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Gli sport praticati in Italia sono tanti, ma ce n’é uno che più di altri può assurgere all’ambito titolo di sport nazionale, in grado di connotare fortemente un tipo antropologico d’italiano, ed è quello di cambiare idea con la stessa frequenza con cui si cambia la biancheria intima. Tanto per fare qualche esempio in ambito enologico, è successo con la barrique, poi con i Super Tuscan, poi con i vini “convenzionali” all’avvento dei vini naturali ecc.; oggi pare che la stessa cosa stia capitando con la professione del Winemaker. Certo, le idee monolitiche possono anche essere pericolose e reazionarie, ma possibile che questa figura professionale che fino a poco tempo fa era la star indiscussa del panorama enologico nazionale e internazionale, voluta da tutti, sulla bocca di tutti, di colpo abbia perso il suo appeal? Possibile che i Winemaker siano diventati solo quello che i detrattori hanno sempre sostenuto, ovvero i responsabili dell’appiattimento del livello qualitativo dei vini, secondo l’equazione stessa mano stesso vino a qualunque latitudine? Ma è proprio così? Ne ho parlato con Michele Bean, Roberto Cipresso e Luca D’attoma chiedendo loro di fare il punto sullo stato dell’arte e sulle prospettive future della professione, ecco cos’è emerso:

Prima parte: Michele Bean

Ciao  Michelangelo, bella domanda…
Io ti posso dire  come mi comporto e quale è la mia visione.
Non riesco a fare previsioni certe anche se ho qualche idea in proposito.
L’enologo esterno è un catalizzatore di idee, uno strumento in mano al produttore per  trovare la strada giusta e personale  in modo rapido e con meno intoppi. Non una prima donna.
Certo la tentazione è forte.  Sei spesso fulcro di decisioni e hai l’illusione di dominare gli elementi ed è facile cadere in fallo. Riflettiamo un secondo… Oliviero Toscani è tra i grandi fotografi di fine millennio e ha fatto la fortuna di Benetton o è il contrario?
In passato sia il protagonismo che i costi dei winemaker sono andati alle stelle. Caricati a dismisura dai giornalisti. Finendo col esagerare. E come è italico uso quando si esce  da un abbuffata si fa grandi digiuni ( vedi l’abuso e poi l’esatto opposto per le barrique).  Invece è l’equilibrio il segreto del successo. Il consulente come il legno, se buono e usato bene, da il suo plus valore. Migliore è la squadra di lavoro migliore è il risultato.
Io sono nato dal nulla, come potatore,poi cantinere, poi direttore tecnico e poi consulente.
Ho visto tutta la filiera da dentro e da più punti di  vista.
Mi sono fatto i calli nelle mani e quando pensavo di aver assorbito tutto ho cambiato per avere nuove visioni e  nuove persone da cui imparare (da tutto e tutti). Sviluppando sensibilità e sbagliando tantissimo fino ad avere una visione limpida ed elastica.
Ho costituito Vinomancino®  dall’idea  di essere una visione diversa della vigna, della terra e del vino.
(Poi sono ambidestro,ma prevalentemente mancino quindi il nome è venuto fuori in modo naturale).
Ho trovato chi mi ha dato fiducia e sono andato avanti.
Ho avuto la fortuna di avere produttori che mi nascondessero ovvero che non volessero esibirmi
come protagonista.  All’inizio la cosa mi dava fastidio, ma mi sono reso conto che era meglio cosi.
Perché seppur limitando la mia visibilità mi hanno fatto capire che è l’azienda protagonista,la terra e le persone (tutte).  Il consulente è come il basso in un gruppo rock ci si deve accorgere di lui solo se sbaglia o se non sta suonando. Non è la voce e non è la chitarra solista.  Io mi vedo così: un passo in dietro.
Il consulente  può dire cose che una persona che lavora quotidianamente con altre non può dire e vedere cose che altri per eccesso di vicinanza non possono vedere.
Io non ho uno stile, non mi è concesso. Adotto e ottimizzo quello che l’azienda come vocazione,potenziale e tradizione può e vuole portare avanti.
Questo mi consente di rimanere il più neutro possibile. Quindi come elemento neutro i vini dovrebbero essere tutti diversi.
Non so se la strada presa sia giusta, ma non credo di essere da solo.

Spero di aver centrato la domanda.

Autobiografia di Michele Bean

Nato  nel 1977  25/03 a Cividale del Friuli
figlio di un insegnate di asilo e un commerciante di legname.
Nonni e bisnonni nella produzione del vino. In quella che erano  Boatina e Roncada  tra Isonzo e Collio a inizio 900.
Un parente diretto omonimo come ideatore  del parco delle rose di  Grado.
Studi  a Cividale del  Friuli come enotecnico nel 98.
Avevo già esperienza di vigna,trattrici e cantina presso Rubini nei Colli Orientali lavorandoci in Estate mentre studiavo. Iniziai immediatamente, dopo gli studi, a lavorare per quella che ora è l’azienda Canus nei Colli Orientali e che all’epoca si chiamava Ronco di Gramogliano.
Azienda che si è estinta nel tempo, ma che a oggi credo di non aver ancora mai assaggiato dei rossi di quel calibro. Impressionanti.
Facevo di tutto dalla potatura alla cantina,consegne,orto, casa,giardino,consegne.
Poco dopo me ne andai e approdai a Marina Danieli nella stessa funzione. Prima come operaio in vigna poi  come cantiniere.
In estate conobbi Paolo Bianchi che mi portò nella sua cantina Ca Ronesca dove affiancando per 4 anni Franco dalla Rosa crebbi non poco.
Nel contempo iniziai una laurea in Scienze e Tecnologie alimentari.
Poi le prime esperienze in Usa al fianco di Enrique Ferro. Un enologo californiano che lavorava anche in Italia.
A fine 2003 ritornai in Italia e mi trovai disoccupato. Spedii 1000 curriculum. Arrivò la telefonata che mi avrebbe cambiato la vita.
Diventai direttore tecnico di Cottanera sull’Etna.
In contemporanea conobbi Davide Feresin nell’Isonzo. Capimmo di essere la chiave di volta l’uno dell’altro.
Ci vollero alcuni anni di studio con risorse molto limitate per arrivare ai suoi prodotti.
I prodotti di Davide escono da un idea nuova di vino e di vigna. Non talebana, di equilibrio, molto netta e di carattere.
Ottenuta spesso facendo come i salmoni. Nuotando controcorrente.
Anzi in verità uscendo dal greto del fiume.
Nasce VinoMancino il mio marchio come consulente enologo ed agronomo.
Non potevo chiamarmi in modo diverso … essendo mancino.
Ora collaboro con Cos-Vittoria ( Occhipinti e Cilia) in primis.
Il primo esempio di cantina diffusa: Taliswine (Mocchiutti,Cencig,Michelloni,Bucovaz,Pizzamiglio,Matiazzi) in Friuli.
VinoBudimir in Serbia.
Ultimamente Tenuta di Blasig ( Elisabetta Bortolotto Sarcinelli), La Moresca ( Filippo Rizzo), Wiegner ( Peter Wiegner) e ultimo in ordine cronologico Benanti ( Giuseppe Benanti) entrambe queste due ultime sull’Etna.

La foto dei bicchieri è di Sara Blandamura

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