraviglia di sceneggiato targato Rai girato nel 1969 e replicato più volte per tutti gli anni ‘70 (so che può sembrare impossibile ma la tv pubblica trasmetteva simili capolavori!). L’emozione è stata tale che continuando a navigare  ho sperato di trovare anche Polifemo e la Ninfa Calipso; in realtà, l’affannosa ricerca dell’isola Ogigia è terminata non appena ho portato alla bocca il Carignano del Sulcis 2008. Che vino! Senza ombra di dubbio, uno dei rossi più buoni assaggiati negli ultimi anni!
La cantina 6 MURA si trova a Giba nella provincia di Carbonia – Iglesias. Siamo nelle terre del Carignano, nelle colline sabbiose che si estendono dal litorale di Porto Pino, fino a Calasetta, passando per Giba e Sant’Antioco. Il nome dell’azienda deriva da “Su de Is Muras”, area protetta dell’iglesiente che si raccoglie attorno a Giba.
Le vigne di 6 MURA hanno un’età compresa tra i 10 e i 100, coltivate ad alberello e franche di piede.

6MURA ROSSO Carignano del Sulcis – Vecchie Vigne IGT
Affinato in Tonneaux di Rovere Francese da 750 lt e Botti in Rovere da 20 HL. Un vino che può andare (andrà) lontano.  Un vino complesso ma al tempo stesso di una bevibilità estrema; Al naso ti rapiscono la ciliegia sotto spirito, la spezziatura, la nota di carne grigliata. Vino più che sapido, direi salmastro, il mare si sente tutto.  Il mio primo  Carignano  è stato sublime, credo sarà difficile trovare di meglio!

 

 

 
  O limbazu chi ammentas su romanu
durche faeddu de sa patria mea,
tristu comente cantu ‘e filumena
chi in sas rosas si dormit a manzanu,
– cola su mare, e cando in sa fiorida
America nche ses a tottus nara
chi s’isula ‘e Sardigna isettat galu
de esser iscoperta e connoschida…

– O linguaggio che ricordi il romano,
dolce favella de la patria mia,
triste come canto di filomena
che fra le rose si addormenta in sul mattino,
– varca il mare, e quando ne la fiorita America sei,
di’ a tutti che l’isola di Sardegna
aspetta ancora di essere scoperta e conosciuta.
Grazia Deledda

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Non so se esiste un vitigno che si possa definire più autoctono di altri; però una cosa è certa, nel Terrano la bora la senti tutta, è in quell’acidità micidiale che è tipica del vitigno carsolino.  Se il Terrano (Teran), con il suo carattere così deciso e per nulla facile, abbisogna di un (necessario) periodo di affinamento, cosa può rivelare una degustazione dove il vino nel bicchiere ha solo qualche mese? Che cosa possiamo aspettarci da un vino che al momento è solo un’idea di vino? Una scommessa quella proposta dal Consorzio per la tutela dei Vini DOC Carso e da Aurora Endrici il 19 dicembre 2011 presso l’antico caffè Tommaseo a Trieste; una scommessa sicuramente vinta! Infatti, degustare il Terrano della recente vendemmia 2011, è servito per capire una volta di più le potenzialità di questo straordinario vitigno, simbolo autentico della viticoltura del Carso italiano e sloveno.

Storia del Terrano

L’origine della coltivazione del Terrano, risale a duemila anni fa. Dagli scritti dell’antico storico Plinio si evince che il vino carsico era fortemente apprezzato non solo dai romani ma anche dagli antichi greci che lo conoscevano con il nome di “vino pretoriano” dell’Alto Adriatico. Giulia, moglie dell’imperatore Augusto, raggiunse a suo dire una veneranda età proprio grazie alla frequente assunzione del vino Pucino (antico nome del Terrano), prodotto sui coli rocciosi non lontani dalle risorgive del fiume Timavo, quindi sull’altopiano carsico. In epoca medioevale questo vino era considerato ottimo nell’intera Europa centrale, soprattutto presso le popolazioni germaniche. Nella sua guida del ducato di Carniola, lo storico sloveno Valvasor fa menzione dei vini rossi del Carso, citando il Terrano, il Marzemino e altri. Fino a un centinaio d’anni fa era la varietà di vino più estesa in Istria e Slovenia. Oggi il Terrano è particolarmente diffuso in tutta la parte del Carso italiano (in modo particolare nel comune di Doberdò in provincia di Gorizia, Prepotto, Sgonico in provincia di Trieste) Duttogliano e Goriansko nel Carso sloveno.

I Terrano in degustazione

Kante Terrano 2011: Edi fu trai primi, nel corso degli anni ’80, a imbottigliare il Terrano, che fino ad allora veniva venduto sfuso. Il 2011, pur già bevibile presenta un’ acidità sbilanciata, la struttura c’è tutta ed ha una bella morbidezza.

Zidarich Terrano 2011: Benjamin, mentre parla del suo vino, ci tiene ad esaltare particolarmente l’annata che definisce grandissima. Il suo Terrano (4000 bottiglie all’anno in tutta) ha una bella struttura e profumi netti, chissà cosa sarà tra qualche anno!

Lupinc Terrano 2011: Terzo produttore di Prepotto (dopo Kante e Zidarich) e terza interpretazione del Terrano. Rispetto ai precedenti il colore è molto più concentrato, molto intensi i profumi di frutta rossa.

Milič Terrano 2011: Milič famoso per l’agriturismo di Sgonico (tappa obbligata per conoscere la cucina carsolina), presenta un Terrano che è già pronto; temo che per questo motivo sarà difficile che possa crescere in futuro; naturalmente sarò felice di ricredermi.

Skerli Terrano 2011: Materia ricca, bel naso, grandi potenzialità, bel corpo; Matej, vista la qualità della materia prima farà di questo Terrano una riserva.

Grgic Refosco 2011: Variazioni sul tema. Dopo il quinto Terrano arriva il Refosco 2011 di Igor Grgic; bella morbidezza, bella la nota di frutti rossi, sicuramente più armonico rispetto ai vini bevuti in precedenza, ma ovviamente parliamo di un vitigno con l’acidità meno importante.

Stoka Teran 2011: un vino bello rotondo, questo è anche il primo Terrano della batteria che non fa botte; ma soprattutto si sente la differenza tra il Terrano del Carso sloveno e di quello italiano.

Vrabec Teran 2011:  a detta di tutti questo vino ricorda il Terrano di una volta, quello che si vendeva sfuso. Il naso è molto interessante e il vino è nervoso; sicuramente è il meno pronto fra tutti quelli assaggiati e quindi sarà interessante riscoprirlo tra qualche anno.

Le Osmizze

Non si può parlare di Terrano se non si parla anche di Osmizza.Il carso triestino è un mondo tutto da gustare e da scoprire seguendo le indicazioni delle frasche, mazzi verdi di erbe spontanee che vengono posti in posizione strategica, vicino alle “Osmizze” per segnalarne la presenza. Un mondo fatto di delizie alimentari molto agreste e genuino, dove si possono gustare oltre al  Terrano e alla Vitovska (l’altro grande autoctono) anche gli altri sapori della gastronomia carsica: pancette, salami, prosciutti, ossocollo, porcina con il kren e formaggi (tabor soprattutto). L’Osmizza prende il nome da osem, “otto” in sloveno, e nasce dalle consuetudini di vendere, tradizionalmente per otto giorni ai tempi dell’Austria Ungeria, i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento. Oggi le Osmizze aprono per periodi più lunghi. Sono tante , sparse per tutta la provincia triestina, aperte soprattutto nel periodo autunnale e primaverile. Ogni Osmizza offre prodotti diversi: l’ospite si accomoda sule panche, all’aperto o in cantina, davanti a tavole in legno grezzo e gusta le delizie della casa.

Il Terrano va assaggiato con il cuore, non con la mente: un sorso di questo vino traduce la sua freschezza acida e il suo carattere indomito in suggestioni di mare e bora, ti abbraccia con il sapore minerale della terra, evoca i volti della gente carsolina, dai tratti talora rudi ma sempre sorridenti. Il Terrano è un vino pieno di energia, che parla a chi ha voglia di vivere.

(Aurora Endrici, Matej Skerli)

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Ogni tanto me la guardo la mia bottiglietta di acquavite di Moscato Fior D’arancio, c’è un’etichetta che indica il mio nome quale distillatore del nettare. Naturalmente Anna e Andrea Maschio sono stati davvero carini a regalarmi questa illusione; io, in realtà, ho solamente svuotato un recipiente di mosto fermentato; la vera distillazione l’hanno fatto Stefano Baseotto (il mastro distillatore della Bonaventura Maschio) e gli Alambicchi.

Piacevoli illusioni a parte, la giornata alle distillerie è stata molto importante, perché in quel laboratorio dell’alchimista, che è l’antica distilleria dei Maschio, ho ripreso contatto con lo straordinario mondo dei distillati che oggi, non solo sono bistrattati a causa della rigidissima legge sul consumo di alcool (se le persone fanno fatica a bere vino nei ristoranti, figuriamoci i distillati) ma anche poco considerati nei vari corsi per diventare sommelier (se non ricordo male l’AIS se la sbriga con un paio di lezioni nel primo livello). Eppure i distillati meritano grande attenzione (consumati con moderazione, sia chiaro), vuoi perché quel liquido che si ottiene da un fermentato può regalare emozioni uniche, vuoi perché permettono possibilità di abbinamento con il cibo davvero inconsueto evitando, al sommelier più preparato e appassionato, di cadere nella noia e nello scolasticume.

Le Distillerie Bonaventura Maschio

La storia dell’azienda inizia a fine Ottocento prima a Cismon del Grappa, un piccolo paese situato fra le rive del Brenta e le cime del Monte Grappa, dove la famiglia Maschio coltiva la terra e distilla la grappa con il carro degli alambicchi perché, all’epoca, quella del distillatore era un’attività itinerante. Dopo un periodo da emigranti trascorso in Romania a costruire la Transiberiana (con tanto di carro e di alambicchi al seguito), i Maschio ritornano in Veneto (precisamente a Gaiarine al confine tra le provincie di Pordenone e Treviso) e con Bonaventura, nel primo Novecento, vengono gettate le basi per quella che poi diverrà una delle più importanti distillerie italiane. Oggi l’azienda è guidata da Italo, inventore delle famose prime uve, e dai suoi due figli: Anna (la vulcanica e dolcissima Anna) che si occupa della comunicazione e da Andrea che si occupa della produzione e delle attività di sperimentazione.

L’abbinamento al dessert dei distillati

Dicevo prima delle interessanti possibilità d’abbinamento dei distillati con il cibo ( in particolare con i dessert) che permettono di osare qualcosa in più rispetto alle “solite” vendemmie tardive o ai passiti; ad esempio, una pastiera napoletana abbinata a un’acquavite come la Prime Arance o una cassata siciliana con una Prime Uve Oro. A tal proposito ho chiesto a Federico Graziani, uno dei più importanti sommelier italiani, un parere sull’abbinamento dei distillati con i dessert, ecco cosa mi ha detto Federico:

In ambito di matrimonio tra dessert e vino si è già detto molto. Mi piace l’idea di approfondire una delle più peculiari associazioni, quella che eludendo dai classici vini dolci, analizza la vicinanza dell’ultima portata con i distillati. In effetti per la loro natura, i dolci in senso generale sono caratterizzati da una elevata presenza di zuccheri e non sempre “coprire il dolce con il dolce” del vino sortisce un risultato apprezzabile. D’altra parte, questa sensazione gustativa è molto forte e persistente e necessita quindi di una pulizia particolare. L’alcool presente nei distillati gioca un ruolo fondamentale in questo abbinamento proprio per la funzione disidratante che tende a ripulire appunto la presenza di carboidrati mono e disaccaridi.
Per semplicità, affronteremo prima l’abbinamento dei distillati bianchi ovvero quelli non invecchiati in legno. È chiaro che la dolcezza del piatto necessita di un punto di contatto e quindi per dessert come crostatine o torte a base frolla si può pensare a distillati di frutta specie se riprende il frutto caratterizzante o ai distillati di uva che mediamente hanno un approccio al palato più aggraziato e fine. I distillati particolarmente secchi (come grappa o vodka) si sposano meglio a piatti di frutta o dolci non dolci e con gelati o semifreddi che per temperatura abbassano la percezione zuccherina.
Per quanto riguarda gli invecchiati, una brevissima premessa è necessaria. Evitate i liquori travestiti da distillati e aggiunti di caramello. Dopo questa indicazione, l’associazione Rum e cioccolato è sempre valida e una delle più apprezzate. Allo stesso modo, magari per piatti con preparazioni più speziate, si avvicinano molto bene Armagnac e Cognac, i primi da preferire ai secondi per una maggiore rotondità. Bene anche il brandy italiano o spagnolo (se di qualità) o i distillati di vinaccia e uva invecchiati in rovere.
Un altro distillato da non dimenticare è quello ottenuto dalla acquavite di sidro di mele di Normandia, il Calvados, che esprime la dolcezza della frutta nei profumi e la rotondità dall’invecchiamento (maturazione in fusti) al palato, tale da avvicinarlo anche ai dessert più delicati e a base di crema.
Più complicato il discorso con i whisky, specie se torbati, adatti a qualche abbinamento inusuale con maggiore predisposizione alla pasticceria secca, specie se aromatizzati con spezie dolci come cannella e vaniglia.
Abbinamenti nuovi e che lasciano spazio alla fantasia e alla sperimentazione, tenendo a mente che le gradazioni alcoliche ne consentono un consumo ridotto in degustazione.

 

Federico Graziani è nato a Ravenna nel 1975. Sommelier professionista a 19 anni e miglior sommelier d’Italia nel 1998. Dopo esperienze prestigiose (Gualtiero Marchesi, Bruno Loubet, The Halkin Restaurant, Cracco-Peck), è capo sommelier da 6 anni presso Il luogo di Aimo e Nadia. Laureato nel 2007 in Viticoltura ed Enologia, ha scritto “Grandi vini di piccole cantine” nel 2006 e “Vini d’autore” – con prefazione di Gianni Mura – nel 2008, libri a quattro mani con Marco Pozzali. Dal 2008 è anche l’unico studente italiano dell’Institute of Masters of Wine. Con Francesco Orini e Marco Pozzali ha dato vita alla rivista “Pietre Colorate”.

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A Oslavia, (Oslavje in sloveno) non c’è una chiesa, un’ osteria e nemmeno una piazza; c’è però un ossario a ricordare 57.000 caduti della Grande Guerra. Un posto triste direte voi, un posto bellissimo dico io, perché lì vivono e vinificano alcuni tra i vignaioli più importanti del Collio e poi a Oslavia c’è la ribolla gialla che qui, grazie ad un terroir d’eccezione, assume un carattere unico.

La storia della ribolla gialla, non solo è antica ma è anche molto particolare. È un’uva che si vendemmia molto tardi, diciamo fine settembre, ma in passato si arrivava anche fino alla metà ottobre, raggiungendo concentrazioni zuccherine piuttosto elevate e con l’arrivo del freddo la fermentazione rallentava o si bloccava del tutto, originando un vino beverino, amabile che trovava il suo abbinamento ideale con le castagne. Oggi, per fortuna, la ribolla è altro, è un vino che sa essere elegante, ma non solo, è anche un vino che fa parecchio discutere se ottenuto dopo lunghe macerazioni; insomma con la ribolla non ci si annoia di sicuro. Ed è per questo motivo che sabato 20 novembre 2011 Ein Prosit, la più importante manifestazione enogastronomica del Friuli Venezia Giulia, non mi sono lasciato scappare l’occasione di fare un piccolo grande viaggio nella Ribolla di Oslavia. Questo è il resoconto dell’interessantissima degustazione condotta da Aurora Endrici.

 

Collio Ribolla Gialla 2010 Fiegl

Da un’annata molto difficile (vendemmiata il 29 settembre), Fiegl presenta una ribolla gialla giovanissima, semplice e molto facile da bere. Attenzione però che termini come semplice e facile non vogliono sminuire il vino, è un’interpretazione diversa della ribolla, più immediata se vogliamo. Un vino pronto, per chi non ama il rischio e vuole bere senza farsi troppi problemi.

Collio Ribolla Gialla 2008 Primosic:

Da un’annata piuttosto fresca, una ribolla che è stata a contatto con le bucce per 7 giorni, per completare poi la fermentazione in botti da 600 litri. Questa è la 5^ vendemmia di Primosic sulle bucce.  Al naso è molto citrina (pompelmo) con note speziate, bella anche l’acidità. Anche se ha fatto qualche giorno di macerazione sulle bucce, il vino è immediato e di pronta beva.

Collio Ribolla Gialla Selezione Il Carpino 2008:

La ribolla di Franco Sosol è un capolavoro e con questo vino si può capire il potenziale della macerazione. In questo caso i giorni a contatto con le bucce sono 40 eppure colpisce il colore, un giallo oro a dispetto dell’ambra che ci si aspetterebbe di trovare nel bicchiere, tipico dei vignaioli che fanno macerazioni così lunghe. Grande l’equilibrio, un vino elegante, di bella freschezza, in assoluto il mio preferito tra i sei degustati. Dopo la macerazione passa in botte di legno da 20 h e la rimane per più di un anno, poi tornare in vasca d’acciaio prima di essere imbottigliato. Sublime!

La Castellada 2007: Ecco l’ambra di cui parlavo prima, bella, nitida. In un’annata straordinaria (2007), la vendemmiata è stata effettuata a metà settembre (piuttosto presto per essere a Oslavia). In cantina, il vino ha macerato per 2 mesi in tini aperti. Bella la freschezza e comunque è un vino non del tutto pronto, ha ancora molto da dare. In bocca è grasso, suntuoso.

Dario Princic – Ribolla Gialla di Oslavia 2005: Da un’annata povera, ecco il vino che ha fatto più discutere. Per i detrattori l’acidità volatile è troppo alta e il vino è a un passo dal baratro. Incredibile come questa ribolla e quella de “Il Carpino”, pur avendo lo stesso periodo di macerazione sulle bucce (35 giorni), siano due vini totalmente diversi.  Al naso ha una bella spezziatura, ma qui resta da capire se un punto di volatile possa essere un pregio o un difetto; un vino che si ama o si odia. Io l’ho trovato intrigante, ancora spigoloso ma che può ancora crescere. Da riassaggiare sicuramente.

Radikon – Ribolla Gialla di Oslavia 2004: La macerazione è di tre mesi abbondanti; il vino viene lasciato a riposare per tre anni e mezzo in legno e poi un altro anno in bottiglia. Anche qui l’acidità volatile è piuttosto alta, ma sembra convogliare meglio i profumi. Foglia di te in evidenza, propoli e una bella mineralità dovuta alla composizione del terreno di Oslavia ovvero l’argilla compressa che qui è chiamata Ponca.

In definitiva che dire, se la Ribolla di Fiegl, così come quella di Primosic e de il Carpino, sono vini ai quali è abbastanza facile accostarsi, trovando nel vino di Franco Sosol un approdo felice, la vetta più alta della Ribolla (parere opinabile ovviamente); mentre le ribolle macerate de La Castellada, di Pricic e di Radikon, non sono vini per tutti, ci si arriva per gradi, altrimenti il rischio e di non capirli e sarebbe un peccato perché nell’abbinamento cibo/vino potrebbero dare qualche piacevole sorpresa.

Ps: Nessuno durante tutta la degustazione l’ha mai nominato, eppure la cantina di Josko Gravner l’eremita è a Oslavia……..

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C’è stato un tempo in cui, da Palermo ad Aosta, era tutto un fiorire di vini che finivano in aia e parafrasando Gaber, qualcuno vedeva la Toscana come una promessa, Bolgheri come una poesia, e i Supertuscan come il Paradiso Terrestre. Poi tutto è cambiato; a torto o a ragione, l’italica smania dell’abiura ha preso il sopravvento e quello che fino a cinque minuti prima era considerato il verbo, di colpo è diventato il nulla, dall’altare alla polvere nello spazio di un mattino. La stessa cosa è successa con la barrique, con i vini così detti convenzionali quando ci fu l’avvento dei vini naturali e adesso sta accadendo anche con la figura del winemaker. Per tornare a bomba sull’oggetto di questo post, mi sorgeva una domanda: “ La Toscana è ancora una regione vinicola dalla quale in vino italiano non può prescindere?” Assolutamente si! Per quanto mi riguarda per mille motivi: la terra, la bellezza dei luoghi, gli amici, i vini, i vignaioli e le cantine; un esempio concreto? Il primo che mi viene in mente è Le Macchiole a Bolgheri. L’azienda nasce nel 1983 dal desiderio di Eugenio Campolmi che, con la moglie Cinzia Merli, decide di intraprendere un progetto rivoluzionario per Bolgheri, territorio allora poco conosciuta. La storia delle Macchiole è una storia di lavoro duro, e di sogni che iniziano in vigna, investendo tutto su ricerca e sperimentazione. Al lavoro di Eugenio Campolmi e di Cinzia Merli, nel 1991 si aggiunge Luca D’Attoma che darà un’impronta originale al progetto, sperimentando nuove varietà come il Syrah e vinificando in purezza il Cabernet Franc, che porterà poi alla nascita del Paleo. Nel momento dei riconoscimenti e della stima dei grandi nomi del territorio, proprio quando s’iniziano a raccogliere i frutti della fatica, il destino avverso si porta via Eugenio Campolmi. Cinzia Merli, com’è capitato ad altre grandi donne del vino italiano (Ornella Costa, Marina Cvetic), privata troppo presto, non solo di un compagno di vita, ma di un vignaiolo simbolo, con caparbietà, continua l’amato progetto e giorno per giorno ne imprime la propria personalità fino a portare Le Macchiole ai vertici dell’enologia mondiale.

Cinzia Merli racconta i suoni vini

 Il Paleo Bianco è il figlio un po’ “difficile”. Deve essere seguito passo passo nel suo percorso. Ogni “comportamento” deve essere studiato, niente può essere lasciato al caso, talvolta estremizzando in modo da cercare di raggiungere il massimo dei risultati.

Bolgheri Rosso è l’ultimo nato, è il più viziato. Elegante, fruttato e divertente. Ti fa sorridere con piacevolezza facendoti pregustare già il futuro.

Il Paleo Rosso è quello che sento più mio, mi dà le sensazioni più forti. Sa sorprenderti piacevolmente. È colui dal quale ottieni, inaspettatamente, grandi emozioni. Ti entra nell’anima in modo suadente e intrigante, senza mai esagerare con le sue espressioni.

Lo Scrio è il figliol prodigo, quello che dà sempre pensieri, che fa lavorare duro. Con lui bisogna sempre fare attenzione. Mai mollare il controllo, ma sa dare grandi soddisfazioni. E’ il vino che più mi ricorda Eugenio.

Il Messorio è il figlio perfetto, quello che si impegna, del quale sei sempre molto orgoglioso. Colui che sa esprimere al massimo il carattere della nostra terra, che ha la struttura, l’eleganza e i profumi e che è espressione e immagine esatta del nostro DNA.

I vini degustati

Bolgheri Rosso 2009

50% Merlot, 30% Cabernet , 20% Syrah

Vigneti: Casa Vecchia 1983, Vignone 1999, Madonnina 2002

10 mesi in barrique da 225 lt di secondo e terzo passaggio, imbottigliato a gennaio 2011 e prodotto in 95.000 bottiglie.

La bevibilità di questo vino si potrebbe dire proverbiale, eppure è un vino complesso, importante, lungo.

Paleo Rosso 2007 IGT Toscana

100% Cabernet Franc

Vigneti: Casa Vecchia 1983, Puntone 1993, Casa Nuova 1998, Vignone 1999, Madoninna 2002

14 mesi in barrique nuove, 90% da 225 lt, 10% da 112lt è stato imbottigliato (senza nessuna filtrazione)  il 28 Luglio 2009 e immesso sul mercato nell’ottobre del 2010, prodotto in 27.360 bottiglie.

Da una annata strepitosa ecco uno dei miei vini da sogno. Il naso, di grandissima complessità, è  tripudio di note ferrose, spezie, frutti rossi, note animali. Morbidezza ed eleganza davvero uniche.

È come una splendida donna che ti tiene sulla corda ma che sa quando è il momento giusto per concedersi.

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