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vigneti giustaLe parole di Marco Felluga al recente premio Collio (che avevo ripreso nel post È proprio vero che i vini del Collio hanno perso appeal?) sono di quelle che lasciano il segno: “i vini del Collio da un po’ di tempo a questa parte hanno perso fascino e interesse”. Un grido di dolore il suo che ho voluto condividere con tanti professionisti del mondo del vino, per sentire pareri, saggiare umori e punti di vista. Hanno aderito in tantissimi, oltre ogni immaginazione; segno che quella terra che ha regalato e regalerà grandi vini è nel cuore di tutti. Per non sfinire chi vorrà seguire il dibattitto pubblicherò gli interventi in più parti, cominciamo:

Andrea Gori, sommelier, oste, scrittore e giornalista scrive su Intravino e Businnes People:Rispetto al boom di qualche anno fa con i grandi nomi Marco e Livio Felluga, Jerman e tanti altri, il Collio è stato sorpassato a sinistra da Slovenia (presso gli appassionati più radical) e da destra dall’Alto Adige (dai consumatori più modaioli). Secondo me c’è stato un momento in cui il brand e i nomi della regione hanno prevalso sul territorio portando ad essere più famosi come aziende che come “Friuli”, qualcosa che alla lunga ha penalizzato questi vini. Oltre a questo, molto del successo di questi vini dipendeva dai grandi profumi e spesso concentrazioni dei vini, qualcosa che oggi in tempi di ricerca di sapidità, magrezza e acidità è meno ricercato di un tempo. Quindi direi che come territorio il Collio ha perso appeal anche perché le comunicazione istituzionale (eccetto forse la campagna Friulano &Friends) sembra essere stata ideata 20 anni fa e non ha la modernità necessaria per far presa sul pubblico di oggi. Per non parlare dei social network e altro dove il “Collio” non ha una strategia precisa.

 Fiorenzo Sartore, enotecario in quel di Genova, scrive di vino in giro per la rete, principalmente su l’Unità e su Intravino: In sintesi estrema: da venditore non avverto tra i miei clienti un senso di calo nell’interesse del vino friulano, e dell’area del Collio in particolare. Mi pare che il cliente identifichi ancora bene la zona con i bianchi importanti e pure con qualche rosso di carattere. Ma se una persona come Marco Felluga dice quel che dice probabilmente non si baserà su un sentimento ma su dati di fatto. E allora la causa potrebbe essere quella che già indichi nelle numerose zone emergenti che forniscono “prodotti di grande qualità, a volte dalla bevibilità più netta”. Con, aggiungo io, un rapporto prezzo/prestazioni più aggressivo. Ma questo introduce altro. Per conto mio, ho solo una sensazione definita: la crisi che ormai è strutturale taglia i numeri a tutti, e paradossalmente chi è (era) di successo, vede in modo più chiaro questa diminuzione.

 Elisabetta Tosi, giornalista indipendente, con grande esperienza in campo editoriale, televisivo, radiofonico, collabora con le principali testate italiane del settore vitivinicolo: Sono reduce da tre giorni di assaggi in Friuli! Ho assaggiato Refosco, Schioppettino, Picolit, Sauvignon, e Friulano… la qualità di tutti era molto alta, ma stiamo parlando dei vini finalisti di precedenti selezioni. Francamente, non mi è molto chiaro cosa intenda Felluga, se si riferisce ad un aspetto di comunicazione (non si parla più come un tempo del Collio?) o di mercato (non si vendono più come un tempo i vini del Collio?), o di entrambe. Una cosa però dovrebbe essere diventata ormai chiara: nel mondo del vino non esistono rendite di posizione, per nessuno. Essere stati nel passato un punto di riferimento per i vini bianchi italiani non significa che tutto il mondo continuerà a guardare al Friuli come ad un faro anche nei secoli a venire. Se poi negli ultimi anni i produttori del Collio si sono concentrati più sulle loro problematiche interne (vedi la faccenda Collio- Piccolo Collio ), su divisioni che non giovano all’immagine di nessuno, anziché pensare al “sistema Collio” e a presentarsi come un territorio variegato dove si fanno ottimi vini sia bianchi che rossi,  beh, allora stanno raccogliendo esattamente quello che hanno seminato. Spiace dirlo, ma è così.

 Jacopo Cossater, giornalista, wine blogger , scrive per Enoiche illusioni e Intravino: è vero, il Collio è scomparso dall’agenda. Un po’ per la crescita di altri territori, un po’ per la personalizzazione e l’uscita dalla doc di alcuni dei suoi più grandi interpreti (vedi gravner e radikon). Quello che volevo sottolineare riguarda il fatto che sempre di più si guarda al produttore e sempre meno al Collio, denominazione certamente affidabile ma al tempo stesso un po’ confusa, almeno nella sua comunicazione. A questo si aggiunge l’inarrestabile crescita di altri territori “bianchisti” che anche solo una decina di anni fa erano molto meno conosciuti, penso al vicino Carso ma anche all’Irpinia, per dire.

 Filippo Ronco, giornalista esperto di marketing del vino, fondatore di Vinix, Vinoclic, TerroirVino: Il problema è duplice a mio avviso. Da un lato negli ultimi anni 5-10 ha avuto grande visibilità quel filone di vini bianchi non bianchi noti anche come orange wines da macerazioni lunghe che ha trovato nella regione un punto di riferimento e che ha messo un po’ nel canto – dal punto di vista mediatico e del chiacchiericcio di nicchia – tutti quei meravigliosi vini bianchi perfetti e cristallini a cui il Friuli Venezia Giulia ci aveva abituato negli anni (vini che io non ho smesso di consumare ma che consumo oggi al fianco di queste tipologie differenti). Dall’altro lato il Consorzio, ma la regione tutta, soffre di quel problema che affligge praticamente tutti i consorzi italiani – ad eccezione davvero di pochissimi – che è la sindrome del braccino corto. Quasi nessun consorzio investe in promozione e marketing territoriale e quando lo fanno lo fanno quasi esclusivamente nei confronti del mercato estero dimenticando completamente il mercato interno. Ora, non voglio far pubblicità a cose che gestisco direttamente ma un dato certo e oggettivo la dice lunga: dal 2006 ad oggi, pur avendoci provato ripetutamente, non siamo mai riusciti a coinvolgere in una pianificazione pubblicitaria degna di questo nome sul maggiore network pubblicitario nazionale di settore, nessun consorzio di tutela italiano. Probabilmente alcuni si muovono su fronti differenti (in particolare carta stampata) ma non ho mai visto un’operazione di comunicazione integrata su più canali in modo paritario e come si deve. Perfino il Consorzio Franciacorta e il Consorzio dell’Asti che negli anni si sono resi protagonisti di investimenti importanti sul fronte degli eventi (penso anche a Soave, Chianti Classico, Montepulciano, Montalcino, Lambrusco), online praticamente non esistono o comunque non hanno avviato alcun progetto di pianificazione serio. E nel frattempo abbiamo aiutato in promozione centinaia di istituzioni, eventi, fiere, siti ecommerce ed altri brand più presenti e attenti al mercato online. Sono solo due punti, i primi che mi vengono in mente ma ecco, se penso al Collio non mi viene in mente niente che ho visto passare online negli ultimi mesi / anni. Solo i buonissimi vini che in questa zona si fanno da sempre.

 Simona Migliore, delegata provinciale Onav, degustatrice internazionale, collabora con il giornale on line di enogastronomia Winesurf: 1)  Penso che dietro la denominazione Collio non esista oggi un team capace di fare coesione e promozione in senso lato. I produttori sono scontenti, non si sentono supportati e non vedono di buon occhio il fatto di voler a tutti i costi separare la zona del Collio dalle scelte regionali. Prova ne è l’ultimo concorso mondiale del Sauvignon a cui ha sempre preso parte il vicepresidente. Mai una telefonata da parte del loro presidente per congratularsi con i produttori. Ad es. i Colli Orientali del Friuli hanno sempre fatto coesione e sempre invitato a partecipare non solo i loro produttori, ma anche il loro presidente. 2) La qualità dei vini del resto della regione si è notevolmente alzata. I nomi dei vincitori alle varie kermesse, concorsi, competizioni non sono più quelli dei soliti noti. Molti consulenti si spostano per la regione e il modo di lavorare del professionista comincia ad alzare il livello qualitativo in molte aziende. 3) Il prezzo! Già a un evento organizzato dallo stesso consorzio Collio anni fa venne fuori che i vini del Collio erano troppo cari se rapportati alla loro qualità. Non che fossero cattivi, solo fuori mercato. In regione ci sono vini altrettanti eccelsi a metà del prezzo. 4) Il nome Collio da solo non fa più mercato. Si sta puntando sulla regione e questo il consorzio non vuol capirlo. Prova ne è il fatto che sia sfumato l’accordo Collio-Carso per fare un unico Consorzio. 5) Anche a livello internazionale si stanno apprezzando sempre più vini che non siano solo “ciccia”, ma che abbiano anche una certa eleganza nella freschezza e nella sapidità, caratteristiche queste presenti in altre zone della regione. Considerazioni queste venute fuori anche da giornalisti esteri che fanno fatica a trovare “elegante” un vino che si mastichi, soprattutto se bianco. 6) Forse anche un po’ il fatto che stia aumentando l’IGT.

428362_3025413808056_2055898391_nPaolo Ianna, Coordinatore regionale Guida Vini Buoni d’Italia, docente dei Master Vino Slow Food, degustatore internazionale, fa parte da molti anni dello staff che si occupa della selezione e degli assaggi dei vini che accedono al prestigioso International Wine Festival di Merano: “Marco Felluga non sbaglia di sicuro, se afferma che i vini della denominazione Collio hanno perso l’attrattiva, gli dobbiamo credere e dobbiamo rifletterci su seriamente. Personalmente non credo siano, il fare o meno sistema oppure la frammentazione, le cause del calo di appeal, o meglio, se lo fossero non sono le uniche o le più pesanti. Certo che in passato gli antagonisti non erano così numerosi, i vini bianchi che si distinguevano per finezza ed eleganza si trovavano in poche zone vocate, vedi Borgogna, Loira, Alsazia, lungo i corsi di Reno e Mosella, qualcosa lungo il Danubio. Antagonisti nobili, di inarrivabile livello ma non numerosi…Oggi la concorrenza interna è piuttosto agguerrita, i vini bianchi di riferimento sono quelli della provincia di Bolzano, delle cantine sociali di Terlano, di San Michele Appiano e le altre di Caldaro, Nalles-Magré  fino ad arrivare a quella di Merano. Da quelle parti si ottengono dei Pinot Bianco importanti, dei Sauvignon e Chardonnay di tutto rispetto che puntano molto su acidità non sempre giustificate, ma che da qualche anno sembrano essere il parametro più nobilitante per un vino bianco, quasi a premiare questa sensazione come fosse un valore difficile da ottenere e che deve marcare, prevalere. A questo punto, uno squilibrio diventa un fattore vincente e difficile da fronteggiare. Dai bianchi delle colline del Collio eravamo abituati a farci avvolgere, accarezzare. Le sensazioni taglienti erano riservate a stagioni sfortunate, quelle fortunate, generose, impreziosivano i bicchieri con l’equilibrio, la finezza, l’eleganza, la classe. Mettici anche che da qualche anno nelle Marche si producono vini che vanno ben oltre lo standard dei Verdicchio del passato e così, pure il Soave è migliorato molto. La concorrenza affila le armi e la stampa “specializzata” spiana la strada ai bianchi campani,  i Trebbiano abruzzesi sono diventati i numero uno della penisola… Troppi contendenti, nuovi e vecchi, a dividersi lo stesso mercato spaventato dalla patente a punti e dai Pinot Grigio del Collio che spesso sfiorano i 15 gradi. Sono tentato a continuare, ma c’è già tanta carne al fuoco…comunque ne ho ancora di cose da dire su questa stranissima situazione…”

Gianpaolo Giacobbo, giornalista, collabora fin dalla fondazione con il periodico di vino, gastronomia e cultura “Porthos”, scrive per importanti riviste di enogastronomia italiane ed internazionali, degustatore e docente: Mi fa molto piacere che questo commento venga proprio da uno dei protagonisti dei vini del Collio, senza dubbio da chi ha contribuito a rendere questo territorio famoso per i suoi grandi vini. Oggi il Collio sembra, purtroppo, una fotografia ingiallita, appare come se tutto si fosse fermato. I vini spesso si assomigliano tra di loro e mancano di quella imprevedibilità e spontaneità che li ha resi grandi. Ovviamente ci sono alcune eccezioni ma, da osservatore esterno, non trovo nulla che mi spinga a scegliere, in questo momento un vino del Collio. Eccessiva potenza e rettitudine. Ammiro molto il coraggio di Marco Felluga, spero sia l’occasione per tutto il territorio per rimettersi in discussione. La vocazione di questa terra non può rimanere inascoltata.

Delphine Vessier, giornalista, esperta di vini internazionali, collabora con Leifoodie e The Wine Picker.: Dire che “i vini del Collio da un po’ di tempo a questa parte hanno perso fascino e interesse” mi sembra più un “cri du coeur” da parte di un papà innamorato dei suoi figli che una realtà o una verità. Non mi risulta che in termine di giro d’affari – domestico e estero – i vini del Collio stiano in una situazione peggiore rispettivamente ad altre denominazioni escluse naturalmente quelle che surfano sull’onda dei vini di entrata di gamma a base di Pinot grigio e del Prosecco. Con tutto rispetto per il grande Marco Felluga i vini del Collio sono grandi oggi e lo saranno ancora di più domani. Solo da pochi anni, l’Italia viene anche vista come un player mondiale in grado di proporre dei vini bianchi eccellenti e supera in questo modo la sindrome del Chianti in fiasco. Ed è proprio la regione Friuli incluso la denominazione Collio che ha realizzato questo “tour de force” con grande maestria. Qui i vini sono il frutto di una cultura dove la ricerca della perfezione e delle espressioni del terroir vanno da se. L’unico neo è la dimensione del territorio che è molto piccola e per via di conseguenza realizza una produzione contenuta e molto frammentata. Io credo che alla maniera dei grandi bianchi della Borgogna- dove ci sono più di 1400 climats cioè crus – il Collio abbia tutte le “chance” di diventare una delle regioni più invidiate al mondo basta che faccia in modo di innovare coltivando la sua identità per garantire il successo delle generazioni future.

Liliana Savioli, sommelier, degustatrice internazionale, giornalista e coordinatrice regionale della Guida Vini Buoni d’Italia: in realtà penso che bisogna stare sempre all’erta, non sedersi sugli allori e che creare dei progetti comuni sia basilare. A me sembra che il Collio, con fatica, ma stia facendo tutto questo. In merito alla qualità non ho riscontrato nessuna diminuzione, anzi certe eccellenze brillano sempre di più. Come risponda il mercato a tutto ciò, purtroppo non sono in grado di rispondere.

3 Responses to “Dialoghi sul Collio, prima parte”

  1. jacopo cossater scrive:

    Ciao Michelangelo, ti avevo scritto velocemente su Twitter immaginando di approfondire il discorso in seguito, motivo per cui la mia risposta nel post può apparire come troppo frettolosa.

    Quello che volevo sottolineare riguarda il fatto che sempre di più si guarda al produttore e sempre meno al Collio, denominazione certamente affidabile ma al tempo stesso un po’ confusa, almeno nella sua comunicazione. A questo si aggiunge l’inarrestabile crescita di altri territori “bianchisti” che anche solo una decina di anni fa erano molto meno conosciuti, penso al vicino Carso ma anche all’Irpinia, per dire.

  2. […] portato in pochissime ore, esaurendolo prima di ogni altro vino. Un po’ come era successo per i “Dialoghi sul Collio” ho voluto fare il punto, una sorta di monografia, chiedendo agli addetti ai lavori (giornalisti, […]

  3. […] portato in pochissime ore, esaurendolo prima di ogni altro vino. Un po’ come era successo per i “Dialoghi sul Collio” ho voluto fare il punto, una sorta di monografia, chiedendo agli addetti ai lavori (giornalisti, […]

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