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Forse il titolo è causa del millenarismo evocato dal ormai prossimo 2012, però mi serviva per rappresentare, in maniera decisa, un’idea di cambiamento che sento impellente tra coloro che il vino lo fanno, lo divulgano e naturalmente lo bevono.  Il caso ha voluto che qualche settimana fa, oltre al consueto e costante scambio d’idee on line tra blogger, la città di Gorizia ospitasse un convegno denominato: “Opportunità e minacce per i vini bianchi d’eccellenza”. L’appuntamento, per quanto mi riguarda, ha segnato una svolta, e non  tanto per aver appreso delle mirabolanti opportunità che i nuovi e vecchi mercati possono offrire ai vini bianchi o per le pre/visioni del futuro del guru di The Wine Advocate, ma quanto per due interventi che da soli valevano il “prezzo del biglietto”. Il primo di Antonio Calò, presidente dell’Accademia della Vite e del Vino, che in realtà è racchiuso tutto in una considerazione fatta circa a metà del suo intervento; Calò dice: “ Il vino è una bevanda non necessaria al sostentamento dell’uomo ma è fondamentale per la qualità della vita dell’uomo”; caspita che botta! Non è quello che si dice anche dell’arte e della cultura?Allora basta ipocrisie, il vino, quello vero, quello fatto con l’anima, quello che ha una storia da raccontare, ha la stessa sostanza di un’opera d’arte e non necessariamente deve essere costoso, infatti, anche un cd di Glenn Gould o le sei suites per violoncello di Bach si possono comprare per una decina di euro.  Se non succede questo, se non c’è quest’alchimia, il vino diventa una semplice e triste bevanda alcolica, capace di esaltare solo i venditori di aspirapolvere alle fiere!

L’altro intervento è quello dall’americano Paul Wagner di Balzac Consulting che ha invitato i produttori, intenzionati a introdurre il loro vino nel mercato americano (e non solo), ad abbandonare il desueto linguaggio tecnico per iniziati; basta parlare di densità d’impianto, di controllo delle temperature, ecc; ed io aggiungo: Ha davvero tanta importanza sapere se i tini usati per la fermentazione erano tronco conici? Ha davvero senso questa rincorsa onanistica a riconoscere venti sentori in un vino? Chi ama veramente il vino rifugge dalla chimica contabile applicata alla bottiglia; chi ama veramente il vino ha bisogno di storie, di emozioni; ad esempio di un Marko Fon che mentre ti porta a vedere le vigne ti racconta della terra e dei sassi del Carso e ti dice che in lingua slovena la parola “prodotto” ha un’etimologia diversa a seconda che ci si riferisca all’industria o all’agricoltura; “Proizvajati” per indicare il prodotto industriale e “Pridelati” per indicare il frutto della terra. La gente slovena rivendica con orgoglio la necessità di non voler confondere le due cose, mentre da noi tutto è drammaticamente indicato con la parola “prodotto”. Oppure, ad esempio, di uno splendido pomeriggio d’inizio autunno dove hai la fortuna sfacciata di bere un trebbiano di Valentini del 1999 e dopo due ore dalla degustazione (e non sto esagerando) senti che è ancora tutto lì nella tua bocca e nel tuo cervello e non va via, come un bacio o un pensiero d’amore!

Ricomincerò da qui in questa nuova casa de “La stanza del vino”!

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Merano, Bio&dinamica 2011, l’Emilia Romagna sale in cattedra. Due le cantine che mi hanno notevolmente sorpreso, Le Barbaterre e Tenuta di Aljano entrambe situate nella Doc dei Colli di Scandiano e Canossa.

Le Barbaterre
Cominciamo col dire che i vini li fa una donna, Erica Tagliavini. Un nome un destino, solo che qui non si taglia niente, anzi si prediligono solo vinificazioni in purezza. I vitigni (8,5 ha) si trovano a 330 metri d’altezza a Quattro Castella in provincia di Reggio Emilia, in particolare ci troviamo nel cuore delle “Terre Matildiche”, un territorio pressoché incontaminato che deve il suo nome a Matide di Canossa. Nonostante al Pavillon des Fleurs (il luogo che ospita Bio&dinamica) non ci sia il “delirio organizzato” del Kurhaus e si riesca a degustare in maniera decisamente più rilassata, credo che un viaggio in Emilia, per assaggiare i vini di questa cantina con la calma che meritano, sia d’obbligo e poiché l’azienda agricola ha un agriturismo annesso, non resta che mettere due cose in valigia e partire!

I vini degustati

Lambrusco dell’Emilia IGT 2009
(Grasparossa, Salamino, Malbo Gentile)

Lambrusco ti amo e questo de “Le Barbaterre” è davvero notevole! Rifermentazione in bottiglia sui lieviti, bei profumi di frutta rossa al naso e molto concentrati, in bocca invece è molto equilibrato! Un vino rilassante ma non per questo semplice!

Sauvignon Metodo Classico 2008 in magnum
(100% sauvignon)

La sorpresa della giornata, una meraviglia! Al naso nessun ricordo del vitigno d’origine, note floreali e fruttate, in bocca è netto con una grande personalità! Uno tra i più buoni metodo classico assaggiato nel corso del 2011!

 

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È possibile assaggiare un Pinot Bianco della veneranda età di 54 anni e trovarlo in piena salute, anzi direi bello pimpante? Non solo è possibile ma è anche successo sabato 5 novembre 2011 all’Hotel Terme di Merano durante la degustazione, di dieci annate del Pinot Bianco Vorberg, organizzata dalla Cantina Terlano. I bianchi invecchiati sono un mio chiodo fisso; continuo a pensare che tutti quei produttori che non “dimenticano” in cantina un certo numero di bottiglie del proprio vino, per saggiarne gli effetti del tempo, siano solo dei commercianti senz’anima, privi del sacro fuoco dell’arte che è indispensabile per fare vino buono! Ovviamente non tutti i bianchi possono essere invecchiati, serve il Terroir, ci vuole l’alchimia; ma se sei un vignaiolo e hai la fortuna di avere dei vigneti, ad esempio, nel Collio, a Terlano, nei Campi Flegrei o a Soave, non puoi commettere questo sbaglio, sarebbe davvero imperdonabile. Il Cru di Pinot Bianco Vorberg, oggetto della fantastica verticale, si trova per l’appunto a Terlano; un terroir davvero particolare per l’Alto Adige. Nel terreno, infatti, troviamo la roccia vulcanica con un’alta concentrazione di porfido che regala ai vini bianchi complessità e naturalmente longevità.

La Cantina Terlano, conscia di queste potenzialità, ha deciso di fare dell’invecchiamento filosofia produttiva, e, pertanto nella Vinoteca si possono trovare tutte le annate a partire dal 1955, senza dimenticare che in vasca ci sono ancora le annate che arrivano fino al 1979. Non è casuale che i vini conservati in quella sorta di biblioteca del vino partano dal 1955; infatti, a partire da quell’anno e fino al 1993, il capo cantiniere (kellermeister) di Terlano è stato il grande Sebastian Stocker che aveva “l’abitudine” di lasciare i vini sur lie per tempi molto lunghi, dapprima in botte grande da 50 a 100 hl per poi passare ai fusti d’acciaio da 2500 litri dove il vino transitava dai 10 ai 30 anni, per finire con un affinamento in bottiglia di almeno 4/5. Questa sistema di lavoro è conosciuto come il “metodo Stocker” che l’enotecnico attuale della cantina, Rudi Kofler, utilizza ancora. Di norma, per ogni annata, vengono messe via, un migliaio di bottiglie da 0,75 l e 5000/6000 magnum che poi nel corso del tempo verranno rimesse sul mercato proprio per far capire le potenzialità d’invecchiamento del vino e per dimostrare che bevendo il Pinot Bianco Vorbeg troppo giovane, mi si passi il termine, si commette un infanticidio!

Il Cru Vorberg
Il vigneto Vorberg è disposto su 10 ettari ad un’altitudine compresa fra 500 e 900 metri per un’età, media dei vigneti compresa tra i 20 e i 25 anni.

La degustazione
In merito alle annate in degustazione, Klaus Gasser (Direttore Marketing) ci tiene a precisare che non sono state scelte solo le grandi annate, perché questo è un discorso molto relativo, in quanto anche le annate che all’inizio erano considerate mediocri con il tempo hanno assunto carattere e complessità inaspettate.
I vini sono serviti a temperatura ambiente per meglio coglierne tutte le sfumature!

Vorberg Pinot Bianco 1957: annata di grande struttura, con rese molto limitate anche se siamo nel 1957. Finezza e grande complessità al naso (frutta matura, miele, spezziatura), note ossidative davvero eleganti, da grande champagne. È un’emozione unica assaggiare un vino che ha 54 anni, è quasi come………

Vorberg Pinot Bianco 1971: vino che ha dell’incredibile; quarant’anni sulle spalle portati con un’eleganza e una freschezza uniche; sfido chiunque, in una degustazione alla cieca, a riconoscerne l’età. Al naso è complesso, grande equilibrio e persistenza, uno dei miei preferiti in assoluto tra i dieci degustati.  Dimenticavo, il 1971 è stata per Terlano una grande annata!

Vorberg Pinot Bianco 1980: un’annata “ normale” per Terlano, meno male dico io! Grande finezza e freschezza bel naso fruttato e sono sempre trent’anni. Che eleganza!

Vorberg Pinot Bianco 1993: grandissima annata che naturalmente si sente tutta nella complessità aromatica dovuta anche ad una leggera surmaturazione delle uve.

Vorberg Pinot Bianco 1999: annata media a Terlano, il vino è elegante, con sapidità e freschezza in evidenza.

Vorberg Pinot Bianco 2001: Un’altra annata media a Terlano; un vino che ha una bella struttura e complessità

Vorberg Pinot Bianco 2002: Annata difficile in Italia, ma non a Terlano dove invece c’è stata una grande vendemmia grazie alla bassa pressione e al vento FON che teneva lontana la pioggia; notevole anche l’umidità che in taluni casi ha “botrizzato” le uve nella maniera giusta. Vino di grande equilibrio bella struttura e armonia; naso complesso, grande persistenza, un vino strepitoso, un altro gioiello della collezione!

Vorberg Pinot Bianco 2004: Vino non di grande struttura e complessità ma comunque elegante e fine

Vorberg Pinot Bianco 2006: Grande annata, profumi intensi che devono ancora trovare equilibrio, sarà grande tra qualche anno.

Vorberg Pinot Bianco 2009: eccola l’ultima annata appena messa in commercio; la filosofia di Terlano è tutta qui e si esprime tra il monumentale 1957, ancora in grado di emozioni e l’infante 2009 dove la grande materia prima si sente tutta, ma i profumi sono esuberanti e non ancora equilibrati. Nonostante l’annata molto complessa, il vino ha bella struttura e intensità, dimostra di avere un ottimo potenziale! Ci rivediamo nel 2019 (toccando ferro)!

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Esistono in Italia delle cantine  che per storia, fascino, carisma dei loro proprietari e qualità dei vini prodotti (nel caso specifico metodo classico), possono guardare a testa alta le più blasonate maison di champagne; naturalmente a patto che non si facciano paragoni inappropriati, lo champagne resta champagne punto e basta. Paradossale? No, se parliamo de La Scolca. La famiglia Soldati ha saputo, con intelligenza e lungimiranza, trovare una via indipendente e personale alle bollicine, spumantizzando  l’autoctono Cortese, con risultati davvero importanti.
La Scolca ha più di novant’anni (novantadue per la precisione); fu Giovambattista Parodi, bisnonno dell’attuale proprietario Giorgio Soldati, ad acquistare la tenuta nel 1919. Il nome dell’appezzamento derivava dall’antico e profetico toponimo Sfurca (Guardare Lontano); qui, in una zona strategica di grande passaggio, era situata una postazione militare di vedetta che ha lasciato traccia nella torre che attualmente sovrasta la proprietà. Nel 1919 il terreno era in parte coperto da boschi, in parte coltivato a grano; fu il figlio del Parodi, Alfredo a impiantare i primi vigneti di Cortese da cui ricavava un vino per le sole necessità familiari; ma il primo a rendersi conto delle enormi potenzialità enologiche di quell’area fu Vittorio Soldati, genero di Alfredo e cugino dello scrittore Mario.

La storia del Cortese a Gavi, inizia verso la fine del 1800 per merito del marchese Cambiaso che per primo impiantò i vigneti di Cortese nella sua tenuta; lo scopo era farne un vino di prestigio da offrire agli ospiti; di lì a poco molti lo seguirono e i vigneti di Cortese cominciarono a moltiplicarsi in tutto il territorio di Gavi; in breve tempo si passo dal consumo personale alla vendita; ma quel vino aveva un limite, anche se corposo, a causa delle scarse conoscenze enologiche del tempo, si ossidava facilmente, quindi alla lunga poco remunerativo. Fu per questo motivo che non appena Cinzano e la Martini & Rossi s’iniziarono a interessare al Cortese, per farne le basi dei loro spumanti, i produttori vendettero subito il loro vino, così almeno ì guadagni erano certi. Il destino del Cortese di Gavi era destinato all’oblio, ma fu la famiglia Soldati dopo la fine della seconda guerra mondiale a salvarlo grazie alla creazione di un vino bianco moderno, profumato e beverino, per il Cortese fu la salvezza e per il  Gavi fu l’inizio del prestigio internazionale di cui oggi gode.

Il Millesimato D’Antan
Il Vino è lavoro, lo spumante è passione diceva Mario Soldati, illustre parente di Giorgio Soldati che assieme alla figlia Chiara e alla moglie Luisa conduce La Scolca. Già, la passione; fare un vino spumante negli anni ’70 deve essere stata un’impresa ardua, se poi pensiamo che l’idea era di spumantizzare un vitigno autoctono, il Cortese, l’impresa assume toni epici.
A Giorgio Soldati l’idea di fare uno spumante metodo classico da uve Cortese in purezza, era venuta assaggiando dei vini di vecchie annate che sfatavano il luogo comune che il Gavi fosse un vino da bere esclusivamente giovane; con l’invecchiamento le sue caratteristiche giovanili di spigolosità e ruvidezza si trasformavano in armonicità, rotondità ed eleganza. Fu proprio Mario Soldati nel 1972 ad assaggiare, in occasione di una sua inaspettata visita alla tenuta, alcuni campioni di vino che poi sarebbero diventati la “Liquer d’èxpedition” dello spumante dei Soldati. La prima annata fu messa in commercio nel 1977, quando ancora si poteva usare la menzione “metodo champenois”. Questo fa di Giorgio Soldati un pioniere della spumantistica italiana se consideriamo che la Franciacorta era di la da venire e nel trentino l’unica realtà di rilievo erano le cantine Ferrari.
Nasce così l’idea de La Scolca brut millesimato d’Antan e della Riserva Gavi dei Gavi d’Antan fermo, entrambi prodotti da uve Cortese in purezza utilizzando metodi di lavorazione artigianali che elogiano la lentezza; infatti, l’invecchiamento è di almeno 10 anni a contatto con i propri lieviti.

I Vini degustati

Gavi dei Gavi d’Antan 2000
Ottenuto con una selezione di uve Cortese di Gavi in purezza solo in grandi annate. In parte macerato sulle bucce, l’affinamento può durare fino a 10 anni unicamente in vasche d’acciaio e sui lieviti autoctoni di prima fermentazione “Sur Lie” sino all’imbottigliamento. Imbottigliato per decantazione e senza filtrazione. Da qualche annata, la famiglia Soldati ha scelto la strada del vino da tavola abbandonando la DOCG Gavi.
Per una volta tanto si può usare serenamente il termine mineralità; un naso intenso di agrumi con una freschezza e una sapidità uniche. Proverbiali eleganza e armonia per uno dei più grandi vini bianchi italiani!

Riserva D’Antan brut 1999
Metodo classico da uve Cortese in purezza matura sui propri lievi almeno 10 anni.
Un vino spumante con uno stile davvero unico, capace di ammaliare, sedurre, come un grande champagne solo che va per la sua strada senza imitare nessuno; di grande eleganza e soprattutto capace di sfidare il tempo. Immenso!

Riserva D’Antan Rosè brut 1999
Metodo classico da uve Cortese per il 95% e il rimanente 5% di Pinot Nero, matura sui propri lievi almeno 10 anni.
Ramato, al naso è complesso: carne, melograno, ribes, rosa. Di grande struttura e persistenza. Un vino fatto per l’amore.

Dirò subito che mi considero anch’io, del vino, un amatore inesperto. È vero, i “viaggi d’assaggio”, che racconto nelle pagine seguenti, mi hanno istruito un pochino: ma il loro risultato più apprezzabile è stato di misurare, dopo anni di esperienze enologiche, quanto sia vasta ancora la mia ignoranza, e l’arte del vino quanto difficile.
Per esempio. Uno degli errori più gravi e più comuni in cui oggi incorrono molti consumatori di vino è di credere che un certo vino, riconoscibile al nome e all’etichetta, debba essere sempre uguale a se stesso, e sempre buono se una volta è stato trovato buono: di chiedere, dunque, al commerciante un vino che risponda a requisiti di “continuità”. L’errore deriva senza dubbio da un inconscio adeguarsi alla produzione industriale di tanti altri beni di consumo.
(Mario Soldati, dall’introduzione di “Vino al Vino” 1975)

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Quanto deve il Friuli vitivinicolo alla famiglia Felluga dio solo lo sa! Iniziata in Istria, più di cento anni fa, la storia di questa dinastia di viticoltori che ha poi trovato nel Collio la terra d’elezione per la produzione di vini straordinari. È con Marco, il pioniere, che i Felluga diventano punto di riferimento per tutto il territorio.  Egli, nel 1956, dopo aver frequentato la Scuola di enologia di Conegliano, fonda l’omonima azienda e circa una decina d’anni dopo (nel 1967) realizzerà il sogno di acquistare una delle più belle tenute del Collio, Russiz Superiore. All’inizio sono 68 gli ettari che poi con il tempo diverranno 100 di cui 50 coltivati a vigneto. Il nome della località deriva da rusic, toponimo di origine slava, rusa che significa terreno erboso, zolla. Oggi, Marco ha passato il testimone al figlio Roberto che guida entrambe le aziende (La Marco Felluga e Russiz Superiore) con grande talento. Arrivo a Russiz Superiore dopo aver costeggiato una meravigliosa collina di vigneti, un paesaggio incantevole che con i colori dell’autunno e complice la splendida giornata di sole è in grado di mettere in dubbio le mie certezze agnostiche, facendomi preponderare per l’esistenza dell’altissimo. La storia dei più importanti vini bianchi italiani (ergo, del mondo) passa di qui, è questo il pensiero che mi sfiora mentre parcheggio la macchina, e sono brividi!

Le Cantine

Marco Felluga

La sede principale della Marco Felluga è a Gradisca d’Isonzo; I vigneti si estendono per 100 ettari (di proprietà e a conduzione) nei comuni di Farra, San Floriano – Oslavia e Cormons, con una maggiore produzione di vini bianchi, ottenuta da vitigni sia autoctoni che internazionali.
Grande cura nella coltivazione dei vigneti e ovviamente in tutte le fasi di vinificazione. Ogni vino ha un proprio tempo e un proprio luogo di fermentazione e maturazione. La gran parte dei vini bianchi viene fermentata e affinata in vasche d’acciaio inox, ad eccezione del Collio Bianco Molamatta, uvaggio di Tocai Friulano, Ribolla Gialla e Pinot Bianco, quest’ultimo viene affinato in legno e del Collio Pinot Grigio Riserva Mongris, fermentato per un 30% in legno.
Anche per alcune uve a bacca rossa, dopo la separazione dai raspi, la macerazione avviene in grandi tini, per un periodo variabile in funzione dell’annata.
A fine fermentazione alcolica segue un processo di affinamento, ad esempio per il Collio Rosso Carantan (uvaggio di Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc) sosta per 18-20 mesi in piccole botti di rovere, segue un periodo di un anno in bottiglia.

Russiz Superiore

La tenuta di Russiz Superiore si trova nel comune di Capriva del Friuli. L’aquila di Russiz Superiore(che si trova impressa su tutte le etichette)deriva dall’emblema che fu dei principi di Torre Tasso, tra i primi signori di queste terre, giunti in Friuli nel 1273. Nobile insegna, nobili vini, nobili famiglie si sono succedute nel tempo fino ad arrivare ai Felluga (nella foresteria della casa di Roberto Felluga è possibile ammirare i quadri che riproducono gli stemmi delle famiglie).  Dei 100 ettari della proprietà, 50 sono coltivati a vigneto, con una densità d’impianto di oltre 6.000 ceppi per ettaro con una produzione che privilegia i vini bianchi rispetto ai rossi. Entrambe le qualità trovano nelle colline di Russiz Superiore un ambiente con caratteristiche geomorfologiche e climatiche speciali: il terreno, formatosi durante l’Eocene, presenta un’alternanza di marne (limi e argille calcaree) e arenarie (sabbie cementate) ed è particolarmente impermeabile. Il conseguente scorrimento superficiale delle acque erode il terreno e porta ad una morfologia molto dolce.
Per la maggior parte dei vini bianchi la fermentazione avviene per circa l’85% in vasche d’acciaio e per il restante 15% in legno. Per il Collio Bianco Col Disôre (uvaggio di Pinot Bianco, Tocai friulano, Sauvignon e Ribolla Gialla), la fermentazione avviene in grandi tini di legno (15-30 hl). Dopo un affinamento di circa un anno il vino viene lasciato riposare in bottiglia per circa 10 mesi.
La fermentazione e la maturazione del Collio Pinot Bianco Riserva avviene inbotti di rovere da 5hl; mentre per il Collio Sauvignon Riserva il 30% del mosto viene posto a fermentare in carati di rovere, il restante in vasche d’acciaio. Entrambi i vini sono lasciati riposare circa tre anni sui lieviti e un anno in bottiglia. Il grande Rosso di Russiz Superiore, il Collio Rosso Riserva degli Orzoni (uvaggio di Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc) affina per due anni in piccole botti di rovere più un anno in bottiglia. Oltre al vino, l’azienda produce un olio extravergine ottenuto dalle piante di olivo di diversa cultivar, principalmente bianchera, site sulle colline di Russiz Superiore.

Il vino bianco è un vino da invecchiamento?

A chi continua a dubitare rispondo sì, senza esitazione alcuna. Ovvio non tutti i vini bianchi sono adatti, ci vogliono il terroir, la struttura, le tecniche di affinamento, i luoghi di conservazione. Russiz Superiore è un esempio perfetto di quanto ho appena detto; grandi uve, sapienti tecniche di vinificazione e una stupenda cantina, scavata nella collina e che scende per 12 metri sotto terra, danno origine a riserve che sanno emozionare. Roberto Felluga da molti anni sta portando avanti il suo progetto per i vini bianchi invecchiati, ottenendo grandi risultati con il Collio Pinot Grigio Mongris Riserva Marco Felluga, il Collio Sauvignon Riserva Russiz Superiore e il Collio Pinot Bianco Riserva Russiz Superiore.
Ho una passione smisurata per i vini bianchi invecchiati, trovo che siano in grado di emozionare quanto e come i vini rossi (forse anche di più, ma ovviamente è una questione di gusti personali).

I vini degustati

Collio bianco Molamatta 2009
(40% pinot bianco 40% tocai friulano 20% ribolla gialla)

Molamatta” è il nome geografico che identifica la zona dove sono situati i vigneti che producono questo vino. Il Molamatta è sicuramente uno dei fini più famosi del Collio. Nel bicchiere è Giallo dorato, un naso molto intenso di frutta tropicale, ma anche belle note floreali. Acidità e sapidità se la giocano alla pari donando un grande equilibrio. Ottima la persistenza.

Collio Friulano Russiz Superiore 2008
(100% Tocai Friulano)

Ecco il Tocai della tradizione. Nel bicchiere è giallo dorato, complesso al naso, soprattutto floreale (camomilla), ma anche note di agrumi. In bocca è molto elegante, con bella morbidezza e sapidità.

Collio Cabernet Franc Russiz Superiore 2009
(100% Cabernet Franc)

Nel bicchiere è rosso rubino, al naso frutti rossi (frutti di bosco) e note erbacee con una leggera speziatura, in bocca il tannino è abbastanza morbido, buona l’acidità. Si lascia bere ma è ancora molto giovane.

Adesso mi aspettano il Collio Pinot Grigio Riserva Mongris 2007 di Marco Felluga e il Collio Bianco Col Disôre 2007 di Russiz Superiore, ma questa è un’altra storia!

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Poi ti capitano tra le mani, anzi tra il naso e la bocca, i vini di Davide Feresin e capisci, una volta per tutte, che la Doc Isonzo è capace di emozionare quanto e come il Collio nella sua stagione più lieta. La produzione punta sui vitigni internazionali (Pinot Grigio, Pinot Bianco, Sauvignon, Cabernet Sauvignon e Merlot) e sugli autoctoni (Tocai friulano e Refosco dal Peduncolo Rosso).
Diciamolo subito, un Tocai (ebbene si appartengo alla scuola di Bruno Pizzul, ovvero di quelli che non si rassegnano a chiamarlo Friulano) davvero fuori dagli schemi quello di Davide; sorprendente, che fa meditare.  Qui  la parola meditare  recupera in pieno la sua accezione classica, invita colui che assaggia alla riflessione, a mettersi in sintonia con un vino che va capito, che ha bisogno di profondità e di tempo. È stato interessante assaggiare due annate, la 2004 e la 2009 e ritrovare la stessa idea di vino in maniera così netta. Certo 5 anni non sono poi così tanti e sarebbe davvero interessante assaggiare qualche annata ancora più vecchia, per capire meglio il percorso del Tocai di Davide.
Davide Feresin ha un legame di sangue con la vite; ha solo 11 anni quando promette al nonno morente che come un cavaliere medioevale avrebbe riconquistato la sua terre oggetto di lotte intestine tra il parentado.  La “Reconquista”, si sa, è cosa aspra e lunga e a 18 anni Davide è riuscito ad ottenere, e per di più in affitto, solo una piccola parte della terra. La sua è una testa di diamante (o molto più prosaicamente una capatosta) e lavorando duro nel 1996 inizia a comprarsi i primi 2 ettari e due ani dopo a produrre le prime bottiglie fino ad arrivare agli attuali 17 ettari e mezzo (15 di proprietà e 2, 5 in affitto).

La storia di Davide Feresin è anche anche la storia di Michele Bean, il suo enologo. E’ il 2003, Davide, che ormai è completamente assorbito dai suoi vigneti, ha il terrore di fare un vino ordinario, mentre Michele, che ha iniziato come potatore per poi formarsi nel Collio, cerca qualcuno che gli dia carta bianca, che sia in grado di farlo esprimere. Ecco l’alchimia che fa nascere quel Tocai così particolare e poi il Pinot Grigio nel suo colore reale (ramato) e il Nero di Botte (Refosco dal peducolo rosso) che con fantastica autoironia rappresenta tutte le traversie, compreso il serratissimo scontro verbale, che i due hanno dovuto affrontare per fare il vino (Davide voleva che passasse in botte grande, Michele era assolutamente contrario).
A conferma di ciò, ecco le parole di Michele Bean: “Il Nero di Botte riporta i nostri due faccioni per dimostrare che lo spirito del vino è anche goliardico. Il vino non è solo classe, finezza ed austerità, è anche divertimento, puro piacere da condividere con chi ti pare, meglio ancora con chi ami. – Afferma Michele.  – Vuole ricordare le battaglie di tutti i giorni che combattiamo per riuscire nelle nostre imprese e, allo stesso tempo, ironizzare sull’eccessiva seriosità del nostro ambiente. Una bottiglia di vino difficilmente ti salva la vita, ma può sempre renderla più piacevole.”

La filosofia in vigneto
Davide in vigneto usa il minimo indispensabile per arrivare ad avere le uve sane.
Usa i sovesci invece che la concimazione, ha eliminato gli insetticidi e usa zolfo esclusivamente di miniera e non di sintesi.“Il vigneto è totalmente cambiato. Prima era silenzioso, ora cantano i grilli, ci sono le farfalle, i ragni, gli insetti che vedevo da piccolo.” In questi vigneti inoltre “fanno palestra” anche alcuni studenti universitari, che prendono il modello Feresin come caso di studio per imparare a produrre in armonia con la natura.
I vini escono da uve mature. Si raccoglie solo quando alcuni tratti della vigna iniziano ad andare in surmaturazione.
“Esistono 4 gradienti per definire la maturità dell’uva: verde; neutra, matura e surmatura. – Afferma Michele. –  Noi iniziamo a raccogliere quando c’è il limite tra il terzo stadio e il quarto. La chiave è l’assaggio delle uve. I sapori che vuoi nel vino li devi trovare nel frutto, anche se è più facile a dirlo che a farlo. “

Ah dimenticavo, Davide è del 1975 e Michele e del 1977!

I vini degustati

L’Edi Tocai Friulano 2004

Giallo oro,  naso intenso di frutta essiccata, albicocca, vaniglia, fiori di camomilla; in bocca entra come seta. Struttura, concentrazione di profumi e corpo, grande persistenza. Non filtrato e prodotto il sole 2000 fantastiche bottiglie!

Friulano 2009 – Friuli Isonzo

Giallo oro, bellissimo naso di frutta cotta, albicocca e miele, morbido, di grande persistenza. Come il 2004 un Tocai sui generis, davvero unico. Non filtrato. Prodotto in 8000 bottiglie.

Pinot Grigio Ramato 2009 – Friuli Isonzo

Ramato (adoro!), Naso complesso con note di carne, creta e zenzero. Bella l’acidità così come la sapidità. Un vino splendido, di grande fascino. Da bere subito, all’infinito, ma da dimenticare anche qualche anno in cantina, sai che emozioni. Prodotto in 7000 bottiglie.

Nero di Botte  2007 – Friuli Isonzo (100% Refosco dal peduncolo rosso)

Rosso porpora, al naso frutti di bosco e spezie con note erbacee. Buona la morbidezza e la persistenza. Prima annata in assoluto di un vino che sarà grande tra qualche anno.

Confessione di Alonso Chisciano
Giro nel mio deserto e stò tranquillo
ho solo il vento per barriera
Ah, che cavaliere triste
in realtà avevo dato il cuore
alla luna
e la luna l’ho barattata col temporale
e il temporale con un tempo ancor meno normale
e il tempo stesso con una spada
che mi accompagnasse
fuori dei confini di quello che è reale.
E più mi accorgo di amare l’ignota destinazione
più lungo sterpi e rovesci
non ritorno.
A me, a me, a me
una pazzia d’argento
al mio cavallo una pazzia di biada

Ah, come hai potuto pensare
di cambiarci la strada
ché, se la morte è soltanto un mare
vedi, mi ci tuffo vestito

Ahi, polvere delle mie strade
ah, scintille del mio mare inaridito
come hai potuto pensare
di spogliarmi proprio adesso…
Giro nel mio deserto e fa lo stesso

Per non scalfire il tuo senso morale
ma dentro,
caro il mio ingegnoso narratore, dentro,
dentro è tutto un altro carnevale

Mi porto dietro latta, legni
l’antico arsenale
carambole di fantasmi io conservo
conservo pezzi di temporale
le chiacchiere sul mercato
che vergogna, che spavento
la normalità eterna

Risvegliarmi un’altra volta senza fiato
fra il pianto scemo del barbiere
e il sudore muto del curato
io qui vedo l’orizzonte
e faccio finta di accettare
le predizioni della scimmia che indovina
Io, tirar di scherma con la grandine, le dame.

Ah, che compagnie infelici!
Cavalieri di specchi, minestre di radici
dormo nella follia
e tutto il teatro con me

Ma senti che odore di carta e incenso
da una parte ti dico grazie
e dall’altra continuo
solo e senza corpo
a scornarmi con il vento.
(Ivano Fossati – Anna Lamberti Bocconi)

dedicato a Davide Feresin e Michele Bean

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Confesso che fino a qualche anno fa tendevo a considerare poco la Calabria vinicola; con mia grande ignoranza circoscrivevo il vino calabrese a una sola famosa azienda (Librandi) o poco più. Per fortuna il vino è materia talmente vasta e infinita che se ti ci addentri con passione e umiltà ti sorprende continuamente. È  stato così anche per la Calabria; che poi, a ben guardare, la vite in terra calabra ha origini antichissime (prima del 744 a.c.); addirittura i greci la identificarono come l’Enotria ovvero la terra del vino e offrivano i vini di Calabria agli atleti vincitori dei giochi olimpici. Un vino con un incredibile retaggio culturale e qualitativo quindi, poi, purtroppo, con il passare dei secoli si perse per strada fino ad arrivare all’oblio.
Nel corso di quest’ultimo decennio le cose sono cambiate ed oggi, grazie anche al recupero degli antichi vitigni autoctoni quali Gaglioppo, Costa Viola, Magliocco, Scilla, Greco di Bianco, Arghilla, Mantonico, è tutto un fiorire di azienda con produzioni di grandissima qualità. Una di queste è sicuramente la Casa Vinicola Criserà della famiglia Tramontana, attiva nel mondo del vino fin dalla fine del 1800, che ho scoperto grazie ad una cara amica romana. Gli ettari vitati sono 45 (15 di proprietà e 30 in affitto) dislocati in varie zone della Calabria.

I Vini degustati

Costa Viola – Indicazione Geografica Tipica 2010
Da uve Chardonnay (30%), Sauvignon (30%) e Greco bianco (40%).
Un naso davvero intrigante con le note fruttate in evidenza (agrumi, pesca) ma anche crema pasticcera. In bocca è meno incisivo, con un pizzico di corpo in più (forse l’annata?) sarebbe strepitoso. Bella la sapidità e l’acidità.

Armacia -Rosso Costa Viola IGT 2010
L’armacia è il tipico muro a secco in pietra che costituisce i terrazzamenti della Costa Viola dove da secoli viene praticata la “viticoltura eroica” in forte pendenza che contribuisce a salvaguardare il territorio.
Vitigni autoctoni quali Prunesta, Malvasia Nera, Nerello e Gaglioppo vengono coltivati con fatica e amore da piccoli produttori riuniti in cooperativa, con una resa max: 60q/Ha. Matura per tre mesi in botte di castagno.
Così la percentuale dell’uvaggio: Nerello (30%), Prunesta (30%), Malvasia Rossa (20%), Gaglioppo (20%)
Ecco il vino rosso ideale per l’estate, tant’è che anche il produttore consiglia di berlo fresco. Di un bel rosso rubino, naso intenso con i frutti rossi (ciliegia) in evidenza, balsamico. In bocca è molto morbido ed equilibrato.

Nerone di Calabria IGT 2005
Prodotto con uve Sangiovese 30 % e Nerello Calabrese 70% selezionate sulle impervie e soleggiate colline Calabresi a circa 600-800 mt. di altitudine, vendemmiate tardivamente per ottenere il massimo della concentrazione aromatica. Vinificato all’antica maniera con 48 ore di macerazione e fatto fermentare in piccoli botti di rovere.
Bel rosso rubino, naso intenso e complesso, frutti rossi, china, spezie e cuoio. Vino di grande stoffa, in bocca è elegantissimo, morbido e con un tannino lieve. Bella la corrispondenza tra naso e bocca, molto equilibrato. Bere un vino così è un grande privilegio!

“I calabresi mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell’infanzia”
Corrado Alvaro

“In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po anarchica e infantile, di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé”
Pier Paolo Pasolini

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Venezia patrimonio mondiale dell’Unesco ma che respira l’aria delle ciminiere di Marghera. Venezia immensamente bella e decadente. Su Venezia si è scritto di tutto; sulla sua antica tradizione culinaria mai abbastanza, sui suoi ristoranti poco e forse è una fortuna. Gia, la ristorazione veneziana! Croce e delizia, piuma e piombo, McDonald’s (ma anche peggio) o le due stelle Michelin del Met (il ristorante dell’Hotel Metropole). Mangiare a Venezia non è facile, devi essere un segugio oppure devi lasciarti consigliare da chi ne sa, pena la delusione più cocente. Se siete a Venezia e volete mangiare bene ma non avete la fortuna di incontrare un gourmand a cui chiedere indicazioni, una dritta, molto modestamente, ve lo posso dare io, si chiama “Vecio Fritolin”. Il nome “Vecio Fritolin” deriva dagli storici “Fritolini”, piccoli locali che vendevano pesce appena fritto. Il locale dal 2001 è gestito da Irina Freguia, autentica veneziana dell’isola della Giudecca e appassionata ristoratrice; infatti, in città gestisce, assieme a Daniele Zennaro (Chef del Vecio Fritolin), la caffetteria di Palazzo Grassi e il Dogana Cafè all’interno centro d’arte contemporanea Francois Pinault Foundation, dove si può fare una romantica pausa caffè ma anche mangiare degli ottimi piatti.

Il Vecio Fritolin
Il ristorante si trova in Calle Regina a pochi passi da Rialto, storica sede cittadina del mercato del pesce e della frutta. Proprio in quest’edificio, che mantiene intatte le architetture del 1500, nacque la regina di Cipro Caterina Cornaro, ricca discendente di una nobile famiglia veneziana.
Al “Vecio Fritolin” oltre ai piatti della tradizione Veneziana, baccalà mantecato e le sarde in saor, senza dimenticare il piatto che ha fatto la storia del ristorante: la frittura di pesce d’asporto, crostacei e verdure con polenta arrostita, si possono gustare piatti più evoluti, frutto della creatività di Daniele Zennaro.  Daniele ha un’attenzione maniacale per le materie prime, il pesce lo sceglie personalmente al Mercato di Rialto, il pane (fatto con lievito madre) e la pasta (all’uovo è fresca e trafilata al bronzo) sono fatti in casa, così come i dolci e i gelati.
Daniele Zennaro
Trentaduenne chef di Cavarzere, località della campagna veneziana.
Daniele è però cresciuto a Rosolina (Rovigo) nel cuore del delta del Po. Si appassionato alla cucina osservando la nonna e la mamma ai fornelli per poi scegliere di frequentare l’Istituto professionale di stato per i servizi alberghieri e della ristorazione “HATRIA” di Adria in provincia di Rovigo”. Ha lavorato al ristorante Perbellini di Isola Rizza (VR) e come chef de Partie e al ristorante “De Pisisdell’Hotel Bauer di Venezia dal 2003 al 2006, anno in cui gli viene data la possibilità di gestire la cucina dell’Hotel Palladio (sempre di proprietà del Bauers Hotel) fino al 2009.
Secondo Zennaro essere chef significa fantasia, creatività, sperimentazione, il tutto aggiunto e amalgamato con cura e pazienza all’ottima conoscenza delle tecniche basiche classiche che si devono possedere per evolvere la propria arte di cucinare. E su tutto è importante la condivisione, in altre parole non essere gelosi di ricette e segreti in cucina. Anzi alcune ricette dello chef sono state create proprio assieme ai suoi collaboratori. Nella cucina del “Vecio Fritolin” è disseminata di ricette e appunti a disposizione dello staff.

“Cucinando con Daniele”
Daniele Zennaro, ha anche il tempo (incredibile!) di curare una rubrica, “Cucinando con Daniele” sulla pagina Facebook del Vecio Fritolin, Non è la solita rubrica, vista come semplice contenitore di ricette, qui ogni piatto viene “destrutturato” risaltando non solo i metodi di preparazione ma soprattutto la scelta e la ricerca degli ingredienti. Per seguire la rubrica basta cercare in Facebook: Vecio Fritolin e chiedere l’amicizia . Per maggiori approfondimenti, news e rassegne stampa cercare invece la Pagina Vecio Fritolin e cliccare “mi piace”.

Piatti di Daniele Zennaro

 

 

Capesante di terra, Uova di salmone e geleè di bacon

 

Spaghetti di alga, Margarote  e crema d’aglio dolce

 

Gelato di Zucca violina rugosa con granella di amaretto

Ananas arrostito al rosmarino con gelato ai 3 pepi

Le foto sono di Martina Rosa www.partystica.com

 

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Immaginate Firenze, una delle città più belle del mondo, in una fine estate strepitosa come questa, piena di gente in ogni luogo, suoni, colori, vita ovunque! E immaginate una manifestazione enogastronomica (Wine Town)  che come una caccia al tesoro,  in due sole giornate intense e frenetiche, si tiene per le strade del centro storico. Per andare dal Mercato di San Lorenzo a Palazzo Non finito passi davanti al Duomo e al Battistero, oppure mentre vai a degustare i vini della Maremma a Palazzo Pitti, passi per Piazza della Signoria e Ponte Vecchio, tanta bellezza che ti taglia il fiato. Forse ai fiorentini, che sono abituati a queste meraviglie, verrà da sorridere ma per me, che non ho frequentato molto spesso la città, è stato davvero emozionante. Ho trovato davvero intelligente questo modo di organizzare la manifestazione che ti “costringe” a girare per le vie del centro storico alla ricerca delle sedi di Wine Town che per lo più sono situate nei palazzi antichi! E poi vino e musica (i concerti nei chiostri e nei cortili dei palazzi antichi), vino e teatro, il vino spiegato ai bambini, le mostre, l’architettura, in una parola sola la cultura e con la cultura, viva dio, si mangia, eccome se si mangia! Wine Town è indubbiamente una delle manifestazioni enogastronomiche tra le più suggestive che l’Italia possa vantare.

Cosa mi è piaciuto

La serata inaugurale di venerdì 23 al Loft di Piazza del Carmine, che bella atmosfera!

Tra i vini assaggiati al Loft, Il Chianti Classico DOCG Clemente settimo 2007 Riserva di Castelli del Gravepesa; Il Chianti Classico il Grigio  2006 di San Felice e Il Chianti Classico  Valiano 2006 di Tenute Piccini. Tuteliamo e valorizziamo Il Chianti; se non cerchiamo il Santo Gral, può essere un gran bel vino spesso dall’ottimo rapporto qualità prezzo

Le zuppe della trattoria Da Burde

I salumi di Levoni

Il panino con il Lampredotto del grande Luca Cai patron dell’ osteria tripperia Il Magazzino di Firenze, una sorta di santuario della cucina tradizionale fiorentina, imperdibile!

Il Mercato di San Lorenzo, come struttura dico, inaugurato nel 1874, è una vera meraviglia dell’architettura

Lo show cooking di Luciano Zazzeri, “La Pineta” Marina di Bibbona (LI) condotto con la consueta professionalità da Luigi Cremona (non è che gli altri show cooking non mi siano piaciuti e che quello di Zazzeri, per motivi di tempo, è l’unico al quale ho partecipato)

Poggio Mandorlo 2007 IGT Maremma Toscana (60% Merlot – 30% Cabernet Franc – 10% Sangiovese), dell’omonima azienda. Ancora giovanissimo ma già in grado di emozionare

Gli Champagne Philippe Costa

Firenze, Firenze e ancora Firenze

Cosa mi è piaciuto meno

Le Vernacce di San Gimignano assaggiate al Loft. Purtroppo (e per fortuna) il mio metro di paragone è sempre Zeta, la Vernaccia di di Mattia Barzaghi che, e lo dico con un pizzico d’orgoglio, avevo scoperto molto prima che il Gambero Rosso gli assegnasse i tre bicchieri quest’anno.

I Vermentino 2010  assaggiati a Palazzo Pitti. Forse l’annata, chissà! Non mi  hanno entusiasmato, davvero troppo semplici!

La città
E quando in Palazzo Vecchio, bello come un’agave di pietra,
salii i gradini consunti, attraversai le antiche stanze,
e uscì a ricevermi un operaio, capo della città, del vecchio fiume, delle case tagliate come in pietra di luna, io non me ne sorpresi: la maestà del popolo governava.
E guardai dietro la sua bocca i fili abbaglianti della tappezzeria, la pittura che da queste strade contorte venne a mostrare il fior della bellezza a tutte le strade del mondo.
La cascata infinita che il magro poeta di Firenze lasciò in perpetua caduta senza che possa morire, perchè di rosso fuoco e acqua verde son fatte le sue sillabe.
Tutto dietro la sua testa operaia io indovinai.
Però non era, dietro di lui, l’aureola del passato il suo splendore: era la semplicità del presente.
Come un uomo, dal telaio all’aratro, dalla fabbrica oscura, salì i gradini col suo popolo e nel Vecchio Palazzo, senza seta e senza spada, il popolo, lo stesso che attraversò con me il freddo delle cordigliere andine era lì.
D’un tratto, dietro la sua testa, vidi la neve, i grandi alberi che sull’altura si unirono e qui, di nuovo sulla terra, mi riceveva con un sorriso e mi dava la mano, la stessa che mi mostro il cammino laggiù lontano nelle ferruginose cordigliere ostili che io vinsi.
E qui non era la pietra convertita in miracolo, convertita alla luce generatrice, né il benefico azzurro della pittura, né tutte le voci del fiume quelli che mi diedero la cittadinanza della vecchia città di pietra e argento, ma un operaio, un uomo, come tutti gli uomini.
Per questo credo ogni notte del giorno, e quando ho sete credo nell’acqua, perchè credo nell’uomo.
Credo che stiamo salendo l’ultimo gradino.
Da lì vedremo la verità ripartita, la semplicità instaurata sulla terra, il pane e il vino per tutti.
(Pablo Neruda)

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Forse scoprirò l’acqua calda ma il Soave è uno dei vini bianchi più buoni d’Italia; può essere di una finezza e complessità uniche, il paradosso e che se ne parla troppo poco. Sono ormai lontani i tempi in cui era un bianco senza grandi pretese, leggero e privo di profumi. Sul finire degli anni ’90, grazie alla “Zonazione” (lo studio dei terreni con l’obiettivo di individuare quelli adatti a produrre i vini migliori) s’iniziò a lavorare con una nuova consapevolezza, vinificando la Garganega in purezza e aumentandone la struttura. Questo nuovo modo di intendere il Soave ha comportato una crescita esponenziale delle qualità, ed oggi, grazie ad alcune importanti aziende tra cui Fattori (Leggi qui) e Monte Tondo, il Soave può competere con i più grandi bianchi d’Italia e avendo la pazienza di aspettare l’evoluzione delle componenti minerali, anche con i grandi bianchi del mondo.

Azienda Agricola Monte Tondo
I venticinque ettari vitati di proprietà del grande Gino Magnabosco e della sua famiglia si trovano tra il Monte Tenda, il Monte Foscarino e il Monte Tondo (da cui il nome dell’azienda), una delle zone più vocate del Soave. Gino ha sempre avuto un sogno, fare il vino! Anche a costo di enormi sacrifici, una sorta di chiodo fisso che l’ha portato a reinvestire ogni guadagno (è stato anche operaio in fabbrica) nelle vigne. Oggi Monte Tondo è senza dubbio una delle cantine più importanti del Soave.
Montetondo e Soavecru
Soavecru è un’associazione autonoma di piccoli produttori, che lavorano in vigneto e in cantina per esprimere al massimo le potenzialità della Garganega e dei suoli vulcanici che contraddistinguono questa terra. Per farlo valorizzano la singola vigna situata nelle aree più vocate, rispettano la natura con l’obiettivo di preservare il paesaggio e rendere la viticoltura più sana. Consapevoli che da soli non si vince, hanno deciso di condividere esperienze e ideali. Ma quali sono gli ingredienti di Soavecru? Solo vigneti di proprietà nelle zone più vocate, solo tecniche a basso impatto ambientale, tanta ricerca in cantina per ridurre sempre più l’uso di additivi, tanta formazione per perfezionare il nuovo modello di Soave. Il vero segreto della ricetta, però, è confrontare le esperienze per creare uno spirito di squadra ancora assente nel territorio. Uno degli aspetti più innovativi di Soavecru, infatti, è l’obbligo, da parte di ogni aderente, di mettere a disposizione di tutto il gruppo le proprie sperimentazioni promuovendo così la crescita di ognuno. A dimostrazione di questo impegno i vini del progetto Soavecru saranno riconoscibili grazie al logo che riproduce le dolci colline del Soave e che verrà apposto su tutte le bottiglie.

I Vini degustati

Montetondo Soave Doc Classico 2010 (100% Garganega)

Giallo paglierino con riflessi dorati, consistente. Al naso si presenta abbastanza complesso, profumi fruttati (frutta tropicale ma anche pesca) poi erbe aromatiche (salvia). Buone morbidezze, acidità e sapidità; deve solo trovare un pizzico di equilibrio in più (forse anche a causa dell’annata) cosa che farà di sicuro in bottiglia; comunque abbinato ad un pesto alla genovese la bottiglia è finita subito e si sa che non c’è indicatore di bontà del vino migliore di questo!

Casette Foscarin Soave Doc Classico 2009 (90% Garganega e 10% Trebbiano di Soave)

Giallo paglierino con riflessi dorati, bella consistenza. Naso complesso, frutta matura, nocciola, baccello di vaniglia ma anche fiori (camomilla). In bocca si presenta morbido e con bella freschezza, sapidità e persistenza. Maledettamente interessante!

Foscarin Slavinus Soave Superiore DOCG Classico 2008 (100% Garganega)

Giallo oro, consistente. Grande complessità al naso, frutta matura e cotta, banana, uva passa, vaniglia e spezie. In bocca è molto equilibrato, con una bella sapidità e acidità. Un vino di una finezza incantevole! Nel corso degli ultimi anni è stato premiatissimo dalle guide (miglio vino bianco d’Italia per la rivista inglese Decanter, cinque grappoli Duemilavini, ecc.), come non essere d’accordo! Abbinato a dei Paccheri di Gragnano con zucca, gorgonzola e salsiccia, è un continuo versare!

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